
Nel paesaggio lunigianese la pietra arenaria è visibile più nelle opere dell’uomo che in quelle della natura, nonostante che essa sia in questo territorio la roccia con gli affioramenti più estesi.
Presenta sulla superficie una erosione, dovuta agli agenti atmosferici, molto lenta e regolare che dà luogo a delle forme a schiena d’asino; produce dei suoli acidi adatti a diverse specie arboree con ricchi sottoboschi che mascherano quasi ovunque la base geologica.
L’uomo, fin dalla sua prima comparsa in Lunigiana, quando il maschio faceva il cacciatore e la femmina la raccoglitrice di vegetali commestibili, era già un esperto di pietre: non ovviamente nel senso moderno, ma perché la maggior parte degli strumenti che si produceva erano di pietra. Si trattava in genere di pietre dure e facilmente scheggiabili, per fare coltelli, raschiatoi e punte di vario tipo; l’arenaria non aveva le caratteristiche adatte: è dura come abrasivo, ma è anche tenace agli urti e non si scheggia quindi facilmente in punte o lame sottili; un ciottolo di arenaria poteva servire come percussore: un martello, cioè, il cui manico era costituito dal braccio dell’uomo.
Il laboratorio dell’uomo preistorico era costituito dagli alvei dei torrenti e dei fiumi. Lì sono presenti tutte le specie di pietra che formano le superfici del bacino da cui provengono le acque che alimentano ciascuno di essi; sono più o meno arrotondati, belli puliti e mostrano eventuali difetti: è sufficiente provarne la scheggiabilità, percuotendoli con ciottoli tenaci, e la loro durezza, tentando di incidere una stessa pietra con le schegge ottenute da ciottoli differenti.

E’ evidente che si trattava di un procedimento pratico, ma razionale se si procedeva per eliminazione dei tipi meno adatti, memorizzando il riconoscimento di quelli migliori e in quale alveo si trovano.
Il moderno esperto scientifico, il petrografo, analizza gli strumenti preistorici messi in luce dagli archeologi, e conclude quasi sempre che erano state scelte le pietre più adatte alle funzioni degli strumenti stessi; stabilisce se era una specie frequente o rara in quel territorio, o se proveniva da lontano. La differenza principale è che il petrografo conosce le cause naturali perché certe pietre sono le più adatte e potrebbe stabilire dal suo laboratorio, fatto di libri e di strumenti, quale scegliere. L’uomo del passato, invece, imparava molto lentamente, ma trasmetteva ai giovani la sua conoscenza, che era solo quella sugli effetti, e cioè sui comportamenti pratici, di ogni specie di pietra; le cause, di cui era come noi curioso, non potendo conoscerle, le attribuiva a poteri soprannaturali: l’esperto diventava quindi uno sciamano che insegnava il procedimento produttivo mediante un rito sacro, che serviva però a memorizzare il processo stesso.

