LA “CIVILTA'” DEL CASTAGNO IN LUNIGIANA

La castagna ha rappresentato nei tempi andati la base più sicura per l’alimentazione della popolazione lunigianese, specialmente nelle zone di montagna, nelle vallate più magre, nei paesi sperduti della convalle, nei numerosi casolari che prosperano nei castagneti, anche in località isolate e lontane dai centri frazionali.

Bastava infatti che in una qualsiasi località si presentasse un pianoro, un pendio sottovento, una zona pascolativa perché là si stabilisse un primo nucleo familiare. La popolazione della Lunigiana non si accentrò solo intorno agli antichi castelli e nei borghi fortificati, ma si distribuì dopo il periodo feudale vero e proprio nella valle, nei casolari isolati, anche per la presenza del castagno che, diffuso e migliorato dall’uomo, le forniva sicuro sostentamento specialmente nei frequenti periodi di siccità o di carestie.

Dopo le invasioni barbariche ed il susseguente impero carolingio, i Malaspina avevano trasformato la Val di Magra, ad eccezione del libero comune di Pontremoli e il suo distretto, in feudi rurali, che nelle loro alterne vicende sono arrivati fino alla Rivoluzione Francese, chiudendo ogni altra prospettiva a queste nostre popolazioni costrette nella loro immobile economia curtense.

L’antica dinastia marchionale, anche per le sue interminabili lotte intestine e nella frantumazione ereditaria dei feudi, non riuscì certo a dare alla valle una sua unificazione economico-sociale. Il suo immobilismo, basato sul semplice sfruttamento terriero, costrinse le varie comunità a trovare negli scarsi prodotti della terra i mezzi di sostentamento.

Da qui la necessità, per le popolazioni, di proteggere la coltivazione del castagno. Norme precise e sanzioni severe vengono stabilite a questo scopo in tutti gli Statuti delle varie comunità, dalla Rocca Sigillina a Tresana, da Equi a Moncigoli, da Gragnola a Pontremoli (statuto del 1391). Del resto, ben poca rilevanza poteva avere per quelle popolazioni rurali l’attività artigianale legata alla produzione di utensili ed attrezzi di uso locale e scarsi benefici recava l’attività commerciale, che poteva ben avvalersi di numerose strade di valico (Bratello, Monte Bardone, strada Lombarda, Borgallo, Foce Cavagina ecc.) ma restava pur sempre monopolio di ricchi imprenditori Fiorentini, Genovesi, Lucchesi, Livornesi, Piacentini ecc.

Con un fondovalle a volte paludoso, malarico e malsicuro, le genti di Val di Magra finirono per arroccarsi nelle zone collinari sulle quali per tutto il Medio-Evo si intensificò la cultura del provvidenziale castagno che trovò quivi le condizioni ottimali per una sempre più larga diffusione. Le cose non cambiarono durante le Signorie ed il predominio straniero in Italia.

La decadenza economica della nostra Penisola a causa soprattutto del fiscalismo spagnolo e delle nuove scoperte geografiche, accentuò ulteriormente l’isolamento e l’impoverimento della Lunigiana.

Costretti quindi in una vallata non sempre agevole, a volte impervia, chiusa alle grandi correnti commerciali, mercantili e culturali, i Lunigianesi si abbarbicarono ai loro casolari e villaggi all’ombra di secolari castagneti, iniziando quella lenta agonia che ha avuto il suo epilogo ai giorni nostri con il quasi totale abbandono della terra.

Ma quali le caratteristiche principali di quest’albero provvidenziale che ha avuto un ruolo tanto importante nella povera economia dei nostri antenati? Penso non sia inutile presentare a questo scopo alcune notizie scientifiche di carattere generale desunte, del resto, da comuni enciclopedie ed opuscoli vari a divulgazione popolare.

Albero della famiglia delle Fagacee, il castagno può raggiungere i 30 m. di altezza con un tronco di oltre 2 m di diametro. Quando sia ben curato (potatura, estirpazione al suolo di arbusti infestanti, felci, eriche, acacia, ecc. ecc.) ed in terreno idoneo sia per composizione chimica sia per grado di umidità ed esposizione solare, il castagno adulto presenta un portamento maestoso, con un’ampia chioma formata da un fogliame non certo fittissimo, ma di un bel colore verde chiaro, trasparente, riposante.

