di Giampietro Rigosa

L’identificazione con Montelungo in Val di Magra di un toponimo contenuto in un diploma del 773 a favore del Monastero di San Salvatore di Brescia (1) consente di stabilire approssimativamente il periodo al quale risale la fondazione di quella che sarà per secoli una delle più importanti realtà monastiche della Val di Magra w, con certezza, la sua originaria matrice.
Alle erronee interpretazioni di altri importanti documenti dei secoli VIII e X da parte di Emanuele Repetti e di Giovanni Sforza, contenute rispettivamente nel Dizionario Geografico Storico (2) e in una breve appendice al II volume delle Memorie Storiche di Pontremoli (3), aveva già rimediato il compianto presidente Giovanni Mariottti in un suo preciso e circostanziato lavoro pubblicato postumo sui Quaderni della “Giovane Montagna”, (4). Al Rapetti ed allo Sforza parve, infatti, dovessero riferirsi al nostro Montelungo i ripetuti riferimenti di documenti a favore del monastero di Bobbio del 774 e del 972 che invece, come ha puntualmente dimostrato il Mariotii, si riferiscono a tutt’altre terre (5). Giovanni Mariotti dimostrò, inopinatamente, che le origini dell’ospitale di Montelungo non potevano essere attribuite ai monaci dell’insigne badia di San Colombano di Bobbio i quali “…non esercitarono mai su quelle giogaie di Monte Bardone alcuna di quelle insigni opere di beneficenza e provvidenza sociale per cui si resero benemeriti in tante altre parti d’Italia”.
Non essendo a conoscenza di altri riferimenti documentari anteriori al secolo XI il Mariotti concludeva che, l’istituzione monastica sul versante lunigianese dell’Appennino, per ragioni di prossimità geografica, doveva essere opera dei monaci di Berceto e che, a seguito della cessione della importante abbazia fondata da Liutprando al vescovo di Parma, Montelungo passò all’abbazia di S. Benedetto di Leno (7).
Grazie all’identificazione operata dallo Schneider sappiamo invece che, nel 773, l’istituzione religiosa di Montelungo fu confermata da re Adelchi al monastero bresciano di San Salvatore (8) al quale era stata precedentemente donata, in data a noi sconosciuta, da re Desideri e dalla regine Ansa. A conferma di tale identificazione e a conferma di una continuità di dipendenza che cesserà solo con il passaggio all’abbazia di Leno, vi sono altri importanti atti a favore di San Salvatore che annoverano Montelungo tra i suoi possedimenti. Trattasi precisamente dei diplomi degli imperatori Lotario e Lodovico II dell’861 e ancora dello stesso imperatore dell’865 (9).
Per collocare questi riferimenti a Montelungo del diploma del 773 e in quelli seguenti nella giusta dimensione devono essere considerati sia il contesto storico regionale, sia l’importanza della fondazione monastica alla quale l’istituzione di Montelungo fu assegnata.
Quanto al periodo storico basti qui ricordare , da un lato, che per la Lunigiana in generale, e per l’alta Val di Magra in particolare, il secolo VIII e quelli immediatamente successivi sono caratterizzati da una tale eseguità di riferimenti certi da rendere i pochissimi disponibili d’alto interesse documentario e, dall’altro, che tratta di un periodo particolarmente significativo nel processo di affermazione della presenza monastica in Lunigiana. La fondazione dell’abbazia di Brugnato, il maggior centro benedettino della regione, è infatti solo di qualche decennio antecedente mentre l’abbazia di San Caprasio di Aulla, altra importantissima istituzione monastica lunigianese, sarà fondata più di un secolo dopo.
Tuttavia, come si diceva, l’ìaspetto più importante da considerare riguarda il ruolo e l’importanza che assunse, già dalla fondazione, il monastero al quale l’istituzione di Montelungo fu assegnata.
Fondata da Desiderio nel 753 poco prima di diventare re dei Longobardi e dalla moglie Ansa su un vasto tratto d’area urbana nell’ambito delle superstiti preesistenze romane, il monastero di S. Salvatore acquistò immediatamente grande potenza ed importanza sotto la guida della prima badessa Anseperga o Ansilperga , la loro figlia. Rimandando alla bibliografia per quanto attiene alla storia particolare del monastero bresciano (10) ci pare opportuno riportare qui, per la sua sintetica incisività e autorevolezza quanto scrive Jorg Jarnut nella sua Storia dei Longobardi : “…Più consapevole e risoluto di ogni altro re longobardo, Desiderio utilizzò i monasteri per crearsi un efficiente strumento di dominio. Nella città natale di Brescia il re e sua moglie Ansa avevano fondato nel 753 il monastero di S. Salvatore di cui Desiderio fece Badessa la figlia Anselperga. Alla giurisdizione di questo monastero, dotato di eccezionale ricchezza di mezzi privati e di donazioni provenienti dal patrimonio fiscale. Desiderio sottopose altri monasteri in Lombardia, Emilia e Toscana e creò così una potente federazione di monasteri soggetta al suo diretto intervento”. (11)
Così com’era accaduto ad altri suoi predecessori, Desiderio era preoccupato di organizzare una potente ed efficace rete di possedimenti al cui centro aveva appunto posto il monastero femminile di S. Salvatore da una parte e l’abbazia di Leno dall’altra (12).
Se non vi è dubbio che per molti fondatori di monasteri debbano essere stati decisivi anche motivi di carattere strettamente religioso e spirituale, è alquanto verosimile che vi fossero, soprattutto in questo preciso periodo storico, altre e più prosaiche motivazioni all’origine di tali fondazioni derivanti soprattutto dall’instabilità e dalle minacce cui era sottoposto il regno (13)
. Una fitta rete di abbazie, monasteri, ospitali offriva ad una famiglia esposta politicamente, o che si accingeva ad esporsi in modo più dichiarato, una grande sicurezza e la cessione di parte del proprio patrimonio personale ad istituzioni dedicate a Dio o ad un santo dissimulava certo la necessità di proteggere dalle eventuali catastrofi politiche la base economica di famiglia assicurandosi così la sua sopravvivenza anche a seguito di possibili rivolgimenti.
E’ alquanto verosimile che con la fondazione della istituzione-organizzazione monastica facente capo a S. Salvatore di Brescia, la famiglia dell’ultimo re longobardo tenti quindi di sottrarre il suo patrimonio fiscale ai rischi derivanti dalle elevate ambizioni di Desiderio che culmineranno con la sua incoronazione a re nel 757 (14).
Montelungo, come tutte le altre dipendenze del monastero di S. Salvatore, è da ritenersi pertanto parte integrante di questa istituzione-organizzazione monastica diretta emanazione della famiglia dell’ultimo re longobardo e continuerà ad essere tale anche a seguito della vittoria franca sui Longobardi quando non verranno a cessare né l’unitarietà dell’istituzione né la sua importanza né la munificenza dei nuovi monarchi (15).
A questo punto sorge un interrogativo. Per quali ragioni Montelungo, sul versante toscano dell’Appennino e oggettivamente così distante da Brescia, finì per gravitare nell’orbita di S. Salvatore, cioè della famiglia di Desiderio? Rispondere a tale quesito non è semplice.
Come si diceva, infatti, non esistono riferimenti documentari certi né per stabilire in quale data precisa e perché l’istituzione di Montelungo fu fondata, né quando e perché essa pervenne a Desiderio e nemmeno per stabilire in quale data precisa e per quale ragione fu donata a San Salvatore. Noi sappiamo con certezza che, precedentemente al 752, fu fondata a Montelungo un’istituzione religiosa che sarà confermata nel 773 ad un grande monastero femminile benedettino fondato nel 753. Teoricamente, pertanto, l’istituzione religiosa di Montelungo potrebbe essere pervenuta in possesso di Desiderio per motivi di cui con certezza nulla sappiamo, o già dalla sua fondazione o in un periodo compreso tra la sua fondazione e la fondazione di San Salvatore di Brescia o, infine, successivamente alla fondazione di S. Salvatore.
