Impiccata sulla pubblica piazza di Pontremoli nel 1686.

In occasione della “festa della donna”, i ragazzi di due Istituti scolastici pontremolesi (l’Istituto “Pacinotti” sezione per Tecnici Industrie Elettriche e il Liceo Linguistico) hanno voluto collaborare con il Corriere Apuano con questa pagina che dedicano a tutti gli esseri umani, uomini e donne calpestati nella loro dignità, vittime di assurdi pregiudizi.
Quella di Margherita e Anna è una storia amara, dove solitudine e pregiudizio regnano incontrastati; due donne che avrebbero ispirato il grande De Andrè, a cercare l’umanità nascosta nei dolori degli ultimi. In loro è ravvisabile l’eterna tipologia del “vinto”, colui che, sconfitto dalla storia, ne è relegato ai margini.
Quello che colpisce in questa vicenda di donne è il silenzio degli uomini, in particolare di quelli che sono stati parte della vicenda stessa. Si fanno solo i loro nomi, quasi fossero stati degli spettatori; in realtà, il loro silenzio è rivelatore della meschinità di tutti i pregiudizi subiti dalle donne. Di Margherita invece si mette a nudo l’anima: una serva, senza marito e non più vergine, in preda a passioni, fa commercio di sé. I suoi comportamenti sono bestiali, crudeli, barbari…
Per i ragazzi e gli insegnanti dei due Istituti pontremolesi questa non resterà un’esperienza isolata: intendono infatti allargare la ricerca con altri casi ed esempi, inquadrando il tutto all’interno del momento storico di allora.
Ha poco più di 27 anni, Margherita di Andrea Troni, quando il boia, venuto appositamente da Lucca, pone fine alla sua sventurata storia. Per lei, per il suo delitto, a quel tempo non c’era scampo e l’impiccagione era considerata “giusta” pena.
Le donne, nel passato, non esistevano per sé stesse. Il loro ruolo era essere: figlia, madre, moglie di … Così anche per Margherita. Gli atti dell’Archivio Storico del Comune di Pontremoli ce la presentano come la figlia di Andrea Troni, proveniente da Vaserada cioè dalla campagna circostante il Comune cittadino.
Non sappiamo cosa l’avesse spinta a trasferirsi “in città” per fare la serva in una famiglia privata. Forse la miseria o forse quel suo “aver perso la verginità” ed essere senza marito…
All’epoca ha 27 anni ed ha avuto “una storia”, come si direbbe oggi con un tal Cristoforo Tranaia. La storia è conosciuta e “chiacchierata” fra la gente del paese, se gli atti dell’indagine istruttoria ritengono di doverne fare menzione.
Margherita arriva così a Pontremoli, sola, nella casa di Bartolomeo Campi dove presta i suoi servizi. È il mese di maggio, dell’anno 1685. Bartolomeo ha un figlio, Camillo, quasi coetaneo di Margherita; il giovane ha 26 anni e fra i due ben presto si intreccia una relazione. Chi sa se Margherita si sarà innamorata di lui? O lui, di lei? Gli atti dicono di lei che si dava “in preda ai sensi” e faceva “di sé commercio” con il giovane figlio del padrone. Di lui, niente, nemmeno una parola. Si preferisce far intendere che quello che accade era inevitabile, visti i precedenti della donna. Poi, un giorno, è il mese di agosto, Margherita si accorge di essere incinta. Conclusione inevitabile, per quell’epoca ma anche del tutto inaccettabile in un mondo dove l’inquisizione faceva da padrona. Margherita ha vissuto una relazione clandestina in quanto estranea alle regole sociali. Una serva può amoreggiare con il padrone, ma in quanto al resto non deve certo mettersi in testa strane idee…Margherita avverte di aver commesso una colpa grave, pertanto bisogna nasconderla a tutti e in tutti i modi. Può aver pensato che, in qualche modo, le cose si sarebbero aggiustate o lei da sola le avrebbe aggiustate al momento opportuno…Ancora una volta è sola come lo era stata in quella “storia” con CristoforoTranaia, lassù nel paese di origine. Sola rimarrà fino all’ultimo giorno di vita.
Eppure, attorno a lei c’è gente che sicuramente conosce il suo segreto e spia un qualunque gesto o una parola di rivelazione. Lì vicino abita il Signor Maracchi che tiene a pigione una certa Domenica Sardella e una tal Caterina Formentini, donne anche loro, le quali devono aver intuito il segreto di Margherita se, poi, sono lì pronte, in attesa di sentire e di vedere per intervenire in ogni caso. Il 23 aprile, Margherita sente che è prossima a partorire. È sera, sono circa le 22 quando si chiude nella propria camera, lassù sotto il tetto dove nessuno può cercarla. La solitudine deve averla schiacciata, in quel letto dove le doglie si fanno sempre più pesanti e dove all’una di notte partorisce la propria creatura. Chissà se quanto succede poi era già stato programmato, o se invece si scatena improvvisa la follia di un dolore che sfocia in tragedia.
Margherita, così dicono gli atti, prende la creatura e se ne libera, buttandola nella fogna sottostante. Fogna di ieri, cassonetto di oggi! Ma la vita è più forte di tutto e quella creatura, di sesso femminile, si aggrappa a tutte le sue forze nel tentativo di sopravvivere. La piccina piange, è viva, e fa accorrere i vicini di casa. Corrono la Domenica, la Caterina, il Sig. Maracchi; dopo averla raccolta, la fasciano in panniccelli, e la ripuliscono e la battezzano con il nome di Anna. Di Margherita nessuno si cura, se non il Signor suo padrone, che dopo averla cercata lassù in quella camera, fa un solo gesto: la caccia di casa. E’ chiaro dunque che anche lui sapeva tutto fin dall’inizio, ma non riteneva suo compito preoccuparsi se la serva metteva la mondo un bastardo. E poi quella serva aveva dei precedenti…
Ora però ha passato ogni limite e il delitto deve essere punito; così Margherita viene consegnata alla giustizia. Per quella notte ci pensa il vicino di casa, Maracchi, che prende con sé, in casa propria madre e figlia. Margheria sarà madre per poco, poiché nello spazio di qualche ora, la piccola muore a causa del trauma subito mentre per lei c’è il carcere. Ora deve pensare a difendersi, per questo le viene assegnato l’avvocato Bologna che era l’avvocato dei poveri. Ma la colpa è grave e l’avvocato sentenzia di “non haver da far difesa alcuna”.
Il 22 marzo Margherita viene condannata a morire sulla forca nella pubblica piazza.
Vien fatto venire il boia da Lucca e verrà pagato dalla comunità secondo le tariffe in vigore all’epoca.
All’esecuzione assistono il Bargello Antonio Nenci e i suoi servi.
Giustizia è fatta.
Tratto dal Corriere Apuano