
Inno nasce ad Arzelato il 15 gennaio 1919 da Achille e Lecchini Adele.
Alla visita di leva dichiara di lavorare come calzolaio e di saper leggere e scrivere avendo frequentato la scuola sino alla terza elementare.
Viene chiamato al servizio militare il 17 marzo 1940 e l’11 giugno, alla dichiarazione di guerra alla Francia, entra in territorio in stato di guerra. Il 12 dicembre 1940 si imbarca a Bari sulla nave “Italia” con direzione Durazzo in Albania, dove resta sino al 31 maggio 1941 quando effettua il percorso inverso.
Il 15 ottobre 1941 viene nominato radiotelegrafista e dopo qualche mese, il 10 luglio 1942 parte per la campagna di Russia, dove giunge un mese dopo, con il 4° Reggimento Artiglieria Alpina che si posiziona sul Don, a protezione delle truppe tedesche.
Hitler nel 1941 ha ottenuto buoni successi, il suo esercito è avanzato in profondità ma il rigido inverno ha costretto i tedeschi ad interrompere le operazioni. E quando riprendono, giugno/luglio 1942, il colpevole ritardo peserà sul destino dell’operazione Barbarossa. Per alcune settimane l’avanzata prosegue ma quando le truppe tedesche raggiungono la linea di Stalingrado i russi capiscono che la caduta della città rappresenterebbe la fine della stessa Russia. L’opposizione si fa feroce, ai soldati russi non è ammesso arretrare pena la fucilazione sul posto. È una battaglia sanguinosa per entrambi gli eserciti, ma nella città distrutta è più facile difendersi che attaccare. Inoltre, Stalin riesce a dirottare sul fronte forze fresche e nuovi mezzi da combattimento che risulteranno decisivi per l’esito dello scontro.
Nello stallo che segue le forze russe si riorganizzano e pensano anche a contrattacchi sul Don, in particolare nel tratto difeso dalle truppe rumene, male armate. In novembre, quando già le temperature sono scese ampiamente sotto i – 20 gradi, parte la controffensiva che sbaraglia l’Armata rumena ed investe parzialmente anche il nostro schieramento. Segue il 15 dicembre una nuova offensiva russa che chiude in una sacca e rende inoffensiva la VI Armata tedesca. È l’inizio della fine.
Un mese dopo, il 15 gennaio inizia la tragica ritirata delle nostre truppe, che sino a quel momento si erano batture coraggiosamente, anche se mal equipaggiate e in condizioni ambientali terribilmente ostili. La ritirata avviene a piedi, centinaia i chilometri da percorrere, nella steppa ghiacciata, sempre inseguiti dalle truppe russe, che tentano di accerchiare i nostri soldati come hanno fatto con i tedeschi, aiutati anche dai partigiani russi che rendono difficili la vita ai nostri militari con costanti azioni di cecchinaggio. È un lungo serpentone di uomini stanchi, affamati e affranti che, nella steppa nuda, sono alla mercè dei mitragliamenti aerei; i bordi della strada sono disseminati di cadaveri congelati di coloro che non ce l’hanno fatta. Ogni sera è una corsa a trovare un rifugio, una isba in cui trascorrere la notte, non è pensabile restare all’addiaccio con temperature che scendono sino a -40.
Lo scontro finale avviene a Nikolaewka, nella quale ì nostri soldati, più con la forza della disperazione che con vere azioni militari (quasi tutte le armi erano state abbandonate strada facendo) riescono a rompere il tentativo di accerchiamento e ad aprirsi la strada per Sebekino, che era ancora sotto il controllo tedesco.
I numeri raccontano l’immane tragedia vissuta dai nostri militari: il 16 gennaio, giorno di inizio della ritirata, le nostre truppe assommavano a oltre 60.000 effettivi; dopo la battaglia di Nikolaewka sono poco di più 13.000 i sopravvissuti, ai quali si devono aggiungere altri 7.000 circa tra feriti o congelati. Sono quindi oltre 40.000 i caduti, dispersi o fatti prigionieri.
Inno è tra i 7.000 tra feriti e congelati; il 7 febbraio 1943 viene ricoverato per congelamento di 1° grado ai piedi, lamentando anche una forte sciatica. Caricato sul treno ospedale n. 18, rientra in Italia a Canosa (Bari) all’ospedale militare.
Il 13 marzo 1943 viene dimesso dall’ospedale con 60 giorni di convalescenza, al termine della quale rientra al corpo, al 4° Reggimento Artiglieria Alpina – Reparto Comando.
Ma il destino, per Inno, è ancora in agguato.
Per l’Italia alla disfatta della campagna di Russia, di cui abbiamo detto, nella primavera del 1943 va a sommarsi la sconfitta su tutti i fronti in Africa settentrionale, che di fatto apre agli Anglo-Americani la possibilità di uno sbarco in Europa meridionale. Gli italiani sono stanchi di una guerra che non hanno mai sentito come la loro. Il 25 luglio 1943 Mussolini viene defenestrato ed arrestato; il re affida a Badoglio il Governo.
I tedeschi capiscono che l’Italia si sta preparando ad un capovolgimento di fronte, e fanno affluire sul nostro suolo sette divisioni, in aggiunta alle sette già presenti. E nelle ore immediatamente seguenti alla proclamazione dell’armistizio, l’ 8 settembre 1943, sono pronti e chiedono con durezza e brutalità ai nostri soldati di continuare la guerra al loro fianco, aderendo alla Wermacht. I nostri soldati sono sorpresi dagli avvenimenti, dall’alto mancano direttive ed indicazioni. Al momento di decisioni cruciali ognuno si trova solo con sé stesso, il re, il governo e gli alti comandi militari sono fuggiti al sud.
Pochi coloro che aderiscono al diktat tedesco, tanti riescono ad eluderne la sorveglianza e, abbandonata la divisa, rientrano a casa, in famiglia.
Oltre 650.000 sono invece i militari che, rifiutatisi di rinnegare il giuramento al re, vengono fatti prigionieri ed inviati nei campi di lavoro in Germania. La Germania ha fame di braccia, sia per l’industria bellica sia per l’agricoltura.
È il destino di Inno, che già dal viaggio capisce quanto sarà dura la prigionia. Vengono ammassati su vagoni bestiame piombati che vengono aperti una sola volta al giorno per la somministrazione di una inconsistente brodaglia. Il vagone non dispone di servizi igienici ma solo di un buglione.
Non sappiamo in quale Stalag sia stato tenuto prigioniero, né a quale attività sia stato adibito; poco importa perché la vita dei prigionieri nei vari campi è assai simile.

Arrivati a destinazione, i prigionieri sono costretti a spogliarsi sul piazzale, e mentre i vestiti vengono disinfestati gli uomini sono sottoposti ad una doccia collettiva. Dopo aver recuperato, con difficoltà, nel mucchio i vestiti, al prigioniero viene praticato l’atto più degradante, che annulla la persona: viene assegnato un numero di matricola con cui da ora in poi sarà identificato, nessuno sentirà più chiamare il proprio nome.
Si procede con l’assegnazione dell’alloggio: baracche di legno sovraffollate, prive di servizi igienici, che non riparano dal freddo intenso in inverno e dal caldo torrido in estate.
Le giornate si ripetono, monotone: sveglia all’alba, una piccola colazione a base di surrogato di caffè, adunanza sul piazzale e partenza a piedi, accompagnati da guardie armate, verso il luogo di lavoro. La giornata lavorativa dura dalle 10 alle 12 ore, solo l’intervallo a metà giornata per la somministrazione della solita brodaglia di verdure bollite. Il datore di lavoro ha la possibilità di diminuire la razione se, a suo insindacabile giudizio, la prestazione lavorativa del prigioniero non è soddisfacente.
Per volere dello stesso Hitler i nostri militari non devono essere considerati prigionieri di guerra, bensì I.M.I. (Internati Militari Italiani), sottraendoli così alle garanzie previste dalla Convenzione di Ginevra del 1929 per i prigionieri di guerra, esponendoli quindi all’arroganza ed alla crudeltà dei carcerieri. Era inibito anche ogni intervento alla Croce Rossa.
Fame, fatica, sporcizia, malattie ricorrenti che spesso sfociano in epidemie, assenza di informazioni dall’esterno e sui propri cari: questi sono gli aspetti quotidiani che caratterizzano la vita del prigioniero.
E, con l’avanzare delle truppe Alleate, la Germania è sempre più sottoposta a bombardamenti che causano numerosi morti anche tra i prigionieri.
Finalmente la guerra termina e Irino, dopo qualche mese di attesa dovuta alle infrastrutture distrutte e non utilizzabili, il 30 agosto 1945 rientra in patria e il 30 ottobre 1945 ottiene l’agognato congedo illimitato.
Inno rientra a casa, in famiglia, ad Arzelato, a curare le ferite del corpo dovute alla campagna di Russia prima ed alla prigionia in Germania poi; i ricordi dei momenti dolorosi accompagneranno invece Irino per tutta la vita.
Il 24 gennaio 1952 ha sposato Lecchini Carmela.
Per la compilazione dell’articolo ci si è avvalsi della consultazione del Foglio Matricolare conservato presso l’Archivio di Stato di Massa