Accade spesso di sentire gli studiosi di folklore lamentarsi come ben poco sia stato raccolto, per il passato, delle tradizioni popolari lunigianesi. Ciò è vero, ma v’è anche una parte d’esagerazione. Qualche cosa s’è fatto sempre in Lunigiana, ma quel poco, sperduto in almanacchi, in pubblicazioni miscellanee ed occasionali, in giornali ed opuscoli, è difficilmente rintracciabile1 .
Fra i documenti più interessanti e, al tempo stesso, meno noti ricorderò un lungo articolo intorno a vecchie usanze e superstizioni lunigianesi scritto nel 18352 da un acuto studioso e attento osservatore delle cose e delle vicende della sua terra, il fivizzanese Don Girolamo Gargiolli, autore del Calendario Lunense, uno di quei vecchi almanacchi lunigianesi, che come già sul finire del ‘700 le Efemeridi Biennali di Aronte Lunense di Luigi Fantoni, e parecchio tempo dopo Il solitario del Castello di Grondola di D. Luigi Castellotti costituirono delle vere e proprie enciclopedie regionali, e sono ora – come anche in altra occasione ho avuto modo di rilevare 3 – tra le fonti più sicure per lo studio dei vari aspetti della vita lunigianese in passato.
L’Almanacco Lunense del Gargiolli è oggidì praticamente introvabile; e d’altra parte l’articolo che qui riferisco è di troppo grande importanza, perché lo lasci nell’oblio.
Devono perciò essere grati i lettori al Prof. Corso che ne ha consentito la pubblicazione nella sua rivista. Avverto ancora com’io mi sia permesso di dividere – per chiarezza – in paragrafi il lungo articolo, e com’abbia corredato il testo di copiose note tratte da altri scritti del Gargiolli, e di riferimenti a parecchie opere di folklore, ma esclusivamente per la parte da esse dedicate alla Lunigiana. Ogni altra nota comparativa sarebbe, nel nostro caso, fuor di luogo.
( Dall’articolo “Incivilimento” di Girolamo Gargiolli, pubblicato nel Calendario Lunense per l’anno 1836; Fivizzano, Tip. Bartoli e C, 1835).
Usi giuridici.
“Tra gli usi di vecchia origine e che meriterebbero una pronta riforma è da notarsi quello del debito in vicinanza estesamente praticato in Comunità di Calice. Consiste esso in un debito fruttifero che si contrae da un gran numero di famiglie ed anche da tutte quelle che costituiscono un Villaggio per l’acquisto del bisognevole a ciascuna di loro. Tutti i compresi rimangono solidalmente obbligati col vincolo della riscossione per turno ed uno più capi i quali assumono il nome di Mandatari rappresentano la parte di mallevadori ed hanno l’obbligo di portare al creditore l’intero cumulo delle esazioni alle rispettive scadenze. Gli inconvenienti che ne derivano sono molti e grandemente perniciosi alla pubblica morale. La difficoltà nel verificarsi che tutti gli obbligati siano in grado di rimborsarsene il capitale al tempo stesso rende il debito talvolta gravosissimo ad alcuni di essi e talaltra pressoché inestinguibile.
Usi funebri.
“Un’altra usanza della campagna che ci parve singolare anzi che no è quella di spegnere il fuoco nella casa ove qualcuno muore. Il corpo del trapassato vien posto sul luogo che il fuoco stesso occupava e quindi gli amici e i parenti si raccolgono in cerchio a lui d’intorno per lamentarne la perdita e per dirne a vicenda le lodi funerarie. Intanto la famiglia non mangia in quel dì altro cibo che le torte di riso portate dai piagnoni. Né questo tra i riti funebri è il meno fecondo di allusioni morali4 .
Feste.
“Le feste popolari del contado si riducono a quella delle nozze rallegrate dal rauco suono della piva, alle visite del Natale dominante la fiasella5 , al piantar Maggio6 , alle Baccilate7 e al cosiddetto fuoco del Carnevale che è una festa dei fanciulli intorno a un gran falò per dar l’addio al Carnevale che passa i faggi va a Milano. Esse però non presentano nulla di caratteristico oltre quanto ne abbiamo altre volte accennato8 .
