TOPOGRAFIA

          LA REGIONE ED I SUOI CONFINI, I FIUMI ED I CENTRI ABITATI

Geograficamente, la Lunigiana è la conca circondata da monti, in cui scorrono la Magra ed i suoi affluenti, ma, in generale, per comodità di studio, il termine ha acquistato un significato più vasto alla valle della Magra si aggiunge anche un buon tratto della regione costiera e la catena delle Apuane.

Il territorio è prevalentemente montuoso, ma non ha unità fisica. Le pieghe appenniniche, più ripide nel versante tirrenico che nel padano, con valli longitudinali percorse dai fiumi, son formate quasi completamente da rocce terziarie, che le danno contorni morbidi e regolari, pendii lenti e dorsi tondeggianti, e si contrappongono alla catena delle Apuane, più antica, prevalentemente calcarea, con punte aguzze e dentate, lince secche ed aspre. La costa è pure in contrasto: divisa in due parti dalla foce della Magra, è continuazione della Riviera di Levante a nord, alta, ripida, profondamente intagliata dal Golfo di Spezia, con caratteri di erosione e di lento bradisismo (1). A sud è già la costa toscana (2), bassa, sabbiosa, in continuo aumento per l’azione dei fiumi e dei torrenti, che, fin dal quaternario, han trasportato sabbia e ciottoli. Tra questa e la zona più elevata ai piedi delle Apuane è una depressione intermedia, formata da una linea di stagni, ora in parte scomparsi: ne sono i resti il L. di Porta, le paludi del Giardo, di Montramito e di Camaiore. Stagni e paludi sono di formazione recente, perchè, dove è il Lago di Porta, passava un tempo la via romana (3). Fenomeni d’interrimento si hanno anche in alcuni punti del Golfo della Spezia: all’Arsenale e nella pianura di Migliarina.

                                                                                     


I CONFINI (Fig. 10) I confini della regione lunense in età romana furono studiati dal Mazzini (4) e identificati con quelli della più antica dio-cesi, quale risulta dalle bolle di Eugenio III (11 nov. 1149), Anastasio IV (18 mar. 1153), Innocenzo III (7 mar. 1202) e da un estimo dei beni della chiesa lunense del 1470-71 (5).

Da sud a nord la linea di confine, partendo da Villa Versiliana, l’antica foce del Versilia, saliva a Ponte di Strada, vicino a Pietrasanta, e, per il canale di Ruosina, includendo Terrinca, Levigliani, Campagrina ed Arni, raggiungeva il torrente Edron sotto a Vagli di Sotto e lo seguiva fino alla

confluenza con il Serchio; raggiungeva, passando per Corfino e Metello, lo spartiacque appenninico, che seguiva fino alla Cisa, con un lieve sconfina-mento oltre il Pradarena e il Lagastrello. Seguiva il torrente Cogene fino alla confluenza con il Taro, il Taro stesso, il torrente Gotra e, per la foce dei tre Confini, il Monte Gottero, il Faggio Crociato, la Colla, il Canale delle Croci, la costa di Configno, la Vara, il Rio Grande, la costa di Castagnoasca, scendeva al mare alla Punta dei Marmi, vicino ad Anzo.

L’esattezza di questi confini per l’età romana è stata negata recentemente dal Formentini (6) per l’alta Val di Magra: egli ha osservato con molta acutezza che la Tavola di Veleia (CIL, XI, 1147) indica senza ombra di dubbio che il territorio giurisdizionale della civitas lucchese giungeva in Val di Taro e in Val di Ceno fino al territorio di Veleia (7) e che doveva perciò comprendere anche l’alta valle del Serchio e della Magra, territori questi che nel Medioevo appartennero invece alla diocesi lunense. Ancora nel sec. IX l’atto di fondazione dell’abbazia dell’Aulla mostra che i fines lunenses non superavano il corso dell’Aulella.

Tuttavia è difficile stabilire fin dove si estendesse il territorio in età romana: comprendeva probabilmente Cecina in Val d’Aulella, piccolo centro anteriore alla conquista romana, dove erano i possessi di una delle principali famiglie lunensi (CIL, XI, 1331), ciò che non significa – come si suol pretendere – che la colonia necessariamente si estendesse fin là. Ma è anche verosimile che la via del Brattello, che congiungeva Luca con i suoi territori della Val di Taro, fosse tutta in territorio lucchese; è quindi probabile che il confine nord della colonia non sorpassasse il corso dell’Aulella.

Ad ovest Plinio testimonia (Nat. Hist., III, 50) che con la nuova divisione di Augusto il confine fra la VII e la IX Regione era segnato dalla Magra. Anche se il territorio lunense in origine oltrepassava il fiume, con Augusto fu portato alla riva sinistra. Si potrebbe supporre e qualcuno lo ha detto che la divisione augustea fu semplicemente un pro forma; che non rispettò i limiti territoriali delle colonie e municipi; che, come un fondo poteva essere nel territorio di due o più municipi, così il municipio o la colonia appartenevano a due o più regioni. Ma per necessità amministrative un simile stato di cose non è possibile. Del resto non è verosimile che, quando fu dedotta la colonia, il territorio di Luna si estendesse oltre la Magra: se ciò fosse stato, le colline della riva destra sarebbero state incluse nell’ager adsignatus, invece di essere lasciate alla popolazione indigena che continuò ad abitare Ameglia. Credo perciò che la Magra abbia fino dall’inizio segnato il confine ovest della colonia; non saprei determinare quando Luna si sia estesa al di là del fiume.

A sud mancano i dati per stabilire il confine di Luna, anche approssimativamente. Una cosa, però, è certa: il territorio lunense confinava sulla costa con quello pisano, Luca non arrivava al mare. Lo dimostrano le guerre romano-liguri, nelle quali più di una volta, secondo Livio, i Liguri, dal territorio lunense, entrano direttamente in quello pisano, e questo non solo avanti la deduzione di Luca (8), ma anche dopo (9). Perciò non vi è bisogno di correggere il passo di Livio sulla contesa fra Pisa e Luna, nel 167 av. C. (10), e si comprende, senza bisogno di trovare spiegazioni troppo ingegnose, l’iscrizione CIL, XI, p. 259: “sepellitus est Lunae Pisae in Tuscia ad flumeri Macra”.

I FIUMI –  Tolemeo (III, 1, 4) segna in Liguria la Magra (Μακράλα ποταμοῦ ἐκβολαί), e la confluenza con la Vara (ἐκτροπή Βοακίου ποταμού), che egli chiama Boacia: dalla descrizione sembrerebbe che i due fiumi si unissero alla foce, perchè ne parla nella zona costiera, ma le coordinate pongono la confluenza nell’interno (11), quindi in posizione relativamente assai esatta. Il geografo, pur separando abitualmente l’interno di una regione dalla linea costiera, non ha voluto separare i due fiumi ed ha elencato avanti la Magra, poi il suo affluente.

La Tabula Peutingeriana (fig. 11) è più imbrogliata: vi sono due fiumi senza nome, poi la Macra tra Fossis Papirianis e Pisis, l’Aventia tra Turrita e Piscinas, l’Arno che si getterebbe in mare tra ad Fines e Velinis, il Vesidia tra Velinis e Vadis Volaterris. Solo con l’Umbro (Ombrone) i corsi d’acqua ricominciano ad avere alla foce una posizione relativamente esatta.

Io credo che per una disattenzione del copista siano stati spostati i nomi. Se diamo al primo fiume il nome di Macra ed al secondo di Aventia, le rispettive foci l’unico dato generalmente esatto nella Tabula per quel che riguarda i fiumi saranno al loro posto. Nè deve sembrar strano che la Magra abbia un corso tanto più breve dell’Aventia, perchè la Tabula non tiene conto delle rispettive lunghezze dei corsi d’acqua. Quanto all’Aventia, torrente breve ed insignificante, dovrà probabilmente l’onore di essere menzionata al fatto che traversava la ricca zona marmifera lunense. Non credo accettabile l’ipotesi del Pareti (12), che pensa ad uno scambio tra Aventia ed Ardentia (l’Ardenza, fosso vicino a Livorno), perchè non risolve la questione e perchè l’Ardenza è troppo insignificante per essere, menzionata nella Tabula.

Nel Vesidia si è voluto riconoscere – probabilmente con ragione, dato che il passaggio ss> rs può difendersi (13) – l’odierno Versilia, il fiume che bagna Serravezza, posposto per errore all’Arno: la foce, però, non sarebbe esatta. L’Arno pure sarebbe troppo a sud; ma credo preferibile questa soluzione ed ammettere un errore della Tabula, piuttosto che cercare il Vesidia dopo Pisa. I due fiumi successivi, che verrebbero a trovarsi senza nome, potrebbero essere il Fine e la Cecina.

                                                  


I CENTRI ABITATI –  La topografia della regione lunense nell’antichità non è facile a ricostruire, perchè non abbiamo notizie di centri abitati anteriori all’età romana; ma anche per questa conosciamo solo dei nomi di località e delle misure itinerarie non sempre esatti.

Se la vita si manifestò intensa in epoca medievale ne rimangono tuttora le tracce nelle numerose e pittoresche rovine di castelli che sorgono quasi su ogni rupe, dovunque poterono o dominare una via di transito, o tenere in freno i vassalli, o spiare dalle torri l’arrivo del nemico mancano, se si eccettuano Luna e Massaciuccoli, gli imponenti ruderi antichi che rendono cosi suggestive la Maremma o la campagna romana.

L’esame della carta archeologica della regione (v. Tav. XXX) mostra per il paleolitico due centri abitati: la Grotta dei Colombi nell’isola Palmaria, allora unita alla terraferma, ed Equi. Nel neolitico gli abitati si estesero alla Grotta della Guerra con la vicina stazione dell’Anguillina presso Fosciana, e a Tenerano.

In seguito, probabilmente, gli abitanti abbandonarono le grotte e scesero verso zone più pianeggianti in vicinanza dei fiumi e lungo le vie di transito, perchè là troviamo le statue-stele e i rari manufatti dell’età del bronzo, le uniche prove di abitati. L’assoluta mancanza di costruzioni attribuibili ad epoca anteriore alla conquista romana fa pensare che gli abitanti vivessero in capanne non rinchiuse da cinte murali, ma difese tutt’al più da palizzate di pruni e tronchi d’albero. In caso di guerra si rifugiavano forse nelle gole quasi inaccessibili e sulle cime dei monti, come fecero durante le lotte contro i Romani. E da escludersi, come a torto è stato preteso per la Riviera di Ponente, che gli abitanti abbiano continuato a vivere nelle grotte dei neolitici.

Terminate le lotte tra Liguri e Romani e pacificata la regione, una parte del territorio passò ai coloni Romani. L’ager adsignatus si limitò probabilmente alla regione costiera pianeggiante e fertile sulla destra della Magra, con Sarzana, Castelnuovo Magra, Nicola, Ortonovo ecc., fino alla confluenza con la Vara. L’esistenza del centro ligure di Ameglia, la cui necropoli va dalla fine del III sec. av. C. fino all’era volgare, mostra che la catena del Caprione fu lasciata agli antichi abitanti (i ritrovamenti nettamente romani, probabilmente tardi, non mostrano necessariamente la presenza di coloni, ma indicheranno l’antica popolazione oramai già romanizzata). Lo stesso si deve dire per il territorio fra la Vara e la Magra dove le necropoli continuano nel II-I sec. av. C. (Genicciola, Ceparana, Viara, Barbarasco) e per i monti intorno a Massa e Stazzema (necropoli liguri-romane di Tombăra e Celiniča di Pariana, di Levigliani): la continuazione del caratteristico rito funerario ligure in piena epoca romana mostra che là abitavano ancora le tribù indigene. Probabilmente i romani si stabilirono nel G. della Spezia solo in un secondo tempo; i ritrovamenti mostrano che ci troviamo in presenza abitazioni private non anteriori alla fine della repubblica. Forse là sul promontorio del Caprione, a Bocca di Magra, dobbiamo cercare le ville a cui accenna Persio.

