TRADIZIONI POPOLARI DI TORRANO VAL DI MAGRA

Una sorgente di Monte Burello

(I. MEDICINA POPOLARE — II. CUCINA TRADIZIONALE).

Queste note non credo saran discare ai lettori di Lares, tanto più che lo studio delle tradizioni popolari di Torrano, solitario e interessante paesello dell’Alta Val di Magra, si riduce in fondo a ben poca cosa:

Qualche cenno di IGINO COCCHI (Due Memorie Geologiche sulla Val di Magra; Firenze, 1870); e di MANFREDO GIULIANI (Leggende Pontremolesi: note di Psicologia, in « Arch. per la Etnogr. e la Psicologia della Lunigiana Y, 1914, fasc. 1-11, pag. 16 dell’estr.) intorno alla leggenda dei Sarasin; qualche altro appunto del GIULIANI (10c. cit.) intorno all’altra leggenda del Monte Burello, più ampiamente e meglio illustrata in seguito da PASQUALE PASQUALI (Leggende del Monte Burello, La Spezia, tip. Argiroffo, 1917; per Nozze Buttini-Cavagnada). Sulle leggende paurose della Gordana, affluente del Magra, e presso cui giace Torrano, v. M. GIULIANI, Le più antiche campane del Pontremolese, in « Giornale Storico della Lunigiana XIII, fasc. I, pag. 73, 1923; e sempre del GIULIANI, vedi ancora, intorno agli usi funebri del Torranese: Gli usi funebri nella val di Magra, in « Archivio per la Etnogr. e la Psicologia della Lunigiana », vol. I, fasc. II, e IV, pag. 62.

Di tale territorio ebbi a occuparmene anch’io or non è molto (cfr.: il mio op.: Per un Atlante Demologico della Lunigiana, Parma, Fresching, 1930), raccogliendo sistematicamente materiali per l’Atlante Demologico della Lunigiana, a cui attendo.

Il poco materiale che qui pubblico, lo raccolsi invece nell’estate del 1929, durante un breve soggiorno nella casa avita a Torrano.

I. — MEDICINA POPOLARE.

Rimedi contro le distorsioni.

Per curare una distorsione si fa un impiastro con aceto, sale, e cenere; prima d’applicarlo si unge la parte dolorante; infine si fascia con lana e con una pezza di tela. Per una distorsione della mano, si lega il polso con una cordicella nuova; ciò vien detto: o bakalà, dalla forma che viene ad assumere la mano distesa.

Febbri.

In generale, per le febbri s’usa far sudare l’ammalato, ponendogli sulla schiena dei testi d’argilla (coperchi d’argilla da mettere sulle teglie) riscaldati.

Scottature.

Per guarire da una scottatura si unge d’olio la parte lesa, che allora non brôva (non gonfia); oppure vi si pone sopra del fango in cui s’abbia orinato.

Gonfiori di ventre.

Per i bambini: olio dentro un uovo brinato; per gli adulti: vino buono e liquori.

Itterizia.

Contro l’itterizia: due pidocchi in un uovo.

Erisipéla e Gonfiori.

Si mette sulla parte malata un rospo (o una rana). Se il rospo muore, l’ammalato dovrebbe esser salvo; poiché l’animale avrebbe tratto a sè tutti gli umori maligni, fino a morirne.

Porri delle mani.

Chi vuol liberarsi dai poriòn prende una cotica cui è già stato tolto il lardo, se ne unge, e poi la sotterra in un luogo dove non passerà più, finchè i poriòn non gli saranno andati via. Un altro modo di guarire dai porri consiste nel prendere una lumaca (lumagòt), strisciarla sui poriòn alla rovescia, dal lato della pancia; infilzarla su uno stecco, e non passarvi più vicino finchè non si sia guariti. Una terza maniera è questa: si contino tanti granelli di sabbia o di grano quanti sono i porri, si mettano in una borsa «trovata» che si getterà via dietro le spalle senza voltarsi o ritornare indietro. E ancora: a lavarsi le mani in quelle pozze d’acqua che rimangono tavolta dentro le cavità degli alberi i porri vanno via; però quest’acqua dev’esser trovata a caso, e non ricercata, perchè allora perderebbe ogni effcacia. Lavandosi con l’acqua forte, i pori più piccoli (i novèi) vanno via. Se uno che non ha porri conta quelli di un altro, glie ne vengono altrettanti (1).

Fonti curative.

La fontana Pastlana guarisce il mal di ventre; la fontana Marzinasca mal di capo. Ambedue le fonti sono nei prati di Pradalinara. Più in su v’è un’altra fonte, che invece produce vomiti: sarebbe questa Ia sola fonte nociva dei dintorni.

Emorragie.

Tanto per provocare, come per arrestare l’emorragia del naso, s’introduce nelle narici uno stelo d’Achillea millefolium: l’erba sangonela o corniarôla. È anche gioco infantile il provocare l’uscita del sangue per mezzo della nostra erba.

I bambini cantano in coro:

erba, èrba korniarôla,

pia o sanguo, e bütlo Fera !

e schiacciano alternativamente or l’una or l’altra narice (2).

Mal caduco.

Si guarisce saltando attraverso al fuoco, quando viene fuso il bronzo delle campane nuove.

Mal d’occhi.

Far voti a S. Lucia è secondo le donne di Torrano il mezzo più spiccio per guarire. È da poco tempo che si va dall’oculista.

Mal di denti.

Come S. Lucia per il mal d’occhi, cosi S. Apollonia è la protettrice contro il mal di denti. Dal dentista si va raramente. In casi normali quando ci si vuol liberare da un dente che dà fastidio, s’annoda al dente uno spago ben solido e si tira…

Per far andar via il latte.

Per far andar via il latte alle donne e alle mucche s’adopera il prezzemolo « perchè distrugge le bocche delle vene ». Ma per farlo venire alle vacche, se ci fosse un mezzo « a stora ki, a sarôma siori ! » mi diceva un contadino.

Ematici.

Per provocare il vomito: « biank dôv, e didi n boka “.

Dopo uno spavento.

Acqua fresca da bere; e acqua versata sulla testa.

Polmonite.

Contro la polmonite impiastri di rémal barstorli (semola abbrustolita sui testi d’argilla).

Aborto.

Per provocare l’aborto: segala cornuta.

Contro i frignoli.

Per guarire i ciavéi s’adoperano i testi, sorta d’erba grassa dalle foglie rotonde, che cresce attaccata ai muri.

Diarrea.

Contro la diarrea: ortiche tritate nelle frittelle di grano.

Parto.

Per facilitare il parto, si pone sul ventre della partoriente un impiastro di semola abbrustolita e cenere; si fascia poi leggermente il ventre con una fascia di lana. Una volta si mettevano anche degli scudi d’argento in fondo al ventre e sulle cosce divaricate della partoriente, perchè l’argento tira », e il parto sarebbe stato meno laborioso.

Alla puerpera si danno come cibi il bordét e poi la Panadèla. Tutti i cibi per la puerpera devono esser cotti in una pignatta di terra; altrimenti porta male.

Contro le ” voglie”.

Battersi con la mano sulle natiche.

Malattie degli animali.

Un cenno solo, ora sui rimedi per le malattie degli animali.

Pare che il tocca-sana per ogni sorta di mali delle vacche, degli asini e dei maiali —le sole bestie che possegga il contadino torranese —sia l’Elleborus niger detto erba dragona, e più comunemente ancora braghe d Kokü. Va cercato tra S. Giovanni (3) e S. Pietro, perchè conservi tutto il suo potere. La radice “réisa » dell’elleboro « maschio » è la più usata, e s’introduce “sot a la koga » all’animale malato, che indubbiamente dovrebbe guarire in virtù di tale procedimento.

Quanto alle malattie dei volatili di cortile — ah, qui s’entra in un altro campo. A parte il fatto che ogni massaia, per esempio, ha i suoi particolari rimedii che naturalmente celerà alla vicina, per curare — non so — la « pipita » o « piovita » delle sue galline, o qualche altro malanno; qui occorrerà certo l’intervento d’uno che levi lestregonerie. I polli muoiono ? le galline non fan uova ? È opera di qualche stregone o di qualcuno che abbia fatto l’« oc kativ» (4). Se poi è passato un Cervaroto (a Torrano gli abitanti della Cervara han tutti indistintamente fama di stregoni) la cosa è sicura. Ad ogni modo, per accertarsene, a Torrano, prendono un piatto pieno d’acqua, vi metton dentro tre gocce d’olio: “se la n sparisin” se queste non scompaiono non c’è nulla; altrimenti si fa bollire quest’acqua fino a che non sia evaporata tutta. Allora la stregoneria cade; ma il mezzo migliore, a quanto mi dicono i Toranei, sarebbe quello di romper la testa alla stria o allo striòn…

II. — CIBI TRADIZIONALI A TORRANO.

Supplemento al « Gruppo etnografico » dell’Inchiesta folcloristica nell’Appennino Parmense-pontremolese. (« La Giovane Montagna », XXXI).

Torte-pietanza.

I tipi di torta più in uso sono quelli stessi che M. Giuliani elencava per Pontremoli (v. la G. M., XXX, n. 2, 1-11, 1929): Torta d ris [s dolce]; torta d patake, d biédle, d zivole, d pòri. Da aggiungere la: torta d erba spiga, cioè di camomilla selvatica (5); con la camomilla si fanno pure i padléti (le frittelle). Da notare l’erbadèla, o torta d erbagi, o torta d erbacion, che è la più usata. È composta delle seguenti erbe: ptonika (erba bettonica), borazene, papagai, salghéti, biédole [o biédle], orecia dasin, raspa d gaina, kamoili, karsun, cimi durtiga, stropiaun, pampinèla, sparzi (asparagi) sarvdghi, cimi d guciarna.

