PINGOLETTI PIETRO

Pietro

Pietro nasce a Torrano il 29 agosto 1921. Trascorre l’infanzia e l’adolescenza nel paese natale, frequentando la scuola elementare fino alla quarta classe e aiutando la famiglia a pascolare mucche e pecore e a raccogliere le castagne. Erano anni difficili: si viveva del poco che la terra poteva offrire.

Il 12 gennaio 1941 viene chiamato alle armi. Da poco aveva iniziato a lavorare come manovale, ma deve lasciare tutto e raggiungere Mondovì, dove viene aggregato al 4° Reggimento Artiglieria Alpina, 12° Battaglione, gruppo Mondovì. Sarà proprio questa assegnazione a segnare il suo destino.

Dopo pochi mesi di addestramento il battaglione è mobilitato sul fronte occidentale, fino all’estate del 1942, quando viene destinato alla Campagna di Russia. Il 13 luglio parte: il viaggio è lungo e faticoso, e gli ultimi tratti devono essere percorsi a piedi, fino a raggiungere le rive del fiume Don.

Uomini della Cuneense durante la ritirata – immagine tratta dalla pagina Facebbok ARMIR sulle tracce di un esercito perduto

In quel periodo i tedeschi hanno ripreso con ritardo l’offensiva, convinti di poter dare il colpo decisivo all’Armata Rossa. Ma i russi, riorganizzati ed equipaggiati con nuovi mezzi, resistono con accanimento. A Stalingrado la battaglia infuria casa per casa. Con l’arrivo dell’inverno, l’Armata sovietica passa al contrattacco, riuscendo a chiudere in una sacca la VI Armata del generale Von Paulus.

A metà dicembre 1942 i sovietici lanciano un pesante attacco anche sulla linea del Don, preludio della grande offensiva che il 15 gennaio 1943 travolge l’intero fronte. L’esercito dell’Asse è costretto a una ritirata disperata attraverso la steppa, infinita e gelida, con temperature che di notte scendono a –30, –40 gradi. Per sopravvivere è indispensabile trovare rifugio in una isba. Ma la colonna in fuga è continuamente braccata dai partigiani, dai soldati russi e dagli aerei che mitragliano senza sosta. La strada si riempie di cadaveri: chi morto di freddo, chi di stenti, chi sotto il fuoco nemico.

A Varvarovka la Divisione Cuneense, cui appartiene anche il Battaglione Mondovì, insieme alla Divisione Vicenza, si scontra con forze russe cinque volte superiori. Nonostante la resistenza accanita, l’esito è disastroso: interi reparti vengono annientati. I resti delle due Divisioni, separatisi dalla Tridentina, si dirigono verso Valuijki, dove il 28 gennaio vengono definitivamente sconfitti e costretti alla resa. Chi non cade in combattimento viene fatto prigioniero.

Un momento della ritirata – Immagine tratta dalla pagina Facebook ARMIR, sulle tracce di un esercito perduto

Tra loro c’è anche Pietro. Sfinito dalla marcia, stremato dalla fame e dal gelo, viene catturato dai sovietici. Inizia così un calvario non meno duro: a piedi i prigionieri sono trasferiti verso l’interno, fino alla regione di Vjatka, a oltre mille chilometri di distanza. Le razioni sono scarse, gli indumenti inadatti al clima polare, e le angherie dei militari russi peggiorano le condizioni già disperate.

Il corpo di Pietro, debilitato dalla lunga ritirata, non resiste. Ricoverato nell’ospedale n. 3947 di Pizaly, nella regione di Vjatka, vi muore il 24 marzo 1943. È uno dei 60.000 militari italiani morti in Russia  in prigionia: soltanto 10.000 riusciranno a rientrare in patria.

Il destino ha voluto che i quattro giovani compaesani partiti per la Campagna di Russia con la Divisione Cuneense trovassero tutti la morte nei pressi di Valuijki, chi sul campo, chi in prigionia. Per il sacrificio immenso dei suoi uomini, la Cuneense è passata alla storia come la “Divisione Martire”.

Oggi il nome di Pietro, insieme a quello dei suoi compagni, resta inciso nella memoria del paese. A loro va il nostro commosso e imperituro ricordo.

Per la compilazione dell’articolo ci si è avvalsi della consultazione del Foiglio Matricolare conservato presso l’Archivio di Stato di Massa

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