
Questa breve e, senza dubbio, insufficiente relazione, sintesi delle conclusioni della tesi di laurea che abbiamo sostenuto alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, e il cui titolo è: La formazione storica del sottosviluppo in Lunigiana: Contributo ad una rifondazione della ricerca storica e della scienza del territorio dal punto di vista marxista, rappresenta anche il tentativo di spiegare in poche parole i presupposti metodologici, politico-culturali che sono alla base della nostra scelta.
Sul problema della ricerca storica è già stato avviato un proficuo dibattito che riguarda soprattutto una sua rifondazione dal punto di vista marxista.
Notevoli contributi metodologici e culturali sono già stati dati da studiosi come Bloch, Kula, lo stesso Gramsci, dai recentemente scomparsi Maurice Dobb, Emilio Sereni, Giorgio Giorgetti, da Sweezy, Takahashi (notevole la sua polemica con altri studiosi sul feudalesimo), che hanno inteso la necessità di recuperare la ricerca ad un rapporto dialettico fra passato e presente, e di superare una concezione meccanicistica, empiristica e di fatti » della storia (e, nel nostro caso, anche della scienza del territorio), troppo spesso intesa come storia delle idee, delle espressioni auliche, assunte come oggettive in una astratta continuità evoluzionistica.
In questa necessità si riconosce quindi la nostra ricerca, certamente ancora insufficiente e parziale, sulla formazione del sottosviluppo in Lunigiana.
Una ricerca storica intesa, quindi, come scienza umana, come scienza del territorio sia come rapporto capitale-lavoro indagato dall’interno del processo produttivo, sia, di conseguenza, come rapporto uomo-territorio e ambiente fisico nelle diverse formazioni ed organizzazioni socio-economiche.
È quindi un modesto contributo al recupero della storia ad una analisi, per ogni periodo e fra i vari periodi, e ad un rapporto dialettico fra struttura e sovrastruttura fondato nella realtà storica, all’interno della quale il problema dell’assetto territoriale venga indagato in connessione dialettica con i rapporti di produzione ed i rapporti sociali.
Una ricerca storica, quindi, come contributo alla riscoperta e alla formazione dell’urbanistica e del territorio, alla sua storicizzazione, come strumento propositivo che contribuisca a fare uscire l’urbanistica e la pianificazione dall’ottica puramente istituzionale ed amministrativa e a farle svolgere, in specifico nella nostra zona, il ruolo che le compete di scienza di organizzazione e di recupero del territorio e del tessuto sociale, scienza del rapporto fra uomo e territorio, capace di cogliere la scala reale dei fenomeni, i caratteri specifici della formazione del sottosviluppo, il peso delle risorse, un loro dimensionamento in funzione delle potenzialità del territorio, il ruolo dell’insediamento umano sul territorio stesso, il tutto inteso come risultato complessivo e oggetto specifico dello scontro di classe.
Tutto quanto sopra, oltre all’evitare di farci cadere in uno sterile storicismo, ci offre la possibilità di trovare una valida alternativa ad una concezione idealistica della storia e della falsa funzione della scienza del territorio intesa come « deus ex machina » al di sopra delle contraddizioni e del processo storico. In poche parole, è necessario uscire fuori dal dilemma: o cadere in una concezione dell’inevitabilità dei processi e delle tendenze, o avventurarsi in proposte e soluzioni irrealizzabili, astratte, che non tengono conto della dinamica e dei mutamenti dei rapporti sociali e di produzione, oppure tenere conto della dinamica e dei mutamenti dei rapporti sociali e di produzione per giustificare l’inevitabilità dei processi e tendenze, che, con presunzione, si tendono ad identificare nella propria proposta di politica e di cultura.
Come afferma il Pierre George: «L’urbanistica e la pianificazione devono fare un posto importante alla ricerca storica, che si ridurrebbe a museologia se si limitasse ad una semplice cronologia e descrizione degli elementi della eredità territoriale e urbana.
Questa indagine storica deve essere una ricerca di storia economica e sociale che si risolve nella storia dei rapporti attuali fra il contenuto e il contenente, fra società e territorio. Non si potrebbe evidentemente sottovalutare l’importanza dei fattori tecnici della vita e quelli della capacità creativa di una società che sono, in verità, inseparabili dalla realtà sociale».
La nostra analisi sul territorio lunigianese prende avvio dal periodo che coincide con gli ultimi anni della reggenza leopoldina ( 1779-1780), che da molti studiosi viene fatto coincidere con il tramonto del feudalesimo nella nostra zona e presentato quindi come momento di passaggio alla società borghese e ad una nuova organizzazione economica e sociale (anche se a noi è sembrata una tesi discutibile), per giungere ai nostri giorni.
Oltre ad un purtroppo scarso materiale di archivio, le fonti a cui abbiamo attinto per la ricerca sono, soprattutto per il primo periodo, contributi originali del tempo quali quelli, per citarne alcuni, dell’Aronte, del Cargiolli, del Cristani, del Targioni Tozzetti, del Branchi, del Raffaelli, dello Zuccagni Orlandini, del Repetti, del Roncaglia, gli atti della giunta per l’inchiesta agraria, ecc.
