LA “LUNIGIANA PARMENSE” ED I RIVOLGIMENTI DEL ’59

  1. La Val di Magra dopo la restaurazione del ’49.

Alla vigilia degli avvenimenti politici e militari del 1859, l’alta Val di Magra faceva parte, come è ben noto, degli Stati Parmensi » ed era costituita in una Provincia che comprendeva  i sei comuni di Pontremoli (capoluogo), Zeri, Mulazzo, Villafranca, Bagnone e Filattiera, con una superficie di 418,25 e una popolazione assoluta, nel I855, di 31 .848 ab. , e, relativa, per chilom., di 76. La provincia di Pontremoli, detta anche Lunigiana Parmense era stata istituita, dopo le restaurazioni ducali compiute dagli austriaci, con un decreto  del 15 dicembre 1849,e tale istituzione era stata una delle conclusioni del lungo e complicato lavorio diplomatico, rivolto, mediante scambi di possessi, a una più razionale sistemazione territoriale dei vari Stati, in connessione col Trattato di Parigi del 30 maggio I814, e con l'<< Atto finale » del Congresso di Vienna del 9 giugno del ’15 e col successivo trattato segreto di Firenze del ’44. Le lunghe e agitate trattative tra il Granduca di Toscana e i Duchi di Modena e di Parma erano state inoltre complicate dalle gelosie tra Austria e Francia per l’equilibrio delle loro influenze rispetto agli importanti passi appenninici della Val di Magra (dalla Cisa al Cerreto), da avvenimenti dinastici, rivoluzionari e militari, come l’improvvisa rinunzia di Carlo Lodovico di Borbone (poi Carlo II) al Ducato di Lucca, la permuta di Guastalla con Pontremoli, l’inaspettata morte di Maria Luigia d’Austria, i così detti « fatti di Lunigiana » del ’47 e le successive arbitrarie annessioni, compiute nel ’48, dal Governo Granducale, del Ducato di Massa Carrara, della Lunigiana parmense ed estense e della Garfagnana.

La nuova circoscrizione amministrativa della Lunigiana parmense aveva senza dubbio migliorato, localmente, l’assetto del territorio rispetto alle vecchie angustianti divisioni feudali e politiche: la sua unificazione, secondo la ragione geografica e l’interesse delle popolazioni, era stato un utile riconoscimento di una realtà demografica che dimostrò, del resto, la sua vitalità non solo quale provincia, durante il decennio del governo borbonico, ma, successivamente, nel nuovo Stato nazionale, quale organo di giurisdizione Circondariale e Giudiziario ( 1 ).

Ma i nuovi assetti territoriali che erano stati attuati, se avevano eliminato gli eccessivi frazionamenti e rinforzata la unità amministrativa interna dei vari Stati interessati, avevano, d’altra parte, inaspriti gli inconvenienti delle divisioni politiche del territorio regionale, con un vessatorio intralcio dei traffici e con grave danno della già povera economia locale. Al momento della Restaurazione del ’15, disciolto il napoleonico «Dipartimento degli Appennini “, che comprendeva quasi tutta la Lunigiana, in considerazione appunto dei complicati confini che sarebbero tornati a intersecare buona parte del territorio della Lunigiana, era parso opportuno, ai politici del Congresso di Vienna, di tenere temporaneamente la regione fuori da ogni linea doganale, fino a che non fossero stati eseguiti i ricordati rimaneggiamenti territoriali. Il provvedimento era riuscito benefico: esso aveva dato origine a una zona estradoganale dove era andato prosperando un commercio d’eccezione, una specie di contrabbando tollerato, che si valeva del portofranco di Livorno e del transito concesso negli Scali dell’Avenza (estense) e di Lerici (Sardo), con notevole incremento dell’economia locale. Ma quando, nel ’49, restaurati i Duchi nei loro Stati vecchi e nuovi, furono stabilite le dogane sui nuovi confini faticosamente elaborati, ne apparvero subito evidenti i gravi inconvenienti: la nuova linea doganale inseritasi tra il territorio parmense e quello estense, tagliava in mezzo, in un punto vitale, l’alta Lunigiana, mentre la parte inferiore del territorio era pure essa divisa dalla complicata linea del confine politico tra Modena e Piemonte, così che la Val di Magra veniva a trovarsi separata dal vicino mare da un doppio sbarramento doganale ( 2 ).

Questo dannosissimo stato di cose aveva, per reazione, suscitate o rianimate in Lunigiana quelle vive aspirazioni di annessione al Piemonte che, nel ’48, erano state intensificate dalle passioni patriottiche. Tali annessioni erano del resto consigliate anche da ragioni politiche, come era apparso evidente a Carlo Alberto quando aveva vagheggiato il disegno della integrazione della Liguria genovese, già annessa al Piemonte con raggiunta dell’intero bacino della Magra, innaturalmente diviso tra vari domini. Infatti la maggior parte del territorio lunigianese con la Val di Vara, l’attigua riviera e la parte inferiore della Val di Magra erano già compresi negli Stati Sardi: l’aggregazione dei piccoli distretti allora inclusi negli Stati di Parma e di Modena avrebbero ristabilito quasi integralmente, il territorio della Lunigiana nei suoi confini geografici e storici, integrando in tal la Liguria Orientale.

E fu proprio Gioberti che, per difendere il suo utopistico progetto della Lega degli Stati italiani e della loro Federazione, fece del suo meglio per impedirlo, sconsigliando Carlo Alberto di insistere nei suoi progetto, e, col discorso tenuto a Pontremoli (allora incluso nel Gran Ducato di Toscana), nel maggio del ‘48 che suscitò tante polemiche, schierandosi contro i fautori della annessione al Piemonte, attirandosi dai patriotti lunigianesi la accusa di avere, in tal modo, contribuito a impedire che la loro sventurata regione, riunita dalla Cisa al mare lunense, e rifusa nella Liguria, fosse incorporata nel regno di Sardegna « propugnacolo, come fu detto, della indipendenza italiana » (3 ).

