APPUNTI ED IDEE PER UNA RICERCA SULL’EMIGRAZIONE LUNIGIANESE NELL’ 800

Nella seconda metà del Settecento cominciano a diventare abbastanza numerose le testimonianze e le relazioni dalle quali appare, esplicitamente o implicitamente, la rilevanza del fenomeno dell’emigrazione stagionale lunigianese. Le più antiche di queste testimonianze si riferiscono alla pratica della transumanza verso la Maremma, nei mesi invernali, dei pastori dell’alto Fivizzanese; C. Luigi Fantoni, nel suo “Aronte Lunense” del 1779 ci fornisce, a questo proposito, delle notizia assai precise: “Essi sono (i pastori) la quarta parte di tutta la popolazione abitando nelle Comunità  e Ville di Groppo San Piero, Torsana, Camporaghena, Comano, Bottignana, Sassalbo, Mommio, Regnano, Ugliancaldo, Equi, Aiola, Monzone, Tenerano, Cecina e Vinca. Quelli che non svernano le loro bestie nei luoghi più bassi e caldi del Paese, estraggono annualmente per le Maremme di Pisa e Campiglia, a talvolta per quelle di Pietrasanta da 7320 capi di Bestie minute, da 80 a 90 Bestie Vaccine e da egual numero di Cavalline soggiornando fuori per sette mesi di continuo” (1).

Tali notizie vengono confermate nella relazione del Granduca di Toscana Pietro Leopoldo Asburgo Lorena, in occasione del viaggio fatto nel 1786 nella Lunigiana Toscana (2), e in quella del Vicario di Bagnone, Guiduccio Guiducci, il quale accenna al fatto che molti contadini, al ritorno dalle Maremme, si recano nel territorio di Brescia a sfogliare i gelsi: il Guiducci pensa che sia l’eccessiva preponderanza dei castagneti rispetto ad altre coltivazioni a spingere all’emigrazione stagionale i contadini, che cercherebbero in tal modo di impiegare il tempo libro lasciato dalla spontanea maturazione dei frutti: “ Quindi ne nasce che trovandosi molti dei ridetti contadini oziosi si portano nelle Maremme Pisane, e Senesi, ove si trattengono nel corso dell’inverno, e ritornati a casa con qualche soldo dopo una breve permanenza si rimettono in viaggio trasferendosi i più nel territorio di Brescia sfogliare, come dicono, o sia cogliere la foglia, che serve di nutrimento ai bachi da sete (3).

Di una migrazione alquanto atipica e singolare ci parla Pietro Leopoldo nella sopracitata relazione, e mostra di esserne grandemente scandalizzato se è vero che ci torna sopra ben tre volte in poche pagine. Riferendosi in particolare alla vallata di Zeri ma estendendo il giudizio anche ad altre zone, scrive: “ Il numero dei preti è eccessivo tanto in città come in campagna , non essendovi casa di contadino dove non sia il prete né cura dove ve ne siano sei o sette, e tutti dediti al vino ed al libertinaggio, non essendo capaci di confessare né di assistere alla cure, ordinati senza patrimonio, che non fanno altro che girare  per la Lombardia e per il Veneziano per far danari anche con qualunque mezzo illecito, facendo i mercanti e mestieri poco puliti, con i quali ritornano in pochi anni a portare danari alle loro famiglie, il che più gli anima a fare dei preti” (4).

Un figlio prete dunque visto quasi come uno “status symbol” e come fonte di un certo reddito, ma pur accettando il giudizio negativo del Granduca credo non sia azzardato pensare a questi ecclesiastici, sicuramente più colti e più esperti dei loro compaesani, quasi come agenti di emigrazione, una sorta di trait-d ’union fra i braccianti della nostra terra ed i ricchi possidenti della Val Padana.

