ALLA RICERCA DI UN TEMPO PERDUTO

POCO PIU’ DI CENT’ANNI FA NASCEVA L’ORA UNICA SU TUTTO IL TERRITORIO NAZIONALE. STORIA E CURIOSITA’ SU COME FUNZIONAVA IL SISTEMA DI COMPUTO DEL TEMPO QUOTIDIANO NELLA PONTREMOLI MEDIOEVALE
Pontremoli – Il Campanone

Domandarsi che ore siano guardando il proprio orologio è ormai un fatto di ordinaria quotidianità, tanto solito quanto banale in presenza di una misurazione del tempo semplice, funzionale, pressoché perfetta ed alla portata di tutti.

Così invece non era solo un secolo fa, quando i limitati Impegni giornalieri venivano ancora scanditi da due complessi sistemi di misurazione, retaggio di una consolidata tradizione medievale.

Per oltre sei secoli, in tutta Italia, convissero due sistemi di misurazione delle ore del giorno: quello per il popolo ed il clero che iniziava dalla mattina, e quello per i notai, i commercianti e la pubblica amministrazione che iniziava dalla sera.

Il primo, che si ispirava ai canoni benedettini, principiava dall’alba e suddivideva l’intero ciclo della giornata in sette parti: cinque per il giorno (prima, da poco dopo l’alba a poco dopo il levar del sole; terza, a metà mattinata; sesta, a mezzogiorno all’incirca; nona, a metà del pomeriggio e vespro, dal tardo pomeriggio al tramonto) e due per la notte (compieta, due ore dopo il tramonto e matutino, in seguito laudi, da metà della notte alle prime luci dell’alba).

Il secondo, invece, conteggiava tutte le ventiquattro ore iniziando però dall’Avemaria della sera che veniva battuta mezz’ora dopo il tramonto.

Mentre il metodo civile a 24 ore giornaliere era in grado di sottolineare più momenti della giornata e meglio individuare impegni lavorativi e appuntamenti (e per questo andò affermandosi sull’altro) quello della Chiesa restava alquanto approssimativo e incerto non consentendo di esprimere con altrettanta varietà e precisione le frazioni del giorno a causa del limitato numero delle ore diurne di cui disponeva (I, III, VI e IX). Queste ultime, infine, essendo solo quattro e restando legate alla variabilità della lunghezza dell’irradiazione solare (e, quindi, del giorno) potevano variare da un minimo di 134 minuti l’una al 25 dicembre ad un massimo di 302 minuti l’una al 25 giugno.

Visto che non c’erano che quelle quattro ore, volendo indicare un tempo intermedio tra un’ora e l’altra veniva spesso impiegata l’espressione ‘quasi’ seguita dall’indicazione dell’ora successiva. Si diceva così la quasi nona per indicare lo spazio di tempo tra la sesta e la nona, la quasi terza per quello tra la terza e la prima, e la quasi sesta per quello tra la sesta e la terza.

Questa la regola generale, chiara e funzionale.

Ma come si stabiliva l’ora civile nel medioevo pontremolese?

Trascorsa mezz’ora dalla scomparsa del sole dietro il profilo dei monti, il padre campanaro di San Francesco batteva l’ultima Avemaria della giornata e su questo segnale il temperatore dell’orologio di Cazzaguerra armonizzava la grande spera sulle 24, dando inizio al computo orario del nuovo giorno.

Così, il 18 febbraio di un qualunque anno posteriore alla riforma gregoriana, quando il sole scompare alle 17,15 a ca. 4° a Sud dalla vetta del monte Burello, la ventiquattresima ora del computo pontremolese medievale corrispondeva alle 17,45 attuali, il primo tocco alle 18,45, il secondo alle 19,45, il terzo alle 20,45 e il mezzogiorno successivo all’ora XVIII e un quarto, ora vera locale di Pontremoli.

Ma per l’entusiasta curioso che volesse sapere a quali ore odierne corrispondano quelle che si trovano indicate negli antichi manoscritti pontremolesi, la vita non sarebbe facile.

Infatti, tanto nel sistema canonico universale quanto in quello civile italiano, l’inizio del computo orario quotidiano non prendeva l’avvio dalla mezzanotte, considerata come il momento di completamento di una intera rotazione della terra sul proprio asse — ovvero il punto fisso astronomico di riferimento posto al centro di una teorica notte equinoziale — bensì, rispettivamente, dalla comparsa e dalla scomparsa del sole sull’orizzonte.