Che i monti di Carrara non appartenevano a privati ed erano fuori, quindi, dell’ager adsignatus, è dimostrato dal fatto che le cave lunensi, prima di passare al fisco, erano di proprietà della colonia.

Tracce di contatti più profondi con Roma si ritrovano solo nell’alta Garfagnana, lungo il Serchio, fra Poggio e Piazza, e sulla costa, specialmente vicino a Luna e alle sue cave dove centri abitati furono Vezzale e Torano (14) e verso Massaciuccoli.

                                                       


LUNA – A qualche chilometro di distanza dal mare, sulla sinistra della Magra, alcuni ruderi nella pianura fertile e coltivata indicano il luogo dove sorgeva Luna (15).

La pianta della città (fig. 12) (16) è un quadrato irregolare più largo a nord: è facilmente ricostruibile, perchè delle mura di cinta esistono quasi dappertutto le fondamenta ed in parte l’alzato (17), che forma un ripiano largo m. 2,20-3,00, divenuto ora un comodo viottolo su cui transitano uomini ed animali (fig. 124). La città era tagliata da nord a sud dal cardo (la via proveniente da Ortonovo, che passava, prima di entrare in Luna, davanti alla distrutta chiesa medievale di S. Pietro), lungo m. 488, e dal decumano (l’antica via Aemilia), lungo m. 450 e fiancheggiato fuori della cinta murale da numerosi sepolcri (fig. 12 M), di alcuni dei quali esistono ancora i ruderi, mentre di altri sappiamo l’esistenza solo dalle antiche descrizioni del Landinelli, del De Rossi, del Promis ecc. (18).

Le mura sono formate da grossi blocchi di pietra del vicino promontorio del Corvo; nessuna traccia delle “candentia moenia”, di cui parlano Rutilio Namaziano (II, 63) e Ciriaco da Ancona. Si estendono a nord per m. 525 ca.; ad est per m. 489 ca.; a sud in linea retta per m. 175, formano una sporgenza ad angolo acuto di ca. m. 50 e proseguono di nuovo in linea retta per m. 225 ca.; ad ovest sono lunghe ca. m. 538. Strano è lo scacco sporgente sul lato sud, che fu dovuto con ogni probabilità alla speciale conformazione del terreno e, probabilmente, alla presenza del mare infatti, mentre sugli altri tre lati del recinto murale e anche nella Seccagna, dove alcuni vollero vedere il porto lunense, si ha terriccio vegetale; qui, sul lato sud, il terreno è sabbioso.

La superficie racchiusa entro la cinta murale è dunque di ca. Ha. 2500, minore quindi di quanto era stato supposto (19).

Le mura si innalzano sopra il livello della campagna circostante per una altezza che varia da m. 1,00 a m. 3,00 e nell’area compresa entro questo recinto la terra vegetale si è accumulata come in un grande serbatoio, di modo che tutto l’interno è ad un livello superiore di quello della campagna circostante, benchè non raggiunga sempre quello delle mura.

Nel punto d’incrocio fra il cardo e il decumano, se la città fu costruita secondo le norme usuali delle colonie romane (20), avrebbe dovuto esser il foro: in questa zona non furono fatti scavi regolari, ma i contadini del luogo assicurano che vi esistono delle grosse colonne in fila. Il Promis ed altri han creduto invece di riconoscere il foro lunense in una serie di edifici e colonnati (con basi ed iscrizioni votive, fra cui quella in onore di Claudio Marcello), venuti alla luce negli scavi dal 1837 al 1860 (21), lungo il muro nord della città alla sinistra del cardo (fig. 12 P); qui furono anche trovati i resti dei frontoni di terracotta, di cui uno probabilmente appartenne al tempio della triade capitolina. La presenza dei frontoni può sola far ritenere esatta la identificazione del foro gli altri edifici non hanno carattere ben determinato benchè sia strano trovarlo così eccentrico e vicino alla cinta murale.

E strano anche che il foro e la curia (fig. 12 E) – se realmente questa deve essere identificata con un edificio ad abside sotto la chiesa di S. Marco (22) -siano a tanta distanza l’uno dall’altra. Ma ambedue le identificazioni sono incerte, perchè gli scavi incompleti non hanno permesso di constatare la pianta esatta degli edifici: la presenza delle iscrizioni votive fa supporre in ogni caso degli edifici pubblici.

Più sicura è l’identificazione delle terme lunensi (23), scavate dal Fabbricotti nel 1880 e di cui manca ogni resoconto. Situate presso la porta nord della città (fig. 12 K), a destra del cardo, eran formate da vani con pavimenti a mosaico. Vi erano due piscine, pure pavimentate a mosaico nella prima si scendeva per mezzo di alcuni gradini disposti a squadra; la seconda, più ampia, aveva dei gradini lungo i quattro lati e, nel centro, un gruppo in marmo lunense che raffigurava un fanciullo su un delfino (24). Dalla bocca forata piccoli putti di marmo versavano acqua nelle piscine (25). Dai frammenti di statue e di capitelli, trovate negli scavi ed attualmente nel Museo Fabbricotti a Carrara (Tav, XXVII b), l’edificio sembrerebbe risalire al principio del primo secolo d. C., ma una parte dei capitelli fu trovata incorporata, sembra, nelle fondamenta, ciò che avvalorerebbe l’affermazione del Promis (p. 100) il quale vide le terme quando non erano ancora state distrutte che si tratti di un monumento di tarda età (26). Negli scavi delle terme fu trovata una bella testa di giovane calcinata da un incendio (Tav. XXVI a): la pupilla incisa la mostra non anteriore all’età degli Antonini.

Il teatro è entro la cinta murale, all’angolo nord-est (fig. 12 C). Ancora in piedi al principio del secolo scorso, fu distrutto per costruire delle case coloniche (27); rimangono in parte le sostruzioni della cavea che era volta verso il nord. Le pareti erano almeno in parte coperte da intonaco dipinto, perchè, dagli scavi intrapresi qui nel 1889, provengono i frammenti d’intonaco nel Museo Fabbricotti a Carrara: tralci di vite sul fondo nero, fronde d’olivo su fondo rosso, vasi di varie forme. Vi furon rinvenute statue di epoca augustea (28), alla quale probabilmente risalirà l’edificio (Tav. XXVI b).

Fuori della porta est, lungo la via Aemilia, si trova il monumento meglio conservato di Luna, l’anfiteatro (29), costruito all’epoca degli Antonini (fig. 12 B). Le mura erano in pietra delle cave del promontorio del Corvo e rivestite almeno in parte da lastre marmoree; di marmo erano pure le scale di accesso alla cavea ed al porticus, le colonne, i cornicioni.

Di altri monumenti, templi e bagni visti nei secoli scorsi non rimangono più tracce (30).

FOSSAE PAPIRIANAE (It. Anton. 293; Ptol., III, 1, 43; Tab. Peu-ting.). – Il Miller (p. 240) le identifica con Viareggio; il Nissen (II, p. 287) le pone nei pressi di questa città; il Sardi (31) pensa a Montramito o Massaciuccoli; il Foglio 104 della Carta Archeologica (Pisa) ne parla sotto Montramito, ma preferisce la identificazione del Nissen.

Non credo che potessero essere nè a Viareggio nè nelle sue vicinanze. La spiaggia dove sorge Viareggio era probabilmente ancora occupata dal mare, ché è andato continuamente ritirandosi, come dimostra la torre che, attualmente nell’interno e vicinissima alla linea ferroviaria, fu edificata in riva al mare nel XIV secolo. La linea costiera non era alla base dei monti, come erroneamente è stato supposto, ma in epoca antica le era certamente più vicino e la zona aveva estese paludi costiere (32): il nome stesso «fossae Papirianae” sembra indicare bonifiche. Il territorio non era abitato in epoca romana, lo dimostrano i toponimi tutti di origine recente, compreso il nome di Viareggio (33); la mancanza di ritrovamenti preromani o romani (i più prossimi alla costa, quelli di Bucine, degli Ortacci e di Tombolo (34) sono già assai interni rispetto alla linea costiera; l’anfora rinvenuta nei pressi del pontile caricatore a Forte dei Marmi (35) vi fu evidentemente trasportata dalla corrente marina); soprattutto il fatto che la via Aemilia, lungo la quale si deve cercare Fossae Papirianae, passava probabilmente, a causa delle condizioni della costa, alle falde dei monti (v. p. 86). Ma, ammettendo per assurdo che Fossae Papirianae fosse a Viareggio o nei suoi pressi, come conciliare l’ipotesi con Tolemeo che ricorda Φόσσαι Παπιριάναι tra le μεσόγειοι πόλεις ?

La distanza di dodici miglia da Pisa pone questa località tra Massaciuccoli e Montramito. Notevoli resti di età romana sono stati rinvenuti a Massaciuccoli, tra cui edifici termali ed una villa romana (36). Siccome la Tabula Peutingeriana segna in località Ad Taberna Frigida uno stabilimento termale che non sembra corrispondere al nome della stazione, si può forse supporre che lo stabilimento termale di Fossae Papirianae sia stato spostato sulla Tabula e sia passato alla stazione seguente. Se si accettasse questa ipotesi avremmo una base per l’identificazione con Massaciuccoli, dove furono rinvenuti avanzi romani notevoli.

FORUM CLODI (Tab. Peuting.) – Gli studiosi hanno in generale identificato Forum Clodi con un centro costiero, Pietrasanta. Il Solari si allontana dagli altri e propone Castelnuovo Garfagnana.

Che Forum Clodi non potè essere a Pietrasanta è smentito dalla Tabula, che dà un percorso completamente indipendente alla Luca-Luna, e, indirettamente, anche dall’Itinerarium Antonini che non lo ricorda sulla via Aemilia tra Fossae Papirianae e Ad Taberna Frigida.

Lungo la valle del Serchio esistette in età preromana e romana una strada di cui una diramazione scendeva a Luna (v. p. 91): possiamo pensare che questa sia la Luca-Luna dell’Itineriarum Antonini e che Forum Clodi fosse situato lungo di essa. Il Solari (37) e l’Andreotti (38) suggeriscono Castelnuovo Garfagnana, località già improbabile per il nome stesso, per il fatto che non vi fu trovato alcun resto di età romana, e perchè la strada in antico era verosimilmente sulla riva opposta del fiume e proprio qui se ne allontanava assai, passando invece per Pieve Fosciana (39).

E impossibile l’identificazione con una località ben definita, ma supporrei che Forum Clodi fosse situato nel tratto tra Poggio e Piazza al Serchio: o nelle vicinanze del Castrum Vetus di Garfagnana (pressi di Piazza), roccaforte medievale da cui prese il nome la pieve di Castello, una delle più antiche e più importanti della Garfagnana (40); o nei pressi della Capriola, dove era l’antica pieve in capite pontis di S. G. Battista e S. Terenzio in Rogiana: qui sull’una e sull’altra riva del fiume si trovarono monete di epoca imperiale e avanzi (41) murali di età romana; si può quindi pensare che ivi eststesse un centro abitato.

Una difficoltà per l’identificazione proposta è data dal fatto che Forum Clodi si troverebbe nel territorio di Luca, colonia latina, e che fora non si trovano che nelle colonie di diritto romano, cioè in quelle il cui agro apparteneva direttamente a Roma. Ma, oltre che è incerto se Luca sia stata veramente colonia latina, quando fu fondata non potè assolutamente avere tutto il territorio che le conosciamo per l’epoca imperiale, perchè ancora non era stato conquistato ai Liguri (42). La colonia fu dedotta su territorio offerto dai Pisani, i quali non si estendevano certamente nell’alta Garfagnana. In un secondo tempo a Luca deve essere stato assegnato nuovo territorio, sul quale, in epoca imprecisata, probabilmente era stato fondato Forum Clodi.

