LA LAVORAZIONE DEL VIMINE

Il cesto (“cavagno”) e le “moile” alla raccolta delle castagne

L’intrecciatura nella lavorazione del vimine, tema di queste brevi note etnografiche, è da considerarsi parte del patrimonio tecnico della « civiltà contadina » che, sviluppatasi nelle zone montane e di fondovalle della Lunigiana storica (territorio a grandi linee identificabile nelle due attuali province di Massa Carrara e di La Spezia), sta ormai scomparendo.

La rilevante presenza di castagneti e vetriciai, il cui rispetto ed uso era già codificato negli statuti delle comunità locali ( 1), ha fatto sì che il vetrice e le vette di castagno costituissero da sempre la materia prima dell’intreccio lunigianese. Infatti questi due materiali sono solitamente utilizzati, insieme o separatamente, nella costruzione del cesto (cavagno) (2) che è l’attrezzo per il trasporto a mano più diffuso nelle valli del Vara e della Magra.

Altri materiali usati sono le vette di nocciolo, di corbezzolo e quelle, ottenute per innesto, comunemente dette bacchette di salice. Quest’ultimo tipo di vimine non viene sottoposto a processi di decorticamento ed è usato in tutte le eventuali manufatti ad intreccio, nel fissaggio della vite, potata, al suo sostegno e in altre legature. Inoltre la sua flessibilità e resistenza all’umidità lo rendeva indispensabile nella costruzione di nasse o di contenitori particolarmente soggetti ad usura.

Alcuni materiali prima di essere intrecciati sono decorticati, ad altri vengono tolte solamente le foglie: questa differenziazione dipende dalle diverse caratteristiche dei materiali, dalle prestazioni tecniche che si vogliono ottenere ed anche dalla possibilità di riprodurre particolari disegni decorativi o altri effetti formali, sfruttando i diversi valori cromatici delle bacchette. Bisogna però notare che tali finezze estetiche sono piuttosto rare, probabilmente per il carattere di complementarità alle strutture economiche tradizionali che la lavorazione ad intreccio ha sempre avuto in Lunigiana senza riuscire a produrre forme artigianali proprie.

Quello che invece traspare chiaramente, studiando i vari prodotti dell’intreccio lunigianese, è l’estrema ingegnosità e razionalità delle popolazioni locali.

Gli attrezzi usati prevalentemente nei campi o nei boschi come la cavagnada e la bena erano costruiti con materiale da intreccio molto resistente e solitamente non decorticato, quelli invece che avevano un uso specifico anche all’interno delle mura domestiche come il cavagno e la panera erano fatti di vetrice o di castagno decorticati e trafilati.

La tecnica dell’intreccio, oltre ad essere impiegata nella costruzione di manufatti di uso domestico o agricolo, aveva una gamma notevole di utilizzazioni secondarie. Con le lamelle (scozi) ricavate con la roncola dalle vette di castagno si costruivano dei graticci che venivano usati, rinzaffati di calce allo stesso modo delle canniciate, per costruire muri di tamponamento e soffittature. Graticci simili, ma costruiti interamente in vimini non decorticati, venivano posti nello sbocco finale del nicciar: particolare imbrigliatura delle acque, ottenuta costruendo a secco uno o più muretti di sasso, messa in opera alla fine dell’estate per pescare le anguille.

Intrecciature miste di vette di castagno e di vetrici si utilizzavano per impedire gli smottamenti e gabbie di vimini erano costruite per difendere i terreni coltivati dalle piene d’acqua dei torrenti.

Infine, il rivestimento di contenitori in vetro come damigiane, fiaschi e bottiglioni era tradizionalmente composto da un fondo in legno e da un intreccio di vimini o di altri rami flessibili opportunamente trafilati.

L’intero processo di lavorazione del vetrice si può schematizzare in sei fasi:

1a fase: taglio delle bacchette di vetrice effettuato, solitamente alla fine della primavera, con una roncola di piccole dimensioni.

2a fase: decorticamento eseguito il giorno stesso del taglio o dopo un certo periodo di tempo (in questo caso però i vetrici devono essere messi a macerare in acqua). L’attrezzo usato è la raparola: pezzo di legno tagliato longitudinalmente fino a metà.

