LE CAPANNE A PAGLIA: SEGNI, SUL TERRITORIO, DI UN’ORGANIZZAZIONE E DI UNA CULTURA COMPIUTE – ovvero – QUELLO CHE NON E’ CIVILE E’ RURALE NON INCIVILE

Premessa.

I ‘occasione di dover partecipare ad un convegno presso il Parco dell’ Orecchiella (LU) sugli edifici storici con tetto a paglia, mi ha condotto ad una riflessione che riprende i temi già avanzati —provocatoriamente nello scorso numero della rivista Cronaca e Storia di Val di Magra. Ritengo che, comunque la si pensi, quello del rapporto fra la cultura urbana e civile e la cultura contadina sia un tema centrale per chi studia la storia di terre rurali come la Lunigiana e la Garfagnana. Pertanto mi permetto di tornare su quel tema, forzando la pazienza dei lettori.

1.

Si affronta  il tema delle capanne con tetto in paglia come uno dei segni rimasti – peraltro molto suggestivo ed evidente nel paesaggio – di una organizzazione e di una cultura che si definiscono “compiute” intendendo con ciò capaci di rispondere a tutte le esigenze e bisogni materiali e culturali/spirituali di una data comunità.

Come rilevato dall’archeologia, strutture abitative e/o di servizio costruite con la tecnica edilizia del tetto in paglia dovettero esistere fin dalla protostoria. Si rimanda all’opera di Tiziano Mannoni, dell’ISCUM (Istituto di Storia della Cultura Materiale) di Genova Modi di abitare e di costruire in Lunigiana medievale. Archeologia e architettura (1) la descrizione nelle 5 tipologie di strutture succedutesi durante le diverse fasi storiche.

“Un ‘analisi dei dati riguardanti i materiali e le tecniche costruttive dimostra chiaramente una successione nelle abitazioni rurali della Lunigiana di cinque fasi principali cosi costituite:

1. capanne con pali, intrecci di rami e fango, probabilmente coperte paglia, tipiche degli insediamenti liguri datati dall’età finale del bronzo alla romanizzazione:

2, case con muri a secco, probabilmente coperte con tegoloni, legate alla colonizzazione romana attorno a Luni (dal Il secolo a.C. al I d.C.);

3. case di legno, probabilmente coperte con paglia, o scandole, legate al ripopolamento della montagna avvenuto tra il IV secolo ed il IX;

4.case ad un solo piano, con muri  di pietra a secco e terra, coperte con lastre di pietra, introdotte attorno al X secolo, e costruite fino al XIV c XV;

 5. case di pietra e malta a più piani, coperte da tetti in lastre di pietra o di tegole, adottate a partire dai secoli XIV-XVI e costruite fino al XX (2).

Appare dunque che gli uomini abbiano utilizzato come abitazioni case con tetti in paglia in più momenti, sulla base di influssi differenti, dall’età del bronzo fino a circa il X secolo. Queste strutture avevano allora una funzione abitativa per gli uomini ma con il medioevo pare che le case in pietra, prima a secco e poi con malta, abbiano sostituito quelle in legno e paglia o scandole. Da quel momento non si interrompe la pratica di utilizzo delle capanne con tetto in paglia ma pare limitarsi a strutture di servizio all’agricoltura ed alla pastorizia in particolare. Queste strutture, dette capannelli in Lunigiana, capannotti in Garfagnana, vengono da allora utilizzate ln particolare come ricovero di prodotti quali il rusco (le foglie di castagno secche). il fieno ed altro. Nel medioevo, le fonti riferiscono l’esistenza di case o capanne paleate probabilmente con uso appena descritto. Negli alpeggi le capanne si costruirono, di preferenza, in pietra a secco e con copertura in lastre di pietra (piastre, piagne, ecc.). Ancora, nel 1883, negli Alti dell’ Inchiesta Agraria Jacini si riportava l’uso, in Garfagnana, di tali capannotti coperti con la paglia di segale, particolarmente lunga e resistente a  uso di ricovero di prodotti. Oggi restano, sovente in stato di abbandono, strutture con tetto in paglia, specialmente nell’alta Garfagnana.

