LIBERI!

É l’alba del 5 aprile quando, dopo dieci mesi di attesa, viene sfondata la linea Gotica, in pochi giorni è liberata Massa dalle trupppe americane della V Armata e dalle azioni dei partigiani coordinati dal comandante “Pietro” Del Giudice. L’ 11 i partigiani consegnano Carrara agli Alleati. I combattimenti erano violentissimi: tedeschi e fascisti furono accaniti fino alla fine, cannoneggiavano da Punta Bianca e dalla coste spezzine, fecero saltare ponti prima di ripiegare verso la Lunigiana e verso Genova.
Le tante brigate partigiane agivano su tutto l’ ampio territorio dalle Alpi Apuane ai monti di Liguria ed Emilia. Le vallate della Lunigiana orientale erano luogo di scontro per impedire che i nazifascisti si collegassero alle loro truppe ancora presenti in Garfagnana, la quale è liberata il 22 aprile. Da Piazza al Serchio gli Alleati entrano nella valle dell’ Aulella, fanno cadere il baluardo di Fosdinovo, arrivano a Sarzana, poi alla Spezia il 24 aprile. In val di Vara e nello Zerasco, in tutta la val di Magra c’ è la battaglia finale con operazioni di sabotaggio e colpi di mano contro i capisaldi tedeschi delle Cinque Terre, di Ceparana e Pontremoli. Le brigate parmensi, reggiane e lunigianesi cooperano per impedire ai tedeschi di ritirarsi attraverso i passi del Cerreto e Lagastrello: alla fine la contabilità dei morti e dei feriti sarà tremenda. Posizionamenti strategici sono sui monti da Bagnone a Licciana, Qui i partigiani della “Borrini” accolgono il 23 aprile la resa di 605 soldati repubblicani e dei loro ufficiali. Ancora bombardamenti, la stazione radio presso la centrale elettrica di Bagnone è attaccata dai partigiani. Sorgono con urgenza i Comitati di Liberazione perché ci siano autorità di riferimento all’arrivo degli Alleati. A partire dall’8 aprile vengono attaccati i presidi dei nazifascisti in val Taro, che viene liberata, ma nella sacca di Fornovo resistettero seimila tedeschi.
Il comando partigiano della divisone “Cisa” si era stabilito a Cervara, controllava il passo e la strada della Cisa e la ferrovia. La linea telefonica e telegrafica, nel tratto dalla Crocetta ad Arzengio, è fatta saltare a inizio aprile dalla Terza brigata Beretta comandata da L. Pedrini. I tedeschi erano posizionati sotto il paese in un punto strategico di controllo in linea con Costa d’ Orsola. Le pattuglie partigiane attaccano il 9 a Casa Corvi e alla fine hanno la meglio. I partigiani cominciano ad attaccare i caselli ferroviari tra Pontremoli e Guinadi con tanti morti tedeschi, è bloccata la galleria del Borgallo. Il 15, cinque partigiani sono uccisi presso Codolo. I bombardamenti alleati sono intensi, dal 19 al 27 aprile per molto tempo scaricano bombe su Pontremoli e soprattutto su Mignegno: sono i più accaniti di tutta la guerra e tante furono le rovine, è distrutta villa Lorenzelli, colpito il ponte ferroviario dei Chiosi. Il principale rifugio per la gente era la galleria di Porta Parma. Nella valle del Verde i tedeschi fanno saltare il ponte Grande, il 20 c’è un forte attacco contro i partigiani delle tre brigate Beretta piazzati a Grondola.
Il 24 il capo del presidio tedesco di Pontremoli dà ordine scritto che tutto il contenuto dei suoi magazzini sia consegnato al vescovo Sismondo. E’ un atto distensivo che però non fa accettare ai tedeschi di arrendersi. Tra il comando tedesco e il Vescovo è fatto un accordo, ratificato (non senza ricevere critiche) dal rappresentante del Comando Unico parmense “Poe”(Achille Pellizzari), che stabiliva che i tedeschi avrebbero avuto via libera, i partigiani dovevano attendere sui monti, in cambio Pontremoli non avrebbe avuto nessuna distruzione o rappresaglia. Ma c’è un veleno in coda: la sera del 25 un tedesco entra in Curia e dichiara in arresto il vescovo e i canonici Mori e Boltri con accusa di aver fatto disertare due tedeschi e minaccia distruzione sulla città. All’ alba il vescovo e don Marco salgono da Vignola a Cervara e rintracciano i due che dichiarano la loro volontaria diserzione e Pontremoli è salva. Un ultimo sussulto di barbarie è il prelevamento dal carcere di tre partigiani per ucciderli in piazza allora detta Vittorio Emanuele.
La sera del 26 inizia la battaglia della Cisa; sulla strada si sono ammassati alcune migliaia di soldati in ritirata a piedi e con i carriaggi; i partigiani aprono il fuoco, gli alleati mitragliano e bombardano dappertutto, lanciano spezzoni incendiari. I testimoni di quei fatti dicono che ancora per S. Terenziano il primo settembre si sentiva l’odore dei morti nel piano di Mignegno e dell’oratorio. Per 4 ore sono schianti, fiamme, urla, nitriti di cavalli impazziti. Molti cadaveri furono sepolti in una fossa comune all’interno della chiesetta di S. Giorgio.’ in un luogo antico di pietà e di ospizio di nuovo veniva prestata un’opera di misericordia. Ci Vollero 9 giorni, sotto la direzione di Paolo Tessarolo (che accolse l’invito del sindaco O. Buttini) per risanare la zona sotterrando i corpi, era forte il rischio di epidemia e contagio. Era saltato il ponte ferroviario e quello stradale a Porta Parma di Pontremoli, quello antico dietro l’Ospedale era minato, saltò solo un’ arcata.
E giunge l’ alba più attesa, accompagnata dal rombo dei cannoni alleati, che il vescovo pregò di sospendere recandosi a piedi all’Annunziata: “Non distruggete ancora. La città vi attende. Non vi è più un soldato tedesco”.
Il Campanone alle 9 del 27 aprile annuncia che la guerra è finita. La porta del Duomo si apre per il più riconoscente e liberatorio “Te Deum laudamus” da parte di tutti.
Maria Luisa Simoncelli, Il Corriere Apuano