L’arrivo in Lunigiana della civiltà agricola, 8000 anni fa circa, ha fatto scoprire una nuova funzione molto utile dell’arenaria: la produzione di strumenti per macinare le granaglie essiccate. La macina veniva ricavata da un ciottolo molto largo e schiacciato, una faccia del quale veniva spianata con una lieve concavità, sulla quale la donna inginocchiata per terra faceva scorrere avanti e indietro con le due mani, esercitando una forte pressione scendendo, un altro ciottolo stretto e lungo in modo da rompere i chicchi, dopo di ché il “macinello” veniva fatto ruotare in modo da ridurli in farina. Le superfici dell’arenaria si sono sempre prestate bene alla macinazione, anche quella più recente dei mulini ad acqua introdotti per ridurre le fatiche umane, perché il suo cemento è meno duro dei granuli di sabbia che la compongono e che, emergendo dalla superficie stessa, trascinano i chicchi e li frammentano sempre di più.
All’arenaria venivano date le forme desiderate martellandola a mano con percussori aventi pesi da alcuni etti a un chilo, costituiti da ciottoli duri e tenaci di quarzite provenienti da alcune formazioni delle Alpi Apuane (alveo dell’Aulella), o più raramente da vene presenti nell’arenaria stessa (alveo del Magra).
La martellatura lascia piccoli crateri ad ogni colpo, perché produce delle fratturazioni del cemento e la frammentazione degli abbondanti granuli di quarzo, duri all’abrasione, ma fragili all’urto; soffiata via la polvere, si continuava a percuotere affianco fino ad ottenere una superficie, poi, per scendere ancora, si cominciava da capo.
In coincidenza dell’arrivo nel Mediterraneo occidentale della metallurgia del rame 5500 anni fa, in Lunigiana si è diffusa la produzione di evidenti figure umane, perciò si possono chiamare anche “statue”, parzialmente rappresentate su lastre di pietra che venivano infisse verticalmente come le “stele”, con altezze variabili da un terzo alla metà e, qualche volta, anche a quella naturale dell’uomo. Le statue-stele della Lunigiana sono tutte di arenaria, anche dove si potevano usare altri tipi di pietra: specialmente quelle trovate più vicine al fondovalle del Magra presentano qualche lato non arrotondato dalla lavorazione dell’uomo, ma da quella del fiume, mentre in quelle trovate più lontano sembra prevalere l’uso di lastre naturali staccate dalla montagna. La scelta dell’arenaria poteva avere due motivi che si sommavano: la maggiore lavorabilità con strumenti di pietra, secondo la lunga esperienza già fatta con le macine; l’associazione compatta dei suoi componenti duri comunica una sensazione di grande resistenza al tempo, che è di fatto confermata dallo stato delle stesse statue-stele rimaste per millenni agli agenti atmosferici e sottoterra, e che ha da tempo introdotto espressioni analogiche come “duro”, o”potente”, “come il macigno”.
L’introduzione del rame, adatto a produrre delle asce per tagliare il legno, ma troppo malleabile per incidere la pietra, non aveva migliorato la lavorazione dell’arenaria rispetto a quella delle macine. Le statue-stele, anche se erano delle figure umane semplificate, richiedevano tuttavia, oltre ad una sagomatura esterna del corpo, quando questa non derivava in parte dalla scelta di massi arrotondati dal fiume, delle rappresentazioni dettagliate ottenute in bassorilievo sulla superficie frontale: il sempre presente abbassamento ad U del volto che mette in risalto la T costituita dal naso e dalle arcate sopraciliari, sotto le quali sono a volte indicati anche gli occhi; il rilievo che definisce il corpo con la linea orizzontale costituita dalle clavicole e dalle spalle , dalle quali si dipartono i rilievi delle braccia semipiegate con le mani sul ventre, sul quale emerge, alla presunta altezza della cintura delle figure maschili, anche il rilievo del pugnale a lama triangolare di selce; si pensi inoltre quanta asportazione di roccia richiedevano le figure femminili caratterizzate dai seni molto pronunciati.
Dal momento che i percussori trovati nei fiumi erano tendenzialmente sferici, o al massimo ovali, gli angoli tra il fondo abbassato e i particolari in rilievo non potevano essere molto netti, così come non era possibile rappresentare le dita delle mani con questi strumenti; le finiture venivano perciò realizzate con delle lame dentate di selce che, usate come piccole seghe, incidevano il meno duro cemento dell’arenaria, asportando i duri granuli in esso inglobati. Quando i granuli erano regolari e di piccole dimensioni il lavoro “a sega di selce” poteva diventare profondo e molto netto. Spesso la superficie abbassata veniva lisciata con abrasione ad acqua mediante un ciottolo piatto di arenaria compatta molto dura. Dopo le statue-stele dell’età del bronzo, dove le armi raffigurate sono di questa lega, la testa veniva distaccata dal corpo mediante un collo molto pronunciato, e la lavorazione era spesso più raffinata. Bisogna arrivare a quelle rielaborate 2600 anni fa, per trovare l’uso nella lavorazione di punte di ferro acciaioso: la testa arrotondata con una raffigurazione più realistica, armi dell’età del ferro, l’aggiunta delle gambe con i piedi e di qualche iscrizione in alfabeto etrusco, ma di una lingua sconosciuta.
Infine, l’effetto che fa ancora oggi vedere queste opere preistoriche, pur tenendo conto della nostra razionalità, è quello, spesso intuitivo, che queste pietre contengano qualcosa, abbiano un’anima come le migliori sculture; che non siano cioè soltanto dei segni simbolici, nonostante la loro semplicità. Se questo vi vedevano, come minimo, anche le comunità che le producevano e le utilizzavano, l’unica spiegazione più probabile è proprio questa: esse rappresentavano delle entità spirituali; visto che in realtà erano di pietra, lo sciamano che le produceva riusciva a fare “abitare lo spirito” in un tipo di pietra che, non a caso, gli conferisce il senso di eternità.
Personaggi importanti o divinità simili agli uomini, o uomini e donne divinizzati e protettori della comunità? E’ molto probabile che non si riuscirà mai a sapere, ma la volontà di eternarne la loro essenza ha funzionato.

Non a caso, forse, nella pieve romanica di Filattiera una statua-stele rielaborata nell’età del ferro, che certamente era considerata qualcosa di pagano, è tata usata come un architrave anomalo, in quanto non regge nulla, sul lato interno di una anomala porticina, che non è cioè in armonia architettonica con la facciata, messa in opera in modo che sul suo fianco visibile a chiunque, si nota il basso rilievo di una spada della sua epoca e, chiunque volesse saperne di più, è sufficiente che si sollevi poco più di un metro per vedere il davanti scoperto del “dio guerriero”; non era ovviamente oggetto di culto, ma semplicemente, forse, non si è voluto cancellare la memoria di qualcosa che per 4000 anni, fino alla cristianizzazione, era stato oggetto di grande considerazione e utilità benefica. Un po’ come non sono state vietate le teste “scaccia mali” negli angoli delle case, alle quali sembra appartenere anche il “nano osceno”, con le orecchie scimmiesche, scolpito in un blocco di arenaria posto in alto, nel muro della navata centrale della stessa pieve di Filattiera, e che assomiglia tanto al semidio Bes, “scaccia mali” domestico dei culti egiziani.
Tiziano Mannoni, L’uomo e l’arenaria nella Lunigiana preistorica, tratto da Almanacco Pontremolese 2008, edito e curato da Centro Lunigianese di Studi Giuridici