QUANDO LA NEVE ERA BIANCA

Come era bello quando nevicava al mio paese!

Ti alzavi la mattina e i vetri delle finestre sembravano cnstalli di Boemia. Erano tutti arabescati con figure di mille forme, come se fosse passata la mano di un artista. Aprivi la finestra e ti trovavi davanti uno spettacolo meraviglioso. Una coltre candida copriva tutto : i campi, le strade, le case; gli alberi sempreverdi, appesantiti dalla neve, si inclinavano e con i ghiaccioli scintillanti sembravano alberi di natale. Il paese stesso sembrava una cartolina natalizia, un paese da fiaba.

Come era bello!

Anche i rumori venivano ovattati, tutto era silenzioso. Anche l’orologio del campanile che suonava le ore aveva un suono diverso, più silenzioso. A poco a poco il paese si animava, la gente si chiamava a gran voce. Allora eravamo in tanti e tutti prendevano la pala e si cominciava a spalare la neve per farsi strada da una casa all’altra, dalla cascina alla stalla per accudire le bestie. Il paese si animava, i camini mandavano fuori il fumo, grigio, ma che non inquinava, anzi sapeva di buono. Le massaie mettevano sul fuoco i testi per la pattona, che poi si inzuppava nel latte: era la colazione del mattino. Il paese rimaneva isolato per molto tempo: allora non c ‘erano le strade e perciò neppure gli spartineve.

Ora la neve non si ferma più: viene e se ne va.

Chi non era addetto ad accudire il bestiame curava altre cose. Chi faceva le ceste per il fieno o i cesti per la raccolta delle castagne; chi era capace, faceva gli zoccoli con il legno di ontano e tomaie recuperate da vecchie scarpe. Alla sera, finiti i lavori, la gente si riuniva in casa di amici, in “veglia”. Chi giocava a carte, chi raccontava storie di spiriti o fantasmi per far paura ai più piccoli. Ora c’è la TV.

Noi donne, però, non si aveva il tempo per giocare: dovevamo filare la lana e fare la calza. Tutto si faceva a mano: calze, maglie e tutto il resto.

Ricordo che a casa mia si riunivano tanti ragazzi e con mio padre, che era un tipo molto di compagnia, allestivano delle commedie da rappresentare a carnevale. Mio padre aveva tanti libri e leggeva, ad alta voce, i romanzi di Carolina Invernizio, Salgari e Dumas; intanto i ragazzi sgranavano il granturco. Uno era addetto a preparare le “mondine ” che poi si sbucciavano con le mani e si mangiavano: i ragazzi si divertivano a tingersi la faccia di nero per farci i dispetti. C’era anche poca acqua per lavarci, perché dovevamo attingerla alla fonte e al fiume.

Avevamo poco, eppure eravamo felici così! Ora i ragazzi non hanno più voglia o tempo per guardare una paesaggio coperto di neve. O sono chiusi in una scuola o in un ufficio, o in una discoteca, oppure a rovinarsi la vita con la droga.

Ora noi siamo diventati bianchi, ma la neve è diventata grigia.

Dina Chiesa Armanini, Il Corriere Apuano

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