Che l’abitudine e la necessità dell’emigrazione stagionale riguardasse tutta la Lunigiana e non solo quella soggetta a Firenze è abbastanza evidente, per le similari condizioni socioeconomiche; ne troviamo conferma in un documento dell’Archivio Malaspiniano di Olivola: “Attestato del Console e Consigliere della Comunità di Aulla del d^ 13 agosto 1794, da cui si rileva che appena la sesta parte degli abitanti vive della rendita della terra, che coltiva. La terza parte possiede terreni che possono amministrare il tutto per due mesi. Li altri vivono miseramente, impiegandosi taluni a trasportare i viandanti dall’una all’altra parte del Magra, dell’Aulella, del Tavarone, e tali altri andando in estranei paesi a cercarsi il pane con il loro sudore, e col pericolo della loro vita nelle Maremme Toscane e nella Corsica”.  E ancora “Attestato dei Consoli e Consiglieri della Comunità di Olivola, Pallerone e Quercia del dì 3 giugno 1794. Questo mostra, che li abitanti son così miseri che pochissimi di essi vivono de loro beni; altri pochi non hanno sussistenza la metà dell’anno, altri lavorano le terre dell’Abbazia d’Aulla e dei Forastieri e la maggior parte va in paesi lontani, mentre non pochi vivono di elemosine” (5).

La situazione non cambia di molto, anzi sembra aggravarsi nel periodo napoleonico; il maggior carico fiscale, diretto e indiretto, la coscrizione obbligatoria, rendono ancor più misera la condizione delle famiglie contadine.  Sono ben eloquenti, a questo proposito, le lettere, nel 1811, dei sindaci di Viano e Mulazzo, dirette ai funzionari francesi, lettere in cui i sindaci lunigianesi si fanno interpreti dei bisogni e delle miserie delle loro popolazioni (6).  Anche Alessandro Malaspina, il grande navigatore sbalzato dagli onori della Marina spagnola ad una oscura decadenza in Pontremoli, non manca di fare sentire la sua voce in favore delle popolazioni lunigianesi (7). C’è semmai da osservare che, particolarmente negli interventi dei sindaci, si tenta di far passare l’emigrazione come un fenomeno recente, dovuto alle nuove tasse introdotte dall’amministrazione francese (sul sale, testatico, diretta, dazio), tacendo invece sul suo carattere già tradizionale e consolidato, per dare più forza alle loro lagnanze e proteste. E’ però evidente e già molto esplicito, nei loro giudizi, come l’emigrazione fosse originata dal malgoverno e dal sottosviluppo.

Non dello stesso parere sembra essere Girolamo Gargiolli quando, circa trent’anni più tardi, porrà mano alle annate del suo ben conosciuto “Calendario Lunese” (8). In queste operette, oltre ad interessantissime ed originali osservazioni sull’economia della Lunigiana, sulle istituzioni civili e politiche, sulle condizioni igienico-sanitarie, sugli usi e costumi popolari, l’autore si sofferma spesso sul fenomeno migratorio. Il fivizzanese Gargiolli (9), nipote dell’Abate Gerini, ricco possidente, ben introdotto nell’ambiente fiorentino (diventerà in seguito autorevole funzionario del Granducato), è un conservatore illuminato ma non alieno da pregiudizi classici e da atteggiamenti paternalistici e moralistici. Venendo a parlare della situazione sanitaria nelle campagne, non perde l’occasione per abbandonarsi ad una lunga tirata contro la pratica dell’emigrazione stagionale: “Ma uno dei mali che cagiona gravi perdite alla popolazione agricola è l’uso delle periodiche emigrazioni e specialmente di quelle che si protraggono fino alla più calda stagione, che hanno per oggetto o la mietitura o altre faccende rurali in paesi d’aria troppo diversa dalla nostra. La bassa Lombardia benché non mortifera, la Maremma Toscana quantunque bonificata, la campagna di Roma sempre vuota e insalubre regione, sono pur troppo frequentemente la tomba dei nostri montanari, i quali non per fame come gli Abruzzesi ma per desio di guadagno scendono ai luoghi bassi onde procurarsi qualche risparmio, e vi lasciano invece la somma di tutti i beni, la vita. Sconsigliati cui l’acquisto di poche monete o delle o della febbre non è che un gioco di lotto, al quale pochi vincono e molti si rovinano!” (10). Riprendendo una polemica ben nota, comune agli ambienti toscani, che avrebbero voluto vedere, magari giustamente, una maggiore diffusione dei cereali, e dando il solito giudizio negativo sui contadini lunigianesi (11), scrive: “il poco amore alla fatica, comunissimo specialmente fra gli abitatori delle campagne, è attribuito in parte ai molti castagni che garantiscono l’infingardo da frequenti carestie, e in parte alle periodiche emigrazioni che gli sfruttano bastantemente per dispensarlo  dall’assiduità del lavoro nel rimanente dell’anno. Questa pericolosa abitudine rende il campagnuolo spensierato, intemperante, rissoso, agitato, facinoroso” (12).