Per gli altri centri indicati dagli Itinerari rimando alle identificazioni da me proposte nello studio delle vie romane del territorio lunense (v. p. 85 sgg.).

IL PORTUS LUNAE

L’ubicazione del porto di Luna ha sollevato forti discussioni (43), e, mentre alcuni, basandosi su Strabone, hanno affermato che il geografo greco accenna chiaramente al G. della Spezia, altri sostengono invece che Luna aveva il porto unicamente alla foce della Magra. Un terzo gruppo di studiosi, recentemente, ha supposto che il famoso “portus Lunae >> fosse nel G. della Spezia, ma che Luna avesse un approdo secondario anche alla foce del fiume.

Molti degli antichi parlano di Luna ligure; dunque, si è detto, pensano al G. della Spezia, situato nella Liguria. Nelle nostre fonti, è vero, Luna e il territorio lunense sono detti a volte etruschi e a volte liguri (44). Questo è avvenuto non perchè gli scrittori, tenendo conto del confine augusteo, intendessero riferirsi ora al porto ora alla città, come hanno affermato alcuni (45) difatti Stazio e Giovenale chiamano liguri i marmi lunensi estratti e caricati a sud della Magra (46), non perchè ci troviamo dinanzi a infiltrazioni etniche, o al ricordo di antiche successive conquiste. L’oscillazione probabilmente è una conseguenza di spostamenti amministrativi: la regione, ligure all’epoca della conquista romana, appartenne poi alla Gallia Cisalpina insieme a tutto il territorio ligure e divenne etrusca in seguito alla nuova divisione fatta da Augusto. Quando questi trasportò il confine della VII regione dall’Arno alla Magra e riunì all’Etruria un territorio etnicamente ligure, questo poté esser considerato ligure se lo scrittore si riferiva allo stato di cose precedente la divisione augustea, etrusco se considerava il nuovo confine amministrativo (47). Non possiamo quindi trarre nessuna deduzione topografica riguardo al porto da queste affermazioni di ligusticità della zona lunense: possiamo però affermare con sicurezza che, quando gli antichi parlano rispetto a Luna di territorio etrusco, intendono riferirsi alla regione a sud della Magra.

Abbiamo varie descrizioni del portus Lunae: la più dettagliata è quella lasciataci da Strabone. Questi, terminata la descrizione della Liguria, parla in generale dei Tirreni, dà in stadi la lunghezza della costa etrusca e, finita la parte generale sull’Etruria, comincia a descriverne le città costiere: Τούτων δ᾽ ἡ μὲν Λούνα πόλις ἐστὶ καὶ λιμήν, καλοῦσι δ’οἱ Ἕλληνες Σελήνης λιμένα καὶ πόλιν. Ἡ μὲν οὖν πόλις οὐ μεγάλη, ὁ δὲ λιμὴν μέγιστός τε καὶ κάλλιστος, ἐν αὐτῷ περιέχων πλείους λιμένας, ἀγχιβαθεῖς πάντας, οἷον ἂν γένοιτο όρμητήριον θαλαττοκρατησάντων ἀνθρώπων τοσαύτης μὲν θαλάττης τοσοῦτον δὲ χρόνον.

Περικλείεται δ’ο λιμὴν ὄρεσιν ὑψελοῖς, ἀφ᾿ ὧν τὰ πελάγη κατοπτεύεται καὶ ἡ Σαρδὼ καὶ τῆς ἠμόνος εκατέρωθεν πολὺ μέρος. Μέταλλα δὲ λίθου λευκού τε καὶ ποικίλου γλαυκίζοντος τοσαῦτά τ’ ἐστὶ καὶ τηλικαῦτα, μονολίθους ἐκδιδόντα πλάκας καὶ στύλους, ὥστε τὰ πλεῖστα τῶν ἐκπρεπῶν ἔργων τῶν ἐν τῇ Ῥώμῃ καὶ ταῖς ἄλλαις πόλεσιν ἐντεῦθεν ἔχειν τὴν χορηγίαν καὶ γὰρ εὐεξάγωγός ἐστιν ἡ λίθος, τῶν μετάλλων ὑπερκειμένων τῆς θαλάττης πλησίον, ἐκ δὲ τῆς θαλάττης διαδε χομένου τοῦ Τιβέριος τὴν κομιδήν· καὶ τὴν ξυλείαν τὴν εἰς τὰς οἰκοδομὰς σελμάτων εὐθυτάτων καὶ εὐμηκεστάτων ἡ Τυρρηνία χορηγεῖ τὴν πλείστην, τῷ ποταμῷ κατάγουσα ἐκ τῶν ὀρῶν εὐθύς. Μεταξὺ δὲ Λούνης καὶ Πίσης ὁ Μάκρης ἐστὶ χωρίον, ᾧ πέρατι τῆς Τυρρηνίας καὶ τῆς Λιγυστικῆς κέχρηνται τῶν συγγρα φέων πολλοί. (V, II,,5).

Si è detto: la descrizione del porto è esattissima per il G. della Spezia, circondato da alti monti, non lo è affatto per un porto alla foce della Magra; dunque Strabone parla del G. della Spezia (48). Ma si dimentica che il porto alla foce della Magra è interrato e che non sappiamo come fosse in epoca romana: poteva essere μέγιστος ο κάλλιστος; poteva giustificare le affermazioni di Strabone, l’entusiasmo di Ennio e di Persio, anche perchè l’antichità, come il medioevo, aveva idee molto differenti dalle nostre in fatto di approdi. Del resto, perchè voler fare Strabone infallibile? Se l’«ipse dixit a suo riguardo è durato fino al secolo scorso, non vi è ragione, dopo gli ultimi studi (49), di continuare in una cieca ammirazione altrettanto giustificata quanto quella che il Medioevo ebbe per Aristotele. D’altra parte, Strabone non ha mai veduto Luna. Egli, orgoglioso dei suoi viaggi considerevoli per l’epoca, quando ha veduto una località lo fa capire (50), eppure non afferma mai di aver visto il portus Lunae. Mancano anche quella vivacità, quei dettagli minuziosi che caratterizzano, per esempio, la descrizione di Populonia o della costa campana (51). Egli si limita a riferirci quello che ha saputo da altri; niente di strano quindi se ha errori, incertezze, contaminazioni. E proprio per una località vicina, Pisa, non possiamo ammettere la novelletta sull’incontro dell’Auser con l’Arno.

Ma esaminiamo attentamente il passo in questione: il testo è guasto in parte (52); probabilmente falso o per lo meno esagerato è quello che riguarda Ι’δρμητήριον etrusco; falso anche che dai monti che circondano il porto si veda la Sardegna; oscuro e confuso quello che dice sul trasporto del legname. Ma vi sono inesattezze più gravi:  viene spontaneo a chiunque legga il testo di riferire la frase μέταλλα δὲ λίθου ecc. al periodo che precede, cioè agli alti monti che circondano il porto, affermazione inesatta se poniamo il portus Lunae nel G. della Spezia, più esatta invece se si tratta della foce della Magra, perché i marmi si estraevano allora, come ora, dai monti di Carra (53). Rimane la frase “un porto che racchiude in se altri porti e tutti si addentrano profondamente, la sola in tutta la descrizione che sembri riferirsi al golfo della Spezia. Ma non è escluso che Strabone alluda alle piccole insenature lungo la catena del Caprione e soprattutto al porto di Ameglia, che i documenti medievali ricordano spesso, collegandolo strettamente al porto di Luna (54), e che ancora nel 1422 era considerato dai Fiorentini «locus peropportunus quia dominatur fauci dicti Macre et totum fluvius nobis conser-vat” (55). Forse, anche, Strabone ha fuso insieme e contaminato, come gli è successo altre volte (56), la descrizione della foce della Magra con quella del vicino golfo. Quanto all’espressione: Πόλις ἐστὶ καὶ λιμήν non significa, some si è voluto credere, che porto e città siano almeno a otto chilometri di distanza l’uno dall’altra (in linea retta attraverso i monti, ma a circa venticinque se si pone il portus Lunae a Porto Venere), ma è solo un modo di dire assai abituale per esprimere che quella città ha un porto (57). Infine Strabone paria del porto di Luna nella descrizione dell’Etruria, non in quella della Liguria, alla quale avrebbe appartenuto il G. della Spezia.

Persio descrive il portus Lunae, ma parla di un solo lato roccioso e di una spiaggia estesa (58) e questo è più esatto per la foce della Magra che per il G. della Spezia; Silio Italico (59) parla del porto, ma in modo vago e generico ed afferma solo che è grande; Plinio, come Strabone, lo pone insieme alla città in Etruria (60); l’Itinerarium Maritimum dà il fiume come unico porto di Luna (67) e lo considera un porto, non un semplice approdo, perchè non aggiunge, come ad es. per l’Arnine, l’Alminia, l’Alma, “habet positionem », e, nel G. della Spezia, come i portolani medievali, conosce il solo approdo di Porto Venere (62). La Tabula Peutingeriana, itinerario stradale, naturalmente non segna il porto, ma, se questo era il G. della Spezia ed era così importante, come mai non dà, come ad es. per Portus Herculis, la diramazione della Via Aemilia che doveva certamente condurvi?

Livio ricorda varie volte il portus Lunae e sempre lo collega strettamente alla città o al fiume. La prima volta (195 av. C.), la flotta del console M. Porcio, arrivata ad “ Lunae portum 2 riparte “ab Luna “(63); la seconda volta (186 av. C.) il Senato “censuit mittendum qui ad Lunae portum C. Calpurnium praetorem consequeretur quarto die qui missus erat Lunam venit: paucis ante diebus Calpurnius profectus erat “(XXXIX, 12). I due passi sono semplicissimi se si ammette il porto contiguo alla città, mentre i sostenitori di un portus Lunae G. della Spezia sono costretti a ragionare così: Livio ogni volta che parla di Luna sottointende la parola portus, perchè Calpurnio si trovava nel golfo e il messo non poteva andarlo a cercare in città» (64). Una terza volta Livio ricorda il porto: «Sempronius a Pisis profectus in Apuanos Ligures vastando agros urendoque vicos et castella co-rum aperuit saltum usque ad fluvium Macram et Lunae portum “ (XXXIX, 32). E qui, se si vuole intendere il G. della Spezia, ne vien fuori un controsenso perchè Sempronio, avanzando lungo la costa, o arrivò alla Magra, o fino al golfo, perchè un termine esclude l’altro e arrivare al G. della Spezia significava già non considerare più la Magra come limite, ma averla oltrepassata di vari chilometri; se invece il console risalì la valle del Serchio, seguendo quella via di cui altrove credo di avere dimostrata l’esistenza (65), allora raggiunse la Magra e ne segui il corso fino alla foce, cioè fino al portus Lunae (66). In ambedue i casi il testo, quando non sia forzato, dà la foce del fiume come porto lunense.

Servio, poi, è più esplicito degli altri, perchè, parlando del marmo lunense, dice che viene dal porto di Luna «qui est in finibus Liguriae atque Etruriae (ad Aen., VIII, 720), perciò dalla foce della Magra che segna il confine fra le due regioni per il G. della Spezia avrebbe dovuto dire « qui est in Liguria ».

I testi antichi, dunque, pongono tutti il porto alla foce della Magra, eccetto Strabone, ma solo per un particolare della sua descrizione nel resto, come abbiamo visto, sembra indicare piuttosto il porto fluviale; quindi, di fronte all’affermazione quasi concorde delle fonti, dobbiamo ammettere che, trattandosi di un luogo che il geografo di Amasea non ha mai visto, la sua descrizione è inesatta.

