
Tra le tante immagini fotografiche un po’ evanescenti della Pontremoli di fine Ottocento e dei primi anni del ‘900, alcune tra le più suggestive riguardano le due piazze, animate da alcuni banchi da mercato e da una pattuglia di contadine che espongono le loro mercanzie. Scene consuete che sono continuate fino al secondo dopoguerra inoltrato, ovvero fino a quando l’agricoltura ha rappresentato un riferimento importante per l’economia pontremolese.
Il quadro a seguire porta a immaginare le donne delle case bene della città che si accalcano solerti attorno al gruppo di contadine, giunte sulle piazze dalle frazioni più lontane dopo un faticoso viaggio a piedi, cercando di accaparrarsi il meglio disponibile al prezzo più conveniente, anche se la qualità di norma era abbastanza equilibrata.
Visioni che suscitano commozione e nostalgia per un mondo passato, apparentemente ricco di altri valori e di altri sapori, in realtà testimonianze di un quadro sociale il cui significato denuncia una situazione che solo un’attenta analisi storica ha reso comprensibile.
In concreto, il mercato cittadino di quegli anni si esauriva nell’assalto pacifico alle ceste sapientemente appoggiate sul selciato, sollevate da un lato quel tanto che permettesse agli avventori di valutare proprio la qualità del prodotto. Il paio di banchi professionali, al centro delle due piazze, vendevano, oltre ai prodotti locali, anche mercanzie acquistate nei mercati cittadini che erano però alla portata di pochi portafogli o, comunque, di chi fosse in grado di pretendere qualcosa di più della magra offerta delle produzioni nostrane.
Per il resto ci si accontentava di quanto offerto dalle produzioni spontanee e dei prodotti degli orti ricavati sul greto dei fiumi, per molte famiglie, specie della città vecchia, unico riferimento per garantirsi una minestra quotidiana.
La realtà economica di Pontremoli, all’inizio del secolo XX, infatti, non era florida ma stava facendo i conti con gli effetti di eventi di fronte ai quali, sia in sede amministrativa che in sede sociale, si era tentato ben poco per cambiare una situazione in costante degrado.
L’unità d’Italia aveva trasformato la Lunigiana da terra di confine, quindi da tramite naturale per importanti rapporti commerciali con gli stati confinanti, in un’anonima zona di periferia, tra l’altro neppure in grado, proprio per la sua marginalità, di salvaguardare le poche attività a livello pseudo industriale presenti sul territorio, per appoggiarsi di nuovo solo sull’agricoltura, comunque condizionata, come sempre, dai limiti oggettivi posti da un territorio a scarsa vocazione per le produzioni estensive.
Per tutta una serie di contingenze particolari, dopo l’unità si era verificato un salto all’indietro di alcuni secoli, almeno per quelle zone che, nel granducato di Toscana prima e nel Ducato di Parma poi, avevano vissuto esperienze economiche di un certo respiro, in grado di fare assaporare, anche per le classi meno abbienti, qualcosa di diverso rispetto alla secolare consuetudine.
Neppure la realizzazione della strada della Cisa che aveva aperto a possibilità di rapporti finalmente agevoli con i più importanti centri contermini, era riuscita a provocare effetti significativi a livello economico, semmai aveva messo fine alle attività commerciali che per tutto il periodo preunitario avevano fatto la fortuna di tante famiglie con l’affitto dei locali per ospitare le mercanzie in transito.
Anche la costruzione della ferrovia Parma-La Spezia, pur provocando un momento favorevole per il grande movimento di operai e tecnici che invasero la Lunigiana, anche se talora devastante per le abitudini locali, indusse molti abitanti della zona a cercare lavoro con il conseguente abbandono della terra, nella convinzione che lo stato di grazia potesse durare all’infinito.
A pagarne le conseguenze furono soprattutto i proprietari terrieri grandi e piccoli che nei fatti si limitarono a subire la situazione e non seppero approfittare della nuova congiuntura, modificando lo stato di vita dei conduttori dei fondi con quelle migliorie tecniche che, sostenendo la domanda crescente con produzioni più significative, permettessero di restare al passo con i tempi.

Gli effetti, quindi, furono deleteri per l’intero contesto sociale perché, senza un’idonea preparazione culturale che portasse a intuire quali margini potessero offrire le innovazioni fatte sul territorio, non solo si evitò di tentare il salto di qualità, ma si corse prontamente ai ripari per evitare il crollo degli equilibri che fino a quel momento avevano permesso alla fragile economia della sussistenza di sopravvivere, opponendosi agli interventi di natura politica che le nascenti idee socialiste stavano provocando a favore della classe contadina.
Le categorie sociali più attrezzate invece di valutare i riflessi positivi di quanto il miglioramento delle comunicazioni comportava, si chiusero in difesa dei loro privilegi, indifferenti alla ricaduta negativa della loro azione. I riscontri più evidenti furono un maggiore ricorso all’emigrazione, specie da parte dei piccoli proprietari terrieri che, non più in grado di ricavare il necessario per il sostentamento familiare dai loro possedimenti, prima si orientarono per spostamenti stagionali, poi optarono per trasferimenti definitivi o di lungo periodo che contribuirono a compromettere ulteriormente le già scarse prospettive che ancora potevano aprirsi per il mondo dell’agricoltura.
Le ricadute più drammatiche si ebbero nelle frazioni più interne del comune di Pontremoli in cui la mancanza di braccia da lavoro per la manutenzione del bosco e per lo sfruttamento delle risorse da esso ricavabili portò a una drastica riduzione delle produzioni essenziali alla già magra economia locale. Quanto necessario resto affidato alle donne che, rimaste a casa in attesa delle rimesse dei mariti, assieme ai figli minori, si trovarono ad assolvere a impegni improbi per la conduzione dei terreni loro affidati pur di non abbandonare l’unico cespite certo per il mantenimento della famiglia.
Costanti il calo di produzioni di castagne e di conseguenza di farine; di legname per il mercato cittadino in quanto, per riscaldare le case e per cucinare, si poteva fare riferimento solo su quello che offriva il bosco; di prodotti derivati dall’allevamento del bestiame, più contenuto perché la mancanza di uomini impediva gli interventi necessari per la gestione e la conduzione degli animali, mentre nel contempo assurde disposizioni di legge, come la tassa sul macinato, rendevano più difficile la situazione economica della maggior parte dei nuclei familiari.
Un’analisi generale dei movimenti umani dell’epoca rimanda a un quadro molto precario, in cui la piccola proprietà, quasi naturale per gli abitanti delle frazioni, viene nuovamente penalizzata dalle crescenti difficoltà nella gestione dei fondi e la scelta migratoria anche verso i paesi oltreoceano, specie sul finire del secolo e nei primi anni del 900, si pone come possibilità ultima per salvare il salvabile.
Per la prima volta, e proprio all’inizio del Novecento, in un quadro che denuncia una recessione sempre più profonda, che rimanda al periodo dell’occupazione milanese del XVII sec., sembra più favorevole la situazione dei mezzadri che, grazie ai patti agrari, voluti non solo dal movimento socialista, ma anche dai proprietari e dalla Chiesa cattolica, consapevoli dello stato di assoluta precarietà della categoria, poterono godere di una possibilità di crescita abbastanza consistente, anche se molto lenta e non supportata dalla consapevolezza di potere ottenere il meglio da quanto lavorato soprattutto a proprio vantaggio.
Per il resto, la debole economia urbana, oltre che sul commercio al minuto, poggiava su un artigianato molto eterogeneo, condotto a livello familiare, e sul movimento di mercanzie di più diverso genere derivanti da un importazione che doveva tenere conto di una domanda forzatamente limitata e riferibile soltanto alle classi più abbienti.
La città, quindi, sopravviveva sulle glorie di un passato ormai lontano ed era ancora alla ricerca di una sua collocazione sul territorio, indifferente al ruolo marginale cui l’aveva ridotta l’unità d’Italia. Se dagli anni 40 dell”800 l’entusiasmo per la costruzione della strada della Cisa aveva portato a profonde modifiche nel tessuto organizzativo di Pontremoli per adeguare l’impianto urbano alla nuova realtà viaria, poi nulla di evidente era cresciuto in conseguenza delle opportunità offerte dalle nuove occasioni di collegamento, semmai quanto ancora era sopravvissuto dell’antico splendore industriale, come i polverifici, fu dismesso per i troppi rischi che veniva a comportare per i nuovi equilibri del territorio.
Di fronte a una realtà economica e sociale cosi deteriorata, dalla quale traspariva chiaramente il senso della decadenza generale di un territorio incapace di tentare di darsi un futuro, gli unici momenti positivi vennero dalla vivacità culturale che le classi più abbienti seppero mantenere, soprattutto per gli stimoli provenienti dall’esterno.
I giovani della nobiltà e della borghesia pontremolesi, proseguendo nella consuetudine di seguire gli studi superiori nelle città vicine come Parma, Pisa, Genova e Firenze, si fecero portavoce delle tante novità che stavano maturando nei diversi ambienti, con una ricaduta che coinvolse in maniera concreta le diverse categorie sociali. La risposta fu la logica contrapposizione dei vari fronti di opinione che videro da una parte il movimento socialista impegnato nella difesa delle categorie più deboli per contrastare gli interessi della borghesia commerciale e terriera schierata in una difesa astiosa dei propri interessi e timorosa delle troppe novità che venivano dagli ambienti cittadini. In mezzo, si collocavano la Chiesa e i cattolici moderati che, pur guardando con sospetto quanto stava crescendo negli ambienti socialisti, premeva per una modificazione dello stato sociale soprattutto delle categorie più deboli.