A suo giudizio non è dunque l’impellente necessità economica a spingere all’emigrazione i contadini ma l’amore per il guadagno; da buon possidente si preoccupa che possono mancare braccia all’agricoltura locale, in ciò anticipando curiosamente lo stesso atteggiamento che, mezzo secolo più tardi avranno i latifondisti meridionali.

Ma quanto gravi e miserevoli fossero le condizioni dei contadini si può comprendere da numerose testimonianze, la più eloquente e chiara delle quali mi pare la “Cronaca” (13) stesa dalla Gentildonna Maria Felice Adami-Tenderini di Fivizzano. È una tragica sequenza di operazioni belliche, di carestie, di epidemie, di emigrazioni forzate. Vediamone alcuni brani: “1816 – 30 Novembre – Abbiamo avuto un’annata delle più calamitose, avendo reso poco la raccolta delle biade….A Camporaghena solo quindici some di granelle, e nessune castagne, talmenteche la gente parte tutta per la Maremma. Nel paese di Sassalbo tre sole famiglie hanno seminato, ed altre sedici sono spatriate…..Sono già diversi anni che le stagioni vanno male; la gente si trova rifinita anche dalle guerre e non si vedono che miserie (14).

“1817. Al dì 23 Aprile – …..Non abbiamo memoria di penuria simile in ogni genere. More la gente continuamente di stento, e ne muoiono molti; la malattia di miseria ha prodotto una specie di epidemia. Bisogna premettere che i signori del paese si erano tassati per potere dare ai poveri le minestre economiche, consistenti in farina di formentone ridotta in farinata, impastata con il brodo di carne di vacca ben pestata, dandone una piccola scodella per ciascheduno. Sparsasi la voce di questa carità, sono accorsi da tutte le parti per profittarne, non essendo più vergogna l’accattare, ridotti i contadini in particolare all’ultima miseria, che muoiono le famiglie intere…..Si sente però che la cosa è generale, essendo lo stesso a Sarzana ed a Pontremoli…Si fa memoria, che son felici quei poveri, che possono avere della semola da mangiare, che inganna lo stomaco, e di poi si trovano morti”(15).

“1817 – 6 Maggio – Crescono le miserie tutto giorno. Ritorna la gente dalla Lombardia, dove soleva andare ogn’anno di questa stagione per ingegnarsi. Sono stati rimandati, perché si trova anche la Lombardia in grande miseria” (16).

“1817 – 16 settembre – Si fa memoria che nei mesi scorsi è morta gran gente dalle febbri petecchiali, si può dire per tutta l’Europa. Si crede prodotta dalle grandi miserie, dovendo la gente cibarsi di generi corrotti, o almeno patiti, venuti dal mare. Nel nostro Vicariato in diversi paesi sono morti più di mezzi. Fivizzano è ridotto un vero spedale”(17).

“1820 – Gennaio – Per l’incaglio del commercio non si trova da esitar nulla, e si penuria molto di denaro. Le grandi imposizioni ci opprimono. Non si sa come fare” (18).

La situazione socio-economica che si evidenzia in queste pagine ci fa ben capire quali fossero i reali motivi delle ricorrenti migrazioni dalla Lunigiana (19).

Con i venditori ambulanti del Mulazzese si assiste ad un fenomeno nuovo: il bracciante si trasforma in commerciante, seppure di infimo grado (20). Il Piemonte, il Lombardo-Veneto, lo Stato Pontificio, la Corsica non sono le mete più lontane ma si hanno i primi sconfinamenti al di là delle Alpi, in Francia, in Belgio, in Germania; nel 1837 si hanno i primi dati sicuri (rilascio di passaporti) sul passaggio in Francia ed in Belgio di ambulanti di Parana e di Montereggio, che fanno così da battistrada ad una emigrazione ben più massiccia nei decenni successivi (21).

 I problemi che si pongono al nuovo Stato italiano dopo l’unità sono troppo noti per essere ancora ripetuti, come pure l’incapacità della nuova classe dirigente ad affrontarli e risolverli. A ciò si aggiunga il gravoso carico fiscale, l’alienazione dei beni comuni, la leva obbligatoria, il calo dei prezzi dei prodotti agricoli, la distruzione dei raccolti ad opera di malattie vegetali si comprenderà il perché della persistenza ed anzi dell’incremento del fenomeno migratorio che, come nei decenni precedenti, riguarda soprattutto le masse contadine, piccoli proprietari e braccianti (22).