2.

Vanno notati  due elementi: a) la continuità, nel tempo, della tipologia edilizia del tetto a paglia, pur in un quadro di variazione, nel tempo, della funzione, dimensione,  composizione delle strutture, che dimostra la funzionalità del tipo di tetto; b) l’assoluto anonimato della tipologia del tetto a paglia e, nel contempo, la totale ignoranza, da parte dell’architettura ufficiale di tale tipologia.

Ora il fatto che una tipologia di tetto che ha dimostrato, nel tempo, la sua funzionalità al punto da non venire mai abbandonata (nemmeno oggi) sia del tutto ignorata nella storia dell’architettura e dall’architettura ufficiale impone una riflessione sui meccanismi di costruzione, di conservazione e di diffusione nel tempo del sapere dell’uomo nella società moderna e civile. A questo punto, debbo, proprio al fine del mio ragionamento, contestare il concetto di civiltà e sostituirlo con quello di organizzazione e cultura compiute, inteso nel senso già indicato nella premessa.

3.

La parola Civiltà, leggo dal dizionario Zanichelli, corrisponde a queste definizioni:

La parola civiltà, quindi, sta ad indicare tutto ciò che appartiene non alla storia complessiva dell’umanità, ma a quella parte che riguarda le forme di organizzazione sociale (economiche, politiche, culturali) che riguardano le comunità in cui sono aggregati molti uomini che hanno formato, nella storia, una struttura particolare denominata città. Il termine civile sta ad indicare tutte le prerogative dell’uomo, delle istituzioni, delle strutture. ecc, operanti e viventi in ambiti urbani e dotati di una serie di prerogative tipiche di quel modello di pensiero e comportamento. Prerogative che trasformano l’uomo in cittadino, cioè in un essere che condivide una serie di principi generali, di pensiero e comportamentali che si sono sviluppati in ambito urbano. Da questo punto di vista, l‘urbanità dei comportamenti è sinonimo di civiltà, educazione & buona creanza. Anche la storia ha teso costantemente, dall’illuminismo in poi, a definire civiltà ogni forma aggregativa umana connessa ad un ambito urbano (la civiltà egizia, la civiltà mesopotamica, la civiltà della polis greca, la civiltà romana). Laddove c’è stata città là era la civiltà ed infatti i due termini derivano dalla stessa radice. Questo processo di identificazione nasce con una forte classe mercantile e borghese fin dalla fine del medioevo ma raggiunge la sua maturità filosofica e si sviluppa con l’illuminismo e con il trionfo della società industriale, capitalistica e borghese connesso allo sviluppo delle prime grandi città moderne.

In ciò nulla di male se la nascente cultura urbana – detta civiltà –  avesse interpretato se stessa come una delle organizzazioni e culture compiute sulla terra ponendosi in posizione di riconoscimento, anche se conflittuale, di un ‘altra cultura, rurale ed extramoenia, dotata di organizzazione e cultura compiute che accomunava da millenni le grandi terre extraeuropee e le grandi aree rurali europee.

ln realtà, invece, il rapporto non è stato di competizione e concorrenza fra culture che si riconoscevano a vicenda ma di negazione da parte della cultura trionfante e dominante, quella urbana e industriale, rispetto a quella extraurbana. La prima si è autodefinita, con termine positivo, moderna e la seconda non è stata definita, con termine autonomo, è stata individuata come fase precedente quella della modernità e della nascita della civiltà (premoderna, precapitalistica, preindustriale, ecc) . Non una fase caratterizzata dall’esistenza e dall’egemonia di un’altra cultura ma dal vuoto di cultura in quanto fase di immaturità nel processo umano di raggiungimento della stato di civiltà. Prima e fuori della civiltà è il tempo e il luogo della mancanza di civiltà, cioè dell’inciviltà.