La prima smentita alla tesi dell’autore del Primato in favore dello status quo dei vari Stati italiani venne proprio dalla Toscana e dalle sue invadenze espansionistiche, con le annessioni del pontremolese, e dei territori modenesi del Ducato di Massa Carrara, della Lunigiana estense e della alta Garfagnana, giustificando l’arbitraria occupazione con la ragione. di prevenire l’instaurazione della Repubblica. L’espansionismo toscano, dinastico e democratico, che, con le irruenze di Guerrazzi, per poco non giunse ad atti di guerra col Piemonte, mentre l’esercito sardo combatteva in Lombardia contro l’Austria, fu certo uno dei fenomeni più singolari del confusionismo ideologico del tumultuario ’48, che lo stesso Gioberti, fatto Ministro, si trovò poi di fronte e giudicò e definì « moto provinciale » contrario al Risorgimento. Tale, del resto, era stata anche la sua opposizione alla modesta integrazione territoriale della Lunigiana, che, per la sua posizione geografica, poteva giovare non tanto alla compagine dello Stato piemontese, quanto alla politica nazionale che esso svolgeva ( 4).

Fallite tutte le ventilate riforme col fallimento politico e militare della rivoluzione del ’48 e ’49, i vecchi stati furono restaurati nei confini fissati dai trattati precedenti. Sebbene l’alta Val di Magra appartenesse de jure ai borboni di Parma sino dal 4 ottobre del ’47, tuttavia in seguito alle ricordate annessioni del marzo ’48, de facto era rimasta sotto il governo toscano, fino al 15 aprile del 1849, quando l’armata austriaca, comandata dal Generale d’Aspre, diretta verso la Toscana, passando da Pontremoli, ne prese effettivamente possesso in nome di Carlo III che aveva assunto il potere dopo l’abdicazione del padre, ed era poi entrato a Parma il 18 maggio del ’49.  Successivamente, con un Decreto del 15 dicembre dello stesso anno, il nuovo Duca aveva costituita, come si è visto, la Provincia di Pontremoli ( 5 ).

Imposto dalle armi straniere, il governo borbonico si inaugurava tra reciproche diffidenze: del Duca, ancora offeso delle proteste antiborboniche del ’47 e dalle tollerate annessioni del ’48 ; della popolazione, sdegnata dai provvedimenti di rigore che, malgrado le blandizie dei primi momenti, avevano dato un tristo principio al nuovo governo, come lo stato d’assedio, le bastonature sulla pubblica piazza, i minacciati castighi contro l’uso dei così detti « cappelli dell’Aulla foderati coi tre colori italiani » e vari altri provvedimenti dispettosamente vessatori.

In seguito, nè le bonarietà del Duca, che frequentemente visitava Pontremoli, nè il cambiamento di regime governativo dopo la sua tragica scomparsa, e nemmeno le molte condizioni favorevoli ad una proficua fusione della località nello Stato parmense, riuscirono più a volgere le simpatie della popolazione verso il governo borbonico, caduto in mano di pochi suoi fautori, che si servivano della loro influenza come di mezzo di predominio (6).

2. Sollevazione antiborbonica e annessione al Piemonte

Il decennio del dominio borbonico nella Lunigiana parmense, contribuì, in tal modo, a favorire, per effetto di reazione, il formarsi di quell’indirizzo di più determinate e misurate aspirazioni politiche, le quali, come nelle altre parti dell’Italia settentrionale, si fusero poi in quel complesso di tendenze regionali e nazionali che provocarono i fortunati rivolgimenti del ’59. Le correnti costituzionali e liberali avevano facilmente orientate decisamente le aspirazioni locali verso il Piemonte. Gli ordini liberi che vi si erano mantenuti e la politica riformatrice, audace ma realistica di Cavour soddisfacevano a pieno le aspirazioni temperate dei patriotti. Le tendenze nazionali, già suscitate dalle prime organizzazioni mazziniane del ’33, erano la generosa idealità di piccoli gruppi : la tendenza più generale e prevalente in tutti i ceti verso il Piemonte traeva forza dalla pressione di vive necessità locali, rientrando in quel complesso di aspirazioni favorevoli a quel regno dell’Italia Settentrionale, che, dopo i disinganni del ’48, stava, ormai, a fondamento della politica dello Stato Subalpino, alla quale l’opera fervida e abile di Cavour aveva impresso tanta forza di attrazione. La Lunigiana intera vi cercava la sua unificazione e quella integrazione territoriale, di iniziative e di traffici e di possibilità di sviluppi stradali e commerciali, impedite, come si è visto, dalle troppe e immeseratrici divisioni politiche. Fu appunto la forza di questa esigenza degli interessi locali, che in Lunigiana, come, del resto, nella frazionata Emilia, dalla quale dipendevano varie parti del territorio lunigianese, dette alle aspirazioni un contenuto così realistico, fattivo, diffuso al di fuori dei ristretti gruppi politici, sul quale il movimento cavourriano si potè fondare con tanta fortuna.

Prima del ’59, esisteva in Pontremoli un Comitato segreto rivoluzionario, che faceva capo a Sarzana, sentinella avanzata del Piemonte tra gli Stati estensi e parmensi, e antico propugnacolo di liberalismo e di italianità, e si ricollegava alla « Società Nazionale » di La Farina, che si era venuta trasformando in un potente strumento della segreta azione cavourriana (7).

