LA SCAMPANATA.

Fracasso che si fa con vari arnesi contro di alcuno per ischernirlo. E particolarmente, quello di campanacci, padelle, teglie cembali, bacili, vanghe, tamburi, nicchi, corni, trombe e altri strumenti simili, e spesso con grida scurrili ed oltraggiose, fatto la sera o la notte sotto casa di chi è passato recentemente alle seconde nozze: chiamato con questo vocabolo di Scampanata in molte parti della Toscana e della Lunigiana; nel Senese, anche Campanata; nel Sarzanese, Cembolata (Cimberlada),e così nel Lucchese dove ancora, come in Carrara, si dice Scampanata e Tamburata; alla Spezia Trimpellata (Trempellada); in alcuni paesi della Emilia, e forse in tutti anticamente, Mattinata; nel Mantovano, nel Guastallese, nel Parmigiano e nel Piacentino Cecconata (da Cecca o Gazzera, uccello che gracchia forte e sguaiato) ; nel Napoletano Ciambelleria e poi Banna (Banda) e Cucca ( pare da Cuculiare); in Pesaro Tucca (1) (non potrebbe essere piuttosto la Cucca napoletana?); in Piemonte, Ciabre o Chiabre (forse dal francese Charivari); in Genova e altri parti della Liguria, Tenebre (nome dato in Toscana al Fracasso che si fa in Chiesa battendo le panche al finire degli Uffizi della settimana santa), e con altri nomi in altri luoghi. (A provare l’ìopinione che si aveva nell’antichità intorno alle seconde nozze, io credo che poche voci tocchino il cuore più fortemente di quella che Virgilio attribuisce a Didone; la quale, vedova di Sicheo e già presa dell’amore di Enea, tuttavia, combattuta dai due affetti contrari, esclama che se l’antico legame non la stringesse ancora,

Huic uni forsan potui succumbere  culpae (2)

Per la quale colpa del secondo matrimonio, Servio, commentando quel verso virgiliano, c’insegna che i Romani alle donne, che lo avessero contratto, interdicevano qualunque sacerdozio. (3)  Nè poteva mancare che le seconde nozze non fossero di gran lunga più sinceramente abborrite nel suo primo fervore dalla novella civiltà, quella che rifece il mondo e che noi ingrati malediciamo ogni dì; tuttochè nessun Concilio le vietasse mai. Laonde molti Santi Padri le condannarono; dei quali basta ricordare due de’ più solenni; Sant’ Ambrogio , che le disse mancanti di gloria pure in questo mondo, non avendo la benedizione di Dio la quale si dà alle prime soltanto; e San Girolamo, che senz’ altro le chiamò esecrabili (4). Ma que’ Padri giudicavano per modo di comparazione, non assolutamente, però che cosi ragionando essi avevano solo in mira , dinanzi agli esempi corrottissimi ed ai turpi riti. della società pagana, di esaltare la santa viduità  sopra il matrimonio rinnovato, come esaltavano la verginità sopra il matrimonio primo; confortando, cioè . la gente cristiana alla vita perfetta, qual s’ intendeva da loro, che era l’ottimo; od almeno alla dignità dei costumi , se non si poteva di più; il che vuol dire, e lo dimostrarono , che non per questo rifiutavano il buono. Potrei qui distendermi , ma perchè ci dilungherebbe dal nostro proposito , meglio è chi voglia penetrare la quistione teologica, pigliarsi a guida gli esperti di tal materia , e fra questi Bartolomeo Napoli , il quale nel suo libro sulle Scampanate (5) la trattò appieno. Per me quello che più monta sono gli effetti prossimi delle opinioni di que’ Padri , Ie quali seguite da altri scrittori e maestri, e direi anche da Tertulliano, se sopra lui non ca— desse sospetto di parzialità, dovevano , passate alla conoscenza comune, dar mala voce alle seconde nozze appresso il pubblico, e, se non altro, difficoltarle e renderle meno frequenti. Per la qual cosa da prima egli avvenne, che al