MIA MADRE SEGNAVA

Dalle testimonianze di Tiziano Fogola, Franca Papini e Arduina Ferrari

Mia madre segnava.Qualcuno potrebbe pensare che mia madre fosse una guaritrice, ma si sbaglierebbe: lei non aveva alcun potere nelle mani e non vi erano trucchi, come i tavoli che si muovono da soli sotto l’influsso degli spiriti oppure altri nascosti meccanismi che, una volta individuati, mostrano allo spettatore solo la pochezza della rappresentazione.

È un po’ come aggirarsi furtivamente tra le quinte del teatro e rendersi conto che le magnifiche sale del castello nel quale si è svolta la scena drammatica sono fatte di cartapesta o compensato dipinto.

Anche se io ero molto piccolo quando sono iniziati i fatti, mi ricordo bene. Ricordo la stanza dove riceveva i suoi, diciamo così, pazienti. Non era la stanza che noi, in casa, chiamavamo pomposamente “il salotto”, per distinguerla dalla “sala da pranzo”, e in cui l’unica differenza era data dalla presenza di una vetrina dove era esposto il servizio buono, quello in ceramica bianca con il bordo dorato.

Lei riceveva in cucina, tra le pentole e il cibo, quasi volesse sottolineare la quotidianità della circostanza, la familiarità del rapporto con la malattia. In quei casi, la stanza era immersa nella penombra, rischiarata solo dal fuoco per l’onnipresente pattona o per il minestrone messo a sobbollire con lentezza, quasi timoroso di disturbare. La porta veniva chiusa ed io non potevo farvi accesso se non per eccezionali e specifici motivi.

Mia madre non voleva che io assistessi ai suoi interventi, non perché fossero cruenti — per nulla — ma solo perché avevano bisogno, sia lei che il paziente, di concentrazione, di tranquillità. Naturalmente, i suoi fermi divieti servivano soltanto a sollecitare la mia curiosità, mi inducevano a trovare nuovi modi per nascondermi e cercare di vedere, non visto.

Sono figlio unico, mentre qui a Montereggio, in quei tempi appena finita la guerra, tutti avevano fratelli e sorelle con i quali giocare, dividere le cose, litigare. Accanto ai pochi giochi, accanto alla scuola ed al lavoro che, comunque, era anche da me preteso, il mio tempo di bambino era scandito altresì dalla presenza improvvisa di persone che richiedevano l’aiuto di mia madre per risolvere i loro piccoli e grandi problemi di salute.

Mia madre si chiamava Placida ed il suo — potenza e suggestione dei nomi — era per davvero un potere placido, esercitato con forza tranquilla, ereditato da generazioni di persone che avevano lavorato la terra, accudito le bestie, non ecologisti di adesso ma gente che ha vissuto in intimità con la natura. Non certo per scelta ideologica, ma per pura e semplice sopravvivenza.

Venivano da molti luoghi per farsi visitare da mia madre, non solo da Mulazzo e da Pontremoli, ma anche da altri paesi più lontani. Adesso con l’auto ci si arriva in 10–15 minuti, una mezz’ora, ma all’epoca era tutta un’altra storia. Esisteva solo una mulattiera ed, a parte una passeggiata a piedi lunga molti e molti chilometri, erano i muli a portarti sin qui. Ma era normale, in quei tempi; le prime automobili le abbiamo viste soltanto nel 1960 circa, quando hanno costruito la strada per Montereggio.

Mia madre operava, interveniva soltanto al calar del sole: non era un suo vezzo ma faceva parte del rito (al calar del sole era collegato il calare del male) e, pertanto, le persone andavano via da qui con il buio, tra i monti. Questo lo scrivo per farvi comprendere come fossero forti il richiamo ed il bisogno che li spingeva ad affrontare la notte, i pericoli, pur di arrivare sin quassù.

Venivano donne ed uomini, bambini ed anziani, credenti e non, contadini e persone di città — che per noi era Pontremoli. Venivano con i loro mali ed andavano via già sollevati, se non ancora guariti. Forse, in cuor loro, neppure credendo che la guarigione o il senso di alleviamento del dolore fossero dovuti a mia madre ma, chissà, è solo una coincidenza temporale.

Mia madre li portava, uno alla volta — non erano ammessi intrusi o parenti spettatori — in cucina, per pochi minuti, e tutto era risolto, o si sarebbe risolto di lì a poco.

Non erano richieste somme di denaro, mia madre non si faceva pagare: era un potere frutto di una cultura contadina frammista ad una profonda fede religiosa. In campagna ci si aiuta, il male fa male, a tutti e non solo alla persona che lo soffre.

A leggere queste righe forse non lo credereste, ma Placida era una fervida credente, passava quasi tutto il suo tempo libero impegnata in un fitto colloquio con il Signore, dai contenuti ed oggetti misteriosi, una cosa tra loro soltanto.

Dopo l’ennesimo allontanamento dalla cucina, decisi di partecipare, non visto, al rito e mi nascosi sotto il lavello, celato tra le pieghe della tendina. Mia madre non era una veggente o un’indovina, ma una che segnava, e si fidava di me, degli altri.

Da quella posizione, trattenendo il respiro e con la viva preoccupazione di non fare rumori o starnutire o altro che rivelasse la mia presenza, sentii il bisbiglio di parole appena sussurrate, scrutai le mani che si muovevano velocemente sul corpo, sul volto, sui piedi, tracciando diagonali dalle traiettorie incomprensibili, variazioni rapide di rotta che seguivano arcani e misteriosi impulsi, senza mai toccare la persona ed il male.

Per lunghi anni ho ignorato il contenuto di quei suoi dialoghi, ma ricordo ancora bene la serenità con la quale gli altri facevano ritorno a casa, la serenità con la quale si rivolgeva alla famiglia, segno che era in pace con se stessa.

A pensarci ora, mi sembra un confine molto ampio quello che separa la fede dal segno, dalla magia bianca, ma all’epoca lo trovavo — non dico naturale — ma almeno del tutto usuale. Il mio quotidiano era intriso anche di questo, di un mondo misterioso che si svolgeva dinanzi ai miei occhi, di bambino prima e di adulto poi. Il male ed i suoi rimedi avevano un senso di perdurante abitudine.

Alle mie insistenti domande, mia madre mi ha sempre risposto che, all’atto della sua morte, mi avrebbe trasmesso la conoscenza dei segni: aveva un rito per le storte, uno per il fuoco di S. Antonio, per l’orzaiolo, la psoriasi, la febbre maltese e la resippola (in italiano, erisipela: un’infezione cutanea contagiosa, provocata da streptococchi).

Tutti mali molto comuni all’epoca, e per i quali la medicina tradizionale, a volte, non era sufficiente.

Una medaglia d’argento veniva utilizzata per la resippola e le storte, una foglia di bosso ed una goccia di olio per l’orzaiolo e le macchie di sangue negli occhi, la sugna di maiale maschio per il fuoco di S. Antonio.

Ma mia madre è morta senza aver avuto il tempo di trasmettere la conoscenza. Mi ha lasciato, in cambio, un libricino nel quale annotava le qualità mediche delle erbe ed il loro impiego in cucina.

Ho un ristorante a Montereggio e nella cucina della mia Gerla d’oro, in qualche modo, il potere di mia madre si manifesta attraverso i piatti che preparo, a giudicare dalla soddisfazione dei miei clienti.

Anzi, dei nostri clienti, perché anche la madre di Franca, che mi aiuta in cucina, era una che segnava, a Casa Gaggioli.

Per riservatezza — oggi si direbbe per la privacy — non posso fare i nomi delle persone guarite, ma qui basta chiedere a chiunque in giro per averne diretta conferma da parte delle persone che hanno potuto beneficiare dell’assistenza di Placida e di Amalia, che possono fornire un’esauriente testimonianza della loro malattia e della improvvisa guarigione.

Qui vicino, a Parana, c’è ancora una signora che segna, la Arduina, che mi ha rivelato le frasi che si devono pronunciare per ottenere la guarigione. Non le scrivo, perché mi sembra più giusto riservare a lei questo compito di divulgazione.

Posso solo dire che si tratta di preghiere, di invocazioni a Santi ed, in particolare, alla Santissima Trinità, più volte ripetute, accompagnate dal segno della Croce; tutte si chiudono con la richiesta al malato di dire tre Padre nostro e tre Ave Maria, il che mi sembra costituire l’ulteriore conferma che la fede religiosa trovi sbocchi impensabili, strade che attraversano sentieri tortuosi ma portano dritte al cuore del Signore.

Giulio Cesare Cipolletta, Mia madre segnava, tratto da Almanacco Pontremolese 2009, edito e curato da Centro Lunigianese di Studi Giuridici

Rispondi

Scopri di più da Museo Virtuale dell'Alta Lunigiana

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere