LE STREGHE

1° marzo 1692 – inizia il processo alle streghe di Salem

Un articolo sui mestieri antichi, scomparsi, dovrebbe iniziare con le parole “c’era una volta”, una sorta di chiave magica capace di aprire le porte di un tempo passato, proiettandoci in una dimensione diversa da quella che conosciamo e viviamo nel quotidiano.

In questa occasione, il “c’era una volta” ci ha condotto in un luogo inaspettato, un antro fumoso, oscuro, illuminato solo da flebili candele, alle soglie della magia meno affascinante, più temibile, in un luogo abitato da streghe.

Quando, da ragazzi, leggevamo storie di streghe, le immaginavamo come vecchie rugose, con dita lunghe e unghie ricurve, un sorriso maligno che si apriva sui vuoti lasciati dal ricordo dei denti, nei e verruche, cappellacci in testa, sempre occupate nel rimestare in pentoloni  sobbollenti.

Ma erano davvero così ed erano davvero cattive? Oppure si trattava di una rappresentazione iconografica necessaria per demonizzare le donne, alcune donne?

L’immagine sgraziata che incuteva terrore era il modo (forse, lo è tuttora) per abbinare ad una brutta esteriorità la condanna del loro intimo sapere, del potere che le streghe derivavano  dalle loro conoscenze, il loro know-how come si direbbe adesso.

In qualche modo, sotto vari aspetti, abbiamo già trattato del sapere delle donne nelle precedenti edizioni dell’Almanacco pontremolese, ma l’angolo visuale scelto in questa occasione non è tanto il passato delle streghe, quanto il loro presente.

Mi spiego meglio.

Non è un caso che il mestiere di strega si sia andato diffondendo nei periodi bui del basso Medioevo, quando il mondo occidentale era in declino dopo la caduta dell’impero romano e le invasioni barbariche; un mondo che oscillava senza solidi punti di riferimento sociali e culturali; un mondo nel quale predominavano violenze, fame, carestie; un mondo che viveva nell’immediato quotidiano, del lavoro manuale, rurale, nel quale i tradizionali canoni interpretativi di derivazione ellenica e latina – e, ancor prima, egizia – erano dimenticati e mescolati con riti e culture importate dai barbari invasori del nord.

La stessa Pontremoli era considerata un posto magico per eccellenza, nell’estremità nord della Valle della Luna, dove ancora oggi – il 17 e 31 gennaio – si celebrano festività legate al dio del fuoco per invocare la sua presenza vitale contro il freddo dei mesi invernali; ancora, non lontano da Monti, sulla strada per Villafranca, si dice che le streghe si riunissero e  danzassero ai piedi di una quercia.

In questo mondo chiuso, avviluppato su se stesso, esistevano donne che si erano tramandate di madre in figlia una conoscenza approfondita delle erbe e dei cicli della natura, del corpo umano, dei riti pagani precristiani di Iside e Diana, che si discostavano dalla rigorosa ufficialità delle scienze e delle religioni ufficiali per sperimentare e approdare a vie alternative.

Gran parte di ciò che non si riusciva a comprendere in maniera razionale – e le possibilità erano tanto più ampie in quanto connesse con la quasi totale ignoranza culturale del popolo, ma anche delle stesse classi agiate – veniva attribuito al magico, all’oscuro,  all’incomprensibile e ammantato di mistero.

Albrect Altdorfer. Streghe in preparazione del sabba. 1506

Si pensi, nel pratico, alle modalità di allevamento del bestiame, alla coltivazione dei campi, al diffondersi delle infezioni, alla cura e prevenzione delle malattie, ai rapporti tra i cicli naturali e l’alternarsi delle piantagioni.

Per secoli, le streghe – intese come quelle donne che avevano ereditato un sapere tradizionale, magari privo di connotati culturali ma fortemente radicato nel territorio, derivante dall’osservazione costante di ciclici fenomeni naturali e dell’efficacia di rimedi omeopatici – sono state le depositarie di una cultura popolare, parallela e alternativa a quella ufficiale, non riconosciuta ma neppure combattuta, in sostanza tollerata.

Nel Rinascimento si assiste, invece, ad una forte inversione di tendenza quale conseguenza di un fermento culturale che guardava al futuro e cercava di disancorarsi dai retaggi delle  vecchie  credenze; nel contempo, la Chiesa – ma, anche, le nuove chiese protestanti luterane e anglosassoni – in crisi di crescita, serrava le fila contro questi saperi alternativi, contro i depositari di modelli culturali non incanalati nella ortodossia cristiana.

Comincia l’identificazione della strega con  il diavolo, comincia la caccia alle streghe, una pulizia etnica, una sorta di pogrom mirato contro le donne, la cui colpa era a volte solo quella di essere libere, autonome, non adeguate al modello femminile dominante del tempo.

Donne rasate, affamate, torturate, arse vive, magari quale capro espiatorio nei periodi di peste o carestia, per un raccolto andato a male, per un bimbo nato morto o deforme.

Una qualsiasi eventualità, del tutto ordinaria anche oggi ma, a maggior ragione, in quei tempi d’ignoranza e superstizione, poteva condurre al rogo una strega.

Del tutto naturale, quindi, che quel potere, quelle fonti di informazione, si siano andate ancor più nascondendo, celate ai più ed esercitate solo in gran segreto.

Ma, come i fiumi carsici, quelle antiche  nozioni sono riemerse, affiorando talvolta in superficie, altre volte manifestandosi sotto mutate forme.

In un certo senso, potremmo dire che l’antico mestiere di strega si sia riciclato in altre figure professionali, nelle quali appare evidente lo stretto rapporto con ataviche conoscenze, saperi tradizionali, legati fortemente alla cultura del territorio.

Non si vuol dire qui che chi esercita queste professioni, se donna, sia per ciò stesso una strega; la corrispondenza non è biunivoca, si tratta solo di una speculazione letteraria basata sulle coincidenze di saperi.

Così, per gioco, si può sostenere che quell’antico know-how, malgrado i roghi e le persecuzioni, sia sopravvissuto sino ai giorni nostri, diventando il substrato culturale della professione di omeopata, agronomo, ginecologo, levatrice, cuoco.

Difatti, nell’antichità, gli unguenti e le pozioni preparate secondo il principio similia similibus curantur erano alla base di molte guarigioni ritenute prodigiose; le streghe erano poi esperte dell’ambiente rurale e seguivano da vicino la produzione agricola, i raccolti e la zootecnia; conoscevano a fondo il corpo della donna e sapevano come provocare un aborto o influenzare il ciclo mestruale e la fecondità, dati fondamentali in un’epoca nella quale i problemi di salute femminili erano ritenuti poco rilevanti; il parto era esclusivamente  effettuato in casa e costituiva una delle principali attività delle streghe.

Quanto, infine, al mestiere di cuoco, il passo dalle pozioni alle porzioni è davvero breve.

Giulio Cesare Cipolletta, Le Streghe, tratto da Almanacco Pontremolese 2013, edito e curato da Centro Lunigianesi di Studi Giuridici

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