Le sue foglie caduche sono abbastanza grandi e, a seconda della varietà, oblunghe, lanceolate, acuminate, lisce, rasate o glabre, lunghe a volte oltre i 20 cm.  La sua ombra meravigliosa consente tuttavia la crescita dell’erba nel prato sottostante.

Con la sua chioma verde chiaro, il castagneto era anche refrigerio sano, areato per la nostra gente nelle afose giornate estive. Le ferie e le sagre più note ed affollate, di S. Genesio a Filetto, di Comano, di S. Terenziano a Pontremoli (Mignegno), alla Pieve di Bagnone e tante altre ormai scomparse dai vari calendari e lunari, resistono ancora all’urto incalzante dei tempi moderni che hanno spazzato via usi, costumi e tradizioni, forse anche in virtù di questo illustre vegliardo che si oppone con tenacia disperata all’inquinamento, all’abbandono e sterminio da parte dell’uomo.  Possiamo senz’altro affermare che una buona parte della vita comunitaria della nostra gente nei secoli scorsi si sia svolta sotto la compiacente ombra di questo Protagonista. Le Chiese, gli Oratori, i Santuari spesso sorgevano là dove cresceva rigoglioso il castagno ed ai suoi piedi da giugno ad ottobre si snodavano le turbe salmodianti dei fedeli.

Sotto la sua refrigerante ombra i predicatori parlavano alle folle; nei prati di castagno le merende festose, i giochi dei ragazzi, le “fiascate” conviviali, le passeggiate discrete, gli incontri trepidanti dei nostri avi, i balli frenetici dei giovani. Amori, incontri, preghiere, rapporti commerciali, contatti umani, tutto hanno registrato questi vetusti e fidati …notai dei nostri nonni. Ma non lasciamoci prendere la mano da ricordi e considerazioni…romantiche e torniamo in argomento.

I fiori del castagno (gatei) sono monoici e di conseguenza anche un solo albero isolato può dare i suoi frutti o castagne dette scientificamente acheni in numero di 1-3, qualche volta 4 per riccio. La castagna ha un pericarpio (gus) coriaceo, racchiuso a sua volta in un involucro che a maturazione si apre in quattro valve con la parte esterna coperta di fitti e lunghi aculei: il riccio. La parte interna e commestibile del frutto èa sua volta racchiusa da una pellicola rossiccia (righel) e si presenta compatta e carnosa, bianca, dolce al palato. Il castagno è un albero assai longevo tanto da oltrepassare i 1000 anni di vita. Famoso a questo proposito è il castagno detto dei Centocavalli sull’Etna in Sicilia che, secondo la leggenda, riparò dall’uragano la Regina Giovanna di Aragona (1326-1382) ed il suo seguito. Ha una conferenza incredibile: 53 m! (Enciclopedia Treccani). Alcuni studiosi attribuiscono alla pianta una vita di circa 4000 anni! Fenomeni del genere si riscontrano del resto anche in altre zone europee (Francia, Inghilterra ecc. ecc.) L’area di diffusione di questa fagacea si estende dalla Spagna alla Persia attraverso la Francia, l’Italia, i Balcani, l’Asia Minore ed il Caucaso. Il castagno non vive in generale isolato ma forma estese associazioni (castagneti) ora pure o quasi, ora un consorzio con roveri, querce, cerri, frassini, olmi, carpini, acacie ecc. ecc.

Ama terriccio siliceo ed anche calcareo, ma le sue radici, profonde ed estese hanno un potere decalcificante: cosa che ben sanno i nostri agricoltori, i quali debbono abbondantemente integrare con materiale o sostanze a base di calcio quando vogliono destinare ad altre culture (vigneti, oliveti, frutteti in genere) zone precedentemente ed a lungo castagnate.