Il Pareti (67) ha studiato con cura i dati archeologici (68) che possono far credere Luna una città marinara sono dati assai deboli e inconcludenti, perchè è difficile poter dimostrare archeologicamente che una città ha avuto un porto se non ci sono avanzi di opere portuarie (69).

Ma, si dice, un buon ancoraggio alla foce della Magra non poteva esistere dato il regime torrenziale del fiume, confermato per l’antichità da Lucano (Phars., II, 426-27). L’affermazione di Lucano deve essere accettata con benefizio d’inventario, perchè un poeta non ha alcun obbligo di esattezza: niente ci dimostra che realmente il fiume non fosse navigabile in epoca romana, dato che ancora nel medioevo le navi ne risalivano il corso (70). La foce era praticabile non solo per navi piccole, ma anche per navi a due alberi (71). Ma probabilmente non c’era nemmeno bisogno di risalire la Magra per arrivare a Luna: probabilmente il fiume si gettava in un ampio golfo su cui sorgeva la città, golfo che a poco a poco si è interrato per l’avanzamento delle sabbie, come ha fatto, lungo il littorale toscano, il lago Prile, colmato dall’Ombrone. Si è affermato che in epoca romana Luna era distante dal mare (72), ma senza nessun fondamento, anzi tutti i testi antichi provano il contrario (73). Che il mare nell’antichità fosse molto più vicino al monti è dimostrato forse anche dalle fiocine del ripostiglio di Pariana nelle gole al di sopra di Massa, sul fiume Frigido, fiocine che non poterono esservi poste che da un popolo pescatore. Che nel medioevo, poi, Luna avesse il porto contiguo alla città è dimostrato da numerosi documenti medievali che furono riuniti dal Pareti (74).

Ma anche senza l’ipotesi di un golfo che la Magra avrebbe gradualmente riempito, il portus Lunae può essere stato unicamente l’ampia foce del fiume. Anche in questo non dobbiamo giudicare con le nostre idee moderne influenzate dalle cambiate condizioni di navigazione. In epoca preclassica e classica – specialmente in Italia – i porti alla foce di fiumi a regime ancora più impetuoso della Magra sono frequenti: Agrigento ha il porto alle foci dell’Hypsas e dell’Akragas riuniti, mentre l’attuale Porto Empedocle è un borgo medioevale; Alba Docilia lo ha alla foce del Sansobbia; Pisa dell’Arno; Ostia alla foce del Tevere; Tarquinii ha l’ ἐπίνειον alla foce del Marta; Seli-nunte ha uno dei due porti alla foce del fiume omonimo; ecc. A Megara, ci dice Strabone (VI, 2, 2), i fiumi che scendevano dall’Etna formavano buoni porti all’imboccatura; lo stesso Strabone (VI, 3, 9) ci fa sapere che il porto commerciale dei Canusini è sull’Aufido. I Romani, poi, avevano una speciale simpatia per i porti fluviali, simpatia che fu forse effetto di necessità imposte dalla configurazione delle coste italiane: alcune delle loro più grandi costruzioni portuali Forum Julium, Terracina, Narbonna, Efeso, Seleucia, Ravenna sono alla foce di un fiume.

                                                


Benchè la tradizione antica sia in grande maggioranza favorevole al porto sulla Magra ed i dati di fatto non vi si oppongano, i sostenitori della tesi G. della Spezia  = portus Lunas concedono che Luna avesse un porto alla foce del fiume, porto che la rese nell’epoca imperiale uno degli empori più importanti, ma non rinunziano al golfo della Spezia, ampio e sicuro, che secondo loro sarebbe rimasto d’importanza esclusivamente militare (75). Ebbene, ammettiamo momentaneamente che abbiano ragione ed esaminiamo i dati storici ed archeologici per vedere se l’affermazione è sostenibile e in qual modo gli antichi abbiano considerato il G. della Spezia,

Ma, per prima cosa, è necessario spiegarsi. Quando si dice che il portus Lunae è il G. della Spezia, s’intende parlare di tutto il golfo, oppure di un determinato punto di esso? Le affermazioni degli studiosi a questo proposito sono spesso un poco vaghe e contradittorie, perchè si parla di tutto il golfo e al tempo stesso di Portovenere, del Varignano, delle Grazie, ecc. Generalmente, però, s’intende alludere a tutto il golfo, ma si pone a Portovenere il punto di appoggio delle navi, il luogo di rifornimento, oppure si considera come portus Lunae il gruppo di insenature che formano il lato ovest del golfo.

Esaminiamo attentamente le varie affermazioni e per prima quella che il portus Lunae sia l’attuale G. della Spezia nel suo insieme, da Portovenere al C. Corvo. In questa identificazione in genere in tutte i moderni partono da questa idea: era impossibile che gli antichi non avessero apprezzato il bellissimo golfo; si proiettano, cioè, erroneamente nel passato qui come in tante altre ricerche di topografia antica (76), le condizioni moderne. E, invece, la cosa era possibile; gli antichi vi conoscevano solo, per quel che sappiamo, un approdo determinato, Portovenere, ricordato nell’Itinerarium Maritimum dopo il porto di Luna (77).

Il G. della Spezia nel suo insieme era troppo esteso, era un sinus, non un portus; aveva un’imboccatura troppo larga e battuta dai venti per essere apprezzato nell’antichità (78). Per renderlo adoperabile era necessario limitarlo con dei moli, che Romani non possono assolutamente aver costruito quando serviva loro di ὀρμητήριον nelle guerre contro i Liguri o contro la Spagna, perchè un’opera grandiosa come quella (79) non poteva essere condotta a termine in un paese appena conquistato, con comunicazioni ancora malsicure e con la minaccia continua di un assalto da parte dei Liguri. Inoltre è dimostrato che questi grandiosi lavori portuali cominciano solo in epoca augustea (80): sotto la repubblica cioè quando il G. della Spezia dovrebbe essere stato più in uso (81) Roma si contenta di approdi naturali. E, senza i moli che ne restringessero la bocca, il golfo non poteva essere quella base sicura su cui insistono i moderni e di cui Roma aveva bisogno nelle lotte contro i Liguri e per le spedizioni contro gli Iberi e i Galli. Ma anche con i moli Strabone lo avrebbe considerato un porto difettoso, perchè quando parla del Lucrino obietta che oppone alla tempesta una fronte più larga di un miglio (82), e del porto di Taranto dice che data la sua apertura non è tranquillo (IV, 3, 6).

L’antichità aveva sui porti idee differenti dalle nostre, perchè differenti erano le condizioni di navigazione. Un porto doveva essere sicuro contro i venti ed esposto in modo che entrata e uscita si effettuassero senza pericolo, non troppo profondo perchè le grandi profondità erano inutili: bastavano dei fondi medi, oggi insufficienti. Gli antichi badavano invece molto alla natura del fondo, temevano le rocce, dove era difficile strappare l’ancora, e apprezzavano le rive sabbiose sulle quali le navi potevano essere tirate a spiaggia. Del resto se si guarda Creta e le Cicladi cioè una zona ricca di porti nell’età classica la vita si concentra dove il porto manca o quasi: Phylakopi, Cnosso, Festo, Mochlos, Troia non hanno porto o lo hanno insufficiente. Queste condizioni primitive valgono per i Liguri, le cui navi non erano più evolute di quelle dell’età omerica: tombe e necropoli lungo la costa sono generalmente alla foce di un fiume che, serviva di approdo (83). Le insenature profonde non erano apprezzate: l’attuale rada di Tobruk era sconosciuta; il porto militare di Tolone non fu adoperato; Brindisi, che avrebbe dovuto cere il punto di approdo dei coloni greci che venivano in Italia, servi in origine solo per la navigazione locale, come dimostra il nome messapico; le bocche di Cattaro erano cosi poco note che, ai tempi di Plinio, si credevano ancora la foce di un fiume (N. H., III, 43-4); il porto di Panormo, il migliore della Sicilia, secondo Diodoro, era un’insenatura profonda ed angusta.

Del resto anche il medioevo, erede in questo della tradizione romana e continuatore del metodo di navigazione degli antichi, considera sufficienti degli approdi meno vasti (84). Per lui il G. della Spezia è troppo grande, è un golfo, un mare al quale non si dà nome e quando gli studiosi ripetono che l’antico portus Lunae si chiamò nel medioevo Portus Veneris, nome che diverrà poi Golfo della Spezia, fanno completamente astrazione da tutta la tradizione medievale, che non gli ha mai dato questo nome, ma ha chiamato Portovenere solo l’approdo naturale all’estremità nord. I documenti a questo riguardo sono così abbondanti che c’è solo la difficoltà della scelta.

  1. 594 – Lettera del Papa Gregorio I a Venanzio, vescovo di Luni: “statuimus diaconum et abbatem de Portu Veneris, quem indicas cecidisse, ad sacrum ordinem non debere vel posse ullo modo revocari….. In portu autem Feneris loco lapai diaconi alium qui hoc officium implere debeat ordinabis (Miann, Patrologia Latina”, 77; S. Greg. Magno, Epist., V, 3, p. 723).
  • 594 – Lo stesso a Costanzo, vescovo di Milano: “Jobinum quoque de portu Veneris In quondam diaconum et abbatem suo decrevimus privandum officio “(Id., V, 4, p. 725). ambedue i casi si tratta evidentemente del borgo e non di tutto il golfo. Il Mazzini (85) afferma che Gregorio Magno non allude a Portovenere, ma all’Abbazia di S. Venerio nell’Isola del Tino, e se fosse cosi porto Veneris potrebbe forse essere inteso come G. della Spezia in generale, ma il Falco (86) ha dimostrato, sulla scorta dei documenti stessi dell’Abbazia, che questa sorge dopo il 1050. Quindi si tratta del piccolo centro di Portovenere.

  Metà sec. XI –  Il geografo arabo Edrisi identifica Portovenere con il borgo e il suo porto “da Genova a Porto Venere settanta miglia. Porto Venere è fortilizio ragguardevole, abitato e difeso” (87).

  1. 1139 Grimaldo da Vezzano vende parte del territorio di Portovenere (Hitt, Patr. Mon., Liber Jurium, I, doc. LVI, col. 64).
  1.  1149 Bolla di Eugenio III a Gottifredo II, vescovi di Luni, in cui si ricorda la “ecclesiam S. Petri de portu Veneris “(Codice Pelav., Regesto, n. 1, p. 3). E quella che esiste ancora a Portovenore.
  1.  1152 “Homines abitatores in burgo et castro portus Veneris ….. non dent de terra que est ultra ecclesiam nisi solummodo quartum (“Hist. Patr Mon., Liber Jurium, I, doc. CLXXXIII, col. 164).
  1. 1166 “Omnibus hominibus de vestro districtu qui sunt a porta Veneris usque Naulam (Noli) veram pacem et securitatem….” (Hist. Patr. Mon., Chartarum, II, doc. 1517, col. 897). Il documento che dà i limitá estremi dei possessi genovesi deve necessariamente alludere al Castello di Portovenere perchè nel 1166 Genova possedeva solo quello nel Golfo della Spezia.

Il Petrarca nell’Itinerarium Syriacum dice: “nomine Veneris insignem portum, securum ventorum omnium », che non si può riferire al Golfo della Spezia, troppo esteso per essere sicuro da tutti i venti. Egli aggiunge, è vero, anche” et omnium quae sub caelo sunt, classium capacem », che parrebbe ri-ferirsi al G. della Spezia, ma seguita poi “nostrum prope Erycem”. Ora Lerici è nel golfo, e prope è errato se portus Veneris si riferisce a tutto il golfo, esatto se messo in relazione con Portovenere. In una lettera scritta da Valchiusa a Lello di Pictro Stefano, il Petrarca parla ugualmente di Portovenere e di Lerici come di due località differenti e non subordinate l’una all’altra; un confronto con l’Africa:

“ Insula iam Venerique placens a litore portus

Exoritur, contraque sedet fortissimus Erix… »

non fa altro che confermare quello che ho asserito. L’” omnium classem capacem “ dimostra soltanto che gli antichi avevano sulla vastità dei porti idee differenti da quelle moderne e rafforza nella opinione che Persio ed Ennio potevano ammirare anche un porto molto più piccolo del G. della Spezia e che il “quo non spatiosor alter” di Silvio Italico deve essere inteso nello stesso senso della frase del Petrarca.