Abbiamo utilizzato le pubblicazioni delle diverse Associazioni e soprattutto del Centro Aullese di Ricerche e Studi Lunigianesi e dell’Associazione « Manfredo Giuliani » di Villafranca, le tesi di laurea delle prof. Gisella Cortesi e Adele Giampietri, i contributi fondamentali di studiosi contemporanei quali il Pazzagli, il Farolfi, la Fondi, il Mori, il Turi, il Giorgetti ecc. .. oltre ad una bibliografia metodologica generale.
I risultati a cui ha condotto la nostra ricerca sono che il processo di formazione del sottosviluppo in Lunigiana può essere distinto in tre fasi, che non seguono una logica puramente cronologica, bensì il presentarsi di fenomeni, interni ed esterni, che agiscono potentemente sulla struttura economica della zona.
La prima fase può essere definita nel periodo che va dagli ultimi anni della reggenza leopoldina all’Unità d’Italia. In questa fase sono soprattutto fenomeni interni all’economia lunigianese a determinare una situazione di reale sottosviluppo. Essi possono essere così riassunti:
1 ) il permanere di elementi tipici del feudalesimo in una struttura economico-sociale che, seppur lentamente ed in grave ritardo rispetto ad altre situazioni, si va modificando;
2) la struttura fondiaria della proprietà e la sua organizzazione in funzione di una rendita ancora esclusivamente originaria e non certo capitalistica;
3) il sistema mezzadrile puro come rapporto fondamentale fra coltivatori e possidenti e fattore disincentivante (anche se si va formando già, lentamente e contraddittoriamente, la piccola proprietà) ;
4) un’economia chiusa con carattere di sussistenza;
5) conseguente adeguamento dei generi coltivati a criteri puramente quantitativi;
6) sfruttamento intensivo e disperato del terreno con il conseguente processo di impoverimento produttivo;
7) una concezione dell’allevamento che vede nel patrimonio animale più un mezzo per il lavoro che non uno strumento per la produzione;
8) un processo di deterioramento del tessuto sociale che si realizza soprattutto attraverso l’emigrazione, che già in questo periodo colpisce la Lunigiana;
9) l’affermarsi, in alcuni mesi dell’anno, del processo di femminilizzazione nelle campagne e nel lavoro agricolo che porta come conseguenze una periodicizzazione delle nascite (legata anche al fenomeno dell’emigrazione stagionale) ed un alto tasso di mortalità infantile.
Un secondo periodo può essere individuato nella fase storica che va dall’Unità d’Italia alla seconda guerra mondiale. In questo periodo a fenomeni interni all’economia della zona si affiancano, come fattori determinanti, fenomeni esterni. Il tutto può essere così riassunto:
- il definitivo affermarsi della piccola proprietà povera, mentre la mezzadria e i fenomeni tipici di trapasso si pongono sempre meno come forma di transizione da un’economia precapitalistica ad una economia capitalistica (anche se ciò, e le affermazioni che verranno fatte in seguito, devono essere visti all’interno del processo più generale del nostro paese e quindi come espressione tipica dello sviluppo capitalistico);
- la femminilizzazione delle campagne sempre meno periodicizzata e legata all’emigrazione stagionale e sempre più legata all’abbandono vero e proprio da parte della componente maschile del lavoro agricolo, conseguenza di fenomeni come:
- l’apertura dei bacini marmiferi del carrarese che, garantendo un salario mensile e senza bisogno di una specializzazione, strappano molte braccia soprattutto giovanili all’agricoltura;
- l’apertura e lo sviluppo, dopo il 1870, del bacino industriale di La Spezia;
- la costruzione della ferrovia Parma-La Spezia e la conseguente apertura della Lunigiana al mercato e all’acquisto di merci, il cui prezzo è senza dubbio concorrenziale con il costo della produzione in loco (vedi ad esempio il vino);
- una notevole diminuzione del patrimonio animale e il persistere di una sua concezione arretrata, in assenza di qualsiasi pratica casearia;
- la vendita delle « comunalia », che bene o male nel passato avevano rappresentato una garanzia di sopravvivenza, da parte del Governo italiano.
Il terzo ed ultimo periodo non esprime altro che lo svilupparsi di queste contraddizioni, cui si affiancano anche la mancata riconversione del notevole patrimonio industriale legato alla politica di guerra del fascismo (e per sua natura quindi precario e non garante di una possibilità di ulteriore sviluppo ma componente fondamentale del sottosviluppo), le scelte della grande borghesia italiana e internazionale nel periodo della ricostruzione, anche sulla collocazione dell’Italia all’interno della divisione internazionale del lavoro, la rinuncia a combattere con coerenza una battaglia per realizzare una democrazia progressiva, come concretizzazione degli ideali che avevano animato la lotta di Resistenza.
Un’analisi di questo tipo, proprio perché parziale e insufficiente, riteniamo possa offrire la possibilità di avviare una fase di dibattito che potremo definire: una proposizione dalla storia, per un recupero del territorio e dell’economia lunigianesi.
FRANCO BONINI, GIACINTO SAMMURI – La formazione storica del sottosviluppo lunigianese, in Cronaca e storia di Val di Magra, anno VI – 1977, Aulla di Lunigiana, 1978
L’immagine di introduzione alla pagina è tratta dalla pagina Facebook: Visita la Lunigiana….