GLI INSEDIAMENTI E LA VITA DEI LIGURI NELLA MONTAGNA

di Tiziano Mannoni

Premessa

Il territorio preso in considerazione è il versante marino dell’Appennino ligure e cioè dalle valli di Voltri alla valle del Magra. I dati utilizzati, oltre a quelli presenti nelle pubblicazioni, derivano dall’attività del Gruppo Ricerche di Genova dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri e dall’Istituto di Storia della Cultura Materiale, che hanno in tempi diversi condotto direttamente o collaborato alle ricerche archeologiche in questo territorio a partire dal 1956. Fino alla metà degli anni Cinquanta la conoscenza e gli studi si basavano sui ritrovamenti casuali fatti in genere da contadini. A partire da tale periodo è stato iniziato da parte del Gruppo Ricerche di Genova un controllo più attento del Genovesato (1), del Chiavarese w, in collaborazione con Augusto Ambrosi della sezione lunense dell’I.I.S.L., delle alte valli dell’Aulella e del Serchio (2). Il controllo consisteva nell’esplorazione sistematica dei lavori recenti e in corso ( a partire dalle installazioni delle batterie antiaeree, alle nuove strade carrozzabili per collegare le frazioni e dagli ultimi campi coltivati)e dalle alture caratterizzate dal toponimo “castellaro”.

Nel 1968 è iniziata invece la ricerca con il metodo detto dell'”archeologia globale”del territorio del comune di Zignago, in Val di Vara (3), continuata fino al 1987 dall’I.S.CU.M., che ha aperto nel 1980 lo stesso tipo di ricerca nel comune di Filattiera in val di Magra (4), e nel 1990 nel comune di Levanto nella Riviera di Levante (5). Le ricerche di “archeologia globale” vengono condotte a tappetto su tutto il territorio comunale, con raccolte di superficie e con verifiche particolari delle morfologie caratterizzate da toponimi storici e da modificazioni antropiche che indichino possibili funzioni insediative (6).

Un’altra premessa importante riguarda il significato di “montagna” usato in questo lavoro: non è quello geografico (“al di sopra dei 500 metri s.l.m.”), ma quello valido per la cultura materiale del mondo rurale e per le regole giaciturali e stratigrafiche dei depositi archeologici, e cioè: un territorio dominato da pendenze superiori al 30%. E’ noto che la conservazione nel tempo dei resti in posto di insediamenti su alture e versanti che siano o siano stati soggetti, anche per i tempi limitati, ad azioni erosive è assai critica. Questo fenomeno non esiste nelle morfologie collinari (pendenze inferiori al 30%) , dove il dilavamento non è in grado di asportare materiali con dimensioni superiori a qualche millimetro, e nelle aree alluvionali di fondo valle, tranne nei casi limitati di cambiamento di alveo del corso d’acqua: il problema archeologico è piuttosto, in questo caso, quello della difficile identificazione dei resti dell’insediamento per l’eccessivo interramento (7).

Le aree appenniniche esplorate che hanno dimostrato una maggiore ricchezza di depositi e di altri segni sicuri degli insediamenti del primo millennio, anteriori alla romanizzazione, sono: le valli del Polcevera e del Bisagno, a monte di Genova, dove prevalgono gli insediamenti della seconda età del Ferro; la Riviera di Levante tra Genova e Camogli, dove i monti scendono rapidamente in mare ed esistono continuità di insediamento dalla fine dell’età del Bronzo Finale alla seconda età del Ferro; il territorio dello Zignago nella media Val di Vara, con insediamenti più conservati del Bronzo Finale e con diverse continuità fino al II secolo a.C. I dati che vengono proposti si basano principalmente sulle ricerche condotte in queste aree. Va inoltre premesso che dalle due fasi cronotipologiche dei Liguri, prima e seconda età del Ferro, la prima sembra identificarsi nelle aree montane con quella che tipologicamente è considerata del Bronzo Finale, a meno che non si voglia pensare ad un completo spopolamento per più di tre secoli, mentre gli insediamenti dimostrano spesso una continuità fra i due periodi, anche se con cambiamenti evidenti.

Per quanto riguarda, infine, i metodi di elaborazione interpretativa dei dati raccolti, si è cercato di ricostruire degli scenari, o se si vuole dei modelli, ma non nel senso deterministico, bensì come modi di rappresentare una realtà complessa. Proprio per questo si è cercato di tenere conto di tutti i possibili fattori che possono avere influito sulle scelte insediative, ma è evidente che alcuni possono essere sfuggiti o essere completamente ignoti e, soprattutto, non è possibile stabilire il peso che ciascun fattore possa avere esercitato nelle scelte stesse. Si tratta quindi di ipotesi valide finché qualche dato ora mancante, o una più valida interpretazione di quelli esistenti, non ne stabilisca qualche variazione e la stessa sostituzione.

Nelle elaborazioni, onde ottenere una maggiore attendibilità dei risultati, si è puntato molto sulle regole della cultura materiale. Questo termine non è stato inteso però nel senso corrente come insieme di tutti i manufatti funzionali che non abbiano finalità estetiche, simboliche o rituali, ma nel vero significato di insieme di “saper fare” appresi e trasmessi nell’ambito di una società. Trattandosi di conoscenze empiriche, ricavate con tentativi e correzioni degli errori, e che riguardano le caratteristiche tecniche dell’ambiente e delle sue risorse, nonché delle funzioni degli oggetti prodotti onde ottenere i migliori risultati e migliorare quindi la qualità fisica della vita, esse sono legate a “leggi” fisiche della natura che non cambiano nel tempo e nello spazio. Possono infatti cambiare gli strumenti prodotti dall’uomo per entrare in equilibrio con l’ambiente, ma non la resistenza di un materiale o la reddittività agricola di un suolo ad alta quota (8).