Due soli documenti potrebbero a prima vista far credere che la denominazione di Portovenere si estendeva a tutto il golfo:

  1. 1050, πον. 30 –  <Ecclesia beati sancti uenerj et sancte marie matris xristi (la chiesa dell’Abbazia di S. Venerio nell’isolotto del Tino all’ingresso del G. della Spezia) qui est posita et edificata in loco ubi dicitur tiro et est circumdato ab omnibus parte mare prope portus que nuncupatur venerji “(FALCO G., Le Carte del Monast. di S. Venerio del Tino, I, (1050-1200), Bibl. Soc. Stor, Subalpina, XCI, doc. I, p. 1).
  2.  1077 “Monasterium sancte mario et sancti veneri qui est constructum in mare prope portuueneris locus ubi dicitur tjrus” (Idem, doc. XXIV, p. 31).

Ma prope si può riferire tanto al golfo quanto al porto e niente ci assicura che si riferisca al primo piuttosto che al secondo, anzi un confronto con tutte le altre carte ci fa affermare il contrario. Del resto, se si trattasse del G. della Spezia, i due documenti per essere esatti non dovrebbero adoperare prope, ma piuttosto “ad faucem portus veneris >> o meglio « in portu veneris ».

Non solo durante il medioevo il nome di Portovenere vien limitato al borgo e al porto comprati dai Genovesi, ma si può dimostrare che il golfo nel suo insieme non ha nome, ma viene chiamato “mare » o « golfo » senza specificare. Interessanti da questo punto di vista sono le carte del Monastero di S. Venerio del Tino (l’isolotto del Tino all’ingresso del golfo della Spezia): nel sec. XI l’isola, che si chiamava allora Tiro, viene indicata in quelle carte come situata nel mare, mai nel golfo.

  1. 1051, dic. 27  – “Ecclesia sancti venerji que est posita in loco isola infra mare locus que dicitur tiro” (FALCO, Le Carte del Mon, di San Venerio del Tino, I, (1050-1200), Bibl. Soc. St. Subalpina, vol. XCI Corpus Chart, Italiae, vol. LXIII, doc. III, p. 4).
  2. 1060  – “ Monestorjo beati sanctj venerji quod est constructo et edificato in jnsula illa mare sito loco qui dicitur tiro maior “(Lo stesso, doc. XVI, p. 20).
  3. 1072, marzo 17-“ Monesterjo sancti venerj quod est constructum infra mare in monte stiria “(Lo stesso, doc, XXII, p. 28)
  4.  1080, “febb. 29 –  Monasterio sancti veneril, quod est constructum in insula maris loco ubi dicitar tiros (Lo stesso, doc, XXVI, p. 33) (89).

Dalle carte nautiche medievali non si ricava molto sotto questo punto di vista, perchè i nomi non sono scritti con sufficiente esattezza da far capire se l’indicazione << Portus Veneris” si riferisce a tutto il golfo o a una sola delle insenature (90).

Anche i portolani medievali ignorano il G. della Spezia come approdo di navi o rifugio in caso di tempesta, Quelli che risalgono ad una redazione più antica lo chiamano golfo in generale (91); e lo danno come uno dei segni di riconoscimento, quello verso tramontana, del porto di Portovenere: « La conoscenza di Porto Veneri e una montagna e tonda di ver mare e di sopra e piana e vi un golfo grande che va dentro VI miglia per tramontana e da ponente a porto veneri e un cavo tagliato alla marina che a una chiesa suso chessi chiama sancto antonio del mischio ». In epoca posteriore si rammenta il golfo, ma gli si dà un’importanza molto inferiore di quella di Porto Venere e si considera più come una incavatura della costa che come approdo (02). Il secondo dei portolani contenuti nel Cod. Magliab., XIII, 72 (93) dà anche i limiti di quello che allora era considerato come « Golfo della Spezia », che cominciava passato il seno della Castagna e terminava prima di Lerici. Al foglio 48 v., dopo una lunga e minuziosa descrizione di Portovenere, del modo di approdarvi e dei suoi segni di riconoscimento, aggiunge: «da porto veneri al chapo del corbo a 10 m. e dentro dal detto capo diverso ponente a lo gholfo della spezie e un porto che a nome lerici » (94).

Nel medioevo, dunque, il golfo non era conosciuto nel suo insieme perchè le condizioni della marina mercantile e da guerra richiedevano, come in epoca romana, porti meno esposti ai venti e con apertura più stretta. L’intero golfo era allora meno importante dei due porti all’imboccatura, Portovenere e Lerici, di Portovenere soprattutto “securum ventorum omnium». Difatti Genova lavora alacremente nel sec. XII° per occupare stabilmente Portovenere, vi costruisce un castello, lotta contro i Pisani che vorrebbero riconquistarlo, ma aspetta al 1276 per acquistare da Niccolò di Tedice Fieschi il piccolo borgo della Spezia, che continua tuttavia a non avere importanza. Lo prova il fatto che dal principio della dominazione genovese fin al 1443 la giustizia fu amministrata da un podestà il quale non risiedeva alla Spezia ma a Car-pena, segno che i genovesi non attribuivano nessun valore speciale al loro nuovo possesso. Lo provano le carte nautiche, di cui le più antiche danno come approdo solo Portovenere (fig. 13 a, b) (95); le più recenti segnano anche il G. Specia, o de Speza, o la Spetie (fig. 13 c) (96), ma in inchiostro nero, mentre Portovenere, come località più importante, è segnata in rosso. Solo più tardi, nelle carte del XV sec., troveremo che i due approdi vengono ad avere uguale importanza (fig. 13 d) (97).

II G. della Spezia, considerato come un unico porto, è conquista moderna, dovuta alle cambiate dimensioni delle navi, alle differenti condizioni in cui si veniva a trovare la marina da guerra. Infatti se l’antichità avesse dato un unico nome a tutto il golfo, da Portovenere al C. Corvo, anche il medioevo avrebbe continuato a considerarlo come un tutto unico. Ma  – come nel medioevo – gli antichi vi hanno visto soltanto un insieme di approdi più o meno grandi, più o meno buoni, ed hanno serbato la loro ammirazione non per il golfo – adatto soltanto per le nostre moderne corazzate – ma per il porto alla foce della Magra, che meglio si confaceva alle condizioni della loro marina.

Ma, se il G. della Spezia nel suo insieme è inammissibile per un porto antico, il portus Lunae poteva essere, come hanno affermato alcuni, a Portovenere. In questo caso, però, il principale argomento per identificare il porto di Luna con il G. della Spezia, cade, perchè vengono a mancare i piccoli porti che si addentrano profondamente (ἀγχιβαθεῖς), viene a mancare il porto μέγιστος καὶ κάλλιστος, perchè tornerebbe ad avere le dimensioni ordinarie di tanti altri. Ma vi è anche un’altra fortissima prova contraria: alla fine del XII sec. non si credeva che Portovenere fosse il porto lunense, perchè nel 1161 viene sottratto alla giurisdizione del vescovo di Luni e aggregato alla diocesi genovese (cfr. Ughelli, Italia Sacra, IV, 867) mentre in un privilegio di Federigo I del 1183 si conferma a Pietro, vescovo di Luni, il possesso del portus Lunensis (idem, I, 848). Dunque, neppure Portus Veneris è il portus Lunensis.

Si potrebbe obiettare che queste dimostrazioni valgono solo per il medioevo, non per l’antichità. Ma già l’antichità – lo prova l’Itinerarium Maritinum -ricorda Portovenere con questo nome, che è di sicura origine pagana e senza nessun rapporto, come alcuni hanno creduto, con quel S. Venerio (98), di cui il corpo si trova nell’Is. del Tino, o Tiro. Nè Portovenere ebbe in età romana grande importanza, perchè i ritrovamenti sono quasi nulli e-argomento assai più forte –  non fu mai sede di pieve (99). Del resto non abbiamo nessuna pieve antica lungo tutta la costa del golfo, segno che al momento della formazione diocesana non vi era là nessun centro importante.

Del resto, per qual ragione, senza nessun plausibile motivo, il nome di portus Lunae sarebbe passato alla foce della Magra ed il porto fino allora chiamato con questo nome lo avrebbe cambiato in Portus Veneris? Sarebbe uno scambio di nome tutt’altro che usuale, perchè un toponimo può allargare il suo significato (è il caso del G. della Spezia, i cui limiti erano nel medioevo assai più ristretti) o restringerlo, ma non si sposta generalmente da un luogo all’altro.

Inoltre l’ipotesi portus Lunae = Portus Veneris è resa improbabile da un altro fatto come avrebbero i Romani potuto mantenere la flotta a Portovenere, mentre i Liguri erano ancora padroni della regione ed avrebbero facilmente potuto dai monti che circondano completamente l’insenatura tendere insidie e imboscate? E questo vale anche per i seni vicini del Varignano e delle Grazie in cui alcuni vedono il gruppo di porti straboniano, ipotesi ancora meno probabile di quella che localizzava il portus Lunae in un sol punto del golfo, perchè non vi sarebbe ragione di raggruppare alcune insenature sotto un sol toponimo, escludendone altre che si trovano in eguali condizioni. Il porto alla foce della Magra aveva, è vero, ad ovest i monti ed il centro ligure di Ameglia, ma era almeno sicuro da imboscate sul lato orientale.

Inoltre la distanza fra la città di Luna e Portovenere, o il gruppo di porti del lato ovest del G. della Spezia, è forte circa Km. 30 per terra e 20 per mare e le comunicazioni erano così poco facili, finchè non fu costruito un ponte sulla Magra, da render molto dubbia l’ipotesi che la città possa avere avuto là il suo porto specialmente finchè tutta la regione non fu tranquillizzata e sicura da attacchi liguri e che porto e città abbiano influito sulle rispettive denominazioni.

Ma se le nostre fonti, sì antiche che medievali, non permettono di porre il porto di Luna nel G. della Spezia, vediamo almeno se, archeologicamente, la tesi è sostenibile, se vi sono, cioè, avanzi tali da far credere all’esistenza del famoso navale. Ora, proprio nel golfo i ritrovamenti sono scarsi (100): a Portovenere fu trovata una moneta di Augusto; alle Grazie una di Galba; al Varignano, a Fezzano, a Marola e a Muggiano avanzi di costruzioni di epoca imperiale, pavimenti a mosaico, tegole e anfore di terracotta, monete, sarcofaghi, frammenti di statue, tutti più facilmente riferibili a ville ed abitazioni di età imperiale i dintorni di Luna furono luogo di villeggiatura assai ricercato (101) che non ad opere portuarie. Archeologicamente mente dimostra che a partire dal III sec. av. C. sia esistito un porto importante in uno dei seni del G. della Spezia e tanto meno a Portovenere.