Per la nostra provincia abbiamo modo di rilevare, che nel 1861 si hanno 1146 emigrati rispetto ad un totale di 394 di tutte le altre provincie toscane (23).

È proprio subito dopo l’Unità che inizia l’emigrazione oltre Atlantico dei primi gruppi di Lunigianesi. La relativa vicinanza con il porto di Genova, una tradizionale consuetudine a rapporti commerciali con il mondo ligure, che da oltre mezzo secolo ben conosceva gli scali di Buenos Aires e Montevideo, l’arrivo anche nei centri più sperduti di fantasiose notizie sulle ricchezze americane e sulla facilità di impossessarsene, favoriscono questa nuova corrente che però, almeno all’inizio, resta nettamente minoritaria rispetto alle mete più tradizionali. Per i Comuni dell’Alta Lunigiana, Circondario di Pontremoli, abbiamo dati precisi di fonte ufficiale (24) che riguardavano il periodo 1864 – 1875 e per il loro interesse (ci permettono di fare un preciso confronto tra emigrazione stagionale in Francia, soprattutto nella Corsica, ed emigrazione oltre-oceano) meritano di essere riportati:

Per l’emigrante oltreoceano l’abito mentale resta però immutato rispetto alle precedenti esperienze; si va in America per restarvi solo qualche anno, per mettere da parte un buon gruzzolo, per tentare una nuova esperienza; la moglie e i figli restano a casa, nessuno pensa ancora ad una loro chiamata, né ad un espatrio definitivo.

Il costo della traversata è piuttosto alto (circa 150 lire, e 100 lire era il prezzo di un vitello) (25) e all’inizio basta da solo per attuare una certa selezione; i primi a partire sono i piccoli proprietari che possono acquistare il biglietto, magari ipotecandola casa o i terreni. Ma non i pericoli di un lungo viaggio, non le truffe delle compagnie di navigazione, non le malattie tropicali (febbre gialla soprattutto) né le durissime condizioni di lavoro nelle nuove terre, riescono a fermare il flusso migratorio verso l’Argentina, l’Uruguay e il Brasile; riesce appena a rallentarlo l’ostruzionismo messo in atto dal Governo Italiano che, sollecitato dai grossi proprietari terrieri, vede l’emigrazione come una specie di ribellione non violenta delle masse contadine e come una rottura di rapporti economici secolari (26).

Qualcuno, come il Raffaelli, pensa che sia il servizio militare obbligatorio a spingere i giovani, una volta tornati nelle loro case, a cercare fortuna all’estero: “I giovani…..quando cessano dal servizio militare….tornando al loro paese, per la maggior parte male si riadattano agli antichi stenti ed al lavoro dei campi, e quindi si danno a cercare mezzi migliori per campare la vita meno peggio che in seno delle proprie famiglie. Per tal modo vengono a mancare all’agricoltura le migliori braccia, di cui avrebbe particolarmente bisogno” (27).

Dall’Archivio Centrale della Prefettura ricaviamo altri dati interessanti riguardanti l’emigrazione all’estero della Provincia nel 1876 (28).

Dal prospetto statistico sopra riportato possiamo ricavare una serie di considerazioni: 1° – L’emigrazione all’estero è ancora un fenomeno tipicamente maschile, le donne ed i ragazzi rappresentano una percentuale trascurabile. 2° – La Francia, (ma soprattutto la Corsica, con la sua vicinanza al porto di Livorno) rapprese4nta la scelta più comune, ma anche la Svizzera è abbastanza frequentata. 3° – Fra i Paesi d’oltre Atlantico le mete più comuni sono l’Argentina e gli altri paesi sud-americani, ancora poco frequentati le rotte del Nord-Atlantico. 4° – La grande massa degli emigranti viene dall’ambiente contadino, sono piccoli proprietari e braccianti.

Dalla lettura del “Bollettino della Prefettura” per gli anni che vanno dal 1868 al 1887 si ha conferma di come il Governo cercasse, attraverso leggi, circolari, avvisi, di limitare mediante i Prefetti, le Autorità di Pubblica Sicurezza e gli stessi Sindaci, il flusso emigratorio (29).

Si danno istruzioni severe sul rilascio dei passaporti, si portano a conoscenza dei Sindaci i provvedimenti restrittivi presi da molti Paesi contro i nostri lavoratori, si trasmettono notizie allarmanti sulle condizioni sanitarie di alcuni Stati extra-europei, si insiste presso le Autorità locali di vigilare contro gli agenti delle compagnie di navigazione, ritenuti i veri responsabili dell’emigrazione “sollecitata”.

