LECCHINI FELICE

Felice

Felice è nato a Torrano il 20 maggio 1923; alla visita di leva dichiara di lavorare come contadino e di saper leggere e scrivere avendo frequentato le elementari sino alla 3° classe.

Viene chiamato alle armi il 14 gennaio 1943 ed inserito del Deposito del 25 Regg. Fanteria in Cervignano; dopo due mesi viene trasferito al 3° Battaglione in Pola.

Il 1943 è un anno molto complicato per l’Italia, le truppe dell’Asse subiscono sconfitte ovunque. In gennaio in Russia la disfatta con la tragica ritirata che costa molte decine di migliaia tra morti, dispersi e prigionieri. E in Africa settentrionale le cose vanno anche peggio, se possibile; le truppe dell’Asse vengono sospinte fuori dai territori africani, aprendo di fatto la strada a possibili invasioni al sud dell’Europa.

L’Italia non è in grado di reggere ancora a lungo il peso di una guerra che la popolazione non sente sua, voluta dal fascismo a coronamento del ventennio di potere. Il 25 luglio Mussolini viene defenestrato ed arrestato dal Re e sostituito con Badoglio.

I tedeschi intuiscono quale sarà l’evoluzione della crisi e prontamente raddoppiano le divisioni presenti sul nostro territorio. E quando l’8 settembre l’Italia firma l’armistizio con gli Alleati, sono pronti ad intervenire. Con arroganza e cattiveria chiedono ai nostri soldati ci continuare a combattere al loro fianco. Pochi coloro che aderiscono, i più rimangono fedeli al giuramento alla bandiera ma inevitabilmente sono disorientati, non sanno cosa fare mancando ordini e direttive da parte degli alti comandi. Il Re, il governo ed i capi delle Forze Armate sono fuggiti al sud, senza lasciare indicazioni.

Felice non vuole continuare a combattere al fianco dei teutonici, riesce ad eluderne la sorveglianza, come tanti suoi commilitoni, ed abbandona la divisa. Dopo un lungo e pericoloso viaggio riesce a rientrare in famiglia a Torrano.

Il destino è però in agguato.

Felice, primo a destra, con i colleghi Fabbriceri e il parroco don Lucio in occasione della visita del Vescovo Giuseppe Fenocchio

Un giorno si reca a Pontremoli per ritirare un certificato di morte di un familiare. Sulla via del ritorno viene affiancato da un’altra persona; poco dopo vengono intercettati da una pattuglia di nazifascisti. Il compagno di strada si lancia in una fuga a perdifiato e viene fatto oggetto di lancio di bombe.

Felice viene catturato e, scambiato per un partigiano, violentemente percosso e portato in prigione a Massa per essere fucilato. Per sua fortuna, anche in quei tempi cupi, qualcuno ha ancora una coscienza: il giudice che deve convalidare la pena della fucilazione capisce che Felice sta raccontando la verità, ha ancora in tasca il certificato appena rilasciato dal Comune di Pontremoli.

Per Felice dovrebbero schiudersi le porte della prigione ed aprirsi la strada di casa. Invece viene destinato al lavoro coatto, la Germania ha un disperato bisogno di braccia per l’industria bellica e l’agricoltura.

Pieno di ematomi e con denti rotti per le brutali percosse ricevute, viene caricato su un carro bestiame, assieme ad altre centinaia di uomini, ed avviato ad uno Stalag in Germania.

I carri, blindati, vengono aperti una sola volta al giorno, alla sera, per somministrare ai prigionieri come pasto una brodaglia di verdure, assai poco nutriente. Le condizioni igieniche sono disastrose, all’interno dei carri non vi sono servizi igienici ma solo buglioli.

E quando dopo giorni di viaggio penosi raggiungono la destinazione, le procedure di internamento annientano la personalità dei singoli, già duramente provata dal viaggio.

Tutti i prigionieri devono spogliarsi, in qualsiasi condizione meteorologica, ammassare i vestiti sul piazzale per la disinfestazione ed avviarsi alla doccia collettiva. Recuperato, con grande difficoltà il proprio vestiario, vengono condotti nell’ufficio del campo e viene loro assegnato una matricola che va a sostituire in tutto e per tutto il cognome e il nome. Nessuno durante la prigionia sentirà più chiamare il proprio nome.

Si procede quindi con l’assegnazione dell’alloggio, una branda in una baracca di legno che non difende né dal caldo né dal freddo. Le baracche non sono dotate di servizi igienici, che si trovano ai bordi del campo.

Felice inizialmente viene assegnato al lavoro in una industria bellica, deve scaricare ed accatastare i gusci arroventati delle bombe che escono dalla fonderia. Per sua fortuna dispone per il trasporto di una specie di carriola, ma, come ricorderà poi al figlio Angelo, con crudeltà i tedeschi costringono prigionieri ucraini ad effettuare il lavoro a mani nude e quando i disgraziati tentano di lenire il dolore alle mani utilizzando stracci o parti del vestito vengono percossi duramente.

La giornata è lunga, inizia al mattino presto, alle cinque. Una ciottola di surrogato di caffè e si passa all’adunata sul piazzale ed alla conta, sempre, con qualsiasi tempo meteorologico. Il luogo di lavoro deve essere raggiunto a piedi, con una scorta armata. La giornata lavorativa dura dalle 10 alle 12 ore, con una breve interruzione per la somministrazione del cibo che consiste sempre e solo in brodaglia di verdure. Il datore di lavoro ha la facoltà e il dovere di diminuire la già scarsa porzione qualora, a suo insindacabile giudizio, ritenga che il prigioniero si impegni sul lavoro in modo non adeguato. Alla sera rientro al campo, sempre con la scorta armata, adunata sul piazzale, la conta e la cena, sempre a base di brodaglia.

La fame è una costante, il prigioniero non ha mai occasione per mangiare a sazietà. E per mettere in pancia qualcosa, anche poco nutriente come le patate si corrono rischi enormi. Felice raccontava che nel tragitto campo di prigionia – lavoro, erano state individuate dei terreni dove erano stati sepolti sottoterra sacchi di patate. A turno uno dei prigionieri al mattino calzava due paia di pantaloni cuciti insieme in fondo alla gamba e con le tasche rotte, usciva dalla fila senza farsi notare dalle guardie e allo stesso modo si reinseriva alla sera. Tanta è la fame che si corre il rischio della fucilazione seduta stante. Ricercatissime sono anche le bucce che venivano messe sulla stufa ad abbrustolire.

Un altro motivo di sofferenza è essere impotenti di fronte alle atrocità ed alle prepotenze dei carcerieri che hanno mano libera nei confronti dei prigionieri. Per volere dello stesso Hitler i prigionieri italiani non devono essere considerati tali ma I.M.I. (Internati Militari Italiani). In questo modo vengono a decadere per i nostri militari le garanzie previste dall’accordo di Ginevra del 1929 per i prigionieri di guerra ed è inibita la visita agli ispettori della Croce Rossa, la quale non può neppure far pervenire pacchi alimentari.

A questi due fattori, già di per sé destabilizzanti, occorre aggiungere i lavori massacranti, l’inclemenza del tempo, la mancanza di igiene, le malattie e le ricorrenti epidemie., la lontananza dalla famiglia della quale non si hanno notizie.

A rendere ancor più amara la prigionia sono i periodici inviti ad entrare nelle file della Wermacht o della R.S.I.; pochi coloro che nel tempo hanno aderito, ma quando succede la persona viene mostrata a tutti mentre mangia cibi di qualità a sazietà.

Da ultimo, con il progredire dell’avanzata degli Alleati, la Germania è attraversata da ondate di bombardieri americani e inglesi che sganciano bombe su tutti gli obiettivi sensibili. I tedeschi hanno quindi necessità di manodopera per proteggere con tronchi e terrapieni ponti e linee ferroviarie e apprezzando la capacità di Felice di tagliare piante, lo inviano a far parte del gruppo.

Stanno lavorando alla protezione di un ponte stradale importante quando sono sorpresi da un imponente attacco alleato. Riescono appena in tempo a rifugiarsi sotto il ponte stesso, che fortunatamente non subisce danni. Quando cessa l’allarme, Felice ed i suoi compagni di lavoro si guardano attorno: non è più traccia dei soldati tedeschi, sono fuggiti. Felice, come ha raccontato, sempre al figlio, con i suoi compagni sono in un territorio che non conoscono, non sanno quale direzione prendere, salgono in alto.

E da lassù, il giorno dopo vedono in lontananza delle truppe, troppo lontane per capirne la nazionalità; mantengono un atteggiamento prudente. Con il passare delle ore la colonna si avvicina e la gioia di Felice e del suo gruppo è davvero incontenibile: sono gli Americani, sono loro a liberare il loro Stalag.

I problemi logistici sono tanti, i bombardamenti alleati sono stati davvero micidiali. Le infrastrutture sono inutilizzabili.

Felice, primo a destra, in occasione di una gita parrocchiale

Felice deve attende ma finalmente il 13 agosto 1945 rientra in Italia, in famiglia, dove può recuperare in breve tempo danni fisici ma occorrerà molto più tempo per cercare di dimenticare i due anni di prigionia, il ricordo in effetti lo accompagnerà per tutta la vita.

Nel 1947 sposa Livia Borrini; ha trascorso la sua vita a Torrano, trovando lavoro in una impresa di Pontremoli, stimato e rispettato da tutti i paesani.

E’ mancato il 31.10.2000.

Per i patimenti subiti in prigionia, a Felice è stata assegnata la Croce al Merito di Guerra.

Per la compilazione dell’articolo ci si è avvalsi della consultazione del Foglio Matricolare conservato presso l’Archivio di Stato di Massa

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