LA TRANSUMANZA IN LUNIGIANA

“Settembre, andiamo: E’ tempo di migrare.

Ora in terra d’Abruzzi i miei pastori

Lascian gli stazzi e vanno verso il mare:

scendono all’Adriatico selvaggio

che verde è come i pascoli dei monti”

Così cantava Gabriele D’Annunzio sulla transumanza nella sua terra; ma noi, qui nella nostra Lunigiana, e in specie nella valle del Taverone, abbiamo avuto e abbiamo delle greggi transumanti?

E sulla transumanza in Lunigiana qualcosa è stato scritto? Per quanto ci concerne, oltre ad avervi accennato in vari scritti, ne abbiamo in qualche modo trattato specificatamente in due studi: “Il pedaggio vezzanese nel trekking delle greggi’ , apparso nel 1986 sulla rivista “La Spezia oggi”, n.2; e “Contributi alla storia della transumanza in Lunigiana e ai rapporti tra Lunigiana e oltregiogo. Compagnie di pecore nel 1600 tra il marchesato di Olivola e la Lombardia.”, quest’ultima intesa come oltregiogo padano (vedasi il Giornale Storico della Lunigiana, XXXVIII, 1987). I due studi interessavano l’uno il secolo XIII, l’altro il XVII.

Ma oggi, e in ogni modo in tempi recenti, il fenomeno delle greggi transumanti è continuato? Sì, abbiamo avuto greggi transumanti, e io lo ricordo; ricordo quando, bambino, mi portavano alla fine di settembre sulla treggia al mulino di Pisciaritta vicino al torrente Taverone; e le greggi, sorvegliate dai pastori e dai cani, transitavano lentamente a Ripa di Quercia, sulla strada non ancora asfaltata, e talora sostavano in qualche terreno a brucare l’erba col permesso dei proprietari, ai quali i pastori davano in cambio latte e formaggio.

Le rivedevo, le greggi, tornare alla fine di maggio dopo aver svernato nella Maremma oppure nelle piane di Vezzano Ligure o di Luni, sul Tirreno non selvaggio come l’Adriatico, e avviarsi ai pascoli dell’ Appennino dai quali erano discese.

Era una transumanza vera e propria e costituiva, anno dopo anno, uno spettacolo, un avvenimento che si rinnovava. Venivano giù dai monti, quelle greggi, giù dall’Appennino, dai pascoli dei monti della “Lombardia”. Avevano pascolato lungo il Lago dei Paduli, nei pressi di Linari, intorno al Lago Squincio; altre greggi scendevano dai pascoli di Camporaghena e di Torsana e talora s’ incontravano sotto Varano con le greggi provenienti da Tavernelle e dal Lagastrello.

Linari era ancora abitata; sopra Linari e il lago, erano le case dei guardiani del lago; a Ponte di Legno, ove allora moriva la strada per il Passo del Lagastrello, era una bettola, un posto di ristoro Oggi Linari e Ponte di Legno, luoghi allora vivi di una vita particolare, sono scomparsi. Gli automezzi ora sfrecciano e chi li guida, chi li occupa, quasi sempre ignora la storia, il passato, le vicende di quei tempi non tanto lontani, ma che lontani appaiono per i mutamenti profondi prodottisi dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Qualche gregge ancora nell’estate oggi pascola sui monti della “Lombardia”: così i nostri vecchi chiamavano le terre dell’oltregiogo emiliano e “lombardi” i loro abitanti. Un gregge nell’estate da qualche tempo sosta poco sopra Linari, in un’ansa della strada di valico, e ai rami degli alberi i pastori appendono gli utensili da cucina e da mungitura, talvolta colmi di ricotta che viene venduta ai passanti o consegnata a raccoglitori e poi da questi a negozi di commestibili anche ad Aulla.

Le greggi, in questi ultimi anni, sono divenute più rare, e difficilmente raggiungono la Maremma o i prati di Vezzano e di Luni. Generalmente svernano tra il Piano di Monti, il Pian della Quercia, Costamala e luoghi vicini.

Alcune, di queste greggi, si sono acclimatate fra Pian della Quercia, Felegara, Canalescuro e vi vivono e pascolano nell’estate e nell’inverno, sempre.

A Zeri, invece, la transumanza era “interna”: dalla conca di Coloretta e di Patigno nel maggio le pecore erano condotte a pascolare al “bosco”, come si usava dire, particolarmente, ma non solo, nella località denominata Formentara, posta, per intenderci, sopra Noce e Patigno, ai lati della strada che oggi conduce ai campi da sci di Zum Zeri.

La transumanza che aveva per meta la Formentara era caratterizzata dal fatto che tante intere famiglie, interi paesi, abbandonavano a maggio le proprie abitazioni e non soltanto conducevano lassù greggi e armenti ma lassù ricreavano, dentro le baite in pietra, un villaggio abitato dal maggio al settembre, con una sua vita “normale”, la fontana, l’oratorio per la messa e per i domenicali.

Oggi ancora le baite, sopravvissute anche se non più de! tutto integre, resistono al tempo e all’abbandono, e attendono di essere restaurate, con i fondi che il Comune ha richiesto. Questa della Formentara è come un “unicum” ed è giusto che questo villaggio d’alpeggio non scompaia. Ricordiamo anche che, non lontano dalla Formentara, sino agli anni della guerra erano abitati due villaggi, oggi ridotti a cumuli di macerie, Porcilecchio e Gurfuglieta. Come si vede, è un mondo che scompare, il mondo caratteristico di un territorio particolare come quello zerasco: un Comune, quello di Zeri, che sino agli anni ’50 non era raggiungibile con gli autoveicoli. La strada rotabile proveniente da Pontremoli moriva presso il villaggio di Noce, al Ponte dei Rumori. E non si penetrava nel territorio zerasco né dalla Val di Vara né da Arzelato.

Oggi nello zerasco esistono ancora greggi di pecore e di capre che pascolano in tutto il territorio per tutto il corso dell’anno. Dicevamo: è un mondo che scompare, del quale raccogliamo le reliquie.

Giulivo Ricci, La transumanza ieri e oggi, in Note e documenti sulla transumanza in Lunigiana, Aulla, 1999

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