ANGELINI GIULIO

Giulio

Giulio nasce a Torrano il 4.2.1915 da Giuseppe e Gussoni Ermenegilda.

Alla visita di leva dichiara di saper leggere e scrivere avendo frequentato la terza classe elementare, e di lavorare come falegname.

La prima chiamata alle armi arriva il 15 aprile 1936 con l’inserimento nel 7° Reggimento Bersaglieri di Bolzano. Il 4 gennaio 1938 viene congedato.

Il 27 settembre 1939 i venti di guerra in Europa soffiano forte e per Giulio arriva il primo richiamo in servizio per istruzioni; dopo cinque mesi, il 27 febbraio 1940, viene rimandato a casa con la clausola della licenza straordinaria illimitata.

Il 21 maggio 1940, quando ormai l’entrata in guerra dell’Italia sembra inevitabile, giunge a Giulio l’ordine di presentarsi al 12° Reggimento Bersaglieri mobilitato di Reggio Emilia; un mese dopo, a guerra iniziata, arriva in territorio dichiarato in stato di guerra. Il 19 febbraio 1941 Giulio è costretto al ricovero all’ospedale militare di Bologna per seri problemi di salute. Il Direttore del nosocomio, viste le precarie condizioni di salute, ne decreta l’idoneità ai soli servizi sedentari e Giulio dopo qualche giorno viene inviato in congedo illimitato.

Dopo la tragica avventura della campagna di Russia e dell’Africa settentrionale che tante decine di migliaia di vittime ha comportato tra morti, dispersi e prigionieri, le nostre truppe devono essere reintegrate ed il reclutamento include anche Giulio giudicato, un paio di anni prima, inidoneo a combattere.

Il 9 agosto 1943 gli viene ordinato di indossare nuovamente la divisa militare e di aggregarsi al 127° Reggimento in Pistoia.

Per l’Italia la situazione militare è ampiamente compromessa. Mussolini non è più capo del Governo, è stato arrestato ed al suo posto il re ha nominato Badoglio. Ci si prepara alla resa che avviene l’8 settembre 1943 con la firma dell’armistizio con gli Alleati.

I tedeschi già a luglio intuiscono il pericolo e trasferiscono per tempo sette divisioni in aggiunta alle sette già presenti sul nostro territorio. Alla dichiarazione dell’armistizio sono pronti e la sera stessa dell’8 settembre ordinano perentoriamente ai nostri militari di continuare la guerra al loro fianco, disponibili a ricorrere anche all’inganno.

È un momento di grande caos e disorientamento. Il re, il governo e gli alti comandi militari sono fuggiti al sud, lasciando l’intero esercito senza ordini e indicazioni. Nel momento della decisione ogni soldato è solo con sé stesso; pochi coloro che aderiscono all’ordine tedesco, la stragrande maggioranza rimane fedele al giuramento al re. Molti coloro che riescono ad evitare il controllo teutonico e rientrano alle loro case.

Circa 650.000 sono coloro che vengono fatti prigionieri, anche con l’inganno ed inviati al lavoro coatto in Germania.

Giulio è tra questi, chiamato a condividere la vita negli stalag tedeschi con tanti altri lunigianesi e diversi torranesi. La Germania è al quinto anno di guerra ed ha enorme bisogno di braccia per l’industria bellica e per l’agricoltura.

Già dal viaggio i nostri militari capiscono quanto sarà traumatica e dolorosa la prigionia. Vengono caricati, accalcati, in carri bestiame piombati che vengono aperti una sola volta al giorno per somministrare loro una brodaglia. È un viaggio lungo, in un ambiente maleodorante e sporco, privo di servizi igienici.

Non sappiamo quale sia stata la destinazione per Giulio, le carte in nostro possesso non ce lo dicono. Ma poco importa, le condizioni di vita nei diversi stalag (ne esistevano circa 650) sono assai simili. All’arrivo il prigioniero subisce una serie di iniziative atte a disumanizzare la persona: nudi alla doccia collettiva con qualsiasi condizione climatica, i vestiti lasciati all’aperto, alla disinfestazione. Quindi l’attribuzione di un numero di matricola che va a sostituire il nome del militare.

Un documento della prigionia di Giulio tratto dal portale LeBI

Occorre precisare che, per volere dello stesso Hitler, i nostri soldati non devono essere considerati prigionieri di guerra ma I.M.I. (Internati Militari Italiani); questo stato giuridico priva gli italiani delle garanzie previste dalla Convenzione di Ginevra del 1929 ed impedisce ogni intervento di controllo e supporto alla Croce Rossa.

Si procede poi con l’assegnazione degli alloggi che altro non sono che baracche, prive di servizi igienici e di riscaldamento.

La giornata del prigioniero, sempre uguale, prevede la sveglia molto presto, alle cinque del mattino, con qualunque condizione climatica, una colazione a base di surrogato di caffè, appello sul piazzale e partenza per il luogo di lavoro che deve essere raggiunto a piedi sotto scorta. A metà giornata è prevista la somministrazione di un pasto caldo, composto da brodaglia di verdure. I datori di lavoro hanno la facoltà e l’obbligo di diminuire le già scarse razioni se a loro insindacabile giudizio il lavoratore non fornisce una prestazione soddisfacente. Alla sera, dopo mediamente dodici ore di lavoro, il rientro al campo, sempre a piedi, l’appello serale ed infine la cena, costituita ancora brodaglia poco nutriente.

La vita al campo è caratterizzata da sofferenze, costituite innanzitutto dalla fame, sempre presente giorno e notte, sopita, come qualche volta Giulio ricordava ai figli, da brodaglia di scorze di patata; dall’arroganza e dalle atrocità dei carcerieri tedeschi; dai lavori pesanti cui sono adibiti; dal freddo intenso affrontato con equipaggiamento inadatto; dalla scarsa igiene, dalle ricorrenti epidemie; dalla lontananza dai propri cari, dei quali non si hanno notizie.

A rendere ancora più amara la prigionia i periodici tentativi di convincere i nostri soldati alla collaborazione, con l’arruolamento nelle file della RSI o nelle truppe della Wermacht. Pochissimi coloro che cedono ma quando succede costoro vengono mostrati al di là della recinzione mentre mangiano a sazietà.

Anche i bombardamenti, sempre più intensi con l’avvicinarsi del fronte, rappresentano un grave pericolo, decine i prigionieri morti sotto le bombe.

Finalmente, nel maggio del 1945, la follia della guerra nazifascista giunge al termine con la sconfitta tedesca e gli stalag vengono liberati dalle truppe russe e alleate.

Giulio deve ancora attendere per poter rientrare in Italia, le strade e le linee ferroviarie sono interrotte, per organizzare il rientro occorre tempo.

Il 4 settembre 1945, dopo due anni esatti di dolorosa prigionia, Giulio può rientrare e riabbracciare i suoi cari.

A Torrano, ad attenderlo c’è la moglie Amelia Fantoni, che ha sposato il 14.8.1941 e due figli.

Negli anni successivi anche Giulio ha preso la strada dell’emigrazione, trasferendosi a lavorare in provincia di Alessandria, portando con sé la famiglia nel frattempo cresciuta per la nascita di un terzo figlio e dove è vissuto fino alla morte e dove vivono tuttora i suoi figli.

Per la copmpilazione dell’articolo ci si è avvalsi della consultazione del Foglio Matricolare conservato presso l’Archivio di Stato di Massa

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