LA PASTORIZIA: NOTE SULLA PSICOLOGIA DELLA CAPRA

La pastorizia si perde nella storia dell’uomo. La tradizione ebraica presenta i figli di Adamo come custodi di greggi. Abramo, Isacco, Giacobbe ed Esaù sono pastori. Mosè stesso, fuggito dall’Egitto, prende a pascolare le greggi del suocero Jetro.

Nel mondo latino molte famiglie (Bubulci, Tauri, Vituli, Vitellii, Portii, Capri) hanno sicuramente avuto una origine legata alla professione pastorale del capostipite. Romolo e Remo sono considerati pastori. Luciano nel Dialogo di Elena, scrive che Paride e Anchise, il padre di Enea, esercitarono la pastorizia.

Le divinità stesse, nel mondo greco-romano, non disdegnano di presentarsi come pastori. Apollo guida gli armenti di Admeto, re di Tessaglia; Mercurio è considerato l’inventore della zampogna. Filone l’Ebreo, nel primo libro della vita di Mosé, sostiene che la vita pastorale può rappresentare un tirocinio al governo dei popoli.

La pastorizia è sempre stata considerata, nell’antichità, con grande attenzione. Alcuni antichi autori parlano di una vera e propria «scienza» pastorale. Ai pastori e ai caprai si attribuisce il sapere circa la generazione degli animali; l’abilità nella cura degli stessi; la conoscenza dei modi per facilitare la fertilità; evitare la sterilità, combinare il concepimento, preparare le nascite, conoscenze circa la nutrizione e l’allevamento; la capacità di individuare i pascoli e le erbe nutrienti; le nozioni relative alla cura degli animali da ottenersi attraverso l’uso di erbe salutifere.

I pastori distinguono inoltre i pascoli buoni da quelli cattivi, sanno difendere il gregge dalle intemperie e dalla rugiada nociva. Conoscono le tecniche per mungere le greggi, quelle per ricavare il caglio dal ventricolo di agnelli e capretti, appena nutriti con latte fresco, essiccandolo al fumo.

Preparano formaggi secondo forme, accorgimenti e ricette diverse, appropriate alle esigenze del consumatore.

Nell’estate assolata sanno segare il fieno e riporlo essiccato, raccogliere frasche per pascere gli animali in inverno, quando, per causa dei ghiacci e delle nevi persistenti, gli animali non possono più essere nutriti nell’aperta campagna.

Allevano cani e li addestrano per difendere le greggi dagli aggressori (animali selvatici, ladri, ecc.) e dai pericoli.

L’arte pastorale un tempo si innestava con molte attività artigianali. I fabbri utilizzavano le corna e le ossa per ricavare manici di coltello; i pettinari per i pettini; i calzolai adoperavano le pelli e la lana per gli indumenti e le calzature. La pelle inoltre era utilizzata per far pergamene. I suonatori ricavavano le corde dalle budella dei castrati.

È nota in particolare la natura industriosa della capra.

Si racconta di due capre che, incontratesi su un ponte strettissimo e lungo, non potendosi rivoltare nè tornare indietro, rimediarono all’inconveniente mettendosi una a giacere per terra per consentire all’altra di passare sopra la schiena.

Mi raccontava un pastore che ogni capra ha il suo nome: Lucì, Geltrü, Santi’, Beatrì, Fortü, Ro, Ré, Benvà, Bianchì, Anì, Carò, Dragò, Cangù, Melì, Brì, Cornà, Bi.

Ogni nome ha una spiegazione, anche letteraria, magari, ma più spesso  è espressione di un’indole particolare. Con preferenza il pastore sceglie nomi bisillabici o monosillabici che si prestano ad essere pronunciati con chiarezza e sono più facilmente recepiti e avvertiti tra le vallate e nelle gole delle montagne. Una volta scelto il nome è opportuno che il pastore lo usi nel chiamare l’animale, premiando con un alimento ghiotto le risposte positive.

Vi è la bestia gioiosa, buona, serena ed affettuosa, servizievole disponibile, mai altera e bellicosa, pronta al sacrificio, amica ricercata da tutti, facile a mungersi, attenta ai capretti e madre contenta, sensibile anche ai piccoli di altre.

V’è la capra dimessa, modesta, accorata, per nulla invidiosa, solerte e fedele. L’altra bizzosa, scontrosa, malevola, pronta allo scontro, insensibile, caparbia.

La capra è per natura vivace, indipendente, burlona ed estrosa, nel contempo si dimostra capace di affezionarsi e di essere docile e remissiva.

Ha una propria psicologia ed è errore confonderla con la pecora. Ama stare in compagnia, è socievole sia con le compagne che con l’uomo. Soffre di solitudine e spesso di questa si ammala. È sensibile, teme lampi, tuoni, scrosci improvvisi di pioggia. Ha paura degli animali sconosciuti, specialmente dei cani; fugge alla presenza degli estranei, rifiutando anche il cibo.

È costantemente alla ricerca per sè di ambienti sicuri; quando teme della propria sicurezza preferisce non brucare e con circospezione restare a guardare.

Quando viene turbata la quiete e la sicurezza da una presenza estranea, per un istante la capra si irrigidisce, sbarrando gli occhi, per poi fuggire con una corsa impazzata.

Nell’alimentazione è modica e capace di adattarsi ad ogni nutrimento. Il pane raffermo viene utilizzato per avviare il suo condizionamento. Possono essere adoperati, per questo condizionamento, utilmente, anche gallette e sale di cui la capra è ghiottissima.

Fondamentale in tutto è il senso di fiducia che le capre riescono a costruire attraverso il condizionamento. Su tale senso di fiducia si basa anche la produzione di latte oltre che la disponibilità a farsi mungere.

Per acquisire il senso di fiducia il pastore deve operare con pazienza, metodicità e sensibilità. Il condizionamento avviene gradualmente e lentamente: i tempi richiesti sono lunghi, spesso è sufficiente una breve interruzione o una insignificante provocazione per determinare incomprensione e indifferenza.

Se la timidezza e la sensibilità delle capre sono proverbiali, è anche vero che gran parte del successo che un allevatore può riportare dipende dalla capacità di badare con intelligenza al branco, mostrandosi capace di ricevere fiducia e di esser disponibile ad aiutare gli animali nelle diverse difficoltà che possono incontrare.

Il becco nel periodo non fecondo (da marzo ad agosto) è tranquillo e amante della collina e della montagna. Il caratteristico odore ircino è assente. Nei rari momenti di calore, comprende l’insofferenza della capra e non la insidia.

È affettuoso con l’allevatore; tuttavia, se infastidito, si dimostra forte e capace di colpire con le corna ritorte o con la testa zucca.

Durante il periodo degli amori (fine estate e fine inverno) il becco diviene focoso ed irascibile. Russa e lecca in continuazione, insidiando le capre. Dimostra gelosia e fastidio specialmente se ricoverato in stabili stretti.

Per il suo comportamento imprevedibilmente furioso, spesso in grado di danneggiare persino la gravidanza delle capre, l’allevatore ricorre all’isolamento parziale entro steccati realizzati nella stalla.

La capra in difficoltà cerca il pastore. Bela durante il parto e chiede aiuto con lo sguardo.

L’uomo offre aiuto anche morale alla capra sofferente e ciò è la condizione indispensabile per farla affezionare e facilitare l’allevamento dei capretti. Questa comprensione viene favorita, se il capretto neonato e ancora bagnato viene avvicinato al muso della capra perché lo lecchi e lo asciughi.

Se non si agisce in questo modo, difficilmente la capra riconosce il capretto come proprio.

Vige tra le capre l’adozione. Spesso una capra adotta capretti non propri e li allatta teneramente e con cura amorevole e dedizione, sopportandoli nei loro capricci e nelle loro bizzosità.

Esiste tra le capre il sentimento di invidia e gelosia, causato anche dalla maternità. Le zuffe sono frequenti, rumorose e improvvise, ma non si trasformano mai in un litigio violento, ma più spesso in uno scambio «cavallerescamente umoristico» di zuccate.

L’individualismo anarchico della capra si manifesta con l’atteggiamento schizzinoso. La capra rifiuta di bere nel secchio adoperato dalla compagna, respinge il foraggio non pulito o il tozzo di pane toccato da persona estranea. Non sopporta odori di cani. Abitudinaria, ama uscire per il pascolo alla stessa ora e percorrere lo stesso tragitto.

I capretti stanno in piedi fin dalla nascita: saltano, balzano, vogliosi di dominare l’ambiente circostante. Giocano sui poggi e sulle balze scoscese, saltando, talvolta, persino sul dorso della madre.

Le capre comunicano tra loro adoperando lo sguardo, i movimenti della testa, la modulazione dei belati e trasmettono messaggi che indicano reclamo, dolore, affetto, insofferenza.

A.DE ANGELI, La pastorizia: note sulla psicologia della capra., Le Apuane, 1987

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