Otto secoli di mutamenti amministrativi del comprensorio apuo-lunense

In queste settimane (ottobre 2012 N.d.R.) in cui si sta delineando un progetto di razionalizzazione delle province italiane che va nella direzione di un accorpamento in una nuova “area vasta” toscana per Massa Carrara e di una sopravvivenza (inaspettata) della provincia della Spezia, ha ripreso vigore il dibattito sull’assetto amministrativo “ottimale” del comprensorio apuano lunense. Si tratta di un dibattito che rimarrà sul piano teorico date le regole costituzionali che prevedono rigide procedure e tempi lunghi per un riassetto di natura interregionale — che non può essere pienamente compreso senza gettare I ‘occhio sulle complesse vicende della Lunigiana Storica, cioè l’area che, fin dall ‘epoca romana e poi successivamente con l’erezione della Diocesi di Luni, riuniva al suo interno il bacino idrografico del Magra (comprensivo quindi della Val di Vara), la riviera spezzina sino a Deiva, il comprensorio delle Alpi Apuane delimitato a mare da Pietrasanta e all ‘interno da Castelnuovo Garfagnana e, infine, una parte della Val di Taro. Non è difficile riconoscere in questo territorio un ‘uniformità orografica, un comune ceppo etnico — quello dei liguri apuani — e un tessuto economico che, al di là delle divisioni, è stato da sempre fortemente integrato: in epoca romana attorno al porto di Luni; per tutto il Medioevo, dal passaggio delle importanti vie di comunicazione tra Nord e Sud; attualmente dal settore lapideo e dall’indotto del comparto militare di Spezia.

Eppure, nonostante il persistere nel tempo di questi elementi comuni, attualmente la Lunigiana viene (erroneamente) identificata come i soli 14 comuni dell ‘alta e media val di Magra: la frammentazione territoriale ha evidentemente inciso, in maniera profonda, sulla percezione della realtà.
Del resto, otto secoli di divisioni non passano senza lasciare traccia: l’unità della Lunigiana storica terminò nel 1221 , quando il feudo di Obizzo Malaspina venne smembrato a causa delle scissioni dinastiche della sua famiglia. Dai Malaspina dello “spino fiorito”, dominanti sulla riva sinistra del Magra e dello “spino secco”, sulla tiva destra, nel corso dei secoli germoglieranno ulteriori divisioni che impediranno nella zona la crescita di un grande centro urbano che sostituisse la colonia romana di Luni – abbandonata per I ‘interramento del porto – come centro di esercizio di un potere politico unitario. Ciò determinò il continuo susseguirsi del dominio di comuni, signorie e stati che nel corso dei secoli resero permanente la parcellizzazione dell’area e la mutevolezza dei confini tra le sue entità. Il Congresso di Vienna del 1815 — dopo la breve parentesi napoleonica con una breve riunificazione della Lunigiana nel Dipartimento degli Appennini- determinò gli assetti territoriali con i quali la Lunigiana si sarebbe presentata al momento dell ‘Unità d’Italia: l’Alta val di Magra tornò sotto Firenze per poi confluire nel Ducato di Parma; la media val di Magra, la Garfagnana, Massa e Carrara passarono al dominio estense del Ducato di Modena, la bassa val di Magra, la val di Vara e la riviera spezzina furono accorpate al Regno di Sardegna.
Il Regno d’Italia prese atto quasi interamente della situazione esistente, dividendo nel 1861 la Lunigiana tra le provincie di Genova e di Massa e Carrara. La sistemazione , allora dichiarata provvisoria, in realtà non fu che leggermente ritoccata nel corso dei decenni successivi: nel 1923 Rocchetta Vara e Calice al Cornoviglio passarono da Massa e Carrara alla nuova provincia della Spezia e i 17 comuni del circondario di Castelnuovo Garfagnana furono uniti alla costituenda provincia di Lucca. La forte attrazione esercitata sulla val di Magra da La Spezia, che con la costruzione del porto, dell’arsenale militare e della ferrovia Pontremolese, ascese in pochi decenni a rango di importante città, non trovò alcun riconoscimento amministrativo.
I confini provinciali del 1861 , giunti fino ai giorni nostri, furono resi ancor meno fedeli alla realtà del territorio in quanto basati su quelli di circoscrizioni comunali a loro volta figlie degli assetti di antichi benefici parrocchiali o di divisioni nate da lontani contenziosi: situazioni come quella di Montedivalli, in val di Vara, ma inclusa nella Provincia di Massa tramite l’unione con Podenzana, l’enclave granducale di Albiano, ancor oggi amministrativamente separata dall’area urbana in cui è fortemente integrato, o il confine del torrente Pamignola, che divide in due la piana di lunense e l’antica integrazione commerciale tra le vicinissime Luni e Avenza, sono solo alcuni esempi di frazionamenti privi di attinenza con la realtà territoriale.

L’ultimo tentativo, in ordine di tempo, in cui si tentò di porre rimedio alla secolare frammentazione della Lunigiana Storica che ha vissuto un’analoga evoluzione nelle tormentate vicende delle circoscrizioni ecclesiastiche discendenti dall’antica Diocesi di Luni — risale ai tempi dell’Assemblea Costituente, quando, nel contesto dell’istituzione delle regioni, il senatore parmigiano Giuseppe Micheli e il Ministro degli Esteri Carlo Sforza proposero l’istituzione dell’Emilia-lunense, comprendente le province della Spezia, Massa e Carrara, Modena, Parma, Piacenza, Reggio. Il progetto, che avrebbe ristabilito I ‘unitarietà della Lunigiana Storica almeno in una stessa regione, non ebbe successo e la Lunigiana proseguì nelle sue divisioni, che dal 1948 divennero da interprovinciali a interregionali. Oggi, l’introduzione del federalismo ha reso ancor più marcata una separazione che contribuisce, sullo stesso territorio, ad una forte differenziazione dei servizi offerti e delle programmazioni territoriali, rendendo impossibile tracciare sentieri di sviluppo condivisi e coordinati.
Davide Tondani, Il Corriere Apuano, 6.10.2012