tempo dello stesso San Girolamo , quando egli era Segretario di Papa Damaso, tra l’ anno 366 cd il 374, un vedovo di venti mogli essendosi riammogliato , e l’ ultima volta con una vedovella di altrettanti mariti, proprio tal guaina tal coltello, quell’ esempio di ostinata concupiscenza non suscitò alcuno scandalo dalla gente, non dirò censura dalla parte ecclesiastica; anzi il popolo (a cui piacciono sempre le pazzie straordinarie) portò il fresco marito, quasi trionfante, a predellino alla Chiesa; e San Girolamo, cosi focoso contro alle seconde nozze, quale si appalesa nelle sue Lettere a Furia ed a Salvina, nel raccontare per minuto il fatto singolare non vi appicca alcun sonaglio di riprovazione, dove sarebbe stato il luogo suo se lo avesse creduto conveniente (6). E nondimeno la novella LIV delle Cento antiche, denominate il Novellino , ci avvisa, che susseguentemente in Roma nessuna donna osava più di rimaritarsi. Laonde per provare se alle cose più avversate e disusate possa il pubblico per istracco finalmente acquetarsi ed accettarle, una vedova gentildonna romana, a cui lo stato vedovile pungeva i nervi, fece scoiare vivo un suo cavallo e cosi concio lo mandò attorno per la città; alla cui sozza e pietosa vista la gente da principio correva in frotta per la novità, tempestando di domande i famigli che lo conducevano in griro; ma replicato lo spettacolo più volte , tutti ne furono ristucchi e nessuno se ne curò più. Il quale esperimento la gentildonna trasse al suo desiderio, e si rimaritò; e così dall’ ora innanzi, dice la Novella, si cominciaro a rimaritare le donne vedove in Roma  etquesta fu la prima (7). Chi fosse questa vedova ed il tempo del fatto, si venne a scoprire ultimamente, lei essere stata la Contessa Emilia Donna di Pellestrina, dal cui secondo matrimonio con un Colonnese derivò la prosecuzione dei Conti Tuscolani nella famiglia Colonna; ed il tempo, l’ anno 1137 (8). Dopo qualche altro secolo Francesco da Barberino consigliava la donna rimasta vedova a rimaritarsi se Ie piacesse; ma purchè fosse ancor giovine, non avesse flgliuoli, e fosse passato l’ anno della vedovanza (9). E tutto questo perchè travasate le dottrine de’ Padri nelle menti dei volgari ( li chiamo cosi in qualunque stato o grado gli abbia posti la fortuna) e quivi alterate, trasformate e viziate, secondo portava la comprensione e l’ indole diversa degli uni e degli altri, non poteva pretendersi che all’ occasione questi volgari non facessero dei loro concetti dimostrazione alla loro maniera; donde originarono le Scampanate (10). Io credo bensì che, almeno da principio, inspirate, comunque fosse dalle sante parole, avranno sonato espiazione e carità fraterna nella discreta censura, non oltraggio e villania. Ma dilungatesi dalla pura sorgente, presto saranno cadute nel fango delle passioni e dei difetti de’ loro autori. Delle quali manifestazioni la Francia non ebbe il solo modo clamoroso delle Scampanate propriamente dette Charivari , poniamo che egli fosse sempre il principale e consueto ; ma anche un altro ; che forse più volte si sarà unito col primo, «Ittello di dirsi , ed ai vedovi sposi da chiunque fosse mascherato, tutto quanto di più osceno gli venisse sulla lingua , e di far loro ogni sorta di atti sconci e lascivi e di follie. In uno de’ quali baccanali celebrato nella Corte francese il 29 gennaio 1393, per le seconde nozze di una dama della Regina, avvenne cosa stranissima: che il Re Carlo VI con cinque suoi cortigiani tutti contraffatti da selvaggi e da satiri , entrati dopo la cena nuziale nel ballo a dare la turpe baia agli sposi ed alle altre