Vi sono tuttavia elementi di carattere generale che, per il loro significato rispetto al tema che si sta trattando, non possono essere ignorati anche se aprono ulteriori interrogativi. Tali elementi non sono qui considerati per sostenere alcune ipotesi, bensì, unicamente e semplicemente, per fornire un quadro di informazioni che possa, quantomeno, orientare la ricerca.
Il primo di questi elementi è rappresentato dalle conclusioni che si possono trarre dalle informazioni contenute nella epigrafe dell’anonimo personaggio di Filattiera.
Se si accetta l’ipotesi, che pare ormai una certezza, dell’identificazione del benedicti almifici con l’ospitale di Montelungo, dobbiamo innanzitutto prendere atto del fatto che la fondazione dell’istituzione religiosa di Montelungo è precedente a quella del monastero di San Salvatore di Brescia. Il periodo in cui l’anonimo personaggio dell’epigrafe svolse la sua attività ricade, infatti, verosimilmente, nel regno di Liutprando cioè tra il 712 ed il 744 (16). Ad onor del vero non si può escludere che le opere ricordate nella lapide possano essere di un periodo successivo, anche se ciò è poco probabile, ma saremmo in ogni modo in un periodo antecedente al 752, anno in cui , dell’anonimo personaggio e, nell’epigrafe, documentata la morte.
Comunque sia, essendo il 753l’anno di fondazione del monastero di San Salvatore di Brescia, è evidente che la fondazione dell’istituto religioso di Montelungo è anteriore a quella del monastero a cui sarà assegnata.
A questo proposito va tenuto presente un altro importante elemento che può, forse, contribuire a formulare un’ipotesi verosimile rispetto all’interrogativo sopra esposto. Questo elemento è rappresentato dal fatto che Desiderio non solo non era estraneo alla Tuscia ma aveva avuto modo di esercitarvi, per un tempo significativo e in un momento particolare, una notevole influenza.
Durante il regno di Astolfo, nel quale Pipino aveva ridotto il regno longobardo alle condizioni di una dominazione di media potenza sotto sovranità franca. Desiderio era stato invitato dal re proprio in Toscana a controllare la situazione e proprio da qui, alla morte di Astolfo, aveva conquistato alla propria causa le truppe del territorio di sua competenza che gli permisero dapprima di manifestare la sua aspirazione al trono e successivamente di realizzarla (17). A Desiderio duca, inviato in Toscana dalla pianura bresciana, non poteva certo sfuggire l’importanza strategica della via di Monte Bardone, per il collegamento tra i ducati settentrionali e quelli centrali del regno che essa era in grado di garantire (18). Già Liutprando aveva tenuto in grande considerazione il tracciato e i territori circostanti fondando l’importante monastero di Berceto. Non è da escludere pertanto che durante la sua presenza in Toscana egli abbia avuto e sfruttato, l’opportunità, direttamente o indirettamente, di rafforzare il presidio su questo tracciato che andava assumendo sempre più importanza anche per motivi strettamente religiosi (19) riuscendo ad acquisirne in qualche modo il possesso o ad esercitarvi la sua giurisdizione.
Tornando al benedicti almifici dell’epigrafe, e all’attività svolta dall’anonimo personaggio al quale essa è dedicata, si ha forse la possibilità di delineare con sufficiente approssimazione il contesto nel quale Desiderio potrebbe aver avuto la possibilità di inserirsi ricavandone in qualche modo il controllo o il possesso sull’ospitale di Montelungo e, forse, su altre istituzioni.
Tanto è stato scritto sulla attività di persecutore dell’idolatria e su quella di fondatore di istituzioni religiose svolte dal nostro personaggio. Forse proprio la dove si svolse l’azione di repressione dell’idolatria potrebbero essere state fondate dall’anonimo personaggio le istituzioni religiose. Se ciò non può essere affermato categoricamente , non può, peraltro, essere escluso, tanto più se si considerano le modalità tramite le quali si svolse all’interno del regno longobardo. La lotta per l’affermazione della religione cattolica e l’epilogo che solitamente avevano gli scontri.