Il fermento dei primi mesi del ’59, e l’ardente preparazione della guerra all’Austria, accentuarono il movimento in tutta la Lunigiana, come in ogni parte dell’alta Italia. La rivoluzione toscana culminata il 27 aprile con la partenza del Granduca, incoraggiò la sollevazione del vicino Ducato di Massa e Carrara, dove fu proclamata la decadenza del Governo Estense e votata l’annessione al Piemonte, il quale, per opera di Cavour, aveva da tempo mirato a questo minuscolo dominio del Duca di Modena, per suscitarvi incidenti rivoluzionari che determinassero l’intervento dell’Austria e provocassero l’atteso casus belli col Piemonte. Subito dopo la dedizione a Vittorio Emanuele, fu deliberata, nel territorio di Massa e di Carrara, la formazione di una «Legione » di volontari, della quale prese il comando il vecchio rivoluzionario Generale Ignazio Ribotti di Molières, che era stato, fino al ’31 ufficiale nell’esercito piemontese, poi allontanato per gli avvenimenti del ’31, combattente, in seguito, nella Spagna per la causa liberale, e riammesso nell’esercito sardo nel ’55. Per incarico di Cavour egli era sbarcato, dal piroscafo della Marina Sarda Authion, all’Avenza, per organizzarvi le truppe volontarie che da un piccolo nucleo di 300 uomini raccolti in Sarzana, divennero in seguito due reggimenti dei « Cacciatori della Magra » che dettero poi origine alla « Brigata Modena » (8).

Quando si diffuse la notizia della partenza della Duchessa da Parma, avvenuta il 1 ° maggio, Pontremoli ne profittò impazientemente, e il giorno dopo proclamò il suo distacco dallo Stato borbonico e la sua immediata dedizione al Piemonte, eleggendo contemporaneamente un Governo Provvisorio composto di tre membri. Esso ebbe però brevissima vita. Tornata, infatti, la sovrana in Parma il 5 maggio, e restaurati i poteri ducali con ostentati spiegamenti di forze, non. solo fu travolto quel debole governo, ma i patriotti pontremolesi più compromessi dovettero allontanarsi e rifugiarsi negli Stati Sardi, a Sarzana ed alla Spezia. Venne allora dato nuovo vigore all’azione del Comitato Sarzanese per rafforzare ed estendere, nei territori estensi e parmensi, il moto nazionale con il valido aiuto del governo sardo che aveva mandato sui luoghi due compagnie di fanteria marina le quali, con altri contingenti dell’esercito, formavano un battaglione comandato dal cap. De Stefani, che aveva l’ordine di difendere la popolazione dal minacciato ritorno delle forze estensi. Tali avvenimenti ebbero una forte ripercussione anche a Pontremoli, dove le incertezze del governo ducale resero, in breve, possibile il ritorno di capi del movimento insurrezionale, che ripresero energicamente il lavoro di preparazione. Spinta decisiva all’azione fu poi, oltre che il ritiro da Fivizzano delle truppe estensi agli ordini di quel Casoni, che aveva già comandato lo Stato d’assedio contro la ribelle Carrara nel 1854, l’insediamento in Massa di un Sottocommissario straordinario, il cagliaritano Giuseppe Campi Bazan; dipendente dal Commissariato straordinario di Genova, che aveva nominati i suoi « Incaricati » anche nei vari centri della media Val di Magra, o « Lunigiana estense ».

Furono quindi, per iniziativa del governo sardo, convocati a Sarzana i capi pontremolesi, del movimento, e, in tale occasione, fu deciso che fosse occupata da parte del Piemonte anche la « Lunigiana parmense”.

Le truppe borboniche, preoccupate da tali avvenimenti, si ritirarono dalla Val di Magra al di là della Cisa, e Pontremoli, dichiarato nuovamente il suo distacco dagli Stati Parmensi, tornava a sollecitare la sua annessione al Piemonte, e, seguito dagli altri Comuni della Provincia, a confermare l’atto di dedizione al Re Vittorio Emanuele. Veniva quindi nominato un nuovo Governo Provvisorio.

Il 28 maggio il gen. Ribotti, con pochi soldati dell’esercito, occupava la città e, non avendo voluto riconoscere quel nuovo Governo Provvisorio, di tendenze troppo accese, e che faceva temere turbolenze e vendette, prendendo possesso del territorio in nome del Re, assumeva egli stesso, temporaneamente, anche i poteri civili. Il giorno successivo l’intendente Sottocommissario Giuseppe Campi Bazan, che, come si è detto, era stato mandato in Massa quale Sottocommissario straordinario del Governo di S.M., nominava provvisoriamente l’avv. Girolamo Giuliani Commissario Straordinario della Provincia di Pontremoli perchè la Governasse in nome del Re (9).

Nel frattempo le truppe parmensi si erano fermate a Berceto, dove avevano trovato inattesi rinforzi nelle truppe comandate dal col. Bergonzi, il quale, con forze superiori alle piemontesi, disponendo anche di artiglieria, aveva preso posizione minacciosa contro Pontremoli ( 10 ).

Successivamente, dopo che in Pontremoli, compiuto l’atto di dedizione a Vittorio Emanuele, e assunti i poteri militari e civili dal gen. Ribotti, era cessato il Governo borbonico, rappresentato dal Prefetto Gaetano Appiani di Piombino, gli altri Comuni della Provincia si erano trovati abbandonati a se stessi. A Bagnone l’attività governativa languiva da tempo per mancanza di autorità e di forza, tanto che non vi si erano potuti eseguire nemmeno gli ordini emanati dopo la restaurazione ducale del 5 maggio. Il 27, perciò, era stata chiesta dal popolo l’instaurazione di un governo forte, che garantisse l’ordine pubblico, ed era stata proclamata la sovranità di Vittorio Emanuele e nominata una Commissione  Provinciale Governativa perchè i componenti del Municipio si erano dimessi non essendosi potuti adunare in numero sufficiente per deliberare.

La Commissione cessò poi dalle sue funzioni I’8 giugno, in seguito ad una notificazione del Commissario della Provincia di Pontremoli che ne ordinava lo scioglimento, nominando il Conte Stefano Noceti Commissario straordinario al Comune.

Anche nei restanti della Provincia, dopo l’adesione al Governo del Re Vittorio e della nomina del Commissario per la Provincia, il potere era stato assunto dalle autorità municipali : in tutto il territorio della Lunigiana parmense gli atti e i contratti civili furono emessi e ricevuti in nome del Re Vittorio Emanuele (11).

Ma il Governo del minuscolo territorio, così rapidamente instaurato, non era scevro di difficoltà, tanto di ordine politico che di ordine militare. La situazione militare locale, infatti, si andava complicando. A Berceto permanevano minacciose le truppe borboniche del col. Bergonzi, appoggiate da altre truppe dislocate a Borgataro e a Corniglio, contro le quali non si potevano opporre che le poche forze comandate, dal gen. Ribotti, il quale doveva inoltre sorvegliare le mosse del Casoni, che con truppe estensi minacciava di rioccupare Fivizzano, tanto che il gen. piemontese, con lettera del 4 giugno diretta a Cavour, chiedeva, da Pontremoli, rinforzi.

Si decise di nominare frattanto una Commissione, incaricata di procedere immediatamente all’arruolamento militare di coloro che avessero inteso di prendere servizio nella armata nazionale, e si provvide, nello stesso tempo, a sollecitare una organizzazione provvisoria della Guardia Nazionale che avrebbe dovuto prestare servizio sino all’ordinamento definitivo dello stesso corpo.

La vittoria di Magenta (4 giugno) risolveva la pericolosa situazione, provocando il ritiro tanto delle truppe borboniche che delle estensi. Il giugno il 1° giugno il Podestà di Berceto, Pietro Caprara. scriveva al Commissario Straordinario, di Pontremoli, annunziando che era stato spedito, per staffetta, l’atto di dedizione di quel Comune al Re Vittorio e sollecitando, come era stato combinato, l’intervento. del gen. Ribotti con le truppe al suo comando. La lettera aggiungeva che le truppe del col. Bergonzi si erano ritirate a Fornovo, mentre il distaccamento borbonico di Borgotaro, dopo essersi ammutinato e ricusato di lasciare il paese che minacciava, si era deciso a partire per Parma. Avvertiva pure di non potere dare frequenti notizie sugli avvenimenti di Parma perché era stata interrotta la linea telegrafica da Berceto a Parma e da Berceto a Pontremoli. Accennava a un conflitto con tre morti, e alla fuga di truppe ducali a Brescello (12).

Ma se le vittorie degli eserciti alleati facevano dileguare i pericoli militari, rendevano sempre più preoccupanti le difficoltà della situazione politica locale. Si è vista con quanta impazienza, prima ancora che si muovessero le altre parti del Ducato, la Lunigiana Parmense, profittando di favorevoli condizioni, si fosse ribellata e sottratta al dominio borbonico. Lo scatto era partito, più che dagli altri Comuni della Provincia, da Pontremoli, dove, come è naturale, più immediatamente si erano fatti sentire gli inconvenienti del sistema di governo.

Caduto l’inviso potere ducale, l’ostilità della popolazione si era rivolta contro quella cricca dei suoi partigiani che aveva spadroneggiato fino allora, traendo dal regime borbonico potenza e vantaggi economici. Nello stesso partito nazionale si erano manifestate subito vivaci interne discordie tra i propugnatori di energiche risoluzioni, e i più temperati che non volevano violenze e vendette. Soprattutto erano presi di mira alcuni alti impiegati pontremolesi contro i quali si acuivano specialmente le accuse e si chiedevano esemplari provvedimenti.

Pure nel popolo perdurava una viva eccitazione, si erano dovute rinchiudere nelle carceri quattro guardie della polizia borbonica e tre di quei disertori delle truppe ducali, che, sbandandosi, avevano presi atteggiamenti da grassatori, per sottarli a una giustizia sommaria di popolo. A intorbidire la situazione si ebbe inoltre una specie di serrata da parte degli osti, caffettieri, bottegai, ecc., che, in occasione del passaggio delle truppe del V Corpo di Armata francese, comandata dal Principe Gerolamo Napoleone, provenienti da Livorno, insieme con le truppe toscane, agli ordini del gen. Ulloa, avviate verso il teatro della guerra temendo forse violenze e soprusi, dichiararono di non volere tenere aperti e provveduti i loro esercizi, complicando gravemente il già difficile problema degli alloggi e dei vettovagliamenti ( 13 ).

Anche in altri Comuni del territorio vi erano state dimostrazioni degli elementi più turbolenti come  a Bagnone, dove, dopo la vittoria di Magenta, un gruppo di popolani, impadronitosi delle armi di un posto della Guardia Nazionale. aveva imposto una manifestazione di gioia; e a Villafranca, dove fu minacciato e si tentò l’arresto di un Ricevitore, accusato di offesa alla bandiera tricolore.

Mancava la forza sufficiente per provvedere al mantenimento dell’ordine pubblico, ridotta a pochi carabinieri e pochi volontari, specie dopo la partenza del gen. Ribotti, mentre da tutti i Comuni si chiedeva, con insistenza, che i posti già tenuti dai gendarmi ducali fossero occupati dai Carabinieri piemontesi.

Né, data la situazione generale, era possibile ottenere quei provvedimenti di carattere politico che avrebbero almeno calmato il fermento degli uomini del movimento. Si chiedeva, soprattutto, con calorosa insistenza, che fossero sollecitamente. tratte le conseguenze della proclamata e accettata annessione, ponendo termine alla provvisoria situazione politica della Provincia, includendola definitivamente negli Stati Sardi, mediante l’unione al confinante territorio di Genova, con un risolutivo distacco da Parma, che desse la rassicurante prova della rivoluzione avvenuta, ponendo (contro i pungenti ricordi del  ’48 e ’49) un irrevocabile fatto compiuto di fronte ad una qualsiasi eventualità di restaurazione borbonica.

Il Campi, da Massa, a nome del Governo piemontese, consigliava pazienza; e, pure riconoscendo giustificate le ragioni dei desideri della popolazione, invitava il Commissario della Lunigiana Parmense a far rettamente intendere anche le ragioni del Governo e a «persuadere i meno pazienti a soffrire che fino alla decisione della grande lotta, l’amministrazione dei paesi non soffra innovazioni di grave momento. Il  Piemonte, », aggiungeva, « come tutta l’Europa sa, si è messo in armii di concerto con ln Francia, non per conquistare codeste Provincie ed  altre, ma per l’indipendenza d’Italia” Richiamo evidente all’abile e fortunata formula diplomatica di Cavour.