dame  secondo l’ usanza , saltò in capo al Duca d’ Orleans, ubbriaco, forse per aggiungere un po’ di baldoria alla festa, di metter fuoco alla stoppa incollata colla pece sulla cotta che da capo a piè formava il travestimento di quei disgraziati; onde quattro morirono dalle arsioni, uno riuscì a spegnere il fuoco che lo divorava in un tinello pieno d’acqua, ed il Re non si salvò dal finire bruciato vivo se non perchè fu subito trascinato fuori della sala (11). Mandato innanzi l’ illustre esempio della Francia, per la generalità e la potenza del costume, ritorniamo a noi pur troppo comunemente facili, non meno de’ Francesi, alle contumelie ed alle indecenze; in questi casi talvolta omesse , massime nelle città, e non mai disgiunte dalla Scampanata da cui prendevano occasione e qualità, e sempre dette a viso aperto, accettando ognuno le conseguenze degli atti propri. Da noi queste dimostrazioni , sempre romorose, le facevano principalmente i vicini degli sposi e perfino i loro parenti, e spesso più fracassose e vivaci fra questi, per le ragioni d’ interesse che vi si potevano framescolare facilmente; e ciò anche nelle città e fra’ cittadini più onorati ; in Modena, sotto la guida d’ un capo più onorato di tutti, come uno dei Rangoni o dei Molza; a cui tutti della brigata dovevano ubbidire; ed egli conduceva la faccenda, negoziava cogli sposi per la taglia se eglino volessero redimersi pacificamente , e bisognando far battaglia , disponeva prima tutto per assicurare la vittoria (12) : questo quando le cose andavano per la piana. Tuttavia quegli atti, quanto più regolati e moderati si volessero, non erano men grave offesa ai diritti più cari degli uomini, e continuo pericolo di turbazioni pubbliche e di delitti. Laonde i Governi civili, benchè non in fretta, si opposero ad essi; in Torino , forse più anticamente che in altri luoghi d’ Italia, l’ anno 1343 ; in Ferrara, l’anno 1476; in Genova, l’anno 1499; in Napoli, l’ anno 1540 ; in Modena, l’ anno 1547; in Lucca, più tardi che altrove , non ostante il grande bisogno , l’ anno 1569 : pene, la perdita degli istrumenti, tratti di corda ad arbitrio del Podestà e multe gravissime, in Torino col troncamento d’ una mano a chi non le pagava (13). Ma si potrebbe giurare che non proibirono le Scampanate perchè lo meritassero veramente nella loro essenza; bensì per accidenti sopravvenuti, o di qualche violenza straordinaria, o di grande offesa a qualche uomo d’ alto affare e simile altro che spinse e fece aprire gli occhi: ad esempio, in Genova questo accadde per lo strepito obbrobrioso ed ingiurioso fatto al novello sposo d’ una vedova, Francesco Pammoleo , che fu illustre giureconsulto e assai benemerito di molti e rilevanti servigi verso la Repubblica (14).  Nè se ne rimase la Podestà ecclesiastica, a cui per la libertà del Sacramento era più strettamente raccomandata la cosa; nella quale opera i Prelati Francesi precedettero a’ nostri , non so la ragione, se non è che in Francia il guaio fosse maggiore che da noi , come credo. Onde il Vescovo di Avignone fino dal 1337, il Vescovo di Treguier nel 1465 e quello di Berri nel 1368, condannarono il Charvarium, Charivatium, Chalvatium, Charuvallum o comunque sapessero latinamente storpiare di più il volgare Charivari; sotto pena della scomunica; per ciò che secondo l’ apostolo Paolo, mulier, mortuo viro suo, ab eo est lege soluta, et nubendi, vult, in Domino liberam habet facultalem (15). In Italia per la stessa autorità dell’Apostolo il Vescovo di Torino, dando forse le mosse ai suoi colleghi, nelle Costituzioni Sinodali del 1500, vietò le Ciabre ai chierici ed