Il 25 luglio 1943 Badoglio veniva messo a capo del Governo e Mussolini arrestato. Quale reazione a Pontremoli ai fatti del 25 luglio?

Abbiamo ascoltato testimoni diretti della fine del regime, annunciata alla radio alle 22,45 e stampata sui giornali il mattino 26 luglio. La notizia a Pontremoli fu accolta “nella più assoluta indifferenza” ci ha detto, tra gli altri, mons. Marco Mori: nessuna parola pubblica visibile, solo pochi gesti individuali.
Dai numeri del Corriere Apuano però si leggono in chiaro e tra le righe molte cose. Il settimanale teneva un diario dei principali eventi militari e di politica estera, esortava patriotticamente a impiegare le migliori energie in uno sforzo unitario per la vittoria. Teneva alto il morale e l’amore solidale per la patria, ma faceva capire che, in realtà, la situazione militare stava precipitando.
Nel n. 29 del 17 luglio si legge che l’attacco alla Sicilia “è stato organizzato con totalità di intenti, con ampiezza di metodi e probabilmente con simultaneità di iniziative e molteplicità di mezzi, vistose formazioni navali ed aeree sorreggono l’azione di punta dei paracadutisti”.
Dopo la caduta del fascismo, nel n. 31 il C.A. informa sui decreti di Badoglio: vietati ancora gli assembramenti con più di tre persone, l’ordine pubblico affidato ai militari, istituito il coprifuoco e proclamato lo stato d’assedio. Un riquadro recita: “Il Corriere Apuano, che mai si fece eco di incitatrici all’odio, può dire alto e forte agli Italiani: Amatevi! Riprenda ciascuno la via del dovere con la volontà di giovare alla Patria che sanguina per mille ferite e che nel rispetto della libertà e delle tradizionali istituzioni attende la salvezza.”
Nel n. 32 l’editoriale riporta l’appello dei vescovi italiani alla preghiera ed al rispetto dei principi morali per rimediare alla “catastrofe”. C’è specificato un programma morale e politico per la nuova Italia da costruire: rifiuto della vendetta, delle “teorie razziali che arbitrariamente e fatalmente dividono l’umanità”, negazione di ogni concezione di Stato etico: “non sono le famiglie e gli individui per lo Stato, ma lo Stato per le famiglie e gli individui”. C’è l’esortazione a “osservare la giustizia sociale, fare attiva propaganda in favore dei lavoratori che potranno elevarsi anche con l’associazione all’azienda e partecipazione agli utili”. Sono proposte molto progressiste, presagiscono i programmi democristiani la dottrina sociale.
Il vescovo Sismondo richiama ai “doveri dell’ora gravissima: preghiera, obbedienza al re e a Badoglio perché procurino i migliori beni temporali nel momento torbido e buio che viviamo”. La gioia per la fine del Ventennio era turbata dalla situazione delicata e confusa in cui l’Italia venne a trovarsi. La fiducia nelle istituzioni legittime purtroppo era mal riposta perché il re e Badoglio agirono con ambiguità e inadeguatezza nei 45 giorni che portarono allo sfascio dell’8 settembre, quando lasciarono l’esercito senza ordini e protezione, si misero in salvo abbandonando gli italiani a sé stessi, schiacciati sotto il piede dei tedeschi diventati nemici, bombardati accanitamente dagli alleati, divisi dai confini e dall’odio. Badoglio in 45 giorni mise insieme un bilancio di 93 civili uccisi dalla polizia, 536 feriti, 3500 condannati e trentamila fermati. Il suo proclama “la guerra continua” fu un tragico capolavoro di ipocrisia, fece arrestare i suoi nemici personali e non abolì le leggi razziali. Non sono colpe storiche di poco conto!
Corriere Apuano, 18 luglio 2003