PONTREMOLI E FEDERICO II

Federico II con il falco, dal suo trattato De Arte Venandi cum avibus ( immagine tratta da Wikipedia)

Abbiamo lasciato chiudere il 1994 perdendo l’occasione di ricordare, se non di celebrare, al tempo giusto l’ottavo centenario della nascita di un grande personaggio a livello europeo: Federico II di Svevia, l’erede degli imperatori romani dei quali adotta il titolo; personaggio di elevate qualità, ritenuto giustamente “il primo uomo dell’era moderna dal punto di vista della politica di Stato”. Un sovrano che sapeva arrivare a risultati straordinari senza necessariamente ricorrere a quelle forme di violenza che erano sistematiche, in guerra e in pace in tutto il Medioevo, per arrivare agli scopi prefissati. Sul fatto di non aver parlato di lui al tempo giusto ci possiamo consolare pensando che altre città hanno ricordato l’anniversario senza farsi eccessivi scrupoli sulla puntualità del calendario: a Bari, nel Castello Svevo, la mostra “Federico II, immagine e potere” – di importante rilievo documentaristico e dove, tra l’altro, sono esposti alcuni codici come il De balneis Puteolanis, normalmente conservato a Roma nella Biblioteca Angelica – è stata aperta solo il 4 febbraio di quest’anno ( resterà in piedi sino al 17 aprile); meglio ha fatto la Sicilia: a Palermo, la mostra “ Federico II e la Sicilia, dalla terra alla corona”, nella quale sono esposti reperti delle nuove campagne di scavo e circa 150 preziosissimi oggetti del tesoro della corona, è stata aperta lo scorso 16 dicembre (durerà sino al prossimo 18 aprile).

Nasce a Iesi, appunto nel 1194. Diventa ben presto re di Sicilia, re di Germania e quindi, nel 1220, imperatore.  È figlio di Enrico VI di Svevia e di Costanza di Altavilla. E’ nipote diretto di Federico Barbarossa, quel grande personaggio che la nostra storiografia ottocentesca ha reso oggetto di generica esecrazione e che successivamente è stato, almeno in parte, giustamente riabilitato. Abile politico, avversario del Papa, filosofo e poeta, gaudente, vien posto da Dante – in linea con la tradizione guelfa del tempo – tra i seguaci di Epicuro “che l’anima col corpo morta fanno”. Tra i suoi negozi di governo e i suoi diversi interventi di ordine diplomatico, l’interessamento di Federico II per Pontremoli e il territorio circostante si presenta di non secondaria importanza. Ed è appunto per questo motivo che non è male che, anche da noi si ricordi, anche se in forma semplice, questa figura in occasione dell’anniversario di cui s’è detto. Il primo contatto di Federico II è dell’anno 1226. L’imperatore, risalita l’Italia Meridionale sino alla pianura padana, viene a conoscenza che le valli alpine si trovano sbarrate dai Lombardi. Giunto a Cremona, non ritiene di poterli affrontare per l’insufficienza delle sue forze: dopo una lunga sosta a Fidenza, per la via della Cisa si dirige verso Pisa. Giunto a Pontremoli vi si trattiene più giorni in attesa che da Pisa giunga una scorta che gli consenta di attraversare, con un minimo di tranquillità le terre dei Malaspina che teme siano a lui infidi. In quel momento mostra particolare benevolenza verso i Pontremolesi che ritiene, a buon diritto, custodi ed arbitri di quella porta dell’Appennino di importanza strategica fondamentale, baluardo di significativo rilievo. In occasione della sosta a Pontremoli rilascia un diploma che conferma al Comune i privilegi già concessi dai suoi predecessori, primo fra tutti quello di Federico Barbarossa agli “uomini di Pontremoli”, che si può dire sia l’atto legittimante, nell’ambito dell’impero, la sovranità dello stesso comune che era venuto formandosi sin dal secolo precedente nel consorzio degli Adalberti. In questo “nuovo” diploma di Federico II è interessante sottolineare le espressioni usate: la concessione vien fatta al “Comune Pontistremuli, fideles nostra”; i privilegi vengono confermati “eis et heredibus ac successoribus eorum in perpetuum” e riguardano “omnes terras “ per quidquid feudi et benefici £…. è com omne jurisdictione et honore”. Passiamoal 1239, quando Federico combatte, all’inizio dell’estate, contro i Bolognesi e, nell’autunno, contro i Milanesi. Se anche ricava qualche successo non ottiene nulla di risolutivo. Alle spalle e ai fianchi la rivolta cova sempre, fomentata dai messi papali. Nel dicembre abbandona la Lombardia, si muove verso Pontremoli e raggiunge quindi Pisa dove trascorre il Natale. Passando per Pontremoli non si mostra più sicuro e fiducioso dei Pontremolesi tanto che, per assicurarsi la continuità delle comunicazioni con la pianura padana, pone suoi presidi nelle fortezze del luogo ed anzi, lasciando il borgo, porta con sé una sessantina di ostaggi. I suoi sospetti trovano conferma nel 1241 quando Grondola – per dirla con Nicola Zucchi Castellini – “si riaffaccia alla storia” perché i Pontremolesi la occupano di sorpresa e ne ricostruiscono la rocca. La sanzione imperiale non tarda: Federico II fa radere al suolo le porte e le torri di Pontremoli evidentemente nella certezza che ormai il nostro borgo gli sia nemico e possa recare impedimenti, o difficoltà, ad eventuali operazioni militari di transito.