ai laici; si noti , ai chierici (16) lo secondò San Carlo Borromeo sul declinare del secolo XVI (17) ; e dietro gli altri Vescovi nelle diverse diocesi. Ma in Francia dove più per tempo si provvide al male e si eseÜL1i e fecesi eseguire gagliardamente la legge, le Scampanate non tardarono molto a cessare in quasi tutto quel Regno , se vogliamo starcene a quello che ne scrive un francese (18) Al contrario, in Italia, dove i rimedi vengono sempre tardi o scarsi, e dove la ribellione alla legge e la compiacenza o l’ indulgenza verso i ribelli sono nel sangue di tutti , e più si ribella od indulge chi si vanta più liberale degli altri , Pentarca in essere, Triumviro o Presidente in aspettativa ; in Italia, dico, i seguitatori dell’ anticata consuetudine non s’ accorsero mai, se non per lunghissimi intervalli, che un divieto particolare contro di loro esistesse, nè tampoco vegliasse o non dovesse dormire la ragione comune quando quello mancava:  peccato e vergogna di tutte le classi, cittadini e contadini, nobili e ignobili, ricchi e poveri, dottori, ufficiali pubblici, secolari e religiosi (19). In Torino, costituitasi nella prima del secolo XV la gaia Compagnia degli stolti o degli asini, che si dissero anche Monaci, quasi sinonimi, ed Abate il loro capo, protetta e privilegiata, per maggiore strazio, dal Duca stesso, ella si rise delle leggi del 1343, tenute al solito conie spada nel fodero; e ne’ suoi Statuti pose apertamente per propria incombenza o missione , per dirla modernamente, il penitenziare, secondo i suoi riti, i vedovi sposi ; cioè coll’ obbligarli a pagare, sotto la minaccia della Scampanata, un quarto di grosso per ciascun fiorino della dote e un desinare ai Monaci da vantaggio ( 20 ). Colla quale disposizione pare che si mirasse ad escludere il popolo da sedere a mensa cogli altri , forse a fine di scemare i disordini, non avendosi la forza od il coraggio di tagliarli di netto. E fuori di Torino, all’ esempio della città capitale, il Marchese di Saluzzo negli Statuti da lui concessi nel 1533 alla Compagnia degli scialoni di Valmaira, anche eglino appellati Monaci e governati dall’ Abate , diede loro ampia libertà di fare Ie Ciabre  ai vedovi novamente uniti in matrimonio e di pretenderne la taglia che egli tassò in due testoni (21). Nella stessa Torino, l’ anno 1585, Monsignor Peruzzi, Visitatore Apostolico, trovò tuttavia l’ Abate della stolta brigata , ed i suoi Monaci nelle Chiese a questuarvi pe’ loro tripudi , non bastando a ciò i proventi delle Scampanate e le contribuzioni particolari de’ Soci ; lasciati questuare fra devoti, e certamente nelle sacre funzioni; perchè i Curati, non meno che il Principe, i Magistrati non meno che tutti gli altri , non dirò che approvassero quella profanazione , ma credevano bene di non disapprovarla (22). Per tale guisa sopraffatta la legge i termini della libertà umana, di là da’ quali dovrebbe incominciare l’ azione della giustizia tutelare e punitiva , si scossero e furono rimossi dalla loro sede. Tanto che nella prima metà del secolo sedicesimo interveniva, che il rompere le porte delle case, il fracassarne le masserizie e le stoviglie, il disperderne le derrate, il disordinarvi cosa non fosse nella civilissima Modena caso criminale, e si facesse ad uomo di famiglia cospicua e per opera principale di un fratello dello sposo, sotto gli occhi del Bargello o Capitano della Piazza avvisatone da prima per giunta dagli stessi perturbatori; e poi colla approvazione del Governatore della città, il quale allo sposo querelantesi di tanti danni e soprusi, rispondeva, suo essere il torto, che non doveva