Inoltre, chiunque consideri la questione dal lato del buon senso si accorge che l’ipotesi, la quale localizza nel G. della Spezia il porto di Luna, è inaccettabile. Come mai Luna e il suo porto sono così distanti l’uno dall’altra? Si potrebbe capire che una città su un fiume navigabile dia il suo nome al porto situato sulla foce (è il caso di Pisa e di Lione), si potrebbe a rigore ammetterlo per una città dell’interno nei riguardi del porto sulla costa; mai, ch’io sappia, una città marittima, provvista di porto proprio, ha ricevuto il nome da un porto situato a molti chilometri di distanza, o glielo ha dato. Si tentò di risolverè la questione così: «i Romani chiamarono il golfo portus Lunae perchè questa città, che fu loro colonia, era la più vicina ad esso. Sulle sue rive, poi, non sorgeva nessuna terra di maggior conto da cui potesse prendere il nome » (102). Questa spiegazione è ancora possibile finchè si crede che la colonia romana sia sorta sopra un importante centro ligure o etrusco. Ma Luna etrusca è una favola (103); se un centro ligure è esistito nel luogo dove poi sorse la città, era di una importanza trascurabile, e la colonia romana è sorta nel 177 av. C. su terreno vergine per così dire. Come poteva quindi -se non esisteva dare il nome al porto frequentato, già prima che essa sorgesse, dalle flotte romane? (104). E perchè allora, se il portus Lunae, base navale nelle operazioni militari contro la Liguria, la Spagna e la Gallia era nel G. della Spezia, Roma nel 177 av. C. dedusse la sua colonia alla foce della Magra e non nel golfo? Questa contradizione, per quanto si sia voluto mascherarla, esiste e la sentì già il Promis (105), quando per spiegarla affermò che la città fu edificata prima che gli Etruschi s’impossessassero del golfo, perchè altrimenti l’avrebbero fondata nel golfo stesso. E, difatti, Roma avrebbe dovuto mandare i suoi coloni dove potevano al bisogno servire di difesa alla flotta romana stanziata momentaneamente nel porto o, viceversa, esserne protetti contro un attacco ligure, perchè nel 177 av. C. le guerre contro i Liguri erano tutt’altro che terminate essi dovevano essere ancora degli avversari formidabili se nel 181 av. C. Livio (XL, 18) ci dice che i Massaliotti <« de Ligurum navibus querebantur”, se Plutarco (Paul. Aem., VI) ci fa sapere che in quello stesso anno i pirati liguri si erano resi formidabili fino allo stretto di Gibilterra, se nel 176 av. C. il Senato dà ordine ai due duoviri navali di andare colla flotta a Pisa “qui Ligurum oram, maritimum quoque terrorem admoventes circumvectarentur » (Livio, XLI, 17). E Roma, invece di dedurre la colonia dove ce ne era più bisogno, cioè nel porto base delle sue operazioni navali, la fonda in una località strategicamente assai meno importante, perchè lontana dal porto. E questo era contrario alle sue abitudini: per es., quando si trattò di dedurre una colonia nel golfo di Pozzuoli, il Senato non inviò i cittadini a Cuma, l’antica colonia greca, ma al porto di Pozzuoli, dove cioè s’imperniava la vita commerciale. E gli agrimensori dicono in proposito: “saepe enim propter portum colonia ad mare ponitur >>> (180, 10).

Ma, non contenta di questi gravi errori, Roma ne aggiunge un altro anche quello contrario alle sue abitudini e fa passare la via Aurelia, così importante per tenersi in comunicazione con la flotta, lontano dal golfo. Difatti questa arteria, che è del 109 av. C., epoca in cui il portus Lunae era ancora in piena efficenza, uscendo da Luna evita la costa, si addentra nell’interno e ridiscende al mare soltanto a Moneglia (v. a p. 88 sgg.). E la città, non il porto, diventa il punto in cui s’incontrano varie arterie importanti. Anche questo fatto sembrerebbe dimostrare che il G. della Spezia non aveva quella importanza che si è voluto attribuirgli.

Inoltre, per quanto cervellotica ed arbitraria si debba immaginare la divisione amministrativa augustea, è impossibile che essa abbia deliberatamente separato la città dal suo porto. E anche i grandi porti dell’antichità, i centri. commerciali diventano i primi focolai del Cristianesimo sorgente e sono eretti in diocesi. Cosi avvenne a Ravenna, a Genova ecc. Come mai il vescovato si impianta nella città, non nel golfo, dove non troviamo nemmeno una pieve ad indicarci una vita più intensa?

Un’ultima obiezione: a che serviva questo bellissimo porto di Luna se realmente era nel golfo della Spezia? Coloro che conoscono bene la regione sono i primi ad ammettere che il commercio lunense non poteva esercitarsi nel golfo, ma doveva assolutamente esser concentrato nel porto alla foce della Magra. E allora è più ragionevole riconoscere che il porto commerciale, di cui ci confermano l’esistenza i documenti medievali, e il porto, che servì occasionalmente di base militare, sono una stessa cosa e che proprio là, alla foce della Magra, a protezione di questo punto di appoggio navale importante nelle imprese guerresche del momento e soprattutto nella lotta contro i Liguri, Roma dedusse nel 177 av. C. una colonia di duemila cittadini.

L’identificazione del portus Lunae con il G. della Spezia è una tarda ipotesi erudita sorta in epoca umanistica. Il primo a stabilire questa identità fu Giacomo Bracelli nella sua Descriptio Liguriae, lettera del 1 aprile 1448, alla quale attinge Flavio Biondo nella Italia Illustrata (106). Mai prima di allora gli scrittori che parlano del golfo accennano a questa identità, nè Ursone da Sestri, nè Dante, che pure visse nella Lunigiana, nè Ciriaco Anconitano, nè il Petrarca, così imbevuti di ricordi classici. Eppure quest’ultimo ricorda varie volte l’attuale golfo, ma nè nell’Itinerarium Syriacum, nè nell’Africa, nè nelle Lettere Familiari accenna mai ad una identificazione, che a lui, umanista, doveva sorridere, perchè ai suoi tempi nessuno sapeva che il golfo fosse il Portus Lunae. Ma questa ipotesi, sorta quando del Portus Lunae non esisteva più nemmeno il ricordo e non poteva sorgere prima ha avuto una fortuna insperata, la fortuna che hanno avuto per es. le leggende sulla Roma dei re.

VIE ROMANE E PREROMANE

Stabilire con una certa approssimazione il percorso delle antiche vie del territorio lunense (107) è tutt’altro che facile e già altrove ho accennato ai forti spostamenti avvenuti nella rete stradale della regione (108). Nulla sappiamo dalle fonti sulle condizioni di viabilità avanti la conquista romana, ma anche se per induzione possiamo giungere a ricostruire in alcuni casi qualche via di transito data la vita primitiva del popolo ligure, non si può parlare per quell’epoca di strade nel senso moderno della parola: si avevano sentieri battuti probabilmente impraticabili, specialmente nelle valli, durante la stagione delle piogge. I Romani, quando conquistarono la regione, vi costruirono ex-novo le strade, sia servendosi di sentieri preesistenti, sia tagliando nuove vie per sovvenire ai nuovi bisogni. Ma anche per l’epoca romana abbiamo indicazioni scarse, difficilmente controllabili. Di qui il lavoro di fantasia di tanti moderni studiosi troppo influenzati dalle grandi carrozzabili moderne.

La Tabula Peutingeriana (fig. 11) ha tre strade che partono da Luna: la via Aurelia o Aemilia Scauri proveniente da Fossae Papirianae e Taberna Frigida e con ogni probabilità, e malgrado l’interruzione, da Pisa; la Luna-Luca, che toccava Forum Clodi; una via interrotta per Boron e In Alpe Pennino, di cui è difficile indovinare se si riunisse alla Aemilia Scauri a Ad Monilia, oppure se continuasse attraverso i monti verso la regione emiliana. Le interruzioni e le omissioni delle distanze tra Luna e Boron e tra Forum Clodi e Luca fan sì che la Tabula non serve nè a determinare con sicurezza l’andamento delle varie strade, nè a tentare sempre un’identificazione più o meno approssimativa delle varie stazioni. Solo in Ad Monilia sembra di poter rintracciare l’odierna Moneglia e in Ad Taberna Frigida una stazione sul. fiume Frigido.

L’Itinerarium Antonini dà pure tre strade partenti da Luni: la Pisa-Luna per Papirianae, la Luna-Genova per Boaceas, Bodetia, Tegulata, Del-phinis; la Luca-Luna, della quale, mancando le stazioni intermedie, non sappiamo se corrisponda, o no, a quella segnata sulla Tabula Peutingeriana. Dà inoltre un dato assai importante, le distanze.

Nell’Anonimo Ravennate si ritrovano tutte le stazioni della Tabula con varie altre intermedie, che non possono assolutamente essere stazioni di una stessa strada, dato che le distanze itinerarie non lo consentono, come dimostra la seguente tabella comparativa:

Perciò credo giusta l’ipotesi del Formentini (109) che vede in queste località, ricordate dall’Anonimo Ravennate ma sconosciute ai geografi classici, dei castelli bizantini e con lui identifico Bibola con il medievale castello sull’Aulella, Rubra con Terrarossa alla confluenza del Taverone con la Magra; Cornelium con Corniglio in Val di Parma; Cebula con la plebs de Ceula delle carte medievali (il Montale di Levanto); Turres con la Turris dei docc. di Bobbio, nei pressi di Borgo Taro. Forse queste località indicano degli itinerari stradali nel senso che località fortificate sorgono solo dove vi sono posizioni strategiche da difendere e soprattutto lungo vie importanti. Ma si tratta in ogni caso di vie bizantine, non di vie romane, e di centri situati su vie differenti.

I testi antichi ci fanno conoscere dunque solo tre vie nella regione lunense. Anche la ricerca delle vie medievali per giungere attraverso ad esse a quelle romane non porta a resultati soddisfacenti, perchè il transito, qui come in altre regioni, per le cambiate condizioni politiche ed economiche subì forti modificazioni in epoca bizantina.

Quando i Romani stabilirono le grandi linee di comunicazione attraverso la regione, naturalmente le fecero convergere direttamente al centro per loro più importante, al caposaldo del loro dominio, a Luna, destinata a sorvegliare e tenere a freno la popolazione indigena. Era di primaria importanza che le comunicazioni tra l’Urbe e la nuova colonia fossero quanto più possibile rapide. Ma nell’alto medioevo Roma, pur rimanendo il centro religioso, perde la sua importanza politica che passa invece a Ravenna:  si sviluppano perciò tutte quelle vie attraverso l’Appennino che collegano la regione con la nuova capitale. Luna rimane bizantina fino al 640 circa, mentre la regione retrostante è in parte probabilmente in mano dei Longobardi; per di più il suo porto comincia ad interrarsi e la zona costiera s’impaluda. Questo porta ad uno spostamento nelle comunicazioni, all’utilizzazione di vie vicinali, di mulattiere, sentieri, ecc. che vengono a prendere un’importanza eguale, o quasi, a quella delle antiche vie romane, le quali si spostano, o si dimenticano. Nascono allora, o per dir meglio acquistano importanza, per es., le due vie pubbliche ricordate in un patto del 1153, che vanno ambedue da Pontremoli a Genova, una direttamente, l’altra lungo il corso della Magra (110). Per la stessa ragione, dopo un nuovo rifiorimento in epoca bizantina, cade in desuetudine la Placentia-Luca (111), mentre la Luna-Pisae si sposta verso Sarzana e le falde dei monti. Questi cambiamenti rendono estremamente difficile stabilire con esattezza quale delle vie pubbliche » o «strate ricordate dai documenti coincida con la strada romana, tanto più che mancano spesso anche i mezzi per seguire la via medievale in tutto il suo percorso. Le indica-zioni dei documenti devono quindi essere accettate cum granu salis e vagliate attentamente. Soprattutto bisognerà vedere lungo quali di esse sono scaglionate le antiche pievi che al momento in cui furono costituite ebbero certamente la loro sede non in casolari sperduti, ma nei centri più fiorenti, centri che con ogni probabilità si trovavano sulla strada romana che favorì il loro sviluppo.

In sussidio dei dati medievali i ritrovamenti archeologici permettono di vagliare le notizie che i documenti ci forniscono perchè, essendo i resti di aggruppamenti umani, si troveranno in genere di preferenza e in maggior numero lungo la via antica sia romana che preromana.