Pregiudizi.
“In fatto di pregiudizj è secondo il solito attribuita molta influenza alla Luna in tutte le agrarie operazioni9, così che quei tali che passano in questo per rigoristi non rare volte incontrano per la smania di evitarla la malaventura. Poveretti! e non sanno che la Luna non s’impaccia delle cose di questo mondo altro che per farlo lieto del suo tranquillo chiarore. Molti hanno sempre le fantasie degli spiriti folletti, delle malìe e delle streghe ed è celebre a Zeri il cerro di Campodonica quanto lo fu in Italia il noce di Benevento10.
“Caduto da alcuni anni per vecchiezza e fatto il popolo più accorto è sperabile che a poco a poco si estingua ancora la credenza di tante stoliderie che degradano l’umana ragione.
“Il nociuto o malocchio11 è quel sinistro influsso che si attribuisce agl’invidi sguardi di chi osserva una faccenda campestre, un gregge, un bambino, un opificio o qualsivoglia altro oggetto d’altrui proprietà che può andar sottoposto a deperire o deteriorare tanto nella sua sostanza come ne’ suoi effetti. Il modo d’impedire la mala influenza consiste nel toccare l’individuo o la cosa su cui cadono gli sguardi e nell’esclamar tosto al vederla – Dio ve la benedica -. Una fornace che tarda più del solito a cuocere, un molino che non fa buon macinato e generalmente ogni faccenda che non produce regolari e prosperi resultamenti che abbia sofferto per causa del malocchio. Se ti avvien poi di entrar nella stalla o nella casa ove la massaja fa il formaggio o munge il latte grida a prima giunta Dio vel benedica se non vuoi farti scopo ad aspre parole. Questo stolido pregiudizio ha pur esso le sue funeste conseguenze e in special modo a danno dell’industria e dell’agricoltura le quali alcune volte non ottengono quelle cure e quei perfezionamenti che sarebbero opportuni per la facilità di attribuire al nociuto la non completa riuscita dagli analoghi tentativi di miglioramento.
” L’essersi talora in Zeri, per ciò che si racconta, veduto il fenomeno che sotto il nome di Fata Morgana
ai giorni estivi
Tra il lito di Messina e quel di Reggio
il fortunato passeggier consola
ha dato vita presso quegli abitanti alle più strambe superstizioni.
L’Andata12 che così essi nomano questa meraviglia ebbe luogo (quando apparve) due ore innanzi il tramontar del sole, e per lo più sul monte Cissò che è quello ond’è chiusa la valle dalla parte di ponente. Vedevansi allora correr per t6erra sul detto monte torme di vacche ed altri animali di colore rossastro o sfilare per l’aria lungo seguito di uomini vestiti di bianco, e non sapendo come spiegare quel naturale benché raro effetto dei raggi solari fu creduto che fosse un segno dell’ira celeste per annunziare al mondo i flagelli della carestia, della guerra o della peste. Quindi una lunga serie di terrori si apprese ai grossi intelletti e tuttavia rimane la traccia di quelle paure. Così un giocondo spettacolo per coloro che si elevarono alle osservazioni delle stupende opere di natura torna sempre e dovunque a stravolgere la fantasia dei popoli rozzi ed incolti che ne temono come di augurio sinistro” (pgg. 124-128).
P.S. Per quanto abbia cercato, dell’usanza del debito in vicinanza esistente fino agli ultimi anni precedenti la grande guerra, non ho trovato traccia attualmente.
Un’altra usanza – di tutt’altro genere – vedo ricordata dal Gargiolli; e cioè, tra le feste, egli fa menzione delle nozze rallegrate dal suono della piva. Mi si conceda di riferire qui il canto tradizionale d’invito alla sposa ad abbandonare la casa paterna per raggiungere quella dello sposo. Questo canto monotono, accompagnato dal suono della piva, ha una certa semplice solennità che commuove. Ecco dunque il breve epitalamio, che talvolta qualche volenteroso cantore arricchisce di nuovi versi:
” Vien via, tira via
kon la mama tu n g u stè pu
ko ar papà nanka kon lu;
dig a to pa ki t dag la dota
e dig a to ma k la t dag i lanso
Vien via, tira via
kon la mama tu ngu ste pu
ko ar papà nanka kon lu
Pontremoli, luglio 1932, X
P.S. Pasquali, D’un vecchio testo di folklore lunigianese, Libreria Editrice Tirelli, 193
1 So io purtroppo quel che mi costi di fatica la Bibliografia dei dialetti e del folklore dell’Alta e Media Val di Magra che sto attualmente preparando.