Generalmente, infatti, nel periodo di massima recrudescenza nella lotta tra la monarchia, che andava sempre più avvicinandosi alla chiesa romana, e i nobili rimasti legati all’eresia ariana, quando questi ultimi, denominati infedeles erano vinti venivano giustiziati o esiliati e i loro beni, prima sequestrati, erano legalmente donati alle istituzioni religiose legate alla monarchia (20). Ma gli idola gentilium contro i quali si adopera il nostro personaggio, come già rilevato dal Mazzini, non dovevano essere ariani ma più probabilmente longobardi legati al paganesimo delle origini (21) mai sopito soprattutto tra le popolazioni di ceto inferiore e tra gli arimanni stanziati in luoghi decentrati.
Ciò che induce a ritenere valida quest’ipotesi è, da un lato, il contesto storico in si svolse l’attività dell’anonimo personaggio dell’epigrafe di S. Giorgio e, dall’altro, la diversa distribuzione all’interno del regno dell’arianesimo e dei retaggi del paganesimo delle origini. Mentre, come si è detto più volte, l’attività di persecuzione degli idolatri del nostro personaggio è databile dalla prima metà dell’VIII secolo, lo scontro fra la monarchia e i nobili rimasti fedeli all’arianesimo è del secolo precedente e si risolse definitivamente a favore della prima nel 688 con la vittoria di Cuniperto su Alachis (22). E se è possibile che l’arianesimo sia sopravvissuto oltre a tale sconfitta ciò non dovette più disturbare i disegni della monarchia.
Ciò che nella prima metà del secolo VIII poteva rappresentare ancora un grosso ostacolo rispetto alla pretesa di compiere una completa “romanizzazione” del popolo longobardo (23) era piuttosto il perdurare di forme di culto tipiche del paganesimo delle origini. Era evidentemente questa la forma religiosa più radicata e pertanto più dura a morire tra la popolazione longobarda, senz’altro meno manifesta e rappresentata, ma concretamente presente, come si è detto, nei territori più reconditi del regno. Tra i Longobardi dei ceti inferiori, infatti, l’arianesimo prima e il cattolicesimo in seguito non avevano certo fatto breccia. La verosimile adesione del re Vacone al cattolicesimo verso la metà degli anni quaranta del secolo VI, allorché i Longobardi divennero federati dei Bizantini riguardò, infatti, oltre al monarca, solo una stretta frazione dei ceti superiori. L’adesione successiva di Alboino, prima della calata in Italia, al Cristianesimo nella sua forma ariana avvenne al solo scopo di ottenere il sostegno dei Goti che erano ariani contro i Bizantini cattolici.
E’ incontestabile, quindi che, nel VI secolo, il cristianesimo nella forma ariana e cattolica era ancora estraneo alla massa del popolo longobardo ancora fortemente impregnato della antica religione germanica con le sue arcaiche strutture (24). E’ quanto mai probabile che, anche dopo la calata in Italia, e a dispetto della pressante opera dei monarchi longobardi mirante a cattolicizzare l’intera popolazione , nei territori decentrati rispetto alla capitale del regno e alle sedi ducali tali tradizioni siano rimaste vive per tutto il secolo VII e oltre.
Si tenga conto a questo proposito che mentre la parte marittima della Lunigiana venne conquistata dai Longobardi intorno al 640, l’Alta Val di Magra era stata occupata già dal tempo di Alboino (25) quando, come si diceva, la stragrande maggioranza del popolo longobardo era legata ai vecchi culti idolatrici (26). Si tenga altresì conto che proprio nello scorcio di secolo in cui verosimilmente l’anonimo personaggio dell’epigrafe svolge la sua opera, re Litprando emanava norme severe che vietavano espressamente diversi tipi di usanze pagane. Tali pratiche dovevano pertanto essere ancora ben presenti in tale periodo (27).