Anche gli strumenti, una volta ottenute le migliori funzioni e durate con i materiali disponibili, non cambiano, anche per tempi molto lunghi. Per gli strumenti da taglio del legno, per esempio, messa a punto la forma, il peso e il materiale adatto con l’ascia di pietra verde, le prime due caratteristiche non sono state più cambiate dal punto di vista funzionale, se si esclude ciò che riguarda l’immanicatura; il passaggio dalla pietra al bronzo al ferro acciaioso non ha migliorato di molto la funzione, ma ha progressivamente diminuito la fatica dell’operatore. Una diminuzione sostanziale del lavoro umano è stata ottenuta solo sostituendo l’ascia con la sega a motore.

Possibilità di “addomesticamento” dei territori appenninici

Si è usato un termine insolito, onde evidenziare che l’antropizzazione stanziale della montagna è sempre stata un po’ come una lotta per domare gli animali feroci. Il primo impatto è costituito dal fatto che in una valle vergine, magnifica dal punto di vista naturalistico, i terreni utili ai bisogni dell’uomo, non erano in un’unica area, ma assai lontano tra di loro e separati da intricate foreste, con dislivelli spesso notevoli. Questo dipendeva dalla natura delle risorse, ossia dalle reali possibilità che un territorio montano aveva di fornire, non soltanto un alloggio, ma anche la possibilità di un sufficiente sostentamento a dei gruppi umani.

L’agronomia del mondo industriale non ha mai preso in considerazione una agricoltura montana, ritenuta economicamente insignificante rispetto ai costi di esercizio, che visti nel mondo preindustriale equivalevano a fatiche umane; ha continuato invece ad occuparsi di attività particolari, come la silvicoltura e gli allevamenti specializzati. Non differente era il parere degli agronomi romani, come si può vedere, oltre che nelle fonti scritte, anche dai dati archeologici dell’Appennino dopo il I secolo a.C. che testimoniano una notevole diminuzione degli insediamenti. Solo con la crisi annonaria del tardo impero è iniziato un ripopolamento dell’Appennino a economia rurale autosufficiente con diversi incrementi demografici, specialmente a partire dalla fine del medioevo, che hanno raggiunto il massimo alla metà dell’ Ottocento, prima dell’inizio delle emigrazioni stabili. Le descrizioni della bassa qualità della vita nell’Appennino fatte da viaggiatori tra Sette ed Ottocento sono oggi impressionanti. Ci sono stati movimenti illuministi che hanno tentato di elevare le condizioni di vita delle aree economicamente depresse delle montagne, apportando qualche miglioramento tecnico, ma soltanto la rinuncia a sopravvivere con tali produzioni agricole e l’abbandono della terra hanno risolto definitivamente il problema.

Le ragioni di questa storia dipendono in massima parte da alcune caratteristiche geomorfologiche e pedologiche praticamente immutabili dell’Appennino più ancora che in altre montagne. Le pianure sono praticamente assenti, se si escludono i terrazzi alluvionali di alcuni tratti delle valli maggiori: non c’è paragone, per esempio, con la quantità di terreni pianeggianti presenti nei fondovalle alpini di origine glaciale. Questi terreni sono d’altra parte gli unici veramente utili per l’agricoltura, quando il profilo trasversale della valle: e il suo orientamento permettano una sufficiente insolazione, perché sono posti alle quote più

basse e con le temperature più elevate del territorio, hanno pendenze così ridotte da non subire dilavamenti delle loro sostanze organiche, ma sono in grado di ricevere quelle dilavate da tutti gli altri terreni soprastanti. Questi fatti sono sufficienti per capire che qualsiasi area pianeggiante di mezza costa o di altura sia mano adatta all’agricoltura, per l’impoverimento dei suoli, oltre che per un effetto negativo di natura climatica dovuto all’altitudine. I dati quantitativi portati dalle fonti, già a partire dal medioevo, parlano di una resa del frumento attorno al tre per uno in montagna rispetto a sei-sette per uno in pianura. Perciò nelle terre alte si seminavano in prevalenza cereali più poveri, ma con maggior resa, o le loro misture con alcune leguminose (9).

La maggior estensione dei terreni con pendenze minori sono in prevalenza presenti nelle parti alte dei versanti fino ai crinali intervallivi. Con l’aumento dell’altitudine, alla minor resa di molti vegetali, dovuta alla minore ricchezza in sostanze organiche dei suoli e alla minore quantità di energia solare, si contrappone una migliore qualità nutrizionale del manto erbaceo naturale, se ben governato. Questo spiega perché nelle aree montane sia più conveniente l’allevamento rispetto all’agricoltura e, molto probabilmente, indica anche perché la rivoluzione neolitica avvenuta nelle valli fertili mediorientali abbia avuto poi uno sviluppo di prevalente allevamento nelle montagne del Mediterraneo.