La vivacità dell’ambiente pontremolese in questo senso contraddice quanto stava accadendo a livello economico. Proprio nei primi anni del Novecento la città è coinvolta in un ampio dibattito politico che provocò la nascita di alcuni organi di stampa, ovviamente di parte, “La terra” socialista, voce del Sindaco Pietro Bologna, “A Noi!” liberale, che faceva capo al deputato Camillo Cimati e, dal 1907, “Il Corriere Apuano” organo ufficiale della Diocesi e del suo vivacissimo pastore Mons. Angelo Fiorini.
Il dibattito, che sarà integrato negli anni dieci pur con altri obiettivi, tra cui quello del passaggio della Lunigiana nella pretesa nuova uova Provincia della Spezia, dalla rivista di Manfredo Giuliani “Lunigiana”, assunse toni molto elevati dai quali traspare la consapevolezza che la situazione pontremolese non è più sostenibile ai livelli nei quali si sta gestendo dall’unità d’Italia e che occorrono alcuni salti di qualità che aprano concrete prospettive per il futuro. Sarebbe lungo entrare nel dibattito che le tre testate, in difesa dei rispettivi interessi, seppero provocare, ma, pur senza una ricaduta immediata a vantaggio delle categorie sociali meno attrezzate, furono prese iniziative che restarono fondamentali per il futuro della città.
Sotto la gestione del sindaco Bologna si comprese che occorreva uscire dal ristretto ambito delle “quattro torri” per dare sfogo a ipotetiche, ma necessarie pretese di crescita di Pontremoli. Occorreva aprire alla piana di Verdeno, magari con la scusa di costruire una strada per raggiungere lo zerasco. La scelta guardava alla costruzione di un ponte sul Verde e nell’unico punto logico, quello prospiciente il ponte nuovo. Di mezzo però c’era la Chiesa di San Colombano, scoglio in apparenza insormontabile sia per la vetustà del sito, sia per quello che il monumento rappresentava nella tradizione cattolica cittadina.
A dispetto dei più pessimisti, il vescovo Fiorini, consapevole delle ragioni della richiesta, trovò un accordo con il sindaco Bologna per il quale la parrocchiale fu trasferita nella chiesa di San Francesco, ovviamente dopo la corrispondenza di un adeguato indennizzo per la distruzione di San Colombano e l’acquisizione della nuova sede. Nel breve di un paio d’anni, il ponte intitolato poi al matematico Zambeccari, fu inaugurato nel 1913 per aprire alla strada che già tagliava in due la piana di Verdeno dirigendo verso le colline che guardavano alle valli dello zerasco. Per una strana congiunzione degli eventi, alla fine dello stesso anno fu istituita a Pontremoli una scuola superiore statale, la regia Scuola Normale e complementare, il futuro Magistrale, la cui attività fu ratificata con Regio decreto del 21.12.1913, anche se l’attività era partita già dall’ottobre a proseguire un’iniziativa privata in atto da alcuni anni.
Due segnali che qualcosa, pur nell’evidente stagnazione economica che immiseriva la vita della popolazione, che continuava a guardare all’emigrazione come unica valvola di salvezza, si stava muovendo. Soprattutto un segnale che all’occorrenza era possibile superare quelle differenze che potevano contrapporre due schieramenti antitetici come il movimento socialista e la Chiesa Cattolica, tra l’altro proprio a Pontremoli in costante dissidio per la gestione del Ginnasio vescovile collegato al Seminario, per una vertenza risolta solo sul finire del secolo.
Un periodo, quindi, di grandi contraddizioni quello precedente il primo conflitto mondiale, che un’analisi cosi provvisoria può solo a sfiorare nella sua complessità, ma che apre a considerazioni da cui sarà poi possibile dedurre molte delle scelte che caratterizzeranno il futuro di Pontremoli, in positivo e in negativo. Quando arriva la guerra, il territorio ha tutte le caratteristiche della zona idonea per reperire “carne da macello” da inviare sui lontani fronti irredenti, ma al momento opportuno, quanto la storia ci aveva lasciato sarà messo a disposizione di chi stava soffrendo più da vicino gli orrori del conflitto.
Le tradotte dei treni ospedale troveranno Pontremoli pronta ad accogliere migliaia di feriti non solo nel suo ospedale, ma anche nelle strutture pubbliche offerte dal Comune e dalla Diocesi, in un apporto di solidarietà che lascia intuire che, pur nell’apparente indifferenza per i problemi sociali, che da troppo tempo ormai affliggevano l’intera area, qualcosa era rimasto dell’antico retaggio e da li era possibile ripartire per costruire qualcosa di diverso e ridare una speranza concreta a una città che doveva e poteva guardare avanti.
Luciano Bertocchi, La situazione economico-sociale di Pontremoli prima della grande guerra, tratto da Almanacco Pontremolese 2015, edito e curato da Centro Lunigianese di Studi Giuridici