
Seppi degli idoli mandati al rogo nella Lunigiana e del nome locale di “pipìn” , dall’articolo di terza pagina di un quotidiano, che ritagliai e persi. A distanza di mesi, per la scelta del caso, com’è a volte il luogo di cura, frequentai le terme di San Carlo, sopra Massa. Il tempo libero nella regione pertinente fece riaffiorare l’argomento e l’interesse che aveva destato. Così, un pomeriggio, raggiunsi Vìgnola, l’accento ritratto rispetto all’omonima località del modenese, conosciuta per la produzione delle ciliegie.
Vìgnola, meno di cento abitanti, “un miglio e mezzo a maestro di Pontremoli” (Repetti), mi colpì per le pentole blu cobalto e rosso arancione ai davanzali e a ridosso delle porte, adoperate come vasi, quando erano saltate le bolle dello smalto, per doviziosi basilici e garofanini. Pressappoco la coloritura lucida e accesa delle figurine, che avrei visto nella Pieve: non, però, quel giorno, perché riposte in un armadio, del quale il parroco non aveva le chiavi.
L’accoglienza guardinga, a anche se affabile, mi fece pensare a un impedimento dovuto a diffidenza. Riebbi le informazioni lette nel giornale: essere i “pipìn” fantoccini di legno dipinto, raffiguranti bambini fasciati, infanti nella culla, bamboline dagli arti mobili, ma anche braccia e gambe avulse dal corpo; che le statuette e le singole membra erano “prestate” ai parrocchiani per chiedere una grazia e guarire di una malattia: usanza ora dismessa; che la riconsegna avveniva la festa della “Invenzione della Croce” , il 3 maggio, secondo il vecchio calendario liturgico, con un’offerta in denaro; che la “masseria” di S. Croce (“masseria”, una mini-confraternita per le devozioni a un determinato altare), che aveva organizzato il prestito e, in precedenza, il bruciamento degli “idoli”, manteneva la tradizione del falò – una catasta alta fino a sette metri – la sera del 2 maggio, vigilia della Festa.
Nell’opinione del giornale e del parroco, il grande fuoco significava “il rogo” degli idoli, in memoria di quando, anche nelle montagne restie della Lunigiana, il paganesimo era stato vinto.
Nel punto di queste conoscenze mi congedai dall’Arciprete e da Vignola. Era un pomeriggio di fine settembre del 1976: le vallate, tagli verso l’Appennino, mi apparvero verdissime, con poche case a perdita d’occhio su consecutive giogaie folte di castagni. Tale era il silenzio, che parevano spettacolari rovine di antiche torri, i pilastri da poco innalzati nel fiume, con le mensole per una nuova, imponente strada di cemento.
Dall’ Incipit de ” I pipìn di Vìgnola” – Figure per voto in Lunigiana, di Giuseppe Lisi, Libreria Editrice Fiorentina, 2000