Un’altro elenco d’erbe usate come ingredienti di torte lo detti per il paese di Teglia (v. la G. M., XXX, n. 10, 10 ott. 1929). Sarà utile il riferirlo qui: orécia d gat, orécia d koku: dev’essere raccolta prima del 5 o dell’8 d’aprile, dopo non è più buona, secondo la cred. pop.; la silvestre orécia d lévra, la birba d bek, assai dolce, e simile nell’aspetto alla scorzonera; la romza gialla; il zarfui facilmente confondibile col prezzemolo; i grognéti, I mirasòl, I orecia d ason, la pòta d gorpa, etc.

A Torrano la rümza serve a curare i ciavèi (i foruncoli); e i latasin [s dolce], che a Pontremoli vengono impiegati per questa sorta di torta, vengono invece dati ai maiali.

Tutte queste erbe sono commestibili fino ai primi d’aprile: si n à anka kantà I küko, tüt i èrbi i en bon; dopo non s’usano più.

Un ultimo tipo di torta è quella di fari (grano brillato).

Gli altri cibi d’uso: i tordèi, la karsenta che nelle grandi occasioni sostituisce la patona di farina di castagne, la barbòtla (torta di farina di castagne con salsiccia, pignoli, ecc., assai vicina al castagnaccio toscano), i cazòti (strisce di patona fatte bollire, e condite solo con formaggio di vacca) non han nulla di particolare e sono comuni agli altri villaggi montani dell’Alta Val di Magra e dell’Alta Valle di Vara (6).

Pontremoli, dicembre del 1932-XI *

P. S. PASQUALI

(1) Per metodi analoghi cfr. : P. SAINTYVES, La guérison .des verrues. De la magie médicale à la Psychothérapie, Paris, 1913; ed AEBISCHER, Remèdes Populaires fribourgeois contre les verrues, in Schweiz. Archiv für Volkskunde b, XXXII, 1932, pag. 21-36.

(2) Ad Arzengio (com. di Pontremoli; A. I. S., 500):

erbarôla, erbarôla

pia I sangue e bütal fora.

Per quest’uso, vedasi: VITTORIO BERTOLDI, Nomi ed usi d’uno stagnasangue popoIare, in Studi romanzi XVII, 1926, pagg. 65-92. V. spec. a pag. 89.

(3) È durante questo periodo che, la notte, van colte tutte le erbe medicinali, a detta dei « medgon” (mediconi), fra i quali eccelleva un tempo la Torana, una vecchierella, raccoglitrice di semplici, famosa in tutta la Lunigiana. Sulle erbe che vanno raccolte la notte di San Giovanni devesi particolarmente vedere il vol. di FR. CRAMER, Der Heilige Johannes im Spiegel der franzôsischen Pfianzen•und Tierbezeichnungen, Giessen, 1932, VIII Zusatzheft dei Giessener Beitrâge zar romanischen Philologie.

A Torrano, la notte di S. Giovanni si metton fuori le vesti, perchè prendan la rugiada e non tarlino. La rugiada caduta quella notte viene raccolta e conservata preziosamente.

(4) Per un cenno sul malocchio nel territyorio e nello Zerasco, v. la mia edizione: D’un vecchio testo di folklore Lunigianese, in Folklore Italiano VII, 1932, fasc. 111-1V.

(5) Erba spiga è pure il nome dello “spigonardo”, o ” lavanda”. Intorno a questa, quanto alle tradizioni popolari, v. : V. BERTOLDI, Droghe orientali e surrogati alpini, in «Archivum Romamcum», X, 1926, pagg. 201-220.

(6)Per queste zone vedansi i risultati dell’Inchiesta su citata Giovane Montagna 1929-1932); per la vicina Alta Val di Taro, v. i cenni dati da ANTONIO EMMANNUELLI nel vol. : L Alta Valle del Taro e il suo Dialetto. Studi etnografici e glottologici…, Borgotaro, 1886, pagg. 120-121.

  • Le parti III e IV dl questi Spunterelli comprenderanno notizie intorno ad Usi vari (III); e intorno alla Poesia Popolare Torranese (IV).

[Nel correggere le bozze vedo che, alla distanza di due anni da che scrissi questo lavoretto, qualche aggiunta nella bibliografia dev’esser fatta. E cosi per la leggenda di Monte Burello, v. ARRIGO BALLADORO, Impronte meravigliose in Italia, in Il Folklore Italiano, VIII, 1933, fasc. 1-11, pagg. 54-55. Cfr. pure il mio scritto su Di alcuni nomi del Colchicutn autunnale L. Val di Magra, in Zeitschf. f. 70tn. Phil., B. LIII, H. 5-6, a pag. 552, per nomi e usi del colchico a T. E ancora nella Bibliografia dei Folklore e del Dialetto di Zeri, da me pubblicata in Lares, IV, n. 1-2, marzo-giugno 1933, pagg, 102-106 trovasi notizia di pubblicazioni riguardanti il territorio di Torrano ch’è diviso tra i comuni di Pontremoli e di Zeri].

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Con la collaborazione della dott.ssa Sabrina Fantoni – Università di Bologna

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