Questa non era tuttavia la configurazione dell’ultima civiltà contadina tradizionale presente nell’Appennino fino alla metà del Novecento. Bisogna infatti tenere conto di un altro fattore naturale: un alimento vegetale viene usato direttamente dall’uomo, quando lo inserisce nella sua alimentazione, ma di esso ce ne vuole una quantità molto maggiore per produrre con l’allevamento la stessa quantità di nutrimento in sostanza animale. Questo comporta che dei vegetali spontanei come l’erba dei prati possano essere convertiti in un alimento pregiato con poco lavoro da parte dell’uomo, ma comporta anche che sia necessaria una superficie molto maggiore di pascoli e prati per il sostentamento di una famiglia, rispetto a quella necessaria allo stesso scopo con dei campi che producano cereali ed altri alimenti vegetali mediante il maggior lavoro richiesto all’agricoltore (10).

Per questo motivo una volta che in un territorio montano la quantità dei residenti dediti all’allevamento, ai fini della propria sopravvivenza, abbia raggiunto un equilibrio che sfrutta tutti i possibili terreni da pascolo e da sfalcio, qualsiasi aumento della popolazione richiederebbe che una parte equivalente di individui si alimenti per determinati tempi fuori dal territorio stesso (emigrazioni stagionali per lavori suppletivi), oppure che una parte di prati venga messa a coltura seminativa, aumentando la produzione commestibile. Entrambe le soluzioni sono chiaramente documentate nell’Appennino Ligure in età tardomedievale e moderna: le trasformazioni di aree a pascolo in campi recinti, per evitare i danni da parte degli animali pascolanti, sono avvenute, con l’aumento della popolazione, fino alla metà dell’Ottocento, come è stato messo in evidenza dall’archeologia di superficie e dell’elevato (11). Questo fatto spiega quindi l’alto tasso di agricoltura rispetto a quello di allevamento presente nell’Appennino negli ultimi periodi di sopravvivenza della civiltà contadina tradizionale.

La realtà storica di questa cultura è un po’ meno semplice e meccanica di quanto possa così apparire. Non si hanno, per esempio, prove di società che praticassero nella montagna soltanto l’allevamento , senza cioé produrre un minimo di cereali ed altri vegetali per un’alimentazione più completa. In cambio, per estendere l’allevamento si utilizzavano le aree erbose di alta quota , dove non era possibile abitare d’inverno, con una transumanza estiva degli animali, quando il manto erbaceo era maturo e più nutriente (12); più in basso si è cercato di sfruttare anche quelle aree che per la loro morfologia ed esposizione erano rimaste boscate attraverso pascoli di sottobosco e impiego di frasche arboree come alimento animale. Questo insieme di attività armonizzate con la conservazione del territorio corrisponde ai termini di economie e culture agrosilvopastorali

Dati di natura topografica sull’economia dei Liguri dell’Appennino

Sulla base di quanto esposto circa l’importanza che hanno certe caratteristiche delle aree montane nell’economia rurale, un primo gruppo di dati da prendere in considerazione concerne le altitudini e le morfologie nelle quali erano situati gli insediamenti dei Liguri. Per quanto riguarda le prime, in ciascun territorio osservato, oltre a quelli studiati, gli insediamenti con una caratteristica abitativa erano presenti a tutte le fasce di altitudine, dalle poche decine di metri a picco sul mare, agli oltre novecento metri, quando tali altezze siano contornate da estesi terreni con basse pendenze. Dal momento, inoltre, che nell’Appennino ligure non sono stati trovati finora insediamenti legati ad attività produttive specializzate, come per esempio quelle estrattive o artigianali, non resta che pensare ad una economia di sostentamento agrosilvopastorale, nel senso più alto, nella quale gli insediamenti superiori ai cinque-seicento metri di quota sono da ritenere stagionali per ragioni climatiche e delle risorse disponibili. Questi primi dati sono già perciò indicativi di una presenza dell’allevamento transumante.

Per quanto riguarda, invece, le morfologie naturali scelte per gli insediamenti, il discorso è un po’ più complicato. I dati archeologici sono abbastanza chiari: la maggioranza dei ritrovamenti è ovunque situata sul alture in qualche modo dominanti un’area del territorio; resta tuttavia il dubbio di quanto ciò possa dipendere dalla maggiore facilità di individuare questo tipo di insediamento da parte degli archeologi. In effetti l’unico abitato ligure trovato in fondo valle nel corso di tutte le ricerche prese in considerazione è quello di Codiponte, nell’alta valle Aulella: nessun indizio trapelava in superficie e l’abitato è stato messo in luce a circa due metri di profondità nel terrazzo fluviale, sotto la pieve romanica , nel corso di un’indagine globale (14). Tre sono invece le individuazioni di insediamenti su ripiani naturali di versante nel Genovesato contro una trentina in posizione dominante: Geminiano sulla via Postumia in Val Polcevera, Rossiglione in valle Stura e Traso, in Val Bisagno (15): tutti erano mascherati da insediamenti più recenti e soltanto il controllo dei tagli effettuati dall’apertura di nuove strade ne ha permesso la scoperta.

Le morfologie dominanti possono essere situate lungo i crinali, ma più frequentemente si staccano, mediante una sella, da un versante, rimanendo difficilmente accessibili dagli altri lati. La scelta di questa caratteristica naturale ha fatto pensare a uno scopo di facile difendibilità dell’abitato, di cui sarebbe bastato fortificare l’unico accesso. Tuttavia, non sono mai state trovate tracce di valli artificiali nelle selle; i siti di Castelfermo, nell’entroterra di Sestri Levante, e di Cassana in Val di Vara sono gli unici insediamenti dell’Appennino preso in considerazione che avevano una cinta sommitale, si pensava in un primo tempo a causa delle non eccessive pendenze dei fianchi, è poi risultato però che esse erano da mettere in relazione ad un riuso delle alture nel periodo tardo antico-altomedioevale.