contravvenire alle Costituzioni (intendi, male usanze) della città rifiutando di pagare la taglia (23). Per la ragione di quelle Costituzioni, non uscita ancora la legge proibitiva (che valse come le altre), i Governatori modanesi credevano altresì, doversi lasciare che agli sposi pertinaci si murassero di letame gli usci (24), e se in cambio di murarli riusciva ai mattinatori di aprirli, oltre ai danni della casa specificati or ora, i poveri sposi venuti a mano de’ loro avversari, non avevano difesa alcuna dall’ essere portati a furore nel canale a rinfrescarsi, se non a peggio, come poteva lor capitare in quello scompiglio (25). Imperocchè delle resistenze, qualunque fossero, se ne facevano, o almeno se ne tentavano, non essendo tutti disposti a portare pazientemente le soperchierie di quegli insolenti; donde risse e misfatti, e la costumanza, specialmente nelle campagne, di presentarsi alla fazione una parte armati di zagaglie, di ronche e di pennati, le quali armi accrescevano l’ esca al mal volere (26). Si afferma che in questi eccessi portassero corona sopra tutti gli Italiani i Lucchesi, per ciò che alle loro cembalate o tamburate infernali aggiungevano cantate oscene e vituperose appropriate ai difetti corporali, veri o immaginati, degli sposi, di cui rifiuto di ragionare, non potendo esse onestamente passare per bocca di persone costumate (27). Dicono ancora che eglino gettassero pazzamente scope accese sopra le case degli sposi, con grande spavento e pericolo d’ incendio; e, come questo fosse poco, conducessero gli sposi in figura sopra un asino per tutta la terra, fra gli scherni, le contumelie e le fischiate della sfrenata plebaglia, che in queste vili opere era molto spesso esecutrice inconsapevole di quelli che non si dicono plebei (28). Io non confermerò quel giudizio, avverso ai buoni Lucchesi. Già ricordai quel che sapessero fare i Modenesi. Ora dirò che i Piemontesi di Alba vincevano i Lucchesi di lunga mano, poichè nel 1626 continuavano a portare in su l’ asino, non un fantoccio come questi facevano, ma gli sposi in carne ed ossa, legati sopra la bestia all’indietro e costretti di tenerne in mano la coda a modo di briglia (29). Nè erano da meno di tutti costoro i Genovesi, i quali nel 1690, di giorno chiaro, nel bel mezzo della città in luogo frequentatissimo, presero a viva forza, mentre passeggiava, una vedova sposa, rea di non aver voluto pagare la taglia di cinquanta lire, e accavallatala sopra l’ asino d’ un treccone la menarono a vitupero per le vie; del che per buona ventura non andarono impuniti i valorosi autori, ed alcuni furono mandati a rinsavire in galera (30). Altro fatto notevole accadde pure in Genova nove anni dopo contro il Magnifico Luca Pinello ; il quale fu, che non si contentarono i mascalzoni di sonarqli le tenebre, per dir la cosa al modo genovese , ma nel giorno, ributtando egli sempre le loro pretese, uscito di casa, lo trassero fuori della bussola e strapazzarono vilmente lui e i facchini che la portavano; non però questa volta puniti i colpevoli, mercechè nel giudizio avrebbesi dovuto fare gran fascio e comprendervi de’ Nobili, non isdegnosi pe’ loro fini di abbracciarsi in questi tafferugli col popolaccio, onde la punizione, accrescendo le civili discordie già troppe, sarebbe riuscita alla Repubblica più dannosa della colpa (31). Con tutto ciò quando la Signoria genovese si mise a considerare la nullità scandalosa del suo antico decreto, consultando le provvidenze necessarie a porre finalmente un riparo contro questo abuso, disdicevole a gente civile e cristiana, non mancarono Consiglieri, i quali