E così, se nel primo sistema è abbastanza facile individuare a che ore corrispondano quelle antiche (poiché la prima corrispondeva sempre al sorgere del sole, la sesta al mezzogiorno e la nona a metà del pomeriggio), nel secondo è pressoché impossibile procedere con eguale facilità se non si conosce con esattezza a quale ora odierna tramonti il sole la sera precedente.

La curiosità, tuttavia, a prescindere dagli aggiustamenti della riforma gregoriana — che sottrasse 13 giorni all’anno 1582 — e dagli spostamenti terrestri, potrebbe essere soddisfatta con buona approssimazione solamente ricorrendo ad una osservazione diretta per 365 giorni all’anno, tenendo conto dell’ora legale e, per praticità di calcolo, utilizzando il circolo comparatore del disegno a lato, senza ignorare che levate e tramonti dovrebbero essere teoricamente osservati dal campanile della chiesa di San Francesco o, in alternativa, dalla cella campanaria della Torre di piazza.

Le ore che si leggono negli antichi manoscritti pontremolesi, pertanto, non debbono essere considerate come ore attuali, bensì come ore medievali. Non erano pertanto le 21 del 9 giugno 1577 quando, nella piazza di sotto, mastro Marco Antonio a Piacenza gettava la colata di bronzo per la campana grossa del Campanone, ma le 16,25 circa odierne (legali). E tantomeno era mezzanotte quando, la sera del 17 maggio 1419, Giovanni Ludovico Fieschi ricevette la comunicazione dell’avvenuta pace tra Milano e Genova mentre stava tranquillamente passeggiando per Pontremoli dopo cena, come era abitudine delle persone di rango. Quell’ora XXIV, ricordata da Corradino Belmesseri, non corrispondeva certo alle 24 attuali ma alle 19 legali di oggi e, nell’aria dolce di quella primavera, vi era ancora la luce soffusa del giorno che stava morendo.

Il lettore al quale potrà essere sfuggito qualcosa non si perda d’animo. Perfino Ghoete, che non era uno sprovveduto e che proveniva da un paese dove il computo del tempo era affare assai meno complicato, durante il viaggio in Italia ebbe qualche difficoltà a raccapezzarcisi. A Verona stupirà, piacevolmente divertito, nel vedere gli Italiani con le dita perennemente all ‘aria nell ‘ atto di contare soldi, misure, giorni e ore, ma ne resterà talmente affascinato che tornerà più volte a trattare con entusiasmo questo argomento.

Contrariamente a quanto avveniva nella Germania dell’illustre viaggiatore, a Pontremoli e in Italia in genere, la vita cittadina era regolata da un sistema che, a seconda della tradizione, era l’ insieme di quello canonico e quello civile.

La giornata lavorativa iniziava dal suono della prima Avemaria e si concludeva al termine del vespro, poco prima dell’ultima. Alla ventitreesima ora (all’incirca 30 minuti prima il calar del sole) i contadini ritornavano dai campi e commercianti, e operai sospendevano ogni loro occupazione. Si cenava poco dopo l’ultima Avemaria, e ci si coricava mezz’ora dopo il calar delle tenebre.

Dopo il terzo suono della campana (quindi alle 19 e 45 circa attuali in inverno, e alle 23 circa in estate) era statutariamente fatto obbligo di mantenere il massimo silenzio per tutta la Terra e a nessuno era più permesso muoversi nelle tenebre privo di lume e senza il consenso verbale del Podestà. Solo ai ragazzi che andavano a scuola era riservata una speciale deroga per spostarsi privi di lume all’interno della città prima del levar del sole, e questo dalle calende di ottobre fino al giorno di Pasqua; segno evidente che anche a Pontremoli gli orari dello studio coincidevano con quelli in uso presso le principali università d’Europa, nelle quali i corsi cominciavano in prossimità dell’alba: ad Oxford e a Salamanca alle 6 del mattino, a Parigi addirittura alle 5, a Londra alle 7, estate e inverno, mentre le 4 del mattino era l’orario ordinario di sveglia per gli studenti del St. John College di Cambridge. Persino Thomas More, nella ricerca utopica di una società perfetta, non vedeva altro tempo di inizio più opportuno che quello precedente l’alba per tenere le lezioni scolastiche.

È naturale che il sistema di misurazione che principiava dal tramonto del sole non fornisse dati omogenei in tutta Italia e nemmeno nel comprensorio di Pontremoli dove, a causa della irregolarità del proprio orizzonte, l’ora civile variava con sbalzi notevolissimi da luogo a luogo. Ma non esistendo mezzi in grado di superare la barriera di questo tempo locale, l’ assenza di possibili riscontri immediati con realtà diverse non faceva risentire di tali differenti misurazioni.

L’avvento dei trasporti a vapore, e con questi la possibilità di mettere rapidamente a confronto realtà temporali differenti, fecero mutare il concetto di tempo, che passò da semplice speculazione metafisica nella quale per secoli s’erano cullati ignari e beati fior di pensatori, ad un ben più pratico continuato misurabile indispensabile per un modo di vivere diverso e più articolato.

Assieme all’esigenza di fare gli italiani si presentò anche il problema di unificare le ore.

Il computo dell’ora secondo questo stile, peraltro già in via di abbandono poco dopo la rivoluzione francese, terminerà ufficialmente il 1°  novembre 1893 con il disposto del decreto n° 490 di Umberto I che stabiliva l’entrata in vigore, su tutto il territorio nazionale, dell’ora unica (o Tempo Universale), la quale prendeva a misura del tempo quotidiano quella del meridiano situato al 150 ad Est di Greenwich ed adottava il sistema francese di computo che partiva dalla mezzanotte.

A solo cent’anni da questa innovazione, il concetto di tempo e della sua misurazione è completamente cambiato. Risalgono al 1958 i primi orologi atomici al cesio che scartavano di un secondo ogni milione di anni e presto, passando dagli atomi di cesio 133 agli ioni di mercurio 199 si potrà giungere ad una precisione diecimila volte superiore.

Al loro confronto la vecchia Terra, con la sua rotazione quotidiana influenzata da maree ed assestamenti, ci parrà sempre più una vecchia trottola un po’ scassata, ma ancora una volta dovremo regolare gli orologi sul suo movimento: come in antico per rincorrerne la precisione, come in futuro per compensarne l’inesattezza.

Ma, come si dice, questa è tutta un’ altra storia.

CIRCOLO COMPARATORE

tra le ore attuali e quelle medioevali canoniche e civili

La figura mostra la corrispondenza delle ore attuali con quelle civili e canoniche del medioevo pontremolese per il giorno 21 giugno (solstizio d’estate): alba alle 3.40, aurora alle 3,55, levata del sole alle 5,42, tramonto alle 19,15 (ore solari).

Nella corona interna, in numeri correnti, sono riportate le ore attuali, in quella esterna, in numeri romani, le 24 medievali e, al di fuori dei due circoli, le cinque canoniche di uso civile diurno.

Per ottenere la stessa comparazione per un qualunque altro giorno dell’ anno, sarà sufficiente far corrispondere la mezz’ ora successiva al tramonto (considerata sulle divisioni della corona graduata interna in numerazione araba) con la partizione posta tra la XXIV e la I ora della corona esterna, leggendo quindi il risultato cercato sulla corona esterna in numeri romani in corrispondenza dell’ora da convertire.

Nel caso illustrato, ad esempio, il mezzogiorno del 21 giugno corrisponde a poco più della XVI ora di Pontremoli. Il risultato ottenuto (frutto di una osservazione diretta) rimane tuttavia teorico per gli altri giorni dell’ anno a causa del particolare orizzonte pontremolese (rappresentato non già da una linea piatta, ma dal profilo ondulato dei monti) che provoca levate e tramonti non proporzionalmente crescenti o decrescenti tra di loro da giorno a giorno.

Per una puntuale misurazione del computo civile, si dovrà quindi tenere presente che non sempre avviandosi verso l’inverno la durata visibile del corso del sole diminuisce costantemente tanto al mattino quanto alla sera, ma varia — ovviamente = in relazione al saliscendi delle linee di contorno dei monti.

Infatti, un mese dopo il solstizio d’estate, cioè al 21 luglio, il sole sorge alle 6.01 e tramonta alle 18,54 mentre, solo tre giorni dopo, cioè al 24 luglio, il disco solare deve ancora toccare la sommità del monte dietro cui scompare alle ore 19,05, con uno progresso di ben 9 minuti anziché un arretramento. Al 21 dicembre (solstizio d’inverno) il sole sorge alle 8,50 e tramonta alle 16 e al 21 marzo (equinozio di primavera) sorge alle 7,28 e tramonta alla 17,50 ca. (ore solari).

Per evitare confusioni tra tempo estivo legale, e tempo invernale solare, converrà sempre prendere a base l’orario solare, come nella figura e in tutte le indicazioni sovrastanti.

Edoardo M. Filipponi, Il Corriere Apuano, 2.12.2000

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