ZANI GIOVANNI

Lo Stalag II B – immagine tratta dal sito LeBI

Giovanni Zani nasce l’8 luglio 1918 in Valdantena, dove trascorre l’infanzia. Frequenta la scuola fino alla quinta elementare, compatibilmente con le esigenze familiari.

Il 4 aprile 1939 viene chiamato alle armi e assegnato all’84° Reggimento di Artiglieria a Venaria Reale, dove svolge l’addestramento militare e rimane in servizio fino al giugno 1940. Con la dichiarazione di guerra alla Francia, Giovanni viene inviato a presidiare la frontiera nel 7° Settore di Copertura della Guardia alla Frontiera (G.a.F.).

Inizialmente gli eserciti dell’Asse avanzano con apparente successo, inclusa l’invasione dell’Unione Sovietica nel 1941, che inizia sotto auspici favorevoli. Tuttavia, tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, la situazione si capovolge: i sovietici resistono strenuamente a Stalingrado, si riorganizzano e contrattaccano, approfittando anche delle difficili condizioni meteorologiche. Le truppe dell’Asse, tra cui quelle italiane, sono costrette a una ritirata caotica e dolorosa.

Nel frattempo, gli Alleati riprendono il controllo del Nord Africa e pianificano lo sbarco in Sicilia. L’Italia, provata da vent’anni di dittatura e tre anni di guerra, è allo stremo. Il re, sostenuto dal Gran Consiglio del Fascismo che mette in minoranza Mussolini, affida il governo al maresciallo Badoglio, incaricandolo di negoziare in segreto la resa con gli Alleati.

L’8 settembre 1943, quando l’armistizio viene annunciato pubblicamente, i tedeschi reagiscono rapidamente, grazie alla presenza massiccia di loro truppe sul territorio italiano. Mentre il re e il governo fuggono a Brindisi, l’esercito italiano resta senza ordini chiari. In queste ore caotiche, i soldati italiani si trovano a dover scegliere se arrendersi, fuggire o collaborare con i tedeschi. Circa 200.000 militari accettano di combattere al fianco della Wehrmacht. Molti altri disertano e riescono a tornare a casa, ma la maggioranza – circa 650.000 – rifiuta la collaborazione e viene deportata in Germania per il lavoro forzato.

Giovanni è tra questi ultimi. Il 10 settembre 1943, a Cesana Torinese, viene catturato dai tedeschi e deportato su un treno merci piombato. Il viaggio è il preludio di due anni di durissima prigionia. Il cibo consiste in una minestra di verdure povera e insipida, distribuita una volta al giorno, mentre le condizioni igieniche sono pessime.

Immagine tratta dal sito LeBI

Viene internato nello Stalag II-B, un campo di prigionia situato a ovest della città di Hammerstein, in Pomerania. Nato inizialmente per i prigionieri polacchi e sovietici, viene poi ampliato per accogliere anche francesi, olandesi, americani e italiani. Il campo si estende per circa 10 ettari, circondato da doppi recinti di filo spinato. Le baracche, di 14 per 55 metri, ospitano fino a 1000 uomini ciascuna.

I prigionieri vengono assegnati al lavoro agricolo nelle fattorie della zona. La giornata comincia all’alba con una colazione a base di surrogato di caffè e prosegue fino al tramonto, interrotta solo da un pasto frugale a metà giornata, sempre la stessa zuppa di verdure. Le condizioni sono estreme: fame, malattie, epidemie dovute al sovraffollamento e all’assenza di igiene portano alla morte di molti internati.

Agli italiani viene negato lo status di prigionieri di guerra e sono classificati come Internati Militari Italiani (IMI), privati quindi delle tutele previste dalla Convenzione di Ginevra del 1929. Questo li espone a trattamenti ancora più duri da parte delle autorità tedesche.

Danzica – immagine tratta dal sito LeBI

Con l’avanzata delle truppe sovietiche e alleate, il campo viene evacuato e Giovanni trasferito al Distretto Militare XX a Danzica, dove viene infine liberato l’8 maggio 1945.

Il rientro in Italia è ritardato dalle infrastrutture distrutte dai bombardamenti e da complessità politiche. Solo il 26 luglio 1945 Giovanni riesce a tornare in patria. Il 15 ottobre riceve il congedo definitivo e può finalmente fare ritorno tra le sue montagne, dove trova conforto e sollievo tra i suoi cari, iniziando a curare, lentamente, le profonde ferite dell’anima lasciate dalla guerra e dalla prigionia.

Per la compilazione dell’articolo ci si è avvalsi della consultazione del Foglio Matricolare conservato presso l’Archivio di Stato di Massa e del sito LeBI.

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