pur biasimando le Scampanate come si facevano, proposero di comportare almeno un po’ di chiasso, per freno, qual si voglia, al rimaritarsi, che essi condannavano sempre (32). Altrove, alcuni anni innanzi, non potendosi far di più, per diminuire lo scandalo pensato se non sentito delle seconde nozze, e chi crede ancora per accertare la paternità della prole, si ordinò con uno Statuto del 1525, che la vedova non andasse ad altro marito dentro all’ anno del vedovile, sotto pena di multa (33). La quale disposizione, raccomandata , come vedemmo , in forma di consiglio o di ammaestramento, da Francesco da Barberino nel secolo XIV, rinnovò, sebbene più mite, in Castelnuovo di Val di Cecina una parte della Costituzione di Teodosio ed Arcadio, che stanziava la privazione delle donazioni usate allora dai mariti alle spose novelle, e l’ infamia alla vedova rimaritatasi non ancora finito l’anno del lutto ; e ciò, nonostante che quella Costituzione imperiale fosse stata fino dal suo nascere riprovata da San Gregorio il Grande come avversa alla libertà del matrimonio, e poi Giustiniano l’ avesse abolita: nel che si addimostra, gli errori, lasciati invecchiare, siano ben duri a sradicarsi dal mondo, dove provano mirabilmente (34). Del resto, ritornando al nostro fatto, per finire, il solo mezzo di liberarsi da’ fastidi delle Scampanate o Mattinate, secondo si appellavano nell’ Emilia, era quello di venir subito e meglio per innanzi agli accordi coi mattinatori, non lasciandosi tirare per gli orecchi a pagar la taglia, al solito proporzionata al patrimonio dello sposo ed alla dote della sposa, ed in Modena raramente maggiore di dodici scudi, se non c’erano particolari disposizioni come le sovraccennate di Torino e Saluzzo. I quali danari i mattinatori spendevano in un desinare, colazione o cena più o meno lauta, o nel premio di un pallio di cavalli od asini, o d’ una giostra all’ anello, od in musiche e falò, o in un ballo pubblico ; delle quali feste, sotto le finestre de’ vedovi sposi, si fece alcuna in Modena a cui assistette tutta la nobiltà. In questo caso quelli che avevano riscosso la taglia e che erano sempre, come si disse, i più ragguardevoli, in Modena, si assumevano l’ obbligo dinanzi agli sposi di tenere addietro ed in silenzio i male intenzionati non intervenuti agli accordi e non godenti, ai quali, bisognando, scrive uno de’ mattinatori, Notaio Apostolico ed Imperiale, Giudice Ordinario e Conte Palatino, in somma un gran bacalare, avremmo dato altro che pane e mandorle (35). All’ età del Muratori, messo da gran pezza tra le sferre vecchie il decreto del 1547, in Modena vegliava ancora il costume delle urlate e del getto de’ cocci dalle finestre, quando alcuno della plebe conduceva una vedova, il che venne in fine a risolversi in un aggravio sulle doti da pagarsi ai Palafrenieri del Principe; non altrimenti che in Firenze i Serragli alle novelle spose passarono in privilegio a’ Paggi del Granduca: costumanze popolari convertite in monopolj cortigianeschi (36). Ora le Scampanate sono costrette dalla civiltà nelle sole campagne (salvo qualche leggiera scorreria liberissima all’ usato , nelle città minori ed anche nelle maggiori, non esclusa la capitale del Regno d’Italia) e quivi si praticano, un poco variatamente; della quale varietà mi duole che i contadini della mia Spezia non si avvantaggino punto. Giacchè memori de’ cattivi esempi delle grandi città , le quali danno sempre alle campagne di questi regali, ai vedovi sposi, che ricusano di mostrar loro la borsa dopo il primo esperimento della Trimpellata, essi fanno la caccia per legarli sull’ asino e