E’ probabile quindi che il contesto in cui svolge la sua opera il personaggio dell’epigrafe sia proprio questo. Forte della costante determinazione con la quale la monarchia era decisa a cancellare ogni forma di pratica religiosa non ortodossa e delle specifiche leggi emanate in quel preciso periodo contro riti e culti pagani, missionario gastaldo o corepiscopo che fosse, egli si sia adoperato per debellare tali pratiche e, una volta conseguita la vittoria, a suggello della stessa, fondasse le istituzioni religiose di cui sappiamo.
Forse la particolare determinazione con la quale vengono qua perseguiti questi obiettivi rispetto ad altri luoghi e la risonanza che tali fatti ebbero in seguito, dimostrata tra l’altro dal loro accenno nell’epigrafe, e determinata anche dall’importanza strategica che questi territori andavano assumendo sia dal punto di vista militare che da quello religioso. Il flusso di pellegrini verso Roma era già a quel tempo una realtà e si può ben capire come la chiesa da un lato, e la monarchia longobarda dall’altro, non potessero tollerarvi la presenza, alquanto sconveniente su una via di pellegrini, di pratiche idolatriche.
Comunque sia questo contemporaneo manifestarsi di grandi iniziative e cure aventi per oggetto la strada di Monte Bardone di qua e di là del crinale appenninico (28) mette in risalto l’importanza che questo territorio andava acquisendo. Come si diceva tale importanza non poteva certo sfuggire a Desiderio il quale, al tempo di Asolfo, aveva l’autorità sufficiente per inserirsi nel contesto del quale sono state qua sommariamente tracciate le linee stabilendo con Montelungo un legame strettissimo che durerà simbolicamente, tramite le istituzioni che da Desiderio avevano tratto origine, per numerosi secoli.
Ciò che, per mancanza di qualsiasi elemento significativo, non possiamo sondare è il rapporto che intercorse fra l’anonimo personaggio di Filattiera e Desiderio o la sua famiglia ma è indubbio che, se l’istituzione di Montelungo fu fondata dal personaggio che viene solitamente identificato con il nome di Leodegar e a pochi anni di distanza la stessa venne da Desiderio donata al monastero che è unanimemente considerato come sua diretta emanazione, un rapporto tra questi due personaggi ci dovette essere sicuramente.
Comunque sia, la continuità della dipendenza di Montelungo dal monastero di S. Salvatore sta chiaramente a dimostrare l’importanza dello stretto rapporto originario tra essa e Desiderio o comunque la sua famiglia. Se guardiamo infine anche alle sorti di Montelungo quando cesserà tale continuità di rapporto non possiamo che trarne, paradossalmente, un’ulteriore conferma in tal senso. Il passaggio di Montelungo, verosimilmente intono alla prima metà del secolo X, all’abbazia di S. Benedetto di Leno, è alquanto significativo. Anche questa istituzione, come si diceva, era stata fondata da re Desiderio.
Giampietro Rigosa, Note e appunti su Montelungo e sui Longobardi in Val di Magra nell’VIII secolo, in Archivio Storico per le Province Parmensi, vol. 50, 1998
- Il P.M., Codex diplomaticus Longobardiae, Torino 1873, n. I. U. Formentini, I Longobardi sul Monte ma è indubbio che, se Bardone, in Biblioteca della “Giovane Montagna”, n. 73, Parma, 1929
- E. Repetti, Dizionario Geografico Storico ecc. della Toscana, Vol. II, p. 412 e Vol. VI p. 256
- G. Sforza, Memorie e documenti per servire alla Storia di Pontremoli parte II, p. 372/375
- G. Mariotti, La Strada Francesca di Monte Bardone e l’Ospedale di San Benedetto di Montelungo, in I Quaderni della “Giovane Montagna”, n. 59 Parma 1940 – XVIII
- G. Mariotti, La Strada ecc, cit. p. 10 e segg.