Infatti, nella terminologia comune, si indica con villano, zotico, bifolco l’esatto opposto di urbano, intendendo il secondo terminecome l’aggettivo di chi ha le prerogative (il savoir faire, il comportamento, il modo di pensare, di rapportarsi agli altri e al mondo, il razionalismo ecc) dell’uomo civile e i primi termini come gli aggettivi degli uomini non civili.

Perché uomo non civile? Non civile in quanto appartenente a un mondo non affrancato ancora dalle leggi naturali. L’uomo moderno ed illuminista, infatti, ha costruito la propria ragione come dominante sull’universo e definendo così il suo potere. Un potere capace di dominare, attraverso la scienza, la natura e le sue leggi e di poterla forzare e ricondurre ai suoi progetti collettivi. L’uomo moderno e illuminista, dunque, ha ricostruito totalmente le leggi dell’universo, affrancandosi dal suo stato dipendente e soggiogando i suoi dominatori (dio e natura). E nel far ciò ha rigettato il paradiso terrestre, in quanto habitat  a lui imposto dalla natura, ed ha costruito un habitat a lui perfettamente aderente e fatto a sua immagine e somiglianza: la città. Nella città l’uomo moderno e illuminista ha creato l’ambiente migliore per l’esplicazione libera e completa della sua umanità (creatività, arte, politica, società ecc). Un ambiente dal quale ha espulso totalmente la natura. Se ciò è vero, allora lo è altrettanto che solo l’uomo cittadino è un Uomo, affrancato da un ibrido stato preumano in cui doveva venire a patti con forze irrazionali e naturali per la sua sopravvivenza. Nella metropoli europea e occidentale l’uomo moderno e illuminista ha potuto cantare l’inno della sua vittoria totale sulla natura.

Un uomo così non poteva non vedere ciò che era fuori da questo schema urbano come incompleto o mancante di civiltà. Lo era la donna, dominata dalle leggi naturali della riproduzione da cui non poteva affrancarsi e debole rispetto all’uomo dominante; lo era il mondo rurale dominato e costretto a venire quotidianamente a patti con la natura per sopravvivere. Perciò l’uomo nuovo, ovvero l’Uomo , per la prima volta – era l’uomo cittadino, occidentale e maschio, aspirante ad una perfetta e razionale città futura.

Il mondo rurale (ma anche ogni altro mondo, femminile, animale, vegetale ecc) è rimasto fuori da questo schema, non solo in posizione subordinata, ma anche come il mondo della non cultura, dell’inciviltà. Il primo termine è straordinariamente errato, il secondo no: il mondo contadino è stato ed è realmente il mondo mancante di civiltà  in quanto la civiltà è la cultura che appartiene alla società formatasi in ambito urbano. Pertanto ciò che non è civile è rurale, ove la parola civile sta ad indicare la mancanza o la non preminenza di elementi rurali.

Si badi bene che l’influsso di una terminologia ormai così dominante da secoli da divenire oggettiva è difficile da eliminare e anche solo da individuare. Negli anni ’70 molti musei, istituti, studi di carattere demo-etno-antropologico hanno utilizzato il termine civiltà contadina. Si tratta di un ossimoro del tuto scorretto in quanto è una contraddizione in termini: il termine civiltà indica ciò che è urbano, il termine contadino indica ciò che non è urbano per cui il significato finale sarebbe o civiltà non civile o urbanità non urbana.

4.

Propongo invece – assieme ad una coraggiosa opera di autocoscienza ed autocritica globale determinata inevitabilmente dallo svilupparsi di società multietniche anche in occidente e dall’affermarsi dell’inevitabilità dell’interculturalità – che si elimini il termine civiltà quando si intende definire l’insieme delle capacità dell’uomo sociale e la si sostituisca con il termine più complesso (magari da ridurre a una sola parola) di organizzazione e cultura compiute inteso come affermazione della maturità di ogni società la cui organizzazione e cultura sono capaci di rispondere positivamente a tutti i bisogni materiali e culturali/spirituali degli uomini di quella società.

Ora, il mondo rurale dell’Appennino, cui appartengono Lunigiane e Garfagnana, era dotato di organizzazione cultura compiute?