condurli a spasso; e qui una gara, degli uni in cercarli e prenderli, negli altri in sottrarsi alle loro mani. E generalmente non si lasciano carpire; quantunque -io sappia d’ uno, il quale, non ha guari, come in terra senza legge, venne sottoposto per ben tre volte alla cavalcata; ma egli povero contadino , più dignitoso de’ suoi governanti, non si smosse dal proposito di non pagare, e vinse. Nelle altre parti della Liguria e della Lunigiana campagnuola (paesi che conosco di più) si lascia in pace l’ asino, e tutto il danno, chi vuole redimersi , si riduce ad una offerta alla Chiesa , spesso equivalente al prezzo della corda della campana, e talvolta aggiuntavi la mercede d’ un sonatore per una festa da ballo, se non un buon rinfresco, secondo l’ umor della gente. E tuttora le nozze de’ vedovi , oltre che nelle ville della Liguria e della Lunigiana, sono per tal guisa più o meno oltraggiate nelle campagne del Vercellese, di Cuneo, di Pinerolo, di Novi Ligure, della Valtellina, del Comasco, del Pistoiese, del Pesarese, dell’ Umbria, e dell’ Abruzzo teramano, e forse in altre parti che non so (37). In Miano Siciliano, dove le Scampanate non sono, la vedova nel farsi sposa deve in segno di lutto sostenere l’umiliazione di andare alla Chiesa con tutti i capelli arruffati ; per altro condizione men dura di quella che toccava un tempo alle vedove di alcune terre napoletane, condannate dalla consuetudine a troncarsi le trecce e farne sacrificio alla memoria del marito estinto (38). Lo stesso praticavano le vedove dell’ Umbria, nel vestire i panni corrottosi (39). La gravezza del quale atto si può desumere dal costume dell’ antica Germania, pel quale, conceduta al marito la pena contro la moglie adultera, egli, vendicatore inesorabile, ne incominciava l’ esecuzione tagliando i capelli alla impudica (40). Dopo le quali narrazioni si misuri la celerità del progresso civile, e si vegga se abbiamo ragione di andarne col viso altero, come facciamo.

G. REZASCO, La Scampanata, Giornale ligustico di Archeologia, storia e letteratura, XI, 1884

BIANCHI T., op. cit. 11 , 333 , 334.

  1. De Gubernatis, Usi Nuziali, lib. IV, 2 Giorn. Ligustico, Anno XI
  2. VIRGIL. Aeneid., lib. IV.
  3. SERV. in Aencid., 10c. cit.
  4. S. AMBROS., in Epist. ad Corinti — S. HIER0NYM., Epist. ad Ft riant et Salvinall
  5. Dei Baccani che si fanno nelle nozze dei vedovi, detti volgarmente Cembalate o Scampanate, Dissertazione teologica e istorico-critica di BARTOLOMEO NAPOLI , Lucca, 1772.
  6. S. 1-HiRONYM. , Epist. ad Gerontiam.
  7. Le Cento Novelle auliche: Firenze 1 572.
  8. AMATI, Prolegomeni alla Bibliografia Romana, pag. CVI
  9. BARBERINO, Del reggimento e costume di donna, Parte VI.
  10. Muratori, A.M. AE, diss. XXIII
  11. MARTIN, Histoire de France, V, 438) 439, Paris 4.me edit. Il Vayra.(Curiosità e Ricerche di Slorilt Subalpina, II, 178) e il De Gubernatis (Usi nuziali in Italia, IV, 2) toccando di questo fatto celebre nelle Storie di Francia, scrivono, il primo, che esso avvenne l’ anno 1386, il secondo che avvenne l’ anno 1392 ed il Re fu Carlo V. Questo certamente per semplice inavvertenza degli egregi scrittori o per errore del Tipografo.
  12. Bianchi Tom,  Cronaca (li Modena, 11 , 311 ; 111, 316 , 333 ; IV, 101, 240: Parma, 1862 e seg. Arch. Stor. li. IX , 143.
  13. Statuta Mutinae (1547) rubr. 109. Decreti Penali Lucchesi (1569) pag. 60, Lucca 1649. CITTADELLA L. N., Notizie di Ferrara, pag. 153 Ferrara 1864, Archiv. Stor. Ital. IX, 18, 143. VAYRA, Attentati contro la libertà del matrimonio in Curiosità e Ricerche di Storia Subalpina, tom. Il pag. 176 e seg.
  14. Fogliazzo Diversorum  Cancellariae A 1497-1 500 MS. Arch. Stat. Gen. (Giornale Ligustico, III 147).
  15. DURAND, Thesaurus novus Anedoctorum , tom. IV , col. 654 et 1119; DU CA.NGE, Gloss. verb. CHARiVARITIUM  , etc.
  16. VAYRA , Op. cit. pag. 186.
  17. NAP0L1, op. cit. pag. 2
  18. Il P. Chardon nella sua Storia de’ Sacramenti, appresso il NAP0LI, op. cit. pag. 262.
  19. BIANCHI T. op. cit. III , 316; IV, 120 , 288 ed altrove.
  20. CIBRARIO, Storia di Torino , II , 477.
  21. VAYRA, 10c. cit.
  22. Id., op. cit. pag. 181.
  23. BIANCHI T., op. cit. II , 333 , 334.
  24. A proposito di letame e di tolleranze governative. Alla Chiusa di Cuneo un panattiere ebbe la dappocaggine di lasciarsi schiaffeggiare pubblicamente dalla moglie. A tale notizia quelli della Società dei Cenciosi di Boves, i quali devono vestire senza camicia, portare il cappello bucato in quattro punti almeno, abito e brache rappezzate a Piti colori e non sapere come campare la vita, per certo articolo de’ loro Statuti, si credettero obbligati di punire questa viltà. Però, datisi la posta, tutti insieme, col loro Re alla testa (paiono Scamiciati monarchici) , circa quattrocento marciano alla volta della Chiusa, dove giunti si accampano e attendano. Il Re (gli arringa a fare il debito loro. Ed eglino prima di tutto chiudono la bottega dello schiaffeggiato, sigillano l’uscio e gli alzano a ridosso un monte di letame. Messe poi le guardie perchè non fosse guasta l’opera loro vanno chiedendo ed ottengono il vitto dagli abitanti , colla promessa di pagarlo che non mantengono. Quindi si danno all’ assedio, rumoroso, diabolico, della casa del bottegaio , il quale dopo otto giorni si piega a capitolare, sborsando al Re una grossa somma di danaro , e consegnandogli molti ettolitri di grano e di vino: tutto ciò liberamente da parte della Società, sendochè il Governo, rispettoso della consuetudine, se non della legge comune, non istimò d’ intervenire a turbare cosi bella impresa. Se il Lettore mi domandasse in quale anno del medioevo accadesse quel fatto, risponderei non lietamente, nel 1858. (DE GUBERNATIS, Usi in Italia, pag. 241 , 242 : Milano 1878).
  25. Bianchi T., op. cit. IX, 188
  26. NAPOLI, op. cit. pag. 62.
  27. Id. pag. 8, 9, 10 e 247.
  28. Id., op. cit. pag. 30.
  29. VAYRA, op. cit. pag. 183.
  30. STAGLIENO , Le Donne della aulica Società Genovese in Giornale Liguslico, toni. V. pag. 313.
  31. Id., op. cit. pag. 3 14.
  32. Id. , 10c. cit.
  33. Statuto di Castelnuovo di Val di Cecina (1525) rubr. 148 (TARGIO.NI, Viagq. Tosc. III, 425 : ed. 2.a).
  34. Novell. X-\’11, De nuptiis. NAPOLI op. cit. pag. 264.
  35. op. cit. II , 322 ; III, 110 ; IV, 101 , 119, 240; VIII, 41 , 53 , 333 ; IX, 188. VAYRA, op. cit. pag. 182.
  36. MURATORI . A. M. XE. Diss. XXIII. Vedi SERRAGLIO.
  37. DE GUBERNATIS , op. cit. pag. 245.
  38. Id., op. cit. pag. 244.
  39. GRAZIANI, Cronaca Perugina, pag. 269, Firenze, 1850.
  40. TAcit. German. XIX.

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