La pianta preferisce terreni freschi ma si adatta facilmente anche in versanti esposti a settentrione (al fardan). Si moltiplica per seme e si migliora notevolmente per innesto praticato in diversi modi (a spacco, ad occhio, a cannello ecc. ecc.). Per guadagnar tempo, trattandosi di un albero a lenta crescita, non di rado i contadini piantavano polloni staccati alla base di piante adulte o dalle ceppaie cedue. Dopo l’attecchimento consolidato si provvedeva all’innesto del soggetto, sempre selvatico. Le pianticelle ottenute invece per seme, previo innesto, venivano trapiantate quando avevano raggiunto 2-3 metri di altezza. In Italia e nelle isole il castagno prospera nelle pendici submontane tra i 200 e i 1000 metri. In Sicilia e in Sardegna si può incontrare fino a 1500 m. di altezza. In Lunigiana prospera ovunque, dal fondo valle fin verso i 900 m., per poi lasciare il passo al faggio. Molto controversa è, tra gli studiosi di botanica, l’origine di questa pianta.

Alcuni la ritengono originaria delle zone mediterranee, altri pensano sia venuta da lontano. E’ un fatto che nella regione appenninica i consorzi di castano sono maggiormente intensi nelle vicinanze di centri abitati, così da lasciar supporre che l’uomo abbia avuto una parte notevole nella sua diffusione. Possiamo infatti constatare che il castagno di bosco, non toccato dall’uomo, è ben diverso da quello che procede per innesto, addomesticato ed ingentilito. La introduzione e zione della pianta anche nella nostra Lunigiana deve quindi risalire ad epoca remota, anche se per ragioni ambientali e storiche lo sfruttamento intensivo ed estensivo si accentuò certamente per tutto il Medioevo ed oltre fino ai primi decenni del corrente secolo. Quanta poi fosse la sua importanza nella economia locale è dimostrato, tra l’altro, anche dalla efficace tutela che tuti gli Statuti Comunali le riservavano comminando gravi sanzioni a coloro che procedevano indiscriminate distruzioni o appiccavano il fuoco: in molti casi si faceva obbligo di ripiantare un adeguato numero di alberi giovani se per ragioni di necessità o per altra causa di forza maggiore si fosse dovuto abbattere piante da frutto adulte, come si è accennato più sopra. Il nostro contadino, anche quando le norme comunitarie persero valore di legge, continuò a sentire questo imperativo per cui al taglio di una pianta adulta si faceva immediatamente seguire la messa a dimora di un certo numero di pianticelle.

Verso la metà del secolo scorso con la nascita dell’industria chimica e lo sviluppo industriale cominciò il lento declino del castagneto, fino all’ultima guerra mondiale ’40-’45 quando la popolazione rurale, passata la bufera, lasciò la campagna ed abbandonò a sé stesso quell’immenso patrimonio che generazioni precedenti avevano faticosamente creato. L’inquinamento, il fuoco, l’industria, il taglio indiscriminato, il cancro hanno irrimediabilmente disperso questa ricchezza non solo in termini economici ma anche, e forse di più, in termini paesaggistici, climatici, turistici, affettivi.

C’è poi da rilevare che quello che non hanno fatto il cancro, il fuoco e l’incuria, lo stanno facendo gli uomini. Quel labirinto di strade che le pale meccaniche, a volte disordinatamente, hanno aperto nei boschi, nei castagneti, sui monti, se poteva e doveva essere un valido mezzo di difesa contro il fuoco ed un efficace sussidio per un più razionale sfruttamento delle risorse forestali, ha finito per portare ad immediato contatto della natura folle sempre più numerose di cittadini impreparati, nonostante gli sforzi dell’Amministrazione Forestale. Basta che vi rechiate una domenica qualsiasi nei nostri castagneti e là troverete bivacchi di ogni genere, rifiuti, detersivi, scatolame, materie plastiche non biodegradabili. Ragazzi ed adulti, quasi in una frenetica gara di distruzione. Così scompaiono il sottobosco ed i funghi caratteristici e profumati, si restringono le zone di crescita del mirtillo, del lampone.

Se non si provvederà con drastici interventi in pochi anni scompariranno gli ultimi superbi castagneti di Compione, di Iera, della Rocca Sigillina, di Monte Castello (Lusignana), di Comano, della Cobietta (Cervara), di Guinadi, di Bassone, di Codolo, di Rossano, del Bosco (Zeri), per citarne solo alcuni.

Ma in altri tempi il castagno era stato tutto per la nostra gente: cibo, legname da lavoro e da riscaldamento, lettiera per il bestiame, riserva inesauribile di profumati funghi e di altri prodotti del sottobosco.

A parte il frutto e la farina di cui faremo cenno successivamente, il legno di castagno veniva utilizzato, a seconda dei luoghi di lavorazione e di impiego, per pareti divisorie, travi per la copertura della casa, serramenti, pavimenti, telai di vario genere, solai mobili generici, mastre, canterani, panche scranne, seggiole, cassepanche, bigonci, botti, barili, caratelli, canestri (cavagni), mazzaranghe, arnie (bugi), carbone, pali da vigneto, contenitori per il bucato, greppie per il bestiame, ecc. ecc.

Alle fiere di San Genesio, di S. Croce, di S. Caprasio, della SS. Annunziata (8 sett.) a Pontremoli, nei negozi stessi dei maggiori centri, c’era una larga esposizione di attrezzi e di articoli di legno di castagno, fatti da artigiani che erano veri artisti in tal genere di lavori.

Rimasi fino all’età di 10 anni nella frazione di Gigliana. Ricordo ancora le lunghe file di bestiame (asini, mucche, vitelli, capre, pecore) che nelle primissime ore del mattino transitavano sospinte da contadini provenienti da Lusignana, la Rocca, Cavallana, Serravalle, Biglio ecc. verso le fiere del fondovalle, Filetto, Villafranca, Bagnone, Licciana, Aulla.

Uomini e bestie da soma si intercalavano, carichi di cesti, cavagni, manici di attrezzi, zoccoli di legno, barili, doghe. Il castagno forniva anche vincigli. I prati davano foraggio e poi funghi di varie qualità: galletti, castagnari, porcini, lingue di bue, ditole, “cavazze”, ovoli, morelle, per citare solo i più comuni. Come non ricordare le “frascate” di rami di castagno nelle fiere nelle sagre estive dei nostri paesi?

Anche i ragazzi trovavano il modo di utilizzare i polloni primaverili per zuffoli e trombette (i suei). Non esisteva per i bambini la cicogna: le loro mamme li avevano immancabilmente trovati nei castagni bucati! (beusi d’castagn). Gli stessi gusci secchi frantumati (al rusch) venivano usati insieme ai ciocchi anche versi per mantenere a lungo il fuoco nelle veglie invernali durante le quali i più anziani raccontavano le loro “fole”, mentre si mangiavano mondine innaffiate il più delle volte con il vino torchiato o “vineta”. Ultima la cenere: trovava due impeighi: la massaia se ne serviva per il bucato tradizionale e poi la depositava nell’orto lì vicino come concime, con funzioni anche antiparassitarie, delle verdure. Né vanno dimenticate le foglie, migliori come lettiera, della paglia, delle stoppie, di quelle di quercia o di cerro. Quelle lisce, sottili, lucide di particolare qualità, raccolte ed ammassate, trovavano largo impiego, previo ammollo in acqua tiepida, per la cottura della pattona e della crescente (l’alvà).

Ricorderemo ora le usanze e le tradizioni di due frazioni: Gigliana (Filattiera) e Braia (Pontremoli), nelle quali la raccolta, l’essicazione e la sgusciatura delle castagne finivano per assumere quasi il significato di un rito che si ripeteva annualmente con lo stesso cerimoniale.

Le notizia che abbiamo raccolto non sono…inquinate. Si rifanno in gran parte ad informazioni forniteci anni fa da due care persone di famiglia entrambe decedute assai anziane in questi ultimi tempi: lo zio cav. Giglietto Coltelli fu Clemente (della famiglia dei Corteli Talamin) di Gigliana e la suocera Luigia Tozzi fu Alfonso ved. Magnavacca (della famiglia dei Minghen) di Braia. Anno base il 1910.