Analizziamo il problema dai 6 bisogni fondamentali che ritengo definiscano l’insieme dei bisogni dell’uomo sociale: l’alimentazione, la difesa del corpo dagli agenti naturali (l’abbigliamento e la casa), la difesa dei pericoli esterni (specialmente dagli uomini), la difesa d alla malattia e dalla morte, l’espressione della sua creatività, i rapporti con l’altro (l’uomo, il mondo, l’ultraterreno). Di questi, i primi quattro, sono di carattere preminentemente materiale, gli ultimi di carattere culturale. L’analisi farà particolarment5e riferimento alla struttura organizzativa e culturale della società rurale appenninica nel momento, alla fine del ‘700, in cui essa iniziò ad essere messa in crisi dalle riforme modernizzanti e privatistiche di alcuni sovrani illuminati, quali ad esempio, per le terre toscane, del granduca Pietro Leopoldo I.

a) La sopravvivenza degli uomini era garantita dalla cristallizzazione di un equilibrio perfetto fra bisogni e consumi che permetteva una previsione esatta – fatte salve le eccezioni dovute a calamità naturali imprevedibili – della capacità produttiva del territorio in rapporto a quanti vivevano nel villaggio. Il territorio era stato suddiviso in una divisione colturale che permetteva lo sfruttamento rinnovabile delle risorse esistenti; al di fuori dei borghi erano gli orti, poi i seminativi a cereali e verdure, poi gli arborati (o seminativi arborati) da frutto, fra cui si specializzavano nelle zone più basse, la vite e l’olivo, quindi la grande fascia del castagneto da frutto che copriva gran parte del territorio, poi il bosco ceduo (cerro, carpino, frassino ecc) da taglio, quindi le faggete da alto fusto e da taglio, poi i pascoli e gli alpeggi e infine la montagna utilizzata, a volte, per il marmo o ghiacciaie. In tutto il territorio erano poi disperse strutture produttive funzionali all’agricoltura (metati, mulini, stalle, fienili, capanotti ecc), alla pastorizia (capanne d’alpeggio, ovili, casere, ecc.), la silvicoltura (carbonaie).

b) La difesa dal freddo e dalle intemperie era assicurata, da una parte, attraverso una coltura di essenze filabili e la pastorizia, da una diffusa attività di tessitura, tintoria, confezione di abiti domestica ma non solo, e, dall’altra, da una complessa scienza edilizia. Le case prevedevano l’utilizzo di più fonti di calore (il focolare, la fermentazione dei concimi, ecc.) e di riduzione del freddo e del caldo naturale ed erano strutturate sulla base dei bisogni umani, fra cui la sicurezza dai terremoti, frequenti sull’Appennino.

c) La difesa dagli altri uomini e da forze sterne era garantita da strutture dei borghi adattate alle necessità: le mura, le porte, ecc., a questo servivano. L’ampia varietà di struttura dei borghi (arroccati, a nuclei sparsi, a schiera lungo le strade) rispondeva a diversi e contingenti bisogni delle comunità.

d) La difesa della malattia e la lotta impari dell’uomo contro la morte ha prodotto la selezione di erbe ed essenze officinali, poco efficaci ma diffuse ed ampie.

Tutta questa serie di risposte ai bisogni materiali provedevano un ambito di intervento oltre il naturale e di carattere immateriale. La sopravvivenza era infatti garantita, oltre che dal lavoro, da una serie di riti popolari con funzione propiziatrice delle divinità dei campi e dei raccolti  […] di passaggio del natale/epifania, del carnevale, del calendi-maggio, del ferragosto, del settembre diffusi in tutto l’Appennino, dall’apposizione di figure apotropaiche e da una ritualità più spicciola e personale, l’abbigliamento non rispondeva solo alle esigenze di riparo dal freddo ma anche ad un  bisogno estetico e relazionale: il vestito femminile ad esempio era strumento di comunicazione sessuale. Così la casa era edificata non trascurando motivi estetici oltreché funzionali e altrettanto valeva per il borgo e le sue strutture. Ma nel campo della medicina, laddove i risultati attraverso piante officinali erano scarsi si ricorreva abbondantemente a forme di coinvolgimento del sovrannaturale con formule, riti, pratiche contro il malocchio, l’erisipela, il fuoco di S. Antonio, i vermi dei bimbi, ecc. o con la preghiera.