Nel maggio del 1243 Federico, impegnato nella campagna contro Roma e poi nelle azioni militari sotto Viterbo e contro Grossetto, dona in perpetuo Grondola a Parma senza perfettamente rendersi conto che a Parma la situazione è da qualche anno in fase di evoluzione, in senso contrario all’impero ad opera dei Rossi e dei Sanvitale, famiglie strettamente imparentate con Sinibaldo Fieschi che proprio il 25 giugno di quell’anno viene eletto Papa.

Nel giugno del 1247 i ghibellini vengono cacciati da Parma: le forze imperiali assediano allora la città ma nel febbraio del 1248 sono definitivamente sconfitti. È allora che Federico avoca Grondola alla camera imperiale. Di lì a poco i Pontremolesi potranno portare aiuto a re Enzo, figlio di Federico, sperando di ricavare da queste zone consistenti vantaggi ma otterranno solo la licenza di ricostruire, s’intende a loro spese, le porte e le torri del borgo.

Siamo all’anno 1249. La perdita di Grondola accende nei guelfi pontremolesi, capitanati dai Reghini, l’odio per l’impero e spinge la stessa parte guelfa ad impadronirsi del borgo e, con l’aiuto di Piacenza e di Bernabò Malaspina, a cacciare i Filippi con i ghibellini locali e il marchese Bonifazio del Carretto che reggeva Pontremoli in nome dell’imperatore. Il 13 dicembre 1250 Federico II muore improvvisamente a Fiorentino di Puglia e viene sepolto nella sua prediletta Palermo. Gli avvenimenti immediatamente conseguenti, per Pontremoli, sono noti: pochi mesi dopo la scomparsa dell’imperatore, Guglielmo d’Olanda infeuda Pontremoli a Niccolò Fieschi, nipote di Innocenzo IV e fratello del cardinale Ottobono che a sua volta diverrà Papa col nome di Adriano V.  Si diceva che fosse eretico, ma i vari giudizi su questo punto erano e restano contrastanti. Dopo essere stato colpito dalla scomunica papale, che ritenne ingiusta – e proprio perché colpito ingiustamente da tanto provvedimento – prese a partecipare agli uffici divini e alle sacre funzioni con una diligenza e assiduità fuori del comune e, si può dire, della logica. Chi gli era vicino, e lo era stato per vari anni nelle diverse azioni contro il papato, arrivò a dire che nel seguire la pratica religiosa con fervore così acceso egli era “senza ritegno”. Nello stesso anno della morte, presagendo la fine, trovò modo di sostenere che “il Messia, misericordia flammatus” lo stava confortando nei suoi affanni. Figura, per taluni aspetti, complessa, radicata nel medioevo, merita comunque e sempre considerazione per le sue alte qualità che qui abbiamo succintamente presentato, non ultima quella di aver dimostrato in più occasioni di volersi e sapersi aprire alla modernità. Dote rara per i potenti di quei secoli.

Nicola Michelotti, Il Corriere Apuano, 8 aprile 1995

L’immagine di introduzione alla pagina è tratta da Wikipedia e rappresenta Federico II che incontra il sultano Ayybide Al Malik, in un celebre codice miniato.

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