3a fase: essicazione, fatta esponendo al sole per circa sei ore i vetrici decorticati. Questa operazione è necessaria solo se i vetrici non sono utilizzati subito e serve a prevenire la formazione di muffe sul legno (à lupà).

4a fase: rinverdimento che consiste in un bagno di circa dodici ore; se le condizioni atmosferiche sono particolarmente secche i vetrici richiedono una umidificazione ulteriore, immediatamente precedente l’intreccio, fatta con uno straccio imbevuto d’acqua.

5a fase: intrecciatura che prevede sempre in primo tempo la costruzione di quella parte che costituirà poi il fondo del manufatto finito. L’intreccio dei vetrici (vezzia) è solitamente incrociato ad elementi perpendicolari del tipo a « graticcio ».

6′ fase: rifinitura del manufatto effettuata con una piccola roncola ripieghevole (curtlina) e un pezzo di legno, opportunamente tagliato detto armundador.

Il processo di lavorazione delle vette di castagno si può schematizzare in modo simile; vi sono però alcune differenze nella tecnica dell’intreccio e nella fase del decorticamento.

Il taglio dei vimini era compito delle donne e dei bambini che provvedevano anche al loro trasporto. Il decorticamento era solitamente una operazione collettiva, mentre l’intrecciatura era compiuta dagli uomini durante i tempi morti dei lavori dei campi. La maggior parte dei manufatti si produceva per il fabbisogno domestico o delle singole « aziende » agricole familiari e solo una piccola parte era destinata alla vendita nei vari mercati paesani settimanali (dove ormai è difficile trovare manufatti ad intreccio) e nelle fiere annuali

I prodotti tipici della lavorazione ad intreccio nella Lunigiana erano manufatti necessari all’economia chiusa e fondamentalmente agricola delle popolazioni locali. Quasi tutti i lavori contadini prevedevano infatti l’utilizzo di manufatti ad intreccio, maneggevoli, facilmente riparabili e che una volta deteriorati potevano essere usati come legna da ardere. Inoltre la tecnica dell’intrecciatura, pur richiedendo una notevole quantità di mano d’opera, aveva il vantaggio dell’uso di materiali autoctoni (principalmente vette di castagno per le zone di montagna e vetrici per quelle di fondovalle) che si rinnovano annualmente.

Con l’affermazione della civiltà industriale anche la lavorazione dei vimini muta e comincia a trascurare decisamente i manufatti ad intreccio legati ai cicli produttivi del mondo contadino, Gli oggetti « funzionali » vengono sostituiti con prodotti di tipo industriale, realizzati in materiali metallici o plastici, mentre la lavorazione manuale si indirizza verso la creazione di oggetti decorativi o di arredamento.

In Lunigiana nasce la produzione di materiale da intreccio essiccato che viene poi lavorato a Firenze o in alcuni centri padani come Reggio, Carpi o Mantova. Ma anche questo mercato scompare quando si impongono per la loro economicità e duttilità d’impiego il vimine detto « jugoslavo », vari tipi di paglia, il giunco e il bambù, quando non si giunga alla sostituzione dei manufatti in vimine con simili interamente costruiti in materie plastiche.

Attualmente la tecnica dell’intreccio rimane patrimonio, quasi esclusivo, di alcune persone anziane che continuano a produrre i manufatti tipici dell’intreccio per il ristretto circuito commerciale delle fiere locali.

MARCO NATALI, Studi Lunigianesi, Vol. X, Villafranca Lunigiana, 1980

1) Cfr. ad esempio i cap. 39, 89, 18, 45, 50, 69, 74, 75 di: Gli Statuti di Filetto a cura di Luigi Antiga, Pontremoli 1974.

2) | termini dialettali sono stati ricavati dall’inchiesta sulla lavorazione del vimine svolta a Villafranca Lunigiana nel 1980.

3) È tuttora possibile reperire i manufatti tipici dell’intrecciatura lunigianese nelle fiere che si svolgono a:

— Barbarasco (MS): 15 luglio (S. Quilico)

— Filetto (MS): 25 agosto (S. Genesio)

— Roverano (SP): 8 settembre (festa della Madonna)

— Fivizzano (MS): 21 settembre (S. Matteo)

— Bottagna (SP): 29 settembre (S. Michele).

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