2 “Incivilimento” art. del Calendario Lunense per l’anno 1836; Fivizzano, Tip. Bartoli & C. , 1835. L’A. si occupa anzitutto del territorio fivizzanese e dell’alto Sarzanese, ma ci dà un panorama abbastanza vasto delle tradizioni popolari in Val di Magra nella prima metà del secolo scorso. Dicevo che l’articolo del Gargiolli non è molto conosciuto, anzi lo è tanto poco che Giovanni Sittoni non solo si è peritato di riportarne senza la minima citazione e senza virgolette di sorta, gran parte, ma ha perfino osato attribuire allo Zignaghese e alla Val di Vara, come viventi ancora ai nostri giorni vecchie tradizioni proprie del lato sinistro della Bassa Val di Magra e della Garfagnana, e che con la Val di Vara hanno mai avuto, né hanno a che fare. Può convincersene facilmente chi, dopo aver letto l’articolo del Gargiolli, veda le pag. 115, 116, 117(qui il Sittoni copia un altro articolo del Gargiolli apparso nel Cal. Lunense per l’anno 1835, e da me cit. più avanti nelle note), 118, 119, 120 dell’Arch. per las Etnografia e la Psicologia della Lunigiana, vol. I, 1912, fasc. III dove è pubblicato il saggio del Sittoni intitolato: Tessitori, agricoltori e allevatori nella Val di Magra inferiore.
3 Cfr. P. S. Pasquali, Di una importante e ignorata postilla alle “Note fonetiche sui parlari dell’Alta Val di Magra” di Antonio Restori; Milano, Stab. Tipo-lit. Tenconi 1931 (opuscolo litografato), pag. 2. Sul solitario del Castello di Grondola, v. l’art. don L. Castellotti in Il Corriere Apuano, marzo 1932. Beninteso vedansi anche le Note fonetiche del Restori.Per la biografia del Castellotti non va dimenticato l’opuscolo “A don Luigi Castellotti Priore di Grondola, bene augurando, D. Dante Viola, 27 settembre 1915; Pontremoli, Tipografia di Raffo Rossetti , 1915; in 16, di pagg. 8 non num. Versi
4 Il Gargiolli stesso ne aveva già trattato nell’articolo Costumi nel Calendario Lunense per l’anno 1835, pagg. 43/44 con queste parole: ” Alla morte di alcuno tutti i parenti della famiglia si accolgono nella casa per fare corrotto. Ai pianti succedono le consolazioni, a queste il desinare del morto. l’Imbandigione è da magro ma la più ricca e squisita che possa farsi. Il riso è la minestra di cerimonia e d’obbligo perché lo ritengono per simbolo della circostanza. Intervengono al pranzo anche in Sacerdoti che assisterono ai suffragi della Chiesa. Prima di porsi a tavola tutti pregano in comune per il defunto. Di poi mangiano in silenzio; finché da ultimo si rallegrano e qualche volta motteggiano. In appresso le sole donne vestono il bruno che dicono portar corrotto. Fra l’anno poi quando giunge la festa del Titolare, la famiglia del morto non accende fuoco ma tutti i parenti le mandano chi una vivanda e chi l’altra, molti la torta di riso. Vi sono delle famiglie di estesa parentela che per tale guisa ricevono il necessario per più settimane”. Tale usanza attualmente quasi ovunque scomparsa è stata oggetto di un bello ed acuto studio di Mafredo Giuliani, Gli usi funebri nella Val di Magra, pubblicato nell’Archivio per l’Etnografia e la Psicologia della Lunigiana, I, 1911, fasc. II, pgg. 57-63; e vol. I, 1912fasc. IV, pgg. 193-195.