La società contadina aveva poi autonome strutture di carattere immateriale culturale in cui:

d) l’uomo esprimeva la sua creatività nelle forme delle arti pittoriche, scultoree, nella letteratura e narrativa orale, nella musica e nel canto, nella danza e nel teatro (primo fra tutti il canto di maggio drammatico).

e) L’uomo governava se e la comunità con norme consuetudinarie degli Statuti rurali, con le pratiche di sanzione collettiva delle devianze (stamburate, baccilate, riti di riprovazione pubblica, ecc.), con una visione del mondo e dei rapporti sociali ( passaggio infanzia/adolescenza/maturità, matrimonio, veglie serali, decisioni collettive, ruoli sociali e famigliari ecc.)complessa e compiuta.

Questa analisi schematica e parziale  conferma tuttavia la compiutezza dell’organizzazione e della cultura rurale.

6.

Non si parla quindi di un vuoto di cultura ma di un’organizzazione e una cultura compiute.

Se allora possiamo affermare che quella rurale era una cultura (comprendente qui anche l’organizzazione) compiuta ci dobbiamo porre il problema di cosa farne di un grande patrimonio di saperi che è stato capace di garantire la sopravvivenza dell’uomo e dell’ambiente in cui viveva per secoli e secoli.

Rifiutando il concetto dell’immaturità di alcune società e il concetto di civiltà come maturità si deve addivenire ad una interpretazione della crescita della cultura umana prodotto dalla relazione fra tutte le culture ed organizzazioni compiute esistenti al mondo, ieri e oggi.Ed allora, vediamo non un mondo uniculturale  ma multiculturare. Il problema è quale relazione fra questi mondi. Personalmente ritengo che la caduta del mito eurocentrico non sia sufficiente a innescare un processo interculturale (con altri mondi o all’interno della stessa nazione) se non si affronta e si risolve il quesito: Chi insegna e chi impara?. Accettare l’esistenza e la dignità di altre culture non annulla l’inconscia sensazione dell’uomo occidentale di avere molto da insegnare e poco o nulla da imparare.

Allora, se io debbo  riparare un mio bene dalla pioggia e capisco che, tecnicamente un tetto di paglia è più funzionale posso dire che chi insegna è il mondo rurale che quei tetti ha selezionato e chi impara è il mondo urbano e l’architettura ufficiale che non prodotto un modello migliore. Semplice no?

7.

La conclusione non può che essere la seguente: esistono nel mondo non una ma molte culture. Nel mondo occidentale, la cultura urbana ha tentato di negare e soffocare l’esistenza di una cultura rurale ma oggi, di fronte alla sua crisi, il mondo urbano non può che ricorrere ad altre culture per rispondere ai bisogni dell’uomo. Ed allora il serbatoio di sapere che sta nella cultura rurale (quella che si è aperta con l’allevamento e l’agricoltura nel neolitico, qualche migliaio di anni fa) torna ad essere un luogo a cui attingere per dare risposte a molti bisogni che costantemente l’uomo ripropone.

In questa ottica, anche la ricerca sui tetti in paglia assume bel altra rilevanza. Il recupero non va fatto per documentare archeologicamente un modo di lavorare e una cultura ormai morta, ma non va fatto nemmeno solo per risarcire una terra da decenni di mortificazione culturale, va fatto per recuperare elementi per condurre avanti l’avventura umana della sopravvivenza sul pianeta terra.

Fabio Baroni, Le capanne a paglia: segni, sul territorio, di un’organizzazione e di una cultura compiute, ovvero, quello che non è civile è rurale non incivile, in Cronaca e Storia della Val di Magra, 2003/2004, Centro Aullese di Ricerche e di Studi Lunigianesi

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