Un altro motivo per cui gli insediamenti dominanti sono stati scoperti con maggiore facilità è dovuto alla loro frequente coincidenza con il toponimo “castellaro”: buona parte dei siti liguri scavati negli ultimi cinquant’anni è stata messa in luce tramite questo toponimo. Per un certo periodo si è pensato ad una coincidenza sicura tra il toponimo stesso, la morfologia e l’insediamento ligure e, quando i primi due elementi coesistevano, l’eventuale assenza di reperti archeologici veniva attribuita all’erosione della sommità. Si pensava di conseguenza che la voce “castellaro” avesse a che fare con la voce castelum della tavola di Polcevera. Dopo che Giulia Petracco Sicardi ha messo in dubbio linguisticamente questa derivazione e ha attribuito una origine medievale alla voce “castellaro”, con il probabile significato di luogo adatto come centro della comunità territoriale (16),si è propensi a pensare che la anzidetta coincidenza, non sempre per altro dimostrata, sia dovuto al tipo di morfologia. Questa, infatti, come ben si prestava agli insediamenti dominanti dei Liguri, in qualunque periodo poteva venir percepita come sito adatto a controllare un territorio.

Che gli insediamenti dominanti, molto spesso chiamati “castellari”, non avessero comunque una funzione difensiva nel senso organizzato, si può dedurre anche dalla quantità di persone che li abitavano, come si dirà più avanti. Un suggerimento su un’altra funzione che tali sedi avrebbero potuto avere deriva da un confronto che si potrebbe chiamare etnoarcheologico. Agli inizi degli anni Settanta, la famiglia proprietaria della Case Castellaro di Zignago, costruite nell’Ottocento ai piedi dello sperone roccioso di 950 metri di altitudine sul quale si stavano scavando i fondi di capanna dell’età del Bronzo Finale, praticava ancora tradizionalmente l’allevamento, sfruttando i pascoli che si estendevano a vista d’occhio a levante del monte: le vacche e le pecore erano lasciate libere, con la semplice protezione di un cane pastore, ma ogni tanto, e specialmente verso sera, i ragazzi addetti al bestiame salivano sul “castellaro” per vederne gli spostamenti.

Dati archeologici, archeobiologici ed archeometrici sull’economia

Non sono certamente dati sempre presenti nei depositi archeologici montani, come si può vedere dai lavori del Gruppo Ricerche di Genova, che ne ha iniziato l’individuazione e la raccolta sistematica a partire dall’inizio degli anni Settanta, e da quelli successivi dell’I.S.C.U.M. e della Soprintendenza Archeologica della Liguria. La maggiori informazioni provengono dagli insediamenti di Zignago (17) e dai castellari di Camogli (18) e di Uscio (19), nella Riviera di Levante.

Per quanto riguarda i dati sugli alimenti di provenienza agricola, se si escludono quelli pollinici per le loro indicazioni non puntuali , soltanto negli insediamenti di alta quota di Case Castellaro dello Zignago (950 metri s.l.m.) e del Castellaro di Uscio (730 metri s.l.m.) sono stati trovati dei semi. Nel primo caso essi erano sotto forma di impronte lasciate nei corpi ceramici e la loro presenza in uso va quindi riferita agli insediamenti dove i vasi sono stati prodotti: le analisi petrografiche di provenienza hanno escluso una produzione alla Case Castellaro, nonostante la presenza di argilla, ed hanno indicato per la maggior parte dei vasi aree di produzione poste fra i tre e i trenta chilometri di distanza con una fascia

altimetrica che non supera i 600 metri s.l.m. La presenza di macine e macinelli alle Case Castellaro come negli altri insediamenti indica comunque il consumo in posto di granaglie secche, a prescindere dall’area dove è avvenuta la coltura. Nel caso di Castellaro di Uscio, invece, sono stati studiati i semi carbonizzati, certamente consumati in posto, anche se, come nello Zignago, potrebbero essere stati coltivati a quote più basse.

Le misture alimentari dedotte dall’analisi dei semi erano abbastanza simili e, soprattutto, adatte all’agricoltura di montagna: nello Zignago riguardano il Bronzo Finale, ad Uscio il Bronzo Finale e la seconda età del Ferro, senza differenze qualitative; quelle quantitative fra i due periodi non sono significative in presenza di numeri bassi di reperti, ma anche solo seme di una specie domestica potrebbe essere sufficiente a indicare una coltura comunque praticata in quel periodi. Nello Zignago sono presenti: frumento volgare, dicocco e monococco (farro) , orzo, panico, miglio, fava e pisello; ad Uscio: frumento duro e altre specie di frumento non determinate, orzo e fava.

Il ridotto spessore dei depositi archeologici delle aree montane fa si che molto spesso i reperti si trovino ancora nei suoli biologicamente attivi; quando a ciò si aggiunga il disfacimento chimicamente attivo di certe rocce, il chimismo del deposito è tale da non consentire la conservazione delle ossa. In questo modo l’unico insediamento nel quale è stato possibile recuperare una notevole quantità di reperti faunistici è il castellaro di Camogli (fig. 1-2) a 80 metri sopra un’emergenza della falesia marina, e a soli 7 chilometri in linea d’aria dal Castellaro di Uscio, posto sullo stesso crinale che scende dall’Appennino. Mille reperti circa provengono dalle capanne della seconda età del Ferro e cinquecento da quelle del Bronzo Finale, senza però che vi siano delle differenze sostanziali nelle specie e nei rapporti quantitativi fra di esse, calcolati sul numero dei reperti, e non sulla ricostruzione delle unità, ma con valori che sono comunque molto significativi: il 40% circa è costituito da maiale nell’Età del Ferro ( il 30% nel Bronzo Finale); il 30% da capriovini (il 30% nel B.F.; il 26% da cervo, o altri cervidi ( il 35% nel B.F., il 3% da bovidi ( il 6% nel B. F.); un solo reperto per ciascun periodo da uccelli non determinabili; solo nell’età del Ferro si ha un reperto di lepre ed uno di pesce non determinabile.

Dell’allevamento si hanno anche prove archeologiche: un indicatore presente in tutti gli insediamenti è costituito dalle fusaiole, che sicuramente servivano per filare la lana, vista la cospicua presenza di pecore; mancano finora, anche nei pollini, tracce della coltivazione della canapa e del lino. Nel Bronzo Finale, dove la varietà funzionale delle forma vascolari è assai più articolata , esistono anche negli insediamenti estivi dei recipienti normalmente ritenuti come destinati alla mungitura e alla separazione del caglio per produrre il formaggio.

Densità degli insediamenti e della popolazione

Fermo restando quanto si è detto sulla reperibilità degli insediamenti di mezza costa e di fondovalle, per quelli in posizione dominanti non è impossibile farne in un territorio la completa ricognizione. Quando un “castellaro” presenta la morfologia adatta in una posizione geografica in cui avrebbe potuto essere necessario, ma non ha deposito archeologico, le semplici raccolte di superficie negative possono essere integrate con ricerche più minuziose che sono quasi sempre fruttuose. La pulitura delle fratture rocciose sottostanti il piccolo suolo archeologicamente sterile, perché formatosi dopo un’erosione pregressa, può fornire qualche reperto trattenuto al dilavamento. Seguendo poi le linee di maggiore pendenza sui versanti, quelle cioè percosse dalle piogge scorrenti, si possono trovare anche molto lontano i cambiamenti di pendenza, o gli sbarramenti naturali, che hanno determinato i depositi di giacitura secondaria. Non si tratta ovviamente di depositi in cui sia possibile conoscere la planimetria e l’economia dell’insediamento, ma soltanto il sito e la sua cronologia, onde poterli collocare nella rete che si va a ricostruire.

Ricerche di questo genere sono state condotte in val Polcevera e in val Bisagno, alle spalle di Genova, e nello Zignago. La rete degli insediamenti dominanti che in ogni valle ne è venuta fuori, pur trattandosi di territori distanti tra loro e con caratteristiche geografiche assai differenti per quanto riguarda le vie di comunicazione costa-valle del Po, presenta maglie molto simili: una media di due chilometri in linea d’aria. E’ una rete tra l’altro abbastanza simile, per quanto riguarda le distanze, a quella degli insediamenti attuali degli stessi territori; quella cioè che si è andata conformando alla fine dell’Impero con il ripopolamento rurale dell’Appennino e che si è conservata grazie ad una assenza dell’incastellamento signorile (valli di Genova), o ad un ritorno all’insediamento sparso voluto dalla Repubblica di Genova nel XIV secolo (Zignago).

Gli elementi abitativi degli insediamenti dell’età del Bronzo Finale erano costituiti da capanne circolari o ellittiche di circa quattro metri di diametro (da dieci a quindici metri quadrati di superficie coperta); le attività annesse, come il focolare e l’area di macinazione e di preparazione dei cibi erano esterne, a uno o due metri di distanza da ciascuna capanna, quasi sempre sullo stesso terrazzo artificiale sul quale era costruita la capanna stessa e probabilmente protette da una leggera tettoia: per cui l’area complessiva occupata da ciascuna unità familiare andava dai trenta ai quaranta metri quadrati (20). Per la seconda età del Ferro si hanno installazioni meno conservate, perché situate a livelli più superficiali, ma a giudicare dalla estensione dei cocci calpestati spesso connessi ad un battuto di terra, le distribuzioni delle attività e le aree occupate non sono differenti da quelle del Bronzo Finale.

In ciascun insediamento esistevano dei sentieri di accesso, ma non vi sono evidenze di una qualche organizzazione urbanistica: le distanze fra le capanne dipendevano dalla morfologia del sito e dalla superficie disponibile: alle alte quote le capanne non sono mai sulla sommità, forse per ripararsi dal vento o per evitare il pericolo dei frequenti fulmini (alle Case Castellaro questo fenomeno è ben dimostrato archeologicamente, oltre che dall’esperienza attuale). Sui pendii ogni capanna era costruita su un terrazzo artificiale autonomo; q1uando lo spazio utile era tanto, le capanne erano più lontane e viceversa. Alle Case Castellaro non sono state costruite più di quattro capanne, a distanza di venti-trenta metri tra loro: le due più conservate hanno dimostrato di essere state ricostruite più volte, ma con due tecniche e forme differenti (modi di costruire il terrazzamento, forme e dimensioni dei focolari, capanne a uno o due pali centrali), come se ogni famiglia fosse autonoma e avesse tradizioni differenti: trattandosi di un insediamento estivo può darsi che le famiglie provenissero nel tempo da diversi insediamenti invernali, come si può giudicare anche dalle diverse aree di fabbricazione dei manufatti ceramici.

Gli insediamenti di quote più basse, in tutti i territori presi in considerazione, non hanno mai presentato aree costruibili estese, sufficienti cioè a contenere più di quattro-sei capanne. Nel caso dello Zignago, in un territorio studiato a tappetto di circa venti chilometri quadrati di superficie, erano presenti, con la solita maglia di circa due chilometri, tre insediamenti situati tra i trecento e i cinquecento metri di altitudine, da ritenersi stabili; si potrebbe quindi pensare ad un totale di dodici-diciotto famiglie dedicate all’allevamento con un supporto agricolo.

L’archeologia globale dello stesso territorio ha in seguito dimostrato che fino al XIV secolo traevano sostentamento dalla stessa superficie due borghi arroccati (Monte Zignago e Serramaggiore) con meno di dieci famiglie ciascuno, alcune delle quali erano però di uomini liberi che effettuavano trasporti e commerci lungo le strade che univano i porti di Levanto e di Sestri Levante a Parma e sulle quali i borghi erano stati costruiti. Anche nel medioevo a Monte Zignago la maggior parte di famiglie si dedicava all’allevamento delle pecore , dei maialie assai meno dei bovini, assieme ad un’agricoltura basata sulla segale e poco frumento (21). Alla metà del Settecento, nel momento di massima pressione demografica sul territorio, tutti gli estesi pascoli d’altura dell’alta valle di di Vara riuscivano a dare da vivere a 24.000 pecore, che impegnavano i maschi dediti all’allevamento di circa trecento famiglie e la qualità materiale della vita non era molto differente, se non peggiore, da quella dei Liguri che vivevano in quelle terre più di duemila anni prima di loro (22).

Altri aspetti della vita e i rapporti con altre culture

Il culto dei defunti dei Liguri dei monti è caratterizzato dal rito incineratorio, come in tutte le coeve culture dell’Italia Settentrionale, accompagnato quasi sempre da un corredo molto povero. Pur essendo vero, inoltre, che non sono mai state condotte campagne di scavo sistematiche nei siti ove sono venute casualmente a giorno delle sepolture, è interessante notare la costante esiguità numerica delle tombe, anche in rapporto alla bassa identità di popolamento prima discussa. E’ come se nelle aree montane spesso non esistessero dei luoghi collettivi o famigliari deputati a questo rito, anche se esiste sempre un rapporto topografico delle sepolture con gli insediamenti (23). Sempre in relazione alla visione del mondo e dell’esistenza si può considerare quello che si pensa un culto degli antenati, documentato dalle statue stele della Lunigiana, di cui lo Zignago costituisce l’estremità occidentale: culto di origine preistorica, è stato molto probabilmente rifondato in questa regione nella prima età del Ferro, e sembra sopravvissuto a Filattiera, in Val di Magra, fino alla cristianizzazione (24). Un culto più diffuso in tutta la Liguria montana e nella Alpi Apuane è invece quello che veniva prima chiamato “delle vette”. Uno studio attento delle sommità dove sono state trovate offerte votive , comprese quelle del monte Dragnone e delle Case Castellaro dello Zignago, dimostra che le vette scelte sono soggette climaticamente a costituire i punti che generano, con fulmini, improvvisi e brevi temporali estivi, e sembra perciò concordare con le interpretazioni fornite per una parte delle incisioni rupestri del Monte Bego dagli archeologi francesi: vetta sede di divinità della pioggia (25).

Tutto ciò che riguarda la cultura esistenziale sembra dimostrare dei forti rapporti delle popolazioni montane con quelle confinanti, ma anche con il quadro più ampio dell’Italia settentrionale, mette in luce, tuttavia, una certa tendenza alla conservazione che è tipica di tutte le società che sono sottoposte in qualche modo a una vita più difficile, la quale richiede maggiori capacità individuali unite a una buona solidarietà di gruppo, ma anche la necessità di non abbandonare mai ciò che ha sempre funzionato. Le ragioni di tale tendenza sono meglio spiegabili nei campi di azione della cultura materiale: quanto più l’equilibrio uomo-ambiente è critico, tanto più i “saper fare” tradizionali di sfruttamento delle risorse vengono rispettati e conservati, onde non rischiare di perdere il capitale “terra” a cui si è quasi religiosamente attaccati. Se si legge sotto questa luce la Tavola di Polcevera, si può capire meglio il contrasto sorto tra Genuates e Langenses che ha dato luogo alla sentenza romana (26).

Un altro elemento tipico delle popolazioni di montagna che ora sembra emergere dallo studio dei Liguri è costituito dal lavoro non rurale effettuato con emigrazioni temporanee. Le sepolture di soldati sono state spesso interpretate come segno di una società organizzata anche militarmente, ma sulla base di una osservazione più attenta della natura e della provenienza delle armi e armature che facevano parte dei singoli corredi, nonché delle relative fonti scritte, non è difficile interpretare questi dati archeologici come segni della professione di soldato mercenario (27). Questo non esclude il fatto che i Liguri, come le altre popolazioni montane, fossero portati, per ragioni di sopravvivenza, a una maggiore solidarietà comunitaria e a un particolare attaccamento alla propria terra e che fossero capaci quindi di organizzare guerriglie difficilmente debellabili nel loro stesso ambiente.

Interessante sarebbe la ricerca, specialmente sulle fonti scritte, di altri eventuali mestieri esercitati dai Liguri dei monti con le emigrazioni stagionali o comunque temporanee.

Scambi, commerci e gli empori costieri

La circolazione di vasellame di produzione ligure all’interno del territorio appenninico non era limitato agli effetti della transumanza, come si è visto nel caso della Case Castellaro. Ricerche condotte già negli anni Sessanta sulla provenienza delle ceramiche rinvenute nell’alta valle Aulella (28), e soprattutto nei numerosi insediamenti del Genovesato (29), hanno dimostrato scambi fra gruppi o tribù confinanti, ma anche a lunga distanza. Questi ultimi riguardavano in modo particolare i vasi, trovati un pò ovunque, prodotti con le terre provenienti dal disfacimento superficiale dei gabbri, rocce che da Levanto si estendono per il gruppo del Bracco fino sopra a Godano, in Val di Vara. Solo di recente sono state scoperte le caratteristiche di conducibilità termica molto bassa di questi materiali, che li rende particolarmente adatti ad una buona cottura alimentare a causa di una lunga conservazione del calore da essi acquisito (30). Queste caratteristiche erano molto probabilmente già note a partire almeno dall’età del Bronzo, a giudicare da una precoce circolazione dei vasi prodotti con le terre di gabbro, e se si tiene conto che, oltre nell’area menzionata della Riviera di Levante, esse sono presenti in Italia soltanto nel Livornese, di cui noto l’abbondante sfruttamento di età romana e medioevale, e in pochi altri affioramenti limitati della Toscana. Caratteristiche analoghe avevano anche le ceramiche da fuoco realizzate con l’aggiunta di calcite macinata, anch’essa oggetto di scambio.

Non si analizzano in questo lavoro tutti i manufatti vascolari, e specialmente quelli metallici, che già su base tipologica indicano una produzione non ligure, o che in certi casi possono essere frutto di un’imitazione locale di prodotti importati, perché già noti e che vengono comunque trattati in altri lavori di questo stesso convegno. Si può aggiungere che i reperti metallici sono assai rari negli insediamenti dell’area appenninica , ma ridotti anche nelle sepolture e che non stati trovati in questi territori indicatori, anche dubbi, di qualsiasi attività metallurgica da parte dei Liguri.

Per quanto riguarda la presenza di ceramiche pregiate rispetto alle produzioni locali, che sono sempre prive di foggiatura al torno anche nei tipi più raffinati, essa diventa abbastanza costante nella seconda età del Ferro, con una prevalente provenienza da particolari produzioni etrusche della costa tirrenica. Si tratta però di presenze contenute su qualche punto per cento negli abitanti appenninici, che possono aumentare anche notevolmente soltanto nei siti votivi, come sembra essere stata la sommità del monte Dragnone nello Zignago (31). Non sembra, invece, che la maggiore vicinanza alle grandi vie di comunicazione tra la costa e la Pianura Padana, com’è il caso degli insediamenti della val Polcevera, abbia portato una maggiore presenza in essi di prodotti pregiati tirrenici<. essi non superano il 5% rispetto al 95% presente nei depositi archeologici del vicino Oppido Genuate (32).

In quest’ultimo le differenze rispetto agli abitati montani non si limitano alla quantità di prodotti importati, ma riguardano anche le caratteristiche stesse dell’insediamento: l’oppido era costituito da una doppia cinta muraria che racchiudeva una superficie di circa cinquemila metri quadrati nella parte sommitale, con una parte costruita che scendeva quasi certamente fino allo scalo marittimo; le case rettangolari, con una superficie utile di circa trenta metri quadrati, avevano un basamento in pietra con elevato in legno e divisioni interne: le parti superstiti dell’oppido che è stato possibile scavare finora non hanno evidenziato attività in posto di natura rurale, mentre il punto più elevato è stato sicuramente usato per molto tempo per accendere fuochi aperti, forse per segnalazioni marittime.

Nell’alimentazione carnea dell’oppido mancano i prodotti della caccia, sostituiti da quelli della pesca, un quinto circa dei reperti, della quale attività sono stati ritrovati anche ami di varie dimensioni; gli animali di allevamento macellati si possono dividere in tre parti, abbastanza uguali tra loro, capriovini, bovini e suini, con una prevalenza dei primi, se si tiene conto del numero delle ossa, e dei secondi se si calcola quantità reale della carne. I capriovini sono tutti molto giovani, a differenza di quelli del Castellaro di Camogli che venivano in prevalenza macellati dopo un lungo sfruttamento della lana e del latte (33). I carboni rilevano la presenza di legname, anche di grandi dimensioni provenienti dalle aree di media e alta quota dell’Appennino. Anche le poche ceramiche di produzione locale provenivano in buona parte dalla valle Polcevera.

Considerato che almeno una parte delle risorse agrosilvopastorali consumate nell’oppido proveniva dalle aree interne dell’Appennino e che comunque i terreni vicini alla città non hanno fornito tracce di colture specializzate, la ricchezza dell’Oppido Genuate e soprattutto, dei corredi della sua necropoli, non si può spiegare senza il concorso di un’intensa attività mercantile, giustificata dal fatto che l’approdo naturale è situato in corrispondenza della più agevole e più breve via di comunicazione tra il Mediterraneo occidentale e la Pianura Padana. Lo studio della notevole quantità di reperti provenienti dall’ambito urbano, dalla necropoli e dal porto hanno già fornito e potrebbero fornire ancora, interessanti indicazioni sulle correnti del traffico mercantile che, come in tutte le stazioni di smistamento terra mare delle merci, hanno sempre determinato un livello di vita economicamente più elevato, ma anche scambi culturali e fenomeni di acculturamento.

Conclusioni ed ipotesi interpretative

I Liguri non si configurano, sulla base di questa schematica analisi, come popoli venuti dal mare che hanno fondato delle città e messo a coltura le terre progressivamente fino al Po. Al contrario, sembra un popolo di origine continentale che occupava con un sistema tribale il territorio prevalentemente collinare posto nella parte alta, od occidentale, della valle del Po. Secondo questa logica, con l’incremento demografico o con perdite di territorio subite a nord del grande fiume, i Liguri sarebbero stati costretti a risalire le valli alpine e appenniniche e a diventare specializzati nello sfruttamento agrosilvopastorale delle montagne, estendendosi fino al mare, senza tuttavia avviare un rapporto spontaneo con questo elemento sconosciuto e infido.

Il Mar Ligure costituiva un tratto della grande rotta commerciale per l’occidente ed era frequentato in quel periodo da mercanti greci ed etruschi che erano obbligati ad utilizzare i pochi scali naturalmente protetti presenti lungo le coste quasi ovunque impervie, per le soste durante il maltempo e di rifornimenti. Gli Etruschi, in modo particolare, erano molto probabilmente interessati anche a scambi commerciali come la Padana occidentale lungo una via terrestre molto più breve di quella che passava dall’Appennino toscoemiliano e fu per loro necessario creare delle basi mercantili. A prescindere dalla natura politica e amministrativa di queste basi, è evidente dall’archeologia che, ovunque sono esistiti gli scali frequentati dai mercanti etruschi, c’è stata una acculturazione dei Liguri stanziali. Questo processo ha creato una progressiva separazione di tali gruppi, nei modi di vivere e di produrre ricchezza e di concepire azioni politiche, rispetto ai modi delle tribù di provenienza, rimasti fedeli alle tradizioni nella cultura materiale e in quella esistenziale, e che soltanto con la pace di Augusto hanno finito per abbandonare in parte la vita dura delle montagne. Fattorie di I secolo d.C. come quelle della Terra del Sole e di Filattiera in Lunigiana, non hanno nessuna caratteristica topografica ed abitativa che possa derivare dalla colonizzazione, ma sembrano piuttosto opera di famiglie liguri che hanno imparato dai coloni romani i modi dell’agricoltura specializzata praticabile nel fondovalle e in qualche area collinare.

Le fonti scritte, d’altra parte, non sono in disaccordo con questo schema. Si è già accennato a come la Tavola di Polcevera possa essere vista nella luce di una incomprensione reciproca tra Langenses e Genuates di carattere economico e nel modo di vedere i beni del patrimonio tradizionale, ma anche di un implicito riconoscimento di una origine comune. Le fonti parlano anche di scambi o commerci di risorse che non lasciano tracce nell’archeologia, come legname, pelli, formaggio e miele, ma che sono gli unici prodotti che possono essere in qualche misura eccedenti al fabbisogno di un’economia agrosilvopastorale. L’unica fonte che non sembra andare d’accordo con questo quadro è costituita dai numeri dei Liguri Apuani deportati: per quanto si voglia estendere il territorio di questo gruppo etnico, è difficile capire dove esso potesse trarre il sostentamento sulla base di questi numeri. E’ vero che la valle del Magra è l’unica nell’Appennino che, per particolari ragioni geologiche, presenta un fondovalle ampio, ma anche ipotizzando numerosi abitati di terrazzo fluviale mai venuti a giorno per la loro notevole profondità, è difficile immaginare un’agricoltura intensiva in grado di alimentare migliaia di persone, senza che questa non abbia lasciato qualche segno anche negli altri insediamenti, nella tradizione e nelle stesse fonti scritte.

Tiziano Mannoni, Gli insediamenti e la vita dei Liguri nella Montagna, in Atti del Convegno di Bordighera, 2004

  1. Mannoni 2000
  2. Ferrando, Crusi 1980
  3. Ferrando, Gardini, Mannoni, 1978
  4. Cabona, Mannoni, Pizzolo, 182
  5. Boato, Cagnana, 1998
  6. Mannoni, Cabona, Ferrando, 1988
  7. Mannoni, 1970
  8. Mannoni, Giannichedda, 1996
  9. Kolendo 1973; Panero 1996; Sereni, 1997
  10. Odum, 1998
  11. Moreno, 1970
  12. Moreno, 1988; Maggi, Nisbet, 1990; Giannichedda, Mannoni, 1990
  13. Moreno et al. 1993
  14. Gardini, 1977
  15. Milanese4, 1977; Giannichedda 1988
  16. Comunicazione di G. Petracco Sicardi alla Sezione di Genova dell’I.I.S.L., in corso di stampa
  17. Castelletti, 1974; Fossati, Messina, Milanese, 1985
  18. Milanese 1979; Fossati, Milanese, 1982
  19. Maggi et al. 1985; Nisbet 1990; Maggi 2000
  20. Mannoni, Tizzoni, 1980; Mannoni 1999; Mannoni 2000
  21. Cabona, Conti, Pizzolo, 1985; Iscum 1987, Cabona, Pizzolo, 1990; Giannichedda, 1996
  22. Moreno, Raggio, 1990
  23. Traverso, in questo volume
  24. Mannoni, 2000; Mannoni 2001
  25. Comunicazione di A. Echassoux fatta nell’incontro organizzato dal “Laboratorio di Antropologia Storica e Sociale delle Alpi Marittime” al Museo Civico di Finale il 5 maggio 2000 (non pubblicato); Mannoni 2000; De Lumley, Clergue 2002
  26. Pastorino, 1995
  27. Paribeni, 2001
  28. Mannoni, 1968
  29. Mannoni, 1972
  30. Ghersi, 2002
  31. Milanese, Giardi, 1986
  32. Milanese, 1987
  33. Biasotti, Giovinazzo, 1987

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