5 Il Gargiolli, Cal. lun. 1835, pgg. 36-37, così ne parla: ” Il Zocco è un grosso ceppo di albero, per lo più di olivo, che con molte formalità e con gran festa pongono sul fuoco i contadini la sera della vigilia del Santo Natale per trarne gli auguri delle raccolte. Ogni casa ha il suo, ma la gioia è comune e consiste prima nell’andare attorno per la villa visitando a vicenda i focolari altrui e salutandosi con lieti evviva, finchè giunga l’ora della cena per la quale ogni famiglia ha un apparecchio di nove vivande, detto delle nove pietanze. Raccolti allora alle proprie abitazioni tutti attendono a mangiare e bevere e a darsi buon tempo; se non che a quando a quando van gittando sul fuoco or le foglie verdi d’olivo or il frutto immaturo di esso per ottenerne i desiderati presagi. Dalla foglia che gira e rigira sulla brace, saltella e crepita argomentano l’amor dei congiunti o delle forosette, e dalla pallida e lunga fiammella dell’accesa oliva deducono l’abbondanza dei vagheggiati raccolti.” Va ricordata anche la seguente descrizione che ne dette nel 1388 Giovanni Manzini da Motta in quel di Fivizzano, in una lettera da Pavia a un Malaspina di Fosdinovo; lettera che ho voluto qui riprodurre quasi per intero per l’interesse che desta: ” Ingredimur Pulicam….Hospitamur penes quendam Branchimum indigenam loci. Iam omnes murmurabant infantuli, coelo stellas aspici et congratulabantur vicini, scilicet vetuli, seniculi, adolescentes et pueri, ut focum redimplerent. Truncus quidam arbores de olivahaerebat ad ostii latus dexterum cum aliquibus fasciculis palmitum viridantium et omnis generis virgultorum. Et, ut mos est patrum, per patrem familias capitur anterius ligni robur: alii circunjuvant, portatur in casam, rogant, susurrant et parant agnellos et porcellos, infantulos quoque mares postea cum magna letitia bcombibentes. O felix et benedicta petitio. Non petunt regna, non opes et saturas; petunt diminutius agnulos et porcellos….Refecti igiutur potu, lustramus tuguria vicinorum identidem facientes. Postea discumbentes cum Branchino, lucerna bachalatio pensa lumina mutuabat. Non illic lautiore olba ligni nigra, seu nitida potum ministrabat. Consedimus igitur disculo, adest quidam panis crassitudinis eminentis: scinditur per bucellas: primo sua portio reservatur. Uxor fusca, non colore fucata, laganas cum nucibus et pane contrito ministrabat. Non illic carpio carus erat, non lucius, non torrentina, non tenta; erant rapae decoctae sub prunis. Mandimus igitur gaudiose et pariter fabulamur. Denique castaneas comedimus pizatellas de Rupignachi sylva conspicua vel aliunde collectas; mandimus, quoque, dulcia poma. Saturamur igitur ilòlis epulis atque bacho. Postea dudum vigiles circa focum strato discumbimus valde duro….”. dal Cargiolli, loc. cit. pgg. 37-38, il quale la tolse dal Lazzeri, Miscellanea in Anecdota romana; passo tradotto poi per intero nelle Memorie Storiche di Fosdinovo per Emilio Ferrari; Sarzana, Tip. Lunense di Luigi Ravani, 1872, pag. 41-42. E’ questo il più antico scritto che interessi il folklore lunigianese e va attentamente studiato. Per ora limito ad accennare come fra gli usi ivi ricordati solo quello del ciocco sussista ancora in tutta la Lunigiana. Le visite non si fan più. Di un altro uso, quello di ” dar da mangiare al fuoco” che si legge nella parte che qui manca della lettera mi intratterrò ampiamente in questa rivista. Sull’uso di dar da mangiare al fuoco la vigilia di Natale, a Giuccano, oltre che a Pulica e a Fosdinovo, v. l’art. de Il Viandante (Carlo Caselli): La Lunigiana Ignota ( Gli auspici di Giuccano). Un pasto annuale nel cimitero. La cena della vigilia di Natale divisa col fuoco. Un lembo remoto forse più antico di Luni) nel quotid. Il Telegrafo del 27 maggio 1932.
6 Cfr. Gargiolli, cal. Lun. 1835, pg. 43: ” La festa del piantar maggio andò in disuso ma resta quella del cantarlo. Essa consiste nel rappresentar cantando all’aperta campagna un piccolo dramma storico, per lo più di argomento sacro. Ad ogni festa del mese si replica lo spettacolo ma in luogo diverso e sempre con molta calca di gente, chè da tutte le parti accorrono per vederlo. Il vestire anacronico degli attori, il canto fioco e monotono, lo strano miscuglio di sacro e di profano, di serio e di ridicolo dà alla rappresentanza la tinta dell’infanzia drammatica, ma non manca di molto interesse per le turbe che vi assistono con religiosa attenzione”. Non mi dilungo su questo argomento, poiché avrò ad occuparmene fra breve in un mio lavoro sui Maggi.
7 ” Le Baccilate consistono in una gran baccanella che fassi ai vedovi quando si ammogliano o alle vedove quando si maritano”: Gargiolli, Cal. Lun. 1835, pg. 42. Vedasi su tale uso meglio conosciuto col nome di Scampanata , ma solo per la Lunigiana: Ubaldo Mazzini, Nota di folklore lunigianese: La Scampanata, in Giornale Storico della Lunigiana, IX, 1918, pgg. 189-199; e del medesimo: Postilla alla “Scampanata”, ibid., X, 1919pgg. 74-75; Giovanni Podenzana, Intorno ad un istrumento acustico cavernicolo ancora in uso in Lunigiana, in Arch. p. Etn. e Psic., d. Lunig., S. II, 1925, vol. I, fasc. I, pg. 76. Giulio Rezzasco, Scampanata (articolo del Dizionario del Linguaggio Italiano storico e amministrativo ), in Giornale Ligustico di Arch. St. e lett., XI, 1884, pg.321 e sgg; R. C. Battarella, in l’Enciclopedia Italiana e ora: Giovanni Antonucci, Ancora delle scampanate, in Il Marzocco del 18 ott. 1931 (riferito in Lares, III, 1932, fasc. I, pgg. 85-87). L’Ant. si basa sul Mazzini, V. anche P.S. Pasquali, in Aevum, IV, 1930, fasc. I
8 Ad altre feste accenna il Gargiolli nel Cal. Lun. 1835; e precisamente alla Ricca (festa dei fanciulloi in occasione dell’Epifania), e a quella della Legatura che “è adesso [1835] una semplice allegria , ma fu fino ai nostri tempi una simbolica rappresentazione degli ultimi dì del carnevale, per lo più della domenica grassa”. Tanto questa, che il G. s’indugia poi a descriverci minutamente, quanto le altre costumanze carnevalesche in Lunigiana meriterebbero un esame ed uno studio accurato, quali ad es. s’è già cominciato a fare dal Formentini a proposito dell’origine della maschera e della canzone carnevalesca della Spezia, nel vol. La Spezia: il suo Duomo – Il Nome – Il Blasone-La Maschera; La Spezia, Tip. Mod. 1927-V vol. II delle Pubblicazioni della Società d’incoraggiamento ” ‘A Lavezàa”.
9 Sul conto che si fà dell’influenza della luna nelle semine, nei raccolti e nelle varie operazioni agricole, e così su vari pregiudizi in Val di Magra; applicando un questionario non molto dissimile – più complesso e meglio ordinato – da quelli della Van Gennep per la Savoia, ho raccolto abbondante materiale che verrò via via pubblicando.
10 Sulla leggenda del Cerro di Campodonico, cfr. particolarmente: Pasquale Pasquali, Leggende del Monte Burello, Spezia, Tip. Argiroffo (però Lib. ed. Bertocchi, Pontremoli), 1917, di pgg. 24; per Nozze Buttini – Cavagnada
11 V. la nota 6
12 Le leggende di processioni di morti assai diffuse in tutta la Lunigiana sono comunemente note col nome di Andate (andàd). Cfr. M. Giuliani, Leggende pontremolesi. Note di Psicologia, in Arch. p. Etn. e Psic. di Lunig., III, 1914, fasc. I-II; a pg. 12 dell’estratto. Del fenomeno avvertito dal Gargiolli non trovo il minimo ricordo in Lunigiana.