NEL SEGNO DELLA CROCE LA DIFFUSIONE DEL CRISTIANESIMO NELLA DIOCESI DI LUNI

Un affresco di Amico Aspertini chiesa di San Frediano a Lucca, in cui è rappresentato l’arrivo del Volto Santo

Su un tegolone sepolcrale dell’anno 362 c’è la prima prova di una presenza cristiana a Luni: è una croce costantiniana, non graffita occasionalmente, ma incisa nell’argilla prima della cottura. indice di una produzione specifica destinata a soddisfare le richieste dei cristiani lunensi, che dovevano cominciare ad essere piuttosto numerosi. Le origini del cristianesimo nella diocesi di Luni e la diffusione del culto della croce sono stati i temi di una giornata di studio svoltasi di recente nel centro convegni Cà Lunae , promosso dal comune di Ortonovo e dall’Istituto Internazionale di Studi Liguri, sezione lunense, con I ‘ adesione dei musei diocesani dell ‘ antica diocesi di Luni e di soprintendenze ed enti locali.

Mille e settecento anni fa, mezzo secolo prima della tomba cristiana di Luni, Costantino ebbe in sogno la rivelazione del segno della croce e, postolo sui labari delle sue armate, ne ottenne la protezione e la vittoria militare contro il rivale Massenzio: l’episodio, quale che sia stata la sua veridicità, segna una svolta epocale nella interpretazione della croce , che da simbolo di infamia diventerà regale segno di gloria e salvezza.

La croce, ha ricordato monsignor Paolo Cabano, è stato il simbolo primordiale di tutti i cristiani, il loro segno distintivo, talvolta camuffato nel disegno di un’ancora per sfuggire alle persecuzioni. Nei primi secoli del cristianesimo le croci erano nude, non recavano l’immagine del Cristo, perché egli è Risorto e la croce nuda voleva testimoniare la vittoria sull’atrocità e l’infamia della morte.

La reliquia della Santa Croce di Bagnone

Dal IV al XIII secolo le grandi croci medievali (tra le quali lo straordinario crocifisso dipinto della cattedrale di Sarzana e la croce con il Cristo scolpito del Volto Santo di Lucca, approdato nel secolo VIII alle spiagge lunensi) recano l’immagine regale di Cristo trionfatore sulla morte. Nei territori che facevano parte dell’antica diocesi di Luni la devozione alla Santa Croce è spesso collegata con quella del Volto Santo e della reliquia del Preziosissimo Sangue di Sarzana ed è ancora diffusa, ad esempio a Vignola, Dobbiana e, soprattutto a Bagnone, dove ogni anno il comune rinnova I ‘offerta della cera e viene esposta la reliquia della Croce, che si dice sia stata donata da papa Niccolò V ai Noceti e da questi alla chiesa del paese.

Proprio la reliquia di Bagnone ed il suo prezioso contenitore sono stati tra i numerosi esempi di artistici reliquiari della Vera Croce conservati nella nostra diocesi e illustrati nell ‘ intervento della dottoressa Barbara Sisti, che ha fatto conoscere un patrimonio d’arte e di fede sconosciuto ai più ed al quale si presta raramente attenzione.

Le immagini del Volto Santo che compaiono in quadri, crocifissi e maestà dei territori dell’antica diocesi sono state presentate dal dottor Piero Donati, mentre la dottoressa Pia Spagiari ha illustrato l’importante croce dipinta di Nicola di Ortonovo. La storia del culto della croce e della rappresentazione di Cristo è stato il tema che ha trattato con grande efficacia e chiarezza don Luca Franceschini, ricordando che non solo la croce (che per gli ebrei è segno di stoltezza e per i cristiani è segno di salvezza), ma anche il volto dipinto di Cristo sono elementi essenziali del cristianesimo perché, con san Paolo : “Noi predichiamo il Cristo Crocifisso” e le prime raffigurazioni del volto di Cristo , come dice Gesù, rendono visibile l’invisibile: “chi vede me, vede il Padre”.

Nel corso del convegno si sono alternate le relazioni di prestigiosi studiosi: dalla dottoressa Elena Besana sulle rappresentazioni del simbolo della croce tra il IV e il VI secolo, alla professoressa Eliana M. Vecchi sulla legenda di Leobino, che tramanda la storia dell’arrivo del Volto Santo e sulle vicende del monastero del Corvo e del suo importante crocifisso, non senza riflessioni sul significato della visione costantiniana, che va considerata nelle possibili alternative tra una manipolazione, una effettiva conversione o come richiesta di aiuto ad una divinità non ancora conosciuta.

I resti dell’anfiteatro di Luni

Si diceva che le origini del cristianesimo nella nostra diocesi sono ancora in buona parte da individuare e che le stesse figure e datazioni relative ai primi vescovi sono di incerta definizione, come ha rilevato il professor Mariano Lallai, tracciando una efficace storia delle origini delle nostre chiese e delle istituzioni ecclesiastiche in Lunigiana e nella Tuscia settentrionale. Tuttavia, è dalla  archeologia che probabilmente arriveranno dati sempre più certi sulle prime presenze cristiane a Luni: ad oggi le prove più importanti sono state illustrate dalla dottoressa Marcella Mancusi della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Liguria. Nel IV sec. Luni è ancora una città bene organizzata e sede di importanti commerci, come provano le numerose anfore di importazione, monete provenienti da diciassette zecche e persino testimonianze epigrafiche; c’è un efficiente sistema fognario e sarà solo alla fine del IV secolo che un forte terremoto rovinerà la città, determinando tuttavia solo I ‘abbandono di una parte delI ‘abitato. Tra la fine del III secolo e la metà IV, un ricco cittadino lunense ha la sua grande casa, decorata con raffinati mosaici, dotata di peschiera, eretta ne luogo dove poi sorgerà un primo luogo di culto cristiano: una “casa della chiesa”, una piccola aula dove riunirsi in preghiera. Nel giro di un secolo verrà fondata la basilica paleocristiana ed i marmi della Luni terremotata verranno reimpiegati nella sua costruzione. Nel V sec. Luni vedrà progressivamente I ‘occupazione degli antichi spazi pubblici (foro, templi, ecc.) da parte di abitazioni private. Le testimonianze pagane, ancora presenti nel IV sec andranno progressivamente scomparendo: lo si legge nelle murature della basilica, che si ingrandirà inglobando gli edifici precedenti; lo si rintraccia dalle notizie sulle azioni dei vescovi, primo fra tutti il grande Venanzio, che conierà pseudo-monete per far fronte alle carenze e confusioni politiche originate dallo scontro tra longobardi e bizantini in questa nostra diocesi di frontiera. Intanto, agli inizi del V sec., nelle isole Capraia e Gorgona, che dipendono dal vescovo di Luni, si erano già insediati i primi eremiti, derisi da Rutilio Namaziano, un aristocratico della Gallia che nel poema De reditu definì gli eremiti della Capraia lucifugi, uomini che fuggono la luce e che ricercano il dolore ad ogni costo.

Riccardo Boggi, Il Corriere Apuano, 22.9.2012

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