C’è sicuramente anche una sincera preoccupazione di evitare a molti lavoratori italiani una squallida esperienza in terra straniera ma c’è anche una specie di orgoglio nazionalistico offeso, c’è la preoccupazione degli agrari che la rarefazione delle braccia porti con se automaticamente un aumento del salario. Né con l’avvento della Sinistra al potere le cose cambiano di molto. Solo alcuni anni più tardi, nel 1888 (30), si arriverà, non senza roventi polemiche, all’approvazione di una organica legge che sancirà il principio, fatte salve alcune garanzie, della libertà dell’emigrazione e cercherà di regolarizzare l’attività degli agenti dei subagenti delle compagnie di navigazione, sempre più aggressivi alla ricerca di nuovi clienti; la loro attività viene regolamentata e posta sotto il controllo della Prefettura.

Gli interessi delle Compagnie sono enormi ma anche le percentuali spettanti ai subagenti devono essere piuttosto interessanti se è vero che nei primi due annidi applicazione della legge (1889-1890) nella nostra Provincia ben trenta persone ottengono dalla Prefettura il patentino di subagente, per arrivare ad un totale di 82 autorizzazioni entro il 1896. Tra i primi ad ottenere la patente di subagente troviamo numerosi lunigianesi: Giannini Torello, Baldassini Felice, Baracchini Torello, Berti Eugenia ved. Bongi, di Aulla, Frassinetti Bartolomeo, Ricchetti Giovanni, Ferrari Pietro, di Pontremoli, Balestracci Luigi e Maffei Giuseppe di Bagnone, Piccioli Serafino di Licciana, Tonarelli Angelo di Fivizzano, Pedretti Agostino di Groppoli e numerosi altri (31).

Sono proprio i subagenti, continuamente a contato con le popolazioni della campagna, i veri motori dell’emigrazione, e non certo per spirito filantropico: si occupano delle questioni burocratiche inerenti il rilascio del passaporto, vendono il biglietto di imbarco, fissano il posto sul piroscafo, ma soprattutto con la loro continua propaganda contribuiscono ad alimentare il mito della “Merica” come terra dove il guadagno è facile e dove il povero può diventare ricco in breve tempo.

Le Compagnie per le quali lavorano i subagenti di Lunigiana sono sia italiane che straniere; i nomi che ricorrono più frequentemente sono: Marittimi Riuniti di Genova – Società Caricatori Genovesi Riuniti – La Veloce di Genova – Frisiani di Genova – G. Grammatica –  Florio e Rubattino – Emilio Odero – Navigazione Generale Italiana – Pacifico Steam Navigation Company.

Nell’ultimo decennio del secolo le condizioni delle campagne continuano a rimanere gravi; leggiamo ad esempio da una relazione del Sindaco di Aulla al Prefetto: “Che non è in buone condizioni è la classe degli agricoltori perché la scorsa annata fu meschina, e non essendovi mezzi per potere supplire alla deficienza dei raccolti vivono miseramente e non sanno come far fronte ai gravosi balzelli da cui sono gravati e da questa penuria di mezzi ne risente danni anche l’agricoltura perché tanti terreni che potrebbero essere messi a coltura, restano incolti e vanno deperendo anche talune di quelle terre che sono già coltivate” (32).Penuria di mezzi ma forse anche di braccia perché ormai l’emigrazione è fenomeno di massa. Col sistema della “chiamata” e del pagamento anticipato del biglietto di andata in favore del parente o dell’amico da parte di chi, in America, è già in grado di guadagnare, si crea una specie di catena di solidarietà e il viaggio diventa accessibile anche ai più poveri, senza bisogno di ipotecare gli scarsi beni e senza ricorrere ai prestiti di ingordi usurai; tale sistema è ormai particolarmente diffuso nelle contrade della Lunigiana.