- G. Mariottti, La Strada ecc. cit. p. 11
- La supposta fondazione di Montelungo per opera dei monaci di Berceto si basava innanzitutto sulla vicinanza geografica tra le due istituzioni monastiche mentre per quanto riguarda il passaggio all’abbazia di Leno egli riteneva che ciò potesse essere opera del conte. Suppone intimo amico di Wibondo vescovo di Parma e donatore alla badia di Leno della ricchissima corte di Gambara nella pianura bresciana.
- Il monastero bresciano originariamente intitolato a San Salvatore, fu successivamente dedicato anche a S. Giulia poiché durante la seconda metà del secolo VIII vi erano state traslate le spoglie della santa provenienti dall’isola della Gorgona. La nuova titolazione comparirà peraltro solo dal secolo X.
- I primi due diplomi sono a favore di Gisla, mentre il terzo è a favore dell’imperatrice Anspelga. Il P.M. Codes ecc. cit. nn. CLXXIII, CCXII, CCXIV
- Sulla storia in generale del monastero di S. Salvatore si veda a solo titolo di esempio A. BAITELLI, Annali Historici dell’edificazione et dotazione del Serenissimo Monastero di S. Salvatore e S. Giulia di Brescia, Brescia, 1657, G. PASQUALI, S. Giulia di Brescia in “Inventari italiani di terre, coloni, redditi (sec. IX e X) a cura di A. Castagnetti, G. Pasquali, M. Luzzati, A. Vasino, Roma – AA.VV., San Salvatore di Brescia Materiali per un Museo, Vol. I e II, Grafo Brescia, 1978
- J. Janut, Stoiria dei Longobardi, Einaudi Torino, 1975, pag. 120
- Mentre il monastero femminile fu fondato nel 753 l’abbazia di Leno sarà fondata cinque anni dopo. Ambedue le istituzioni monastiche furono dotate di vastissimi possedimenti in numerose regione dell’Italia settentrionale
- Cfr. J. Janut, cit. pag. 128
- I rischi per se e la sua famiglia a seguito dell’incoronazione a re in quella precisa situazione non dovevano certo essere ignorati da Desiderio e le vicende che caratterizzarono il suo regno ne sono la dimostrazione. La politica di ampio respiro da lui intrapresa una volta incoronato re per far uscire il regno dall’isolamento e dargli nuovo slancio dette inizialmente ottimi risultati garantendo un decennio di pace al popolo e gran prestigio al re stesso. Con la morte di Papa Paolo I nel 767 inizia la decadenza di Desiderio. L’avversione al re longobardo da parte del nuovo pontefice Stefano III per certe manovre ordite dal primo a suo danno per impedirne l’elezione, la successione di Carlo a Carlomagno tra i franchi, la successiva elezione di papa Adriano I suo ferreo avversario e il ripudio da parte di Carlo della moglie Ermengarda, figlia di Desiderio, che dopo varie peripezie andò a morire proprio nel monastero di S. Salvatore, portarono il re a commettere una serie di errori politici tra i quali l’invasione del ducato romano e l’assedio alla stessa Roma. In aiuto del papa e secondo il vecchio trattato di protezione intervennero dunque i franchi e fu la fine.
- Solo dall’XI secolo in poi, in seguito alle trasformazioni politiche nel quadro europeo, alla formazione della borghesia e alla nascita dei comuni S. Salvatore perderà il suo ruolo politico ma non le proprietà terriere e i possedimenti che diminuirono solo minimamente di numero.
- Cfr. U. Formentini, I Longobardi ecc., cit, pag. 15
- L’ascesa al trono di Desiderio fu determinata anche dall’aiuto di Stefano II e di Pipino i quali, ricevuta dal futuro re la promessa di rispettare i trattati di pace conclusi da Astolfo e di ritirarsi dai territori bizantini occupati da Liutprando, spianarono la strada alla sua elezione. Il papa inoltre il re monaco Ratchis, fratello di Astolfo, a recedere dal suo tentativo di farsi riconoscere re spianando così definitivamente la strada a Desiderio.
- Cfr. M. Giuliani, La strada Lombarda del Cirone in Alta Val di Magra, in Arch. St. Prov. Parm. IV serie, 1951, pagg. 29/43 e in Saggi di Storia Lunigianese, Pontremoli, 1982
- Cfr. U. Formentini, I Longobardi sul Monte Bardone, cit. 13
- Va a questo proposito segnalato che secondo alcuni studiosi che si sono occupati a vario titolo del monastero di San Salvatore la dotazione originaria dell’istituzione religiosa era costituita proprio da beni provenienti dall’espropriazione di nobili riottosi ad accettare la religione cattolica. Scrive ad esempio C. Acarotti in Ipotesi sull’origine Longobarda del nome Leno, in Leno Longobarda, Atti del Convegno a cura di Orazio Minnecci, Biblioteca Civica di Leno, 1993. “….è più sicuro che fondando i monasteri di Leno e di Santa Giulia di Brescia e dotandoli di grandi patrimoni sottratti, come spesso accadeva, a nobili longobardi che si erano rivoltati contro il re Desiderio tentasse di limitare le ricchezze e quindi il potere dei duchi e di conseguenza il loro ribellismo”.
- U. Mazzini, L’epitaffio di Leodegar Vescovo di Luni del secolo VIII (nuovi studi sulla lapide di Filattiera, in Giornale storico della Lunigiana, Vol. X, fasc. II, La Spezia, 1919, pp.81/111
- Alachis, duca di Trento, fu il nobile che guidò l’ultima e più incisiva ribellione di coloro, tra i Longobardi dei ceti superiori, che si sentivano ancora vincolati alla tradizione guerriera del loro popolo e che ancora si riconoscevano nell’arianesimo e nel paganesimo. Le vicende che contraddistinsero questo scontro all’interno del regno furono alquanto travagliate e le sorti del conflitto rimasero incerte sino appunto al 688 quando presso Cornate sull’Adda, i due schieramenti si affrontarono in una battaglia decisiva che re Cuniperto risolse a proprio vantaggio mentre Alachis vi trovò la morte.
- A prescindere dalla motivazioni strettamente religiose di alcuni monarchi e soprattutto di numerose loro consorti, la determinazione con la quale i re longobardi perseguirono la conversione al cattolicesimo del loro popolo aveva anche origine dalla convinzione che tale operazione avrebbe garantito la loro completa assimilazione a quel mondo che, ormai, la monarchia prendeva a modello di civiltà. Cfr. P. Diacono, Historia Longobardorum, a cura di I. Bethmann e G. Waltz, Hannover, 1878, IV, 22 (trad. it. P 201), J. Jarnut, Storia dei Longobardi, cit. pp. 102/106)
- Proprio perché il popolo era fondamentalmente estraneo a queste adesioni dei suoi capi, a Vacone e ad Alboino era consentito, uno dopo l’altro, di aderire a diverse forme di cristianesimo senza che il popolo stesso ne fosse ostacolato nel libero esercizio di culto. Cfr. Procopio di Cesarea, De Bello Gothico, III, 35, in Opera Omnia a cura di J. Mauri e G. Wirth, II, Leipzig, 1963, G.P. Bognetti, Santa Maria foris portas di Castelseprio e la storia religiosa dei Longobardi, ora in G.P. Bognetti, l’Età Longobarda, 2 voll. Milano 1966/68, pagg. 13 e segg.
- P. Diacono, Historia Longobardorum, a cura di I. Bethmann e G. Wartz, Hannover, 1878, II,14 pagg. 25-26 I. M. Hartman, Gescluchte Italien in Mittelalter, Leipzig Gotha, 1900-1903 II
- Cfr. U. Mazzini, L’Epitaffio, ecc. cit
- Tra le pratiche idolatriche in essere in questo periodo fra i Longobardi vi erano sia quelle accennate dal Mazzini che riguardavano alberi particolari e sorgenti, sia altre che riguardavano ad esempio serpenti ed altri animali. A proposito del serpento si veda ad esempio AA. VV. Leno Longobarda, cit. p. 26