DONNE E RESISTENZA IN LUNIGIANA

Riflessioni sul contributo femminile alla guerra di Liberazione

Particolare della stele del Frigido a Massa

Uno degli elementi che fa della Resistenza una guerra partigiana di massa è il rapporto che intercorre tra combattenti e addetti ai servizi: 1 a 15, calcola Arrigo Boldrini, che sottolinea anche il fatto che “intorno ad ogni patriota ci sono 15 persone, che in maggioranza sono donne”. Eppure, la storia di questa “maggioranza” non è ancora stata adeguatamente indagata, né veramente indagata.

La retorica celebrativa della Resistenza ha reso sì omaggio alla grande massa delle “silenziose eroine” e alle loro “tradizionali virtù femminili”, sommergendone però le voci dirette e sospingendo le protagoniste, subito dopo la Liberazione, a riprendere i consueti ruoli subalterni.

E’ solo da poco tempo che si è cominciato ad indagare quel “motivo in più” (rispetto agli uomini) che hanno spinto così tante donne a fare una scelta di libertà etica e politica, ad assumersi in prima persona compiti rischiosi e delicati in quella  guerra di Resistenza, che esse riconoscevano come risposta e condanna di un regime – quello fascista – che aveva scelto come proprio alleato il nazismo, trascinato tutto il paese in una guerra sanguinosa e aperto le porte all’esercito tedesco nel proprio territorio, affidandogli addirittura il comando delle operazioni.

Ad indagare, a ricercare, a “ridare voce” alle protagoniste dio ieri sono oggi soprattutto le donne, con il duplice obiettivo di riprendere in mano il filo rosso tessuto dalle coraggiose donne partigiane, nostre nonne o madri, e di nominare il debito che abbiamo nei loro confronti.

Come fa Gabriella Bonansea, della Società Italiana delle Storiche, quando introduce le voci delle donne di Carrara raccolte nel bel volume A piazza delle Erbe, edito dalla Provincia di Massa e dalla Commissione Pari Opportunità. Nella stessa ottica io ho raccolto le voci di alcune donne della Lunigiana, protagoniste della guerra partigiana: le donne di Vinca; le donne del Comune di Casola che garantivano la sicurezza e l’approvvigionamento dei partigiani che operavano ai piedi delle Alpi Apuane; e poi: Laura Seghettini, vicecommissaria della XII Brigata Garibaldi Este Cisa, tra le pochissime donne che hanno rivestito un ruolo espressamente militare e di comando, oggi donna sensibile e lucidissima, con la quale è piacevolissimo ed estremamente interessante discutere e scambiare opinioni; e poi anche alcune delle numerosissime “staffette” che hanno operato in questa zona, tra cui Elsa Bonini o Onorina Maropatti della Brigata “Borrini” di Merizzo.

Da queste indagini, da queste testimonianze dirette, da donna a donna, emerge un quadro del tuto nuovo della partecipazione delle donne alla Resistenza. Non si trattò di un “contributo “, ma di una “condizione indispensabile” perché fosse possibile una lotta come quella partigiana. Il ruolo svolto dalle donne fu decisivo nella tessitura delle reti di collegamento tra mondo civile e le organizzazioni armate e clandestine. Le azioni armate, compiute per lo più dagli uomini, non sarebbero state possibili senza il supporto attivo di informazione-collaborazione-guida-protezione svolto dalle donne, nei villaggi come nelle città e – soprattutto – tra i monti. Alle donne vennero affidati compiti rischiosi e delicati: facevano le “staffette”, le “guide” per i sentieri; proteggevano i rifugi, nutrivano i soldati, garantivano gli approvvigionamenti di cibo e di armi, dirottavano i nemici, organizzavano le retrovie…. E in una guerra come quella partigiana rischiavano di essere uccise o deportate ad ogni perquisizione, ad ogni retata, ad ogni rastrellamento, ad ogni rappresaglia dei nazisti e dei fascisti. Si trattò di una partecipazione di massa. I dati ufficiali nazionale (35.000 donne combattenti nelle formazioni su un totale di 200.000, 70.000 inquadrate nei Gruppi di difesa della donna, 125.000 le volontarie per la libertà) sono largamente inferiori alla realtà, perché solo una piccola parte ha avuto il riconoscimento ufficiale. Poche lo hanno chiesto e molte lo hanno rifiutato.

Nella specificità dei compiti assunti le donne trasformarono in “armi” alcune delle caratteristiche tipicamente femminili. Il camuffamento di armi e munizioni, i travestimenti per ingannare il nemico, il ricorso continuo – nei momenti di pericolo – al linguaggio universale degli affetti e persino l’arte della seduzione per distrarre e confondere il nemico: sono gli stratagemmi che le donne usarono per eludere la logica del controllo militare. Non senza pagarne il prezzo, durante e subito dopo la guerra, all’interno delle relazioni familiari e sociali (la promiscuità e la libertà di movimento erano giudicate “non adatte” e soprattutto “pericolose” per le donne). Le donne inoltre avevano dei “motivi in più” rispetto agli uomini per lottare. Il fascismo era stato per tutte la negazione di ogni istanza di emancipazione, la mortificazione dell’intelligenza e la strumentalizzazione della maternità. Gli orrori della guerra mettevano a nudo l’inutilità e la miseria dell’ideologia fascista che l’aveva propagandata come “trionfo della virilità”.  Le donne avvertivano altresì un profondo, quasi inconscio impulso alla liberazione personale, al superamento di un ruolo mortificante, alla riconquista di una dignità offesa. Sentivano che non si poteva andare avanti così, che bisognava agire per ottenere la libertà negata. L’occasione, per la stragrande maggioranza, fu l’8 settembre.

Allo sfacelo le donne risposero con la solidarietà istintiva con i soldati sbandati, che cercavano rifugio nell’entroterra: li accudiscono, li rivestono, li mettono in contatto con le formazioni partigiane…E’ il primo movimento, spontaneo, che poi si organizzerà e strutturerà meglio. Le stragi e le rappresaglie rafforzeranno ancor più il legame con il movimento partigiano, con il C.N.L. Ma da subito, le donne accettano il rischio, si sentono coinvolte in prima persona. Ed entrano a far parte a pieno titolo della Resistenza.

Per tutte, questa partecipazione corrispose a un atto di libertà e, insieme, a una scelta di vita. E rappresentò una speranza: poter costruire una nuova etica fondata su valori quali la solidarietà, l’autonomia, la libertà, l’uguaglianza e il rispetto tra uomini e donne.

Ed effettivamente, la guerra destruttura i ruoli, la Resistenza permette di rompere con i modelli femminili imposti dal fascismo, innesca un processo di mobilità e di visibilità delle donne, diventa un fattore del cambiamento. Si passa dalla provocazione alla rivolta, alla consapevole lotta, gestita autonomamente, in quanto donne. Esemplare in questo senso è la vittoriosa rivolta delle donne di Carrara: nel luglio del 1944 in piena occupazione tedesca, di fronte all’imposizione del comando tedesco di sfollare la città di Carrara (Massa ha già subito questo destino), le donne scendono in piazza a migliaia, partendo dal mercato si scontrano con le mitragliatrici tedesche, pretendono la liberazione delle compagne arrestate, reclamano la cancellazione dell’ordine di evacuazione: dal 7 all’11 luglio sono le protagoniste irremovibili di uno scontro che risulta alla fine vittorioso: il comando tedesco capitolò.

Finita la guerra, finita l’emergenza, le donne non furono disposte a tornare a casa, a riprendere i vecchi ruoli, a subire le antiche discriminazioni. Avevano sperimentato una libertà diversa e cominciarono a farla operare nella costruzione della nuova società italiana, realizzando – negli anni Cinquanta e Sessanta – una serie di conquiste che emancipano le donne dalla condizione di subalternità e sanciscono eguaglianza di diritti tra uomini e donne in molte sfere della vita sociale. Un percorso che non sarebbe stato possibile senza il contributo delle nostre madri e nonne, delle coraggiose donne partigiane, nei cui confronti abbiamo un forte legame di affetto, oltre che un debito di riconoscenza e di “riconoscimento”.

Un altro fondamentale aspetto di cui tenere conto è quello delle vittime degli eccidi e dei bombardamenti, delle rappresaglie, dello sconvolgimento della vita quotidiana e degli affetti. Anche qui le donne sono maggioritarie. E lo sono sempre quando le vittime sono soprattutto civili, quando la guerra si combatte nelle città, nelle campagne, in mezzo alla gente comune; quando i bombardamenti aerei seminano distruzione e morte, fanno strazio dei corpi.

Ed è questa la caratteristica che le guerre, tutte le guerre, hanno assunto, a partire dalla seconda metà del secolo scorso.

Ancora una volta, come durante la Resistenza, è necessario operare delle scelte di campo, assumersi delle responsabilità, individuare obiettivi e strumenti. E le donne non si sottraggono, tessono reti con le donne del Sud e del Nord del mondo affinché , davvero, un altro mondo, di donne e di uomini, in pace, senza sfruttamento, sia possibile.

Pina Sardella, Il Corriere Apuano, 26.4.2003

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