Braia (m. 600 s.m.) con i suoi 372 abitanti (oggi, 10.1.1977, si incontrano in paese 4 persone anziane!), basava la sua economia quasi esclusivamente sui prodotti del castagno e del sottobosco, sulla segala, sulla patata, sul carbone. Scarso il bestiame (le famiglie migliori mantenevano 1-2 vacche, 1 suino, 1 asino, qualche pecora) L’emigrazione stagionale in Corsica integrava il magro bilancio della famiglia.

Gigliana (450 m.s.m.) ospitava una popolazione di 460 abitanti, e bastava la sua economia, sempre magra, ma più composita, sulle castagne, le patate, il grano, le olive, le viti. A Braia le famiglie migliori raccoglievano anche 30 q. di castagne secche, a Gigliana 15 q. Sia nell’una come nell’altra frazione il castagno aveva dunque estrema importanza per l’alimentazione umana e per l’allevamento del bestiame. Fortunate le famiglie di Braia che potevano disporre di vaste estensioni di macchia o bosco ceduo (ceppaie di faggio, di castagno, di carpene), da cui si traeva annualmente ed a rotazione il carbone da cucina da vendersi ai mercati sulla piazza di Pontremoli. A Gigliana erano invece benestanti le famiglie che per disponibilità di foraggio potevano mantenere 2-5 mucche, l’asino, il maiale e , oltre al gradile ricolmo, producevano l’olio necessario al loro fabbisogno.


Durante tutto il mese di ottobre, fin dal mattino presto, anche con la lanterna, le donne partivano per la raccolta delle castagne battendo prima le strade e poi lungo i confini dei vari appezzamenti, precedentemente puliti come specchi. Ricordo ancora il mucchio delle castagne al centro della Chiesetta e risento le voci dei massari banditori che mandavano all’incanto sul piazzale la “Decima”, il cui ricavato andava naturalmente a beneficio della Confraternita per le funzioni di suffragio ai defunti, per le casse da morto dei poveri, e l’escavazione delle loro fosse al cimitero lassù nel “guarcieu”. La raccolta a Gigliana avveniva in genere con due “passade”, dopodiché chiunque poteva andare a raccogliere l’eventuale castagna sfuggita all’occhio del proprietario e tardivamente caduta dall’albero (a ruspar). A differenza di quanto avveniva in altre zone (Zeri, Codolo, Rossano, Montereggio ecc.) a Gigliana e anche a Braia, l’essicazione avveniva totalmente nel gradile della casa di abitazione, che poi era il locale della cucina. L’asino faceva risparmiare fatica a donne e ragazzi.

Non poche erano le famiglie che assumevano a Braia giovinetti o donne adulte per la castagnatura, il che comportava per il datore di lavoro, oltre al mantenimento giornaliero, 10 quartari di castagne secche (170 Kg circa di farina). A Gigliana invece si preferiva, nei momenti di punta, assumere donne che a sera, oltre il cibo del giorno, venivano compensate con un cavagno grande colmo di castagne scelte. Si iniziava poi l’essicazione del raccolto, condotto dal capo famiglia in modo graduale, giustamente dosato.

Ai primi di dicembre, quale prima quale dopo, ogni famiglia provvedeva alla sgusciatura delle castagne secche. Il lavoro, mancando ovviamente le macchine, era lungo e faticoso e aveva inizio fin dal primo mattino con tecniche diverse: a Braia le castagne, aspre, secche, fuligginose subivano il salasso dei sacchetti urtati violentemente contro appositi treppiedi. A Gigliana invece imperava la mazzaranga.

Il prof. Igino Ricci, che nel suo incomparabile volumetto “Vecchia Lunigiana” ha fissato con nostalgica penna tanto folklore della sua Terra e quindi della nostra Valle, ha una pagina meravigliosa – La notte della Mazzaranga – in cui descrive l’antico lavoro della sgusciatura delle castagne, che finiva per assumere il sapore di un rito quasi sacro, ancestrale. Sognatore e poeta, i suoi personaggi, le sagre, le antiche usanze, la vita campestre nel suo insieme perdono, nelle sue pagine, il carattere di semplice descrizione per diventare sentimento, gioia e malinconia delle cose. E così il Ricci riesce a far risognare anche a noi un mondo che è definitivamente e malinconicamente tramontato, ed inconsciamente ci spinge “ad approdare a quell’età favolosa che…si fa sempre più remota, fino a perdersi laggiù…lontana lontana ….” E pure al nostro orecchio fa arrivare “un battere cadenzato, un tonfo che si ripete nel cuore della notte…”. Sono i battiti di mazzaranghe. Sembra quasi di rileggere una delle più belle pagine di Corrado Alvaro:

“ora la strada cui lavorano da vent’anni sta per bruciare all’arrivo dell’ultima mina…ancora i puledri col monello cavalcano…ed i buoi portano dall’alta montagna i tronchi d’albero… ma per poco…E’ una civiltà che scompare”. Una civiltà, la nostra, che, come quella di San Luca in Aspromonte, ha certo avuto i suoi lati negativi, ma che possedeva indubbiamente i suoi valori, una sua bellezza, un suo fascino, le sue segrete dolcezze, che poi si identificano con i ricordi più belli della nostra infanzia e con le nostre laceranti nostalgie di esuli volontari in cerca di beni che altri mondi non ci potranno mai dare. Alle donne rimarrà, dopo la danza frenetica sul mucchio dei gussoni ancora caldi, il compito di passare al vaglio (al val), spolverare e scegliere il prodotto buono da quello scadente (i basturi). Il giorno della sgusciatura o battitura le massaie braiesi avevano certo il loro da fare per preparare il cibo ai “pistadori”ed alle “vandadore”, cui si davano quattro pasti più 2 grossi pezzi di “Pattona”, “metscia” ed un pezzo di “alvà d’castagn”.

Dopo la sgusciatura a Gigliana, a mezzogiorno, gran mangiata di “carsenta d’castagn”con salsiccia, sangue suino condito, barbina e fegato arrostito nella teglia con rosmarino. Come a Gigliana, ed altrove, si pigiava l’uva nei tini, così a Braia la fragrante farina dolce veniva pressata nelle casse dai piedi nudi dei ragazzi. Finalmente le lunghe fatiche estive ed autunnali erano finite. Con le casse piene di farina i rigori invernali non potevano portare preoccupazioni di sorta. E quale la farina più dolce, più fragrante, più bianca? Qui il discorso si sposta all’esposizione del castagneto, alla varietà del frutto, al suo grado di maturazione, alla particolare cura dell’essicamento ed infine al tipo di mulino ed alla “grana” della macina.

Si, anche il tipo di mulino e l’esperienza del mugnaio avevano enorme importanza. (Quella dei mulini piccoli sparsi nei fiumi e torrenti della Lunigiana è un’indagine interessante che deve ancora essere fatta). Estrema importanza oltre alla esposizione ed all’altitudine, aveva la varietà delle castagne. La Rocca Sigillina, ad esempio, produceva la miglior farina proprio perché in quella zona si usavano ottimi molini, e anche perché moltissimi erano gli innesti di “carpanese” e di altre pregiate varietà. Ottimi anche i mulini di Predabella e di Spiaggiagro a Braia.

La farina di Braia, meno dolce e meno bianca, aveva però il pregio di una maggiore durata. Anche durante l’estate conservava, così pressata, la sua fragranza e la “pattona” non si screpolava nella cottura. Per quanto attiene ai mulini, rinomati erano quelli di “Predabella” e di “Spiaggiagro” a Braia, di “Corteli” e di “Santinel” sul Monia a Gigliana, della “Botria” sulla Capria, di “Tobia” alla Rocca, di “Minghen” e di Castellottia Grondola ecc. ecc.

Dante Coltelli, La “civiltà” del castagno in Lunigiana, in Cronaca e Storia di Val di Magra, anno Vi, 1977, Aulla di Lunigiana, 1978

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