Si continua ad andare in Argentina e in Brasile ma, assieme alle plebi meridionali e seguendo l’esempio dei Liguri Piemontesi e Lucchesi, superando le difficoltà del clima, della lingua, dei severissimi controlli sanitari e delle discriminazioni sul lavoro, ci si dirige sempre più verso gli Stati Uniti, in tumultuoso sviluppo industriale (33). La maggioranza degli emigranti Lunigiana sbarca nel porto di New York; se molti si fermano nella stessa metropoli o nei centri industriali vicini, molti altri si dirigono verso l’interno ad offrire le loro braccia all’impetuoso sviluppo edilizio di Chicago (34). Moltissimi, forse i più, sommando avventura ad avventura, viaggio in nave a viaggio in treno, attraverso la Transamerica raggiungono la California, sistemandosi nei dintorni di San Francisco. In California, come già in Argentina (35), molti lunigianesi si dedicano anche ad attività agricole: “dopo di essi (Piemontesi e Liguri) richiamati da questi primi successi, arrivarono i Lunigianesi – Lucchesi che non furono secondi agli altri nella cura della terra secondo gli usi delle colture mediterranee” (36). E la California, per molti Lunigianesi, diventa una sorta di “terra promessa”.

Le rimesse degli emigranti giocano ormai un ruolo importante nella economia della nostra vallata; i risparmi vengono impiegati soprattutto nella costruzione di nuove abitazioni e nell’acquisto di terreni; famiglie decadute vendono a favore di famiglie emergenti, rese, se non ricche, almeno un po’ più agiate dall’arrivo di pesos argentini e dei dollari nordamericani.

È stato giustamente fatto osservare (37) che questo non muta sostanzialmente il quadro dell’agricoltura lunigianese, caratterizzata da una eccessiva polverizzazione della proprietà; a mio parere non è però da sottovalutare, anche dal punto di vista socio-politico, il fatto che centinaia di mezzadri e di braccianti riescono a diventare, in pochi anni, piccoli proprietari.

Verso la fine del secolo diventa di uso sempre più comune far partire la moglie ed i figli per una scelta stabile di residenza al di là dell’Atlantico; da temporanea, l’emigrazione si trasforma, per migliaia di famiglie lunigianesi, in definitiva.

Il nuovo secolo si apre, anche per l’Italia, con diverse prospettive politiche, ma questo non basta a fermare il flusso emigratorio oltre Atlantico, che anzi proprio nei primi quindici anni del ‘900 raggiungerà il suo culmine.

Sandro Sciandri, Cronaca e Storia della Val di Magra, anno VI, 1977, Aulla in Lunigiana, 1978

  1. Fantoni C. Luigi, Efemeridi Biennali di Aronte Lunense, 1779, illustrato da Michele Angeli , Tip. Prosperi, Pisa, 1835, pag. 141
  2. Pietro Leopoldo Asburgo-Arena, Relazione sul Governo della Toscana, Vol. II. Stato Fiorentino e Pisano, Leo Olschki Editore, Firenze, 1969
  3. Guiducci Guiduccio, Relazione del Vicariato di Bagnone (1795), da Studi Lunigianesi, Vol. V, 1975, pag. 194
  4. Pietro Leopoldo Asburgo-Arena, op. cit., pag. 598. Per lo stesso fenomeno si veda: Guiducci, op. cit., pag. 202
  5. Archivio di Stato di Massa, Archivio Malaspiniano di Olivola, 7/2
  6. Erta Manlio, Aulla e la Media Val di Magra nel periodo napoleonico, da Cronaca e Storia di Val di Magra, Vol. I, 1972, pag. 41-42-43
  7. Giuliani Manfredo, Memoria di A. Malaspina al cittadino Prina Ministro delle Finanze, da La Dominazione Francese e la Lunigiana in tre memorie di Alessandro Malaspina in Archivio Storico delle Provincie Parmensi, Vol. I, 1945/1948.
  8. Gargiolli Gerolamo, Calendario Lunese, Tip. Bertoli, Fivizzano, 1834-1835-1836
  9. Per più esaurienti notizie sulla vita dei Gargiolli, si veda: Tedeschi Pietro, Gerolamo Gargiolli, Studi Lunigianesi, Vol. II, 1972
  10. Gargiolli, op. Cit., 1834, pag. 104
  11. Pietro Leopoldo Asburgo-Lorena, op. cit.; Guiducci Guiduccio, op.cit.
  12. Cargiolli, op. cit., 1834, pag. 159
  13. Adami-Tenderini Maria Felice, Cronaca di Fivizzano dal 1799 al 1833, Lucca, 1880, Tip. Edizioni del Serchio
  14. Adami-Tenderini, op. cit., pag. 21
  15. Adami-Tenderini, op. cit., pag. 22/23
  16. Adami-Tenderini, op. cit., pag. 23
  17. Adami-Tenderini, op. cit., pag. 23
  18. Adami-Tenderini, op. cit., pag. 25
  19. Per altre notizie sull’ emigrazione dalla Lunigiana nei primi decenni del X secolo si veda anche: Cavalli Germano, Villafranca nel Ducato di Parma – attività economiche e commerciali, da Studi Lunigianesi, n. 1, 1971; Quartieri Piero, L’emigrazione nella Lunigiana toscana, da Studi Lunigianesi, Vol. IV, 1974; Repetti Emanuele, Dizionario Geografico fisico storico della Toscana Firenze, 1841
  20. Martinelli G. Battista, Origine e sviluppo dell’attività dei librai pontremolesi, Tip. Artigianelli, Pontremoli, 1973
  21. Martinelli, op. cit., pag. 26
  22. Per la situazione economica della Lunigiana e della Provincia di Massa Carrara in generale nei decenni successivi all’Unità d’Italia si veda: Raffaelli R., monografia storica ed agraria del circondario di Massa Carrara, Lucca, 1882; Bertani A., Atti della Giunta per l’inchiesta agraria e sulle condizioni in Lunigiana (1859-1904), Le Bonnier, Firenze, 1961; Gestri Lorenzo, Capitalismo e classe operaia in Provincia di Massa Carrara, Olschki Editore, Firenze, 1976
  23. Gemignani Beniamino, Massa Carrara, una provincia difficile, Edizione del Testimone, Lucca 1972, pag. 44
  24. Archivio di Stato di Massa, Archivio Prefettura, 655. Prospetto statistico a cura del Sottoprefetto Pintor Navoni, recante la data del 13 giugno 1875.
  25. Raffaelli, op. cit., pag. 354
  26. Sulle polemiche a proposito dell’emigrazione transoceanica si veda: Dore Grazia, La democrazia e l’emigrazione in America, Morcelliana, Brescia, 1964; Giovannetti Alberto, l’America degli italiani, Edizioni Paoline, Roma, 1975; il Ponte, dicembre 1974, La Nuova Italia, Firenze, 1974
  27. Raffaelli, op. cit., pag. 348, Il Gestri però, op. cit., pag. 64, n. 21, mette in evidenza l’opinione diversa di Bertani, op. cit. dove si da un giudizio positivo dell’emigrazione temporanea, come fenomeno in grado di portare un piccolo sollievo economico al contadino lunigianese.
  28. Archivio di Stato di Massa, Archivio Centrale Prefettura, anno 1876, 655, Progetto Statistico
  29. Bollettini della Prefettura, anni 1868-1869-1873-1875-1876-1877-1878-1879. Voce: Emigrazione; Archivio Comunale di Aulla
  30. Legge 30.12.1888
  31. Tutte le autorizzazioni sono pubblicate sui Bollettini della Prefettura degli anni 1889-1890-1891-1892-1893-1894-1895-1896. Voce: Emigrazione; Archivio Comunale di Aulla
  32. Archivio Comunale di Aulla, Statistiche e relazioni, 1895
  33. Per l’emigrazione italiana verso gli U.S.A. si veda: Giovannetti, op. cit.; Autori Vari: Gli Italiani negli USA, Istituto di Studi Americani, Università degli Studi di Firenze, Firenze, 1972; AMFITHEATOF Erik, i figli di Colombo, Mursia, Milano, 1975
  34. Giovannetti, op. cit., pag. 71: “A dar l’avvio all’esodo in massa furono i braccianti del sud, i cafoni. Poi fu la volta dei mezzadri delle montagne del centro. Poi di quelli delle colline meno redditizie del centro-sud. Poi degli artigiani del sud, dei cavatori di marmo delle Apuane, dei boscaioli scalpellini terrazzieri muratori della Lunigiane, della Garfagnana…”.
  35. Frediani Giuseppe, Pionieri italiani nell’agricoltura americana, Pan Editrice, Milano, 1976, pag. 32. Si segnalano agricoltori Lunigianesi che impiantano vigneti nella provincia di Mendoza. A proposito dell’Argentina è caratteristica l’emigrazione verso Santa Fé di numerosi cittadini di Quercia (Aulla) che vi impiantano piccole aziende per la fabbricazione di laterizi.
  36. Frediani, op.cit., pag. 91
  37. Gestri, op. cit., pag. 65

L’immagine di introduzione alla pagina è tratta dalla pagina Facebook Visita la Lunigiana….

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