Allo studio delle comunicazioni di una parte del territorio lunense portò  un contributo il Sardi (112): partendo dal presupposto via romana = via medievale, fece lo spoglio dei documenti di archivio lucchesi stabilendo le più importanti vie di comunicazione durante il medioevo. Credo di aver dimostrato praticamente altrove che questo supposto è errato (113); errati sono anche i suoi capisaldi per l’identificazione delle vie romane, perchè certe espressioni come Strata, Migliarino, Migliano, Taberna, Pietra, ecc. spesso non indicano una via romana (114), ma il lavoro rimane utile. Utilissimi sono gli ultimi studi del Formentini sulle comunicazioni bizantine (115).


                                               

VIA AURELIA AEMILIA SCAURI (fig. 14) – Partendo da Pisae (116) il suo percorso differisce da quella dell’odierna strada Nazionale. Il Miller (117) ed il Nissen (118) la fanno passare per Viareggio e Pietrasanta; il Foglio 104 della Carta Archeologica d’Italia (Pisa) ha due vie costiere indipendenti l’una dall’altra: una per Viareggio, che segue la costa, ed alla quale collega il miliario del L. di Porta, un’altra più interna, ad essa parallela, lungo le falde dei monti, sulla quale pone il selciato romano di Montramito.

La via per Viareggio quale la danno il Miller e il Nissen è creazione moderna; quella del Foglio 104 appartiene non alla tarda età imperiale, come immagina l’autore, ma al tardo medioevo. A Viareggio in epoca romana era il mare o, tutt’al più, estese paludi costiere, di modo che il Toniolo suppone che, se gli Etruschi andavano a Luna, dovevano andarvi per via di mare (119).

A quello che ho già detto sopra parlando delle Fossae Papirianae (p. 65 sg.). aggiungo che mancano lungo la costa ritrovamenti archeologici, che la toponomastica è tutta di carattere medievale o moderno e che non esistono antiche pievi. Alla via segnata dal Miller e dal Nissen non saprei poi come ricollegare il selciato romano di Montramito. Il Neppi-Modona, nel Foglio 104, si basa su una carta topografica del 1620 che chiama “ la via per Viareggio Via romana attraverso al bosco”; ma se egli avesse confrontato la carta con dei documenti un poco meno recenti, avrebbe visto che essi parlano sempre non di una strada romana, ma di una “via cararecia », cioè di una via sterrata per il passaggio degli uomini e dei carri. In ogni modo una carta del 1620 è troppo tarda per fare ammettere senz’altro come romana una via da essa segnata: forse l’indicazione «via romana è dovuta allo sfoggio di erudizione antiquaria di uno pseudo-dotto, sfoggio di cui nello stesso XVII sec. abbiamo un altro esempio in una epigrafe di una località poco distante, Bozzano, epigrafe in cui si fa menzione del pago papiriano (120). Eppure il Neppi non si vale di questa per identificare Bozzano con le Fossae Papirianae.

E difficile seguire l’Aemilia all’uscita di Pisa, perchè manca ogni indicazione del suo percorso: pievi e ritrovamenti, generalmente assai fitti lungo le grandi arterie in vicinanza di un centro importante, qui mancano. Nel Medio-evo la via frequentata, cioè la Romea, seguiva la valle del Serchio fino a Lucca, poi per Quiesa, il Salto della Cervia e Pietrasanta raggiungeva Luni o Sarzana. Frequentatissima era anche da Lucca la via per la valle della Freddana e Camaiore.

La via romana avrebbe, secondo gli Itinerari, un percorso indipendente dalla Pisae-Luca. Si dirigeva verso le falde dei monti perchè là troviamo i segni di abitati romani (ritrovamenti archeologici e toponomastica romana) e le antiche pievi. Ma da Pisa ai monti mancano i ritrovamenti e non saprei quindi se seguisse la più diretta via di S. Jacopo, che è quella segnata dal Neppi-Modona nel Foglio 104 (II, SE, 6 bis), o la Via delle Prate, che passa per Cornazzano dove fu scoperto un tardo sepolcreto del IV sec. d. C. (Fo-glio 104, II, NE, 14), o se seguisse la Pisae-Luca fino ai Bagni di S. Giuliano e, traversato l’Auser, che allora scendeva a Pisa, piegasse a sinistra, raggiungendo i monti verso Vecchiano (121). Proseguiva poj lungo le falde dei monti, probabilmente senza i serpeggiamenti della strada moderna, passava per Massaciuccoli, dove sono stati rinvenuti importanti resti romani (122), e dove forse si potrebbero riconoscere le Fossae Papirianae (v. a p. 66); proseguiva per Massarosa fin verso Montramito. Qui in località Camporomano è un avanzo dell’antico selciato. Toccava Conca, passava sotto a Stiava dove abbiamo avanzi romani, e a Capezzano lasciava alla destra Camaiore e raggiungeva i confini della diocesi lunense e il ponte di Strada, come la via Romea, o un poco al di sotto. Non è possibile stabilire in che punto la via romana lasciasse le colline per avvicinarsi alla costa, ma certamente non prima di aver sorpassato la zona paludosa.

Non credo possibili nessuno dei due percorsi proposti dal Sardi (op. cit.): Pieve a Elici-Montegiani-Miglianello-Camaiore, oppure Campo Romano-Corsanico-Pedona-Camaiore, perchè l’Aurelia avrebbe fatto un forte gancio assolutamente inutile ed i ritrovamenti di Camaiore non sono tanto antichi da rendere probabile l’esistenza di un centro importante che si volesse toccare a tutti i costi al momento della costruzione della via (123).

A partire dal Ponte di Strada presso Pietrasanta la via Aemilia si teneva più vicina al mare di quel che non sia ora la moderna carrozzabile e di quel che non fosse nel Medioevo la strada Romea, che per l’impaludamento della regione si era avvicinata ai monti. Dal Ponte di Strada si dirigeva verso il Lago di Porta, dove è stato ritrovato un tratto del lastricato e un colonnino miliare, lastricato e colonnino che appartengono alla via Aemilia e non alla supposta via Romana più vicina alla costa, segnata nel Foglio 104; coincideva colla strada Romea soltanto dopo Montignoso. Un atto del 1324, per stabilire il confine fra il comune di Massa e quello di Montignoso, ricorda una strada vecchia, la più vicina al mare, che si dirige “per oblicum “ verso la strada francisena (124), più vicina ai monti.

La via Aemilia traversava poi il Frigido, probabilmente dove nel 1211 era il pons Martini Ferrari, e toccava l’ultima stazione avanti Luna, Ad Taberna Frigida. Il suo percorso coincide qui, probabilmente, con la strada Romea, se un argumentum ex silentio può provare qualcosa, perchè nelle varie dichiarazioni di confini – così frequenti nelle lotte e controversie fra comune e comune e tanto utili per la determinazione delle strade – non è mai ricordata nessuna “strata vetus>> fra il burgum novum di Avenza ed i monti (125), nè poteva passare sotto Avenza, perchè questa nel XVI secolo era ancora vicinissima al mare (126). Qui si staccava una via che portava alle cave di marmo, probabilmente la via cararecia ricordata in un atto del 1141 (127). Poco dopo Avenza, la Romea e l’Aemilia si separavano di nuovo: la prima toccava l’ospedale di S. Lazzaro e andava poi a Sarzana, la seconda si dirigeva a Luna. Alla Parmignola le due strade erano già distanti l’una dall’altra (128). Uscendo da Luna per la porta ovest si trovano varie tracce dell’Aurelia: anzitutto i sepolcri che la fiancheggiano e che ci danno la direzione parallela al corso della Magra. La troviamo ricordata negli statuti di Castelnuovo Magra, statuti del 1408, ma risalenti ad una redazione del sec. XIII”.

Al Comune vengono assegnati come confini (129) “hinerendo dictis antiquorum: primo ab oriente a Terra Rubea (forse Terra Rossa vicino a S. Caterina) et eundo per canale Sarticule… ad confinem stratae (la Romea) ubi est murus de lapidibus et calce et deinde ad stratam veterem “ (ultimo termine verso il mare). Forse un’altra traccia del suo passaggio si ha in un documento del Codice Pelavicino che ricorda una fontana romana fra la Magra e la strada Romea (130), La via Aemilia torna a coincidere con la Romea non a S. Stefano, come dice il Ferrari (131), ma avanti Sarzana. Lo mostrano gli itinerari dei pellegrini che ricordano Sarzana prima di Luni, seguendo ancora l’antica via romana (132).

Dopo Sarzana l’identificazione della via Aemilia diventa più difficile: le vie pubbliche ricordate nei documenti sono tante che rendono il compito estremamente imbrogliato.

Tra Luna e Genova l’Aemilia poteva o risalire il corso della Magra fino a Caprigliola, traversando il fiume vicino ad Albiano, oppure, come la moderna carrozzabile, traversare la Magra all’uscita da Sarzana e proseguire per Trebbiano, Arcola, S. Venerio, Marinasco, ecc. Il criterio delle pievi non vale perchè se lungo il secondo percorso troviamo quelle di Trebbiano, Arcola, S. Venerio, Marinasco e Colugnola, abbiamo per il primo S. Stefano, Bolano, S. Andrea di Montedivalli. E nemmeno è decisivo il fatto che le carte medievali ricordino una strada che da Sarzana, costeggiando la base dei monti (133), arrivava fin sotto a Caprigliola ed oltre, perchè di li passava la Romea che poteva, o no, coincidere con la via Aemilia.

Il Codice Pelavicino c’informa (134) di una controversia sorta fra Enrico, vescovo di Luni, ed il “commune et homines de Vezzano”, perchè questi raccoglieva il pedaggio in “strata publica que est juxta hospitale de Scognavarano” (135). Nelle testimonianze raccolte si parla di due strade, una da Sarzana verso Monte Rubeo (probabilmente Terrarossa presso S. Caterina, in Val di Magra) (136), e l’altra che va “usque ad confines Madrognani » (137). Su quest’ultima la via della Val di Vara gli uomini di Vezzano derubavano corrieri e mercanti ed il Vescovo si mostra geloso dei suoi diritti: ne possiamo dedurre che era molto frequentata. Dal tenore dell’atto si ricava che non ha importanza minore della Romea.

Su questa via, da Sarzana al confine di Madrignano, sono numerosi i pedaggi, i mercati e le fiere. I Vescovi di Luni avevano diritto al pedaggio di Sarzana, di S. Stefano, di Caprigliola (138); i conti di Lavagna riscuotevano quello di Madrignano (139). Dal protocollo di Ser Saladino da Sarzanello sappiamo che anche a Caprigliola si traghettava la Magra (140). Una vertenza fra il Vescovo di Luni e l’Abate di Bobbio, nel secolo IX, parla di diritti di mercato e di fiera in S. Stefano; il diploma di Ottone II (a. 981) ricorda il “mercatum… in plebe S. Stephani “ (141); uno del 963 fa menzione della “curtem de Ceperana cum mercato et castro” (142), mercato che vien ricordato anche in una pergamena del 1194 (143). A Ceparana inoltre era il monastero di S. Venanzio, segno non dubbio che ci troviamo sopra un’arteria importante.

