Questo racconto, tratto da “I miei verdi anni”, libro autobiografico del tempo di guerra, da me scritto nel 1964 e edito dall’AIACE di Torino, ricorda il Natale 1944. Anche se dirlo oggi può sembrare una burla, il più bello della mia vita (Iole Bresadola Barletta)
…E vennero le feste di Natale, la sera con qualcuno di lassù e della famiglia vicina scendevano in piccoli gruppi alla novena. Rividi così la città dopo un’assenza discretamente lunga. Era questa volta molto più affollata di quando la lasciai in lettiga ma di estranei, gente mai vista, che per me non aveva volto, ma solo un nome di “disperati”.
Fra le tante trovai anche persone conosciute, poche però e questo mi fece tanto piacere. Mia sorella non scendeva poiché sempre gracile e debole. Il tifo aveva battuto forte sul suo fisico ed i viveri di cui ci nutrivamo non erano quelli adatti alla sua convalescenza.
Era caduta in quei giorni una discreta nevicata ed i monti più alti ne erano ancora ammantati. Finita la novena risalivamo lassù. Il bianco chiarore lunare riempiva di luci e di ombre la ripida mulattiera formando qua e là bizzarre figure. In lunga fila sommessamente cantavamo le nenie di questa dolce festività.
Fu appunto qualche giorno prima di Natale che mia sorella ebbe per un’intera giornata dolori di ventre ed allo stomaco, attribuimmo la colpa al cibo. L’indomani sarebbe guarita.
Questo doveva essere l’ultimo da passare tutti e quattro insieme, mia sorella, i miei genitori e me. Nonostante tutte le tristezze che ci circondavano, fu un Natale sereno ed il quel piccolo ovile ci sentimmo più vicini al Bambinello, coi pochi panni che avevamo indosso, lontani da tutte le cose necessarie e superflue, senza danari, con l’incertezza del domani, la mestizia della natura, il muggito delle mucche nella vicina stalla, il belato di una pecorella, “Tino”, che mio cugino Armano curava amorosamente, ci fecero sentire più intensa l’atmosfera di quella dolce notte che Dio aveva scelto per venire in questo travagliato mondo. Il giorno della vigilia infatti trascorse serenamente in piccoli preparativi tradizionali.
La sera facemmo veglia nel gradile, dove ardeva il caratteristico grosso ceppo. Uno dopo l’altro quasi tutti andarono a dormire. Io attendevo zia Giulia che si era recata nella stalla per curare gli animali e prelevare l’ultima mungitura. Mio cugino Armano si intratteneva con la sua pecorella che da pochi giorni aveva dato alla luce un agnellino. Rimasta sola accanto al fuoco, mi divertivo a frugare nella cenere, ravvivando l’oscurità col chiarore della brace che covava sotto. Ripensavo ai Natali precedenti e soprattutto a quelli dell’infanzia. Quanto entusiasmo suscitava a noi questo evento! …Addirittura, mesi avanti preparavamo le statuette di creta che amavamo costruire da sole e che avrebbero popolato i nostri modesti presepi. Rivedevo le vetrine lucenti della mia piccola città piene di balocchi che avrebbero adornato gli alberi sfarzosi delle case più signorili. Un mondo che mi pareva lontano ormai di secoli e aleggiante di quella frivolezza che tanto piace ed incanta i sensi degli uomini.
E pensavo, per contrasto, a quella piccola nuda stalla dove Gesù era nato secoli prima col preciso compito di ravvivare negli uomini la fede. Che è sinonimo di amore e di uguaglianza, salendo per questo fino all’estremo supplizio del Calvario.
Mi venne di chiedermi, con senso di riluttanza per ciò che, mio malgrado, mi balzava con tanta insistenza nella mente, se anche questo sacrificio, allo stato delle cose, non fosse stato pressoché inutile. Turbata da queste riflessioni, mi alzai e per distrarmi un poco mi recai sul ballatoio con un’unica scala che conduceva all’aia. La splendida notte invernale era gelida ma calma, grosse stelle occhieggiavano qua e là in un cielo limpidissimo.
La città laggiù dormiva avvolta in una leggera bruma. Il mondo sembrava caduto in un profondo letargo. Ad un tratto un tenue belato mi fece voltare verso la stalla. Da una finestrella ed attraverso la porta semichiusa un blando chiarore di lume ad olio si offendeva all’esterno.
Un nodo di pianto mi prese alla gola, come in un sogno mi parve di vedere il più bel presepe, il più vero. Un lontano suono di zampognari mi pareva aleggiare nell’aria. L’anima, questo grande tempio senza limiti di spazio e di età, rivedeva il favoloso Oriente, rivivendo quella notte in tutto il suo profondo significato. Tutto il mondo era per me in quel momento un grande presepe. Non erano più i pastori, questi umili esseri, a portare alla piccola stalla di Betlemme i loro poveri doni, ma tanta parte dell’umanità in un momento di completo abbandono, consapevole come non mai della sua nullità, offriva piangendo al Bambinello il dolore cocente dei lutti, mostrando a Lui le piaghe doloranti, fisiche e morali, che ancora oggi affliggono gli uomini, soli veri responsabili della loro cieca cupidigia.
Non furono, a mio avviso, beni materiali che in quella notte vennero chiesti a Dio, ma, poveri e ricchi, buoni e cattivi, credenti e non attraverso il linguaggio universale dello spirito, anelavano ad un bene supremo: “ la PACE” che agli uomini di buona volontà spetta oggi ad ogni costo conservare.
Natale 1944: quello che più ha fatto piangere e sperare il mondo, quel caotico mondo che ancora non ha capito sé stesso.
Gli ultimi giorni di quell’anno videro pressappoco le cose dei giorni passati, aerei caccia sorvolare ora la piana di Scorcetoli, dove erano i depositi dell’Arsenale della Spezia, ora Verbiola, deposito di munizioni tedesche, ora la nostra città mitragliando e sganciando bombe. Spesso facevano due o tre “visite” al giorno.
L’ultima sera di quel tragico anno, ci recammo tutti nel gradile. Si sturò del buon vino, le mie zie cantarono il “Te Deum” di ringraziamento per l’anno che ci lasciava ancora tutti uniti e, dopo le consuete chiacchiere sugli ultimi avvenimenti, ci ritirammo per riposare.
Ad una certa ora un forte fragore squassò la notte.
Io, che dormivo sopra con le mie zie, mi affacciai alle imposte. Un chiarore da pieno giorno rischiarava la città. Ci alzammo tutti, avevamo dimenticato che era la mezzanotte e che i tedeschi usavano salutare così il nuovo anno. Questo fragore durò più di dieci minuti, poi tutto tornò in silenzio. Sapevamo come l’anno se ne era andato, ma nel riprendere il sonno interrotto ciascuno di noi si domandò certamente, con angoscia frammista a speranza, quali nuovi eventi per le nostre famiglie e per il mondo tutto avrebbe portato questo novello 1945.
Iole Bresadola Barletta, I miei verdi anni, AIACE di Torino (Tratto dal Corriere Apuano)