POSTILLA ALLA “SCAMPANATA”

Ho raccolto in un mio scritto pubblicato nel precedente fascicolo di questo periodico (IX, pp. 189/199) notizie e particolarità intorno all’uso della “Scampanata” in moltissimi luoghi della Lunigiana; e, registrando le diverse denominazioni che distinguono nei vari paesi quella costumanza, ne ho voluto ricercare anche l’etimologia. Così, intorno alla voce trempelada , con le relative varianti di trempèla, strempelade, ecc., che ho notato per una dozzina di località della regione, rigettando la facile etimologia da strimpellare, ho congetturato una derivazione del dialettale strempelo, che parevami la meglio plausibile.

Se non che, dopo aver licenziato quello studio, m’è occorso di fermare l’attenzione sopra il seguente passo della trentesimaterza Dissertazione sulle Antichità Italiane del Muratori:

Tempellare. Vocabolo a cui non compartì le sue grazie il Menaggio. Non pare che gli Autori del Vocabolario abbiano a noi data la vera significazione ed origine di tal voce, avendo scritto significar essa pianamente crollare, dimenare; forse dal tempo dell’oriuolo. Ve l’insegneranno i lombardi. Una tavola dei legno, nel mezzo della cui superficie sono conficcati due manichi mobili di ferro, chiamata fu dai Monaci la Tempella, e si ritiene questo nome. Agitata questa tavola con le mani, sveglia la notte i religiosi, acciocché vadano al Coro. Tal nome dunque le fu dato perché denotava il tempo di levarsi da letto. Quindi venne tempellare, cioè fare strepito per ottenere qualche cosa, trasportato figuratamente ad altri usi questo verbo”.

Quell’arnese si trova tuttora in qualche cantuccio della Lunigiana. L’usa la Chiesa nei giorni della settimana santa, e nel sol tempo che corre fra il Gloria della messa del giovedì e quello del sabato santo, quando è vietato il suono delle campane. E serve appunto per sostituire le campane nell’indicazione delle ore col rumore che produce, scuotendolo. Resulta di una forte asse di noce o di quercia delle di9mensioni di cm. 25 x 40 all’incirca, con in capo un incavo sufficiente per introdurvi le quattro dita della mano ed impugnarlo; su ambe le facce sono assicurate due maniglie di ferro , simili a quelle dei bauli, che scuotendo la tavola, battono contro due grosse capocchi di chiodo.

Alla Spezia chiamano tale istrumento Bataela (battarella), e io ricordo benissimo di averla veduta in azione per le vie della città, portata in giro da uno scaccino, che ad ogni crocevia fermavasi scuotendola con lesto dimenar del polso, in modo da produrre un forte e particolare rumore, cessato il quale lo stesso individuo gridava l’ora a voce alta e stridula: l’Ave Maria, la prima del coro, ecc. Al dì d’oggi quell’istrumento è sempre in uso, ma si adopera soltanto nell’interno della chiesa.

Mi piace adunque ravvicinare la voce trempelada alla tempella del vocabolario, sia per la stretta affinità fonetica tra le due, come per l’identità dei rumori prodotti dalla tempella e colla trempelada.

Ubaldo Mazzini, Postilla alla “Scampanata”, in Giornale Storico della Lunigiana

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