Con eguale giustificata chiarezza, replicava il Commissario di Pontremoli: « Questo paese ha proclamato la sovranità del Re Vittorio a fine di riunirsi al suo Regno, di essere posto sotto la tutela del medesimo, e di fruire dei vantaggi che vengono dall’indipendenza e dalla unificazione. Questa intenzione del paese non può essere del tutto disconosciuta, e se le circostanze presenti non consentono che per intero colga i frutti di quella unificazione, almeno si veda di fargliene sentire qualcuno, giacchè le masse sentono e non ragionano, ed il volerle pascere di puro spirito è utopia. Il movimento nostro se non avesse avuto il fine dell’unione sarebbe stato senza scopo, pericoloso, imprudente, mentre sarebbe stato meglio rimanere quali eravamo aspettando il fine della guerra, piuttosto che isolati e quasi a noi stessi abbandonati come siamo, di fronte al nemico esterno e alle serie esigenze del paese che totalmente non si possono disconoscere.

Per togliere una tale impressione di abbandono era stata combinata una visita dell’intendente Campi, la quale, fissata per il 9 giugno, non ebbe poi luogo, per ordini contrari pervenuti dal Ministero, che non  voleva cambiamenti territoriali, ordini che provocarono un vivo malumore, impazienze e proteste.

Il Commissario Provvisorio di Pontremoli tornò perciò ad insistere perchè dal Governo fosse almeno, finalmente, mandato un funzionario civile a prendere formale e stabile possesso della Provincia, in nome del Re, e a sollecitare nuovamente il provvedimento amministrativo che staccasse l’alta Lunigiana dal complesso degli Stati parmensi. «È generale desiderio », scriveva al Campi, « che questo territorio sia aggregato alla Provincia di Genova, piuttosto che a quella che fosse per avventura formato col territorio parmigiano, qual desiderio è la conseguenza del mal governo che per dieci anni questa popolazione ha sopportato,. E tanto più questo desiderio è ardente in quantochè il buon senso pubblico ritiene che del Val di Magra di debba fare un unico territorio che certamente non può dipendere da Parma.

E su questo argomento della unificazione territoriale della Lunigiana, le insistenze furono lunghe e tenaci, quasi vi fosse il presentimento di dovere impedire una soluzione elle tornasse di nuovo a gravare a lungo sulla regione come già i dannosissimi frazionamenti feudali e. politici del passato. Il Commissario facendosi interprete delle concordi aspirazioni locali, si rivolse al Ribotti, insistette presso il (‘anil)i : non mancò, più tardi, di far presenti al Pallieri e, in ultimo, allo stesso Farini, i bisogni e i voti della Provincia, « ligure per posizione » , come si andava ripetendo, e, perciò, da riunire al restante territorio della Val di Magra della quale faceva parte integrante.

Ma le insistenze, anche se giustificate dai più evidenti motivi, furono inutili, perchè il Governo piemontese era diplomaticamente impegnato a mantenere, in generale, sino alla conclusione delle vicende militari e politiche in corso, temporaneamente, nelle provincie annesse, gli antichi ordini amministrativi. Nel caso particolare, per conseguenza, i territori della Lunigiana non appartenenti agli Stati Sardi dovevano rimanere nei vecchi aggregati amministrativi, e, cioè: Massa e Carrara e gli ex feudi imperiali della media Val di Magra e Vara, negli « Stati Estensi » ; la Provincia di Pontremoli, alta Val di Magra, negli « Stati parmensi ».

Dopo la vittoria di Magenta i timori di una immediata restaurazioni borbonica si erano dileguati, e poichè la sollecita annessione al Piemonte, mediante l’incorporamento del pontremolese nella finitima provincia di Genova, che avrebbe effettuata l’unificazione di buona parte della Lunigiana, era ormai meno probabile, dopo che anche Parma, libera dal governo borbonico, aveva rinnovato il voto del ’48 di annessione al Piemonte (7 giugno) si continuò ad insistere perchè fosse almeno mandato, a prendere possesso del territorio, un diretto rappresentante del Re, « il quale », continuava a ripetere il Commissario straordinario di Pontremoli, « fosse persona affatto indipendente e nuova, fuori della sfera del vecchio impiegatume borbonico, purtroppo qui riuscito sempre avverso agli interessi della popolazione e però sempre malviso ».

Nominato dal Re Vittorio Emanuele Governatore temporaneo degli Stati Parmensi il conte Diodato Pallieri (17 giugno), questi, in conformità alle decisioni ministeriali, assunse il Governo anche della Provincia di Pontremoli, che, da quando, per la prima, si era sottratta al governo borbonico, cioè dal 27 maggio, era rimasta, conie si è visto, staccata da Parma, e, con un Decreto del 23 giugno, delegava il Consigliere della Corte Regia di Parma, dott. Stefano Massari, ad operare la riunione della Provincia stessa agli Stati parmensi e a reggerne provvisoriamente l’lntendenza.

Questi passaggi di poteri non avvennero, anche in momenti difficili come quelli, senza curiose complicazioni burocratiche.

Il Ministero piemontese, fino dal 20 giugno, aveva dato ordine all’Intendente Generale Commissario Straordinario di Genova, dal quale, come si è visto, dipendeva l’Intendente Campi, Sottocommissario del governo  del Re in Massa, perché fosse rimesso nelle mani del Governatore degli  Stati Parmensi il governo dell’antica provincia di Pontremoli. In seguito a ciò il Commissario  di Pontremoli rassegnava direttamente al Governatore degli Stati Parmensi l’amministrazione della Provincia, che, nel complicato passaggio dei poteri, si trovò, in un certo momento, virtualmente dipendente da tre capoluoghi amministrativi : da Genova, attraverso il Campi, da Parma alla quale era stata restituita, da Modena per la temporanea dipendenza di Massa riunita alle Province modenesi. Per tale motivo il Commissario Straordinario di Pontremoli, ebbe comunicazione della decisione ministeriale, oltre che da Genova, da Parma, con lettera del conte Pallieri del 23 giugno, e da Modena con lettera di Farini, quale Governatore delle Province modenesi, il 28 giugno (14).

Il consigliere Massari, che ricevette la consegna del governo della Provincia direttamente dal Commissario Giuliani il 25 giugno, era già favorevolmente conosciuto a Pontremoli per esservi stato quale magistrato, e perchè la magistratura parmigiana, diversamente delle altre categorie dell’Amministrazione Ducale, vi aveva goduto stima e simpatia ( 15 ).

Dopo la pace di Villafranca, quando, in esecuzione alle clausole dei Patti furono richiamati i Commissari dei Ducati (21 luglio), al conte Pallieri subentrò, come Governatore Provvisorio, l’avvocato Giuseppe Manfredi, piacentino (8 agosto), e, successivamente, deliberata l’unione delle provincie Parmensi con le Modenesi, il Farini (18 agosto). La Provincia di Pontremoli che aveva partecipato al plebiscito delle provincie parmensi del 14 agosto, per l’annessione al Piemonte, prese quindi parte alle successive votazioni per le elezioni dei Deputati all’Assemblea dei Rappresentanti del popolo delle Provincie Parmensi, che si adunò li 7 settembre. La Lunigiana parmense vi mandò quattro rappresentanti, tra i quali il march. Gian Carlo Dosi, eletto nel 1° collegio di Pontremoli, che ul poi chiamato dall’Assemblea a far parte della Commissione (alla quale, come è ben noto, appartenne anche Giuseppe Verdi), incaricata di recare a Torino, al Re Vittorio Emanuele, il Decreto per l’Unione al Piemonte, votato dall’Assemblea stessa ( 16 ).

3. La mancata unificazione della Lunigiana.

È noto come le impellenti necessità politiche di tener salda e ben governata l’Italia centrale conducessero a formare, il 30 novembre, con i territori degli ex Ducati e delle Romagne, un « Governo delle Regie Provincie dell’Emilia » che, fu retto da Carlo Luigii Farini, quale Governatore. Nel riordinamento che egli dette al territorio volle provvedere. anche ad una nuova costituzione amministrativa, conforme a quella del Piemonte votata il 23 ottobre, e decretò che entro I ‘8 novembre venissero soppressi, i Governi separati e le Amministrazioni Centrali per le provincie Modenesi, Parmensi e delle Romagne. Con un successivo decreto  disponeva che il territorio dell’Emilia fosse diviso in Provincie, Circondari, Mandamenti, Comuni, con l’intento, come spiegava il Decreto , di « cancellare qualunque traccia dei vecchi Stati amministrativamente artificiale e politicamente forzata” non corrispondente “né alle condizioni topografiche, né agli interessi economici”. Con un decreto successivo del giorno 28 il Governo fu diviso in  9 Provincie. Fu questo decreto a dar vita alla Provincia di Massa formata con i territori degli ex Ducati di Parma  e di Modena, situati nel versante marittimo dell’Appennino ( 17 ).

La ex « Lunigiana parmense » o Provincia di Pontremoli, ridotta a Circondario, venne a far parte di questa nuova aggregazione amministrativa, composta di territori spezzati e con disagevole collegamento col capoluogo, accozzati insieme frettolosamente, per una occasionale convenienza del tutto estrinseca ai loro effettivi bisogni. Ciò era in pieno contrasto con gli scopi dichiarati nel Decreto, perchè, in questa nuova provincia, i tracciati dei vecchi confini, violenti e artificiali ecc., rimanevano, invece, intatti ed evidenti, non corrispondenti « nè alle condizioni topografiche, nè agli interessi economici » delle località.

Farini, con occhio di abile ed politico, aveva certo acutamente visto la necessità di integrare l’unità nazionale e la libertà politica con un ordinamento delle circoscrizioni amministrative adattate liberamente alla natura dei luoghi e rispondenti ai bisogni delle popolazioni. La riforma da lui tentata in piccolo era stata invece, necessariamente, per l’urgenza delle ragioni diplomatiche e delle necessità politiche, troppo frettolosa per raggiungere gli scopi che si era proposti.

Ciò, del resto, era avvenuto anche in altre parti del suo « Governo nella stessa sua nativa Romagna, o, almeno, nella regione montana di essa, dove, anzichè essere cancellati, gli arbitrari confini del passato, erano stati, al contrario, consolidati. Così avvenne, per citare un esempio ben noto, nelle alti valli del versante adriatico dell’Appennino, dal Reno al Tevere, dove erano rimasti intatti gli antichi confini dell’antica espansione toscana nelle Romagne, e, ancor più, nelle valli del Lamone e del Montone, a confine col Mugello, dove la cosidetta « Romagna Granducale che arrivava quasi alle porte di Forlì, finì per essere consolidata nel Circondario di Rocca S. Casciana, territorio che, amministrativamente, dipendeva dalla Provincia di Firenze, e, ecclesiasticamente, dalle Diocesi di Faenza e di Bertinoro. Ma la frettolosa soluzione del problema territoriale si era ancora di più e aggravata nella Lunigiana, per l’evidente scarsa conoscenza (lei luoghi, e la mancata ponderazione della esecuzione.

Come si è visto, gli stessi diplomatici del congresso (li Vienna si erano preoccupati di ridurre l’eccessivo e nocivo frazionamento del territorio lunigianese, ma per le gelosie e gli intrighi dei Sovrani interessati, mentre, come si è già osservato, erano stati migliorati gli assetti territoriali interni degli Stati, erano state poi create barriere doganali tali ai loro confini politici da spezzare assurdamente la già ridotta unità della regione. Ora, le traccie di queste divisioni, artificiose e dannose restavano immutate proprio nei confini nella nuova Provincia -creata da Farini con intenti liberatori. Forse egli ebbe tempo e modo di rendersi conto della natura della ostinata ostilità antiducale della Lunigiana parmense, specialmente di Pontremoli, che era rivolta contro il governo borbonico e non contro Parma, alla quale città e territorio Pontremoli era invece legata dalle naturali e importanti relazioni economiche dovute alla contiguità, e da antiche relazioni di amicizia e culturali, qualche volta anche politiche: infatti, dopo l’unificazione, l’alta Val di Magra, tentò, anzi, più volte, di essere inclusa nella sua provincia.