Sull’altro percorso, Trebbiano-Arcola-S. Venerio, ecc. troviamo, è vero, cinque pievi allineate lungo la Magra, ma queste si spiegano facilmente con la presenza del fiume in parte navigabile, con la vicinanza di Luna, col fatto che quelle colline di facile accesso e fertili dovevano avere una popolazione abbastanza densa anche in epoca romana (144). I numerosi documenti che ho consultato per questa regione non ricordano che delle vie pubbliche d’importanza secondaria. Ve ne è una che, seguendo la riva destra della Magra alla base dei colli, unisce Vezzano ad Ameglia (145); un’altra passava fra Trebbiano ed Ameglia e doveva coincidere con quella che anche oggi porta a Lerici (146); vi è una via “ de sancto martino”, ricordata in un documento del 950 (147), che passa dai confini della parrocchia di Isola e va alla cappella di S. Martino di Durasca. Un’altra via di cui non ho prove documentarie, ma che esisteva certamente, doveva passare per Arcola, Migliarino (dove era l’ospedale di S. Giovanni), la pieve di Marinasco (vicino alla quale un gruppo di case conserva ancora il nome di Stra). Il Mazzini (148) afferma che dopo Marinasco per Riccò si riallacciava alla strada Romea io non ho trovato nessun documento nè favorevole, nè contrario a questa ipotesi, ma mi sembra più probabile che dovesse scendere al golfo e costeggiarlo fino a Portovenere, traversando il ponte romano rinvenuto a Spezia. A nessuna di queste vie nei documenti medievali vien data quella importanza che aveva la strada che andava alla Vara e a Madrignano.

Nel XIII sec. due erano i punti principali in cui si traghettava la Magra, davanti a Trebbiano (149) e a Caprigliola. Però, data l’importanza della via Aemilia, i Romani certamente non si contentarono delle barche, ma costruirono un ponte sul fiume. Ora un ponte a Trebbiano avrebbe necessitato le costruzioni imponenti dell’attuale ponte di S. Ginesio, perchè dalla confluenza con la Vara fino allo sbocco in mare la Magra ha un letto larghissimo, che si estende maggiormente in periodo di piena. I Romani hanno evitato la difficoltà e sono passati più a monte, dove sponde più avvicinate, e soprattutto più stabili, rendevano meno difficile la costruzione. Ad Albiano, vicino a quello moderno, vi sono i resti di un altro ponte, medievale, interrato nella ghiaia del fiume, che ne ricopre quasi completamente gli archi: forse è quello fatto costruire intorno al 1443 da Antonio, rettore di Castiglione; ma già avanti, nell’ottobre 1310, la Signoria di Firenze pregava il Cardinale Pellagrue di dare un’indulgenza per tutti coloro che con elemosine avessero contribuito alla fabbrica del ponte in pietra sulla Magra per comodo dei pellegrini che si recavano a Roma alla tomba dei Santi Apostoli (150). La lettera non dà speciali indicazioni: il Ferretto (151) suppone che sia il ponte costruito nel 1443 dal rettore di Castiglione, ponte che, alla fine del secolo XIII, non era adoperato perchè le carte non parlerebbero del pedaggio da esigere “a trascuntibus…. super scapham seu barcham in et per flumen macre” (152). Tuttavia si può credere che esistesse qui anche il ponte romano, che traversava il fiume dove furono poi quelli medievali e dove è ora quello moderno.

E, infine, in appoggio a questo percorso stradale, abbiamo un dato degli itinerari. Il Boron della Tabula Peutingeriana è generalmente identificato con una località sulla Vara, data la rassomiglianza dei due nomi: ma più concludente è la stazione di Boaceas dell’Itinerarium Antonini, che è la traduzione latina del Bοάκιος ποταμός di Tolemeo (III, 1, 3), cioè la Vara. Non può trattarsi qui che di una stazione su questo fiume; dunque la via Aemilia non scendeva a Spezia, ma risaliva la Magra e continuava poi lungo la Vara. Anche la odierna Via Nazionale, dopo Spezia, sale alla Vara, ma se la via Aemilia fosse scesa nel golfo prima di risalire nell’interno, si sarebbero superate le 12 miglia segnate fra Luna e Boaceas. La strada romana coincideva dunque all’incirca con quella medievale per S. Stefano, Albiano, Ceparana, S. Andrea di Montedivalli ed i confini di Madrignano.

Da quest’ultima località, la strada doveva necessariamente, per la configurazione del terreno, risalire la Vara fino a Padivarma. La odierna carrozzabile continua per Borghetto, Carrodano, il Bracco è la strada a cui, nel 1535, il Giustiniani dà il nome di Romea. E realmente l’antica via romana? Il fatto che su questo percorso non s’incontra nessuna pieve me ne fa dubitare, tanto più che, invece, vicino alla costa ne trovo allineate quattro, il Pignone, Ceula (l’odierno Montale di Levanto), S. Martino di Framura, S. Croce di Moneglia; quest’ultima mi dà proprio il nome identificabile con l’Ad Monilia della Tabula Peutingeriana. Su questo tracciato esisteva una strada che fu riattata nel 1604 (153) e che indicano più o meno esattamente le carte topografiche della Riviera di Levante posteriori a questa data (154).

E’ certo che verso il 1200 la strada per Carrodano e il Bracco, la Romea del Giustiniani, aveva grande importanza e lo provano gli accordi fra Genova, Pontremoli, i Signori di Passano, Lavagna e Lagneto per renderla sicura (155), ma io credo che lo spostamento di una parte del transito dall’antica via romana a quella interna del Bracco sia avvenuto nell’alto Medio-evo per la poca sicurezza della zona costiera, esposta alle frequenti incursioni di pirati e Saraceni. Tradizioni e leggende dei santuari e delle chiese costiere adombrano questa emigrazione delle popolazioni verso l’interno (156). Che una strada costiera esistesse, nonostante le difficoltà di transito supposte dal Cuntz (157), è provato dalla tarda iscrizione del Pignone, citata dal Conti (158), e la presenza delle quattro pievi sul suo percorso la fa credere la strada romana. Anche le misure itinerarie non si oppongono a questa identificazione.

                                                                      


LUCA-LUNAM (fig. 14) –  La Tabula Peutingeriana segna una via completamente indipendente dall’Aurelia e dà come stazione intermedia Forum Clodi; l’Itinerarium Antonini dà solo la distanza complessiva m.p.m. 33.

I moderni, non tenendo conto dei dati della Tabula, fan passare la strada per la valle della Freddana e Camaiore e la fanno poi riunirsi alla Aemilia, segnando Forum Clodi a Pietrasanta, senza chiedersi però come mai nessun itinerario ricordi questa località sul percorso dell’Aemilia. Io credo che Forum Clodi debba essere localizzato altrove (v. sopra p. 66) lungo l’importante via che da Luca, seguendo il Serchio, toccava Ponte a Moriano, Sesto (dove sono stati trovati avanzi di selciato romano), Ottavo, Diecimo, la pieve di Loppia, Albiano, Cesarana, Fosciana, traversava il fiume o a Camporgiano o a Piazza del Serchio (il famoso Castrum Vetus di Garfagnana), toccava Minucciano e Castagnola. Qui probabilmente si staccava dalla via per Piacenza (che passava in Val d’Aulella per il valico di S. Tea) e per il ponte di Monzone, Tenerano, Cecina e Castelpoggio veniva direttamente a Luna (159). Questa strada esiste ancora allo stato di mulattiera, ma ha perduto ogni importanza. E’ segnata nella valle del Serchio da numerosi ritrovamenti (160) e, dopo il nodo stradale di Piazza al Serchio, dai sepolcri «liguri >> di Minucciano e di Castagnola; dalle statue-stele di Pontevecchio, dal tesoretto di Castelpoggio; dal titolo CIL, XI, 1331, trovato a Cecina e dovuto a un membro di una delle più importanti famiglie lunensi, quella dei Titinii. Questo titolo ed alcuni insignificanti frammenti architettonici rinvenuti di recente non sarebbero spiegabili allo stato attuale della nostra rete stradale, perchè Cecina non è più in comunicazione diretta con la costa, è anzi assai fuori mano e lontana dalle grandi vie; ora le iscrizioni, in linea generale, indicano sempre località assai importanti o almeno vicine ai grandi centri (161), come fu Cecina in epoca romana.

Questa via fu probabilmente usata in età preromana sembrano dimostrarlo i sepolcri liguri di Minucciano e di Castagnola e soprattutto le statue-stele. Fu conosciuta, credo, anche durante il neolitico della Tecchia di Tenerano è stato affermato (Bull. Pal., 1924, p. 17 sg.) che non fu adoperata in modo costante ma solo occasionalmente, durante i mesi estivi, dai neolitici che abitavano sulla costa. Il sentiero per Castelpoggio permetteva loro di recarcisi rapidamente e con facilità. Abbiamo dunque qui una strada che fu usata in epoca preromana e romana, e di cui anche le carte medievali non conservano traccia, strada che fu probabilmente la via romana da Luca a Luna.

                                            


Gli Itinerari non segnano altre vie di comunicazione nel territorio lunense oltre quelle già studiate, pure ne esistettero altre certamente, che forse potremo ricostruire.

Nel Medioevo sappiamo che ebbe importanza grandissima per il continuo passaggio dei pellegrini la via da Parma a Luni, detta via Romea, o Francigena, o della Cisa, o di Monte Bardone. Essa non offre difficoltà di ricostruzione perchè ce ne danno le tappe tutti gli itinerari dei pellegrini, e sul versante lunense non ebbe modificazioni apprezzabili dal Medioevo ai giorni nostri. Si staccava dall’Aemilia sotto Caprigliola e il suo percorso è segnato dal monastero di S. Caprasio dell’Aulla, dall’ospedale di Gropofosco (vicino a Fornoli), da quello di Salvadonica (Filetto), dall’antichissima pieve di Filattiera e l’ospedale di S. Giacomo di Altopascio, dall’ospedale di Caprio, la pieve di Urceola (vicino a Pontremoli), il monastero di S. Benedetto di Montelungo, i pedaggi di Malnidum (Villafranca), Pontremoli, Berceto. I più antichi documenti riguardanti questa via risalgono al sec. VIII, ma è certo più antica e si potrebbe supporre che fosse frequentata anche in eроса гоmana, se non si affacciassero alcune difficoltà: mancano lungo tutto il percorso ritrovamenti romani o preromani, toponomastica romana e pievi antiche, o per esser più esatti si trovano in un solo tratto, là dove essa coincide colla via da Placentia a Luca, cioè tra Filetto e la Pieve di Urceola. Già altrove ho dimostrato (162) che le comunicazioni tra Luna e la regione emiliana avvennero probabilmente attraverso il passo del Brattello in epoca romana e preromana: rimando a quello studio per le comunicazioni dell’alta Val di Magra con Placentia, Fidentia, Parma. Con Parma gli abitanti di Luna avevano anche una strada più breve: la Luna-Luca fino a Piazza al Serchio e di qui una via che per il passo di Pradarena portava alla pianura emiliana (163).

Ma nella Val di Magra stessa dobbiamo supporre uno spostamento della rete stradale (fig. 14). I ritrovamenti archeologici che non abbiamo trovato sulla riva sinistra del fiume, lungo il percorso della medievale romea, esistono invece sulla riva destra; i toponimi romani sono un po’ più frequenti. Probabilmente la via romana dalla pieve di Urceola, tenendosi a mezza costa, passava al di sotto di Pozzo, per Tavolorno e Campoli, lasciava a destra la pieve di Castevoli e per Lusuolo e Barbarasco scendeva alla Vara, dove si univa alla via Aemilia e, traversata la Magra, scendeva a Luna. Forse in epoca preromana traversava invece la Vara e seguitando sempre lungo la destra della Magra si teneva alle falde del Monte Caprione; lo farebbe supporre il centro ligure di Ameglia sulla destra del fiume mentre nessun aggruppamento preromano esisteva sulla sinistra. Quando e per quali ragioni il passo della Cisa cominciò ad . essere preferito al Brattello ho detto altrove (164); forse anche la via da Pontremoli a Luna sulla sinistra della Magra cominciò ad essere usata di preferenza alla strada più antica sulla destra del fiume nella stessa epoca, cioè alla fine del V sec., quando Ravenna bizantina ebbe un posto preponderante nella politica italiana. Certo è che sostituì completamente la via preromana e romