Dopo la costituzione di una testa di ponte degli Alleati ad Anzio nel gennaio 1944 il teatro delle azioni di guerra si allargò; le incursioni aeree si intensificarono e fu guerra totale e anche civile tra nazifascisti e partigiani e tutti furono nella terribile bufera. Si pensi alle 335 vittime sterminate il 23 marzo alle Fosse Ardeatine. Nella nostra provincia venne a costituirsi la linea del fronte dalla tarda primavera del 1944, dopo che gli Angloamericani nel maggio vinsero la dura battaglia di Cassino, su un tratto della “linea gotica”, dal Cinquale di Massa a Pesaro, con fortificazioni che i tedeschi avevano realizzato in pochi mesi col lavoro forzato di 20.000 italiani e 3.000 jugoslavi; l’Italia sarà divisa in due fino alla Liberazione.
La “marcia della morte” ebbe inizio nel maggio, ma già da prima comincia il terribile lungo elenco delle vittime, anche in Lunigiana. Ci affidiamo prima di tutto agli scritti del vescovo mons. Sismondo, che si “adoperò senza tregua per alleviare le sofferenze e recare parole di conforto e di fede” ai suoi fedeli, come si legge nella motivazione della medaglia d’ argento al valor civile che gli fu assegnata. Il vescovo si rifiutò di fare del Corriere Apuano uno strumento di diffusione di notizie utili ai tedeschi e ai fascisti repubblicani, come loro volevano, e sospese le pubblicazioni del nostro settimanale. Dal marzo 1944 al maggio 1945 continuò però, a norma dell ‘ art. 2 del Concordato, a “comunicare e corrispondere liberamente col clero e con tutti i fedeli, per animare, illuminare, confortare, condolersi e benedire” pubblicando La parola del vescovo, un foglio sul quale subito ci sono notizie di fatti crudi di sangue da denunciare.
Sul Brattello, a Prato delle Code, nella notte dal 2 al 3 marzo 1944 si perpetrò da parte di presunti partigiani “un truce fatto con l’uccisione proditoria di 4 uomini che, colassù, prestavano servizio di avvistamento aereo”. Erano Patrizio Musetti, Ercole Musetti, Luigi Rosi, Vittorio Olivieri.
L’ 8 marzo fu uccisa una persona sul monte Galletto di Pontremoli. Il mattino del 13 marzo le prime uccisioni di innocenti civili. I militi del battaglione S. Marco assassinarono i fratelli Renato e Silvio Galli di Vignola intenti a potare le viti, uno morì subito l’ altro in serata all’ ospedale; a Casa Corvi fu ucciso Luigi Ferrari, malato di asma, mentre riposava su un sasso. Per aver protestato con forza contro il crimine, mons. Sismondo fu minacciato e Pontremoli fu in pericolo di distruzione.

A Pontremoli dal 12 marzo era sorto un contingente della X Flottiglia MAS. Il 13 marzo ci fu l’ attacco al treno di Valmozzola, deciso dal capo partigiano Mario Betti, che morì nello scontro, furono fatti prigionieri due tedeschi, poi liberati, e 10 fascisti furono presi e alcuni fucilati.
Nel Bagnonese, sul monte Barca, furono catturati 13 partigiani, 3 uccisi subito tra cui un professore russo; gli altri furono portati a Pontremoli, il vescovo si adoperò perché fosse risparmiata loro la vita e invece 7 furono fucilati il 17 marzo a Valmozzola.
Il 15 marzo a Grondola dalla X Flottiglia furono uccisi tre uomini del distaccamento Picelli, alcuni uomini del quale il 12 marzo avevano attaccato il presidio della stazione ferroviaria di Grondola-Guinadi, uccidendo il capostazione Enrico Gardini ritenuto spia dei nazifascisti.

Il 18 e 19 marzo ci fu la cosiddetta battaglia del lago Santo, dove 9 partigiani del “Picelli”, assediati, resistettero contro i tedeschi, che alla fine si allontanarono. Ci fu anche un rastrellamento a Cervara. Cominciarono i primi lanci angloamericani di armi, munizioni, vettovagliamenti e viveri per i partigiani.
Nei “libri cronici” dei parroci si leggono le notizie relative a quei mesi: don Domenico Conti di Bassone scrive che gli uccisori dei fratelli Galli di 16 e 23 anni erano “per la maggior parte avanzi di galera” e che “nessuna autorità ha protestato, nessuno ha alzato la voce, solo il vescovo ha ardito difendere i suoi figli protestando”. L’ arciprete di Vignola, don Raimondo Argenti, annota che i militi della S. Marco fecero perquisizione a Casa Corvi per scoprirvi un presunto centro di propaganda contro la Repubblica sociale e di favoreggiamento “ai partigiani o ribelli o patrioti che dir si vogliono, ma nulla fu trovato. Formarono un campo di concentramento di tutti gli uomini che poterono rastrellare a Vignola e a Casa Corvi”. Anche il parroco fu fermato.
Il parroco di Debicò, don Giovanni Casini, annota che riuscì a far esonerare i suoi giovani dalla leva Graziani ricorrendo a disposizioni di legge “Ignorate” nella nostra vallata, quelle dell ‘ esonero agricolo.
Maria Luisa Simoncelli, Il Corriere Apuano