Altri elementi di incertezze e confusione erano stati portati, nei tentativi della sistemazione territoriale della Lunigiana, dalle notizie diffusesi, in occasione dell’armistizio di Villafranca (8 luglio), intorno alle restaurazioni dei Ducati contemplati nei preliminari della pace. Si ripresentava in tal modo il timore di un ritorno borbonico.

Ma poichè, in seguito ad autorevoli informazioni, fu data speranza che i territori lunigianesi raccolti provvisoriamente nella provincia di Massa, già appartenenti ai Ducati, non sarebbero più tornati sotto gli antichi Governi, ma sarebbero rimasti uniti al Regno Sardo, fu accettata una soluzione che si riteneva di ripiego e, comunque, temporanea (18).

 In tal modo la Provincia di Massa istituita da un Governo sorto come audace espediente politico-diplomatico momentaneo quale fu il fariniano « Governo dell’Emilia », durato dal 30 Novembre del 59 al 18 marzo  successivo, doveva poi resistere fino ai nostri giorni, tra contrasti e proteste delle popolazioni degli sparsi territori frettolosamente accozzati ( 19 ). La incongruenza di quella formazione amministrativa si insinuò, necessariamente e grottescamente anche nella nomenclatura geografica del tratto dove il continente italiano si prolunga nella penisola. Infatti il confine occidentale della Provincia di Massa venne a segnare non solo un confine provinciale tra Massa e Genova, ma, successivamente, anche compartinentale  tra Liguria e Toscana, e, infine, regionale tra l’Italia Settentrionale e Centrale, con la più strana confusione nelle indicazioni delle posizioni di paesi, territori e fiumi : Pontremoli, p. es., posto quasi sullo stesso paralIelo di Genova, al limite dell’Italia continentale, a oltre 40 km. a Nord di Sarzana e della Spezia, poste in Liguria e nell’Italia settentrionale, si trova, invece, ufficialmente incluso nella Toscana e nell’Italia centrale; il fiume Magra, che corre, nella direzione del meridiano, da Nord a Sud, resta diviso in due tronchi, con la foce in Liguria, nell’Italia settentrionale, e le sorgenti in Toscana, nell’Italia Centrale (20).

Ma se il coacervo amministrativo della Provincia di Massa può sembrare, di per se stesso, un caso del tutto eccezionale e singolare, quando poi venga riportato e osservato nel processo, già illustrato, della sua  formazione, sia rispetto all’audacia della impresa di liberazione, sia rispetto alle complicazioni diplomatiche e militari che ne minacciarono più volte la fortuna. esso dimostra, chiaramente, nelle sue incongruenze, aspetti, in varia misura, comuni a tutto l’improvvisato ordinamento amministrativo dei territori liberati e, politicamente unificati.

Il sacrifizio degli ordinamenti interni fu, come appunto si è potuto osservare nelle vicende dei territori lunigianesi, penoso corrispettivo della fortunata impostazione della unificazione nazionale. allora iniziata: un temporaneo compromesso verso i condannati avanzi delle vecchie divisioni politiche, che permise di rivolgere tutte le forze politiche e militari alla impresa della indipendenza e unità nazionale e della libertà costituzionale.

Tale fu, a questo riguardo, il sentimento che ispirò l’azione dei protagonisti di quegli avventurosi avvenimenti, anche quando dovettero contrariare le generose impazienze. delle popolazioni.

Nel memorabile discorso reale col quale fil inaugurata la VII legislatura del Parlamento subalpino, tra le tante altre cose, di vitale importanza programmatica, ivi incluse, fu posta, con enunciato di attivo spirito cavourriano, anche la necessità della riforma amministrativa con l’intento « di coordinare la forza. dello Stato con l’alacre sviluppo della vita locale ».

E fu proprio Farini, l’ex Governatore, delle RR. Provincie dell’Emilia, che, chiamato al Governo quale ministro dell’Interno provvide a stendere,  con l’assistenza di Cavour un progetto di riforma amministrativa da presentare al Parlamento, progetto fondato sui due principi della revisione delle circoscrizioni e della instaurazione delle libertà locali, che sono gli aspetti diversi di uno stesso problema. A quel primo progetto, arenato dopo la morte di Cavour, molti altri ne seguirono poi, inutilmente, in Parlamento, sino alla “Legge Cm. e Prov.” Del 1898 che, dopo tanto inutili tentativi di riforma, mancato  lo slancio cavourriano del ’59, non è stato che uno stanco espediente per giungere , comunque, ad un “Testo Unico” delle sparse leggi amministrative, il quale, come scriveva Giuseppe Saredo, è un infelice sistema amministrativo  e una circoscrizione del Regno, che è l’aperta negazione delle nostre tradizioni, e che contraddice alle più manifeste esigenze della vita nazionale” (21)

Manfredo Giuliani, La “Lunigiana parmense” ed i rivolgimenti del ’59, Studi Permensi, Volume IX, 1, Giuffré editore

  1. Sulla storia delle lunghe trattative diplomatiche per la sistemazione territoriale dei Ducati e della Lunigiana cfr. la mia memoria: La Lunigiana parmense prima e dopo il 1859, Parma, 1939, « Quaderni della Giovane Montagna n. 43, P. I. ; Storia del Risorgimento e dell’unità d’Italia, Milano, 1934, 11, p. 907.
  2. Cfr. La Lunigiana. parm., cit., pag. 14-15, nn. 14 e 15, anche per la bibliografia relativa al memoriale  Molossi per la permuta di Guastalla e per l’Appendice  lunigianese al Dizionario Topografico con notizie concernenti le condizioni della Lunigiana dopo il ‘15. Si veda pure: L. Molossi, La Lunigiana Parmense, Bagnone e. Villafranca (a cura di G. Micheli). Parma: Giov. Montagna, 1941, n. 6, p, 5.
  3. Cfr. la mia nota: Gioberti a Pontremoli nel  1848 nel « Giornale Storico della Lunigiana », Spezia, 1911, vol. III, 1). 123 s.; e il mio art.: La storia della questione lunigianese (1848) nella « Lunigiana” Spezia, 1911, A. II, nn. 4, e 5-6.
  4. Intorno all’espansionismo toscano v. La Lunigiana parm., cit., pp. 1012; SPELLANZON, op. cit., IV, p. 185; G. SFORZA, Alfonso Lamarmora in Lunigiana nel marzo del 1849, nella « Rassegna Storica del Risorgimento », 1918, A. V, fasc. II; V. Del rinnovamento civile d’Italia, Bari, 1011, p. 40, e 41-42, n. 1; A. DE ROBERTIS, V. Gioberti e la vertenza tosco-piemontese per la Lunigiana, nell’« Archivio Storico Italiano », S. VII, vol. VIII, 2, 1928.
  5. I decreti ducali del 10 e del 9 marzo del ’48 per la Lunigiana toscana ed estense erano stati richiamati in vigore dal Governatore civile e militare negli Stati Parmensi dall’l.R. Tenente Maresciallo barone di Stumer con Decreto del 29 aprile del 1849 per avere ln piena esecuzione 50 giorni dopo la promulgazione, ecc. Si v. pure c.p., Parma, 1850, p. 19, 21.
  6. Cfr. il mio art. La reazione borbonica a Pontremoli dopo la restaurazione del “49, Parma, «Quaderni della Giov. Montagna j), .12, 1941. Per gli atti di bonarietà del Duca si v. il caratteristico episodio riferito da G. Cappellini, Memorie, Bologna. 1914, 11, p. 68-70.
  7. Cfr. La Lun. parm., cit., pag. 17 n. I6.
  8. (8) Cfr. Ivi, n. I6.
  9. Cfr. R.G.L., Parma, 187,9, P. 79.
  10. Cfr. La Lun. parm., (It P. 20.
  11. R.G.L., cit., pag.92 e 113.
  12. La Lun. parm,, cit., p. 20. N. 24
  13. La tradizione popolare ha ricordato a lungo che, in quella occasione, « gli osti avevano tolto le frasche », e, cioè, i rami di pino che generalmente servivano d’insegna alle osterie, e ciò perchè, in occasione del precedente passaggio delle truppe sarde e volontarie, i soldati, dopo aver bevuto, se ne andavano gridando agli osti: « Pagherà Pio IX “ evidente sarcastica allusione alla politica del pontefice, impopolare perchè avversa alla guerra di liberazione contro l’Austria. Il popolo accolse festosamente i soldati francesi di passaggio, con rustici omaggi di fiori di ginestra, di evviva e di canti: il ritornello di uno di cotesti rozzi canti semidialettali è stato ricordato sino a nostri giorni : « va là, va là franzè, va liberar talian » .
  14. V. Carte Farini. nel -Il Museo del Risorgimento di Roma, busta 147 n. 6, 31; b. M.s. 35: b. 149 il. 5.3.
  15. Cfr. T. Marchi, Stefano Massari e la Lunigiana Permense, Parma, nei « quaderni della Giov. Montagna n. 65, 1941.
  16. Gli altri Deputati della Lunigiana Parmense ali’ Ass. d. rappres. d. pop. furono : l’avv. Camillo Coppini per il ‘2° Collegio Pontremoli – Filattiera, il dott. Girolamo Giuliani per il coll. Zeri – Mulazzo, il cav. Francesco Raffaelli per il coll. Bagnone – Villafranca.
  17. Si v. nella Raccolta Ufficiale degli Atti di Governo Dittatorio per le Prov. Modenesi e Parmensi, Modena, 1859, Parte III (dal 9 novembre al 31 dicembre 1859), Serie nn. 65, 79 e annesso 88; e Raccolta Officiale, delle LL. e DD. pubblicati dal Governatore delle RR, Provincie dell’Emilia dal 10 gennaio al 16 marzo 1860, Modena, 1860, Serie nn. 2, 33. Il Circondario di Castelnuovo di Garfagnana, antico dominio estense, era rimasto aggregato alla Provincia di Modena, e passò alla Prov. di Massa solo dopo le annessioni. il 10 gennaio del ‘Gl, per una provvisoria sistemazione delle circoscrizioni giudiziarie.
  18. La Lun. parm., cit, pag. 24 n. 30
  19. Per i vari tentativi di annessione del Circ. di Pontremoli alla Prov. di Parma in occasione delle discussioni in Parlamento di vari progetti di riforma amministrativa. presentati da vari Governi. Dal ’61 al ’98, si v. La Lun. Parm., cit., pp 25/28
  20. Cfr. la mia relazione al « Convegno Lunigianese per  il nuovo ordinamento regionale”,  La regione Emiliana e la Lunigiana,  Spezia. 1947.p. 7 s.
  21. Questi «Cenni Storici » sui precedenti parlamentari e sulle varie proposte di riforma ammnistrativa, cominciando da quella del Farini(16 maggio 1860), si possono vedere nella ben nota opera di G. Saredo, Commento alla legge sull’amministrazione com. e prov., Torino, 1901, vol. I, nella Introduzione generale. Si vedano pure, intorno ai particolari problemi. regionali e amministrativi, della Lunigiana, specie in relazione con gli avvenimenti del ’59-’61, le seguenti importanti monografie: Francesco Poggi, La Storia della Lunigiana in rapporto con la costituzione delle prov. Di La Spezia; Ranieri Porrini, La circoscrizione della provincia della Lunigiana (o della Spezia), negli “Atti del Congresso per il riordinamento amministrativo della Lunigiana promosso dal comune di La Spezia”, La Spezia, 1914, p.4-15 e 20-33.

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