Se dal lato orientale l’aspetto della Lunigiana tocca quasi il sublime per le bellezze naturali degli alti e scoscesi suoi monti e per il tesoro marmoreo che in lungo tratto vi è raccolto; se dal lato occidentale altre bellezze meravigliose, d’indole più mite e ridente, allietano il visitatore che da quei monti discende al poetico golfo, che fu già il nobile porto di Luni, non meno bella, nel suo aspetto più modesto, ma più interessante per le memorie che vi conservano, è la Valle di Magra, cuore, o centro, come si è detto altrove, della Lunigiana.
Fra le vette del Gottaro e dell’Orsajo , dinanzi al Bardone e alla Cisa, che segnano i punti più depressi dell’Appennino nella regione, essa si schiude con una insenatura grandiosa e verdeggiante, donde rapidamente discende a Pontremoli, accogliendo nel suo seno la Magra, quel fiume di cui l’Alighieri, con larga espressione geografica disse:
…..che per cammin corto
Lo Genovese parte dal Toscano
Da Pontremoli con placido pendio, si prolunga la valle fino al mare, ora restringendosi e ora allargandosi, ma offrendo sempre punti di vista bellissimi che si alternano fra l’orrido e il ridente.
Per questa valle si accede ai due più importanti valichi dell’Appennino, cioè del Borgallo e l’altro di Monte Bardone, o della Cisa, sempre praticati , specialmente nel Medioevo, da viandanti e pellegrini di nazioni nordiche, e da eserciti condotti da quei tanti guastamestieri imperiali e reali che venivano a impacciarsi delle cose d’Italia: i quali tutti arrecarono alla regione qualche rara gloria ma molte sventure.
Non è opinione del tutto pacifica che, l’anno di Roma 535, ossia il 217 avanti Cristo, di qua transitasse anche l’esercito Cartaginese condotto da Annibale, volendosi da alcuni che questo passaggio avvenisse più in basso, sopra Pistoia o anche per il Mugello. Ma non pochi eruditi autorevoli, tra i quali il Cavedoni, ritengono più probabile che il grande Capitano, dopo aver sconfitto Sempronio alla Trebbia, partendo dalle vicinanze di Piacenza scendesse in Etruria per la via più corta dei Liguri, ossia per l’odierno Pontremolese.
Il feudalesimo attaccò facilmente e crebbe rigoglioso nella Valle di Magra, incarnato principalmente dai Malaspina, i quali, nascosti quasi in un angolo remoto d’Italia, non trovarono mai potenti nemici che avessero interesse e diritto a combattere. Coll’astuzia e qualche servizio e con vari sacrifizi, sapevano schermirsi dagli artigli dei potenti che transitavano per le loro terre, e spesso anzi finivano coll’averne dei vantaggi. In tutto ciò soltanto stettero la forza e la sicurezza loro, per le quali poterono reggersi fino a quasi ai nostri giorni. Così non accade ai Conti Guidi, altra potente famiglia di feudatari del Casentino e della Romagna, che dovettero ben presto cedere alla potente invadenza democratica della repubblica fiorentina.
Ad onta dello sgoverno che, specialmente negli ultimi secoli, questi dinasti fecero della Valle di Magra, e sul quale, riversandone in parte la colpa sulla nequizia dei tempi, è bene stendere un fitto velo, deve pur dirsi che la famiglia dei Malaspina si presenta in antico con una bella aureola di gloria e di poesia, per gli uomini illustri che dette, potenti nelle armi e non ignari di civili e nobili discipline: tanto che seppero ispirare amicizia e fiducia al grande esule ghibellino, al divino Alighieri, che appunto, mercè loro, ebbe, nella fortunosa sua vita, importanti relazioni colla Valle di Magra, ne respirò le auree balsamiche, e ne eternò il nome e la memoria nel poema sacro “al quale pose mano e cielo e terra”. Ciò soltanto potrebbe bastare alla gloria di una provincia o di una regione.
Il Valle di Magra il visitatore erudito e l’osservatore dei fatti umani, trovano frequenti occasioni d’innalzare l’animo dalla realtà talvolta opprimente, ad una melanconica poesia. Qui, infatti, il rude delle alte montagne gradatamente di ingentilisce , e il terreno si adorna di lussureggiante vegetazione: – qui i turriti castelli, in vasta parte diruti e coperti dall’edera, sono muti testimoni di un’epoca nella quale in mezzo a grandi vizi non mancarono grandi virtù, e che molto lavoro per la resurrezione dalla barbarie succeduta all’Impero Romano, e per preparare al mondo tempi migliori: – qui si ripercuote l’eco dei più grandi avvenimenti d’Italia, sulle tracce lasciatevi da Arrigo V, dai due Federighi I e II, dal Bavaro, da Carlo VIII di Francia, e da Carlo V: – di qua sortì con Moroello Malaspina, quel Vapor di Val di Magra così funesto al partito dei Bianchi in campo Pireno: – qui, in conclusion, trovansi ricordi goriosi di storia patria, politica e letteraria.
X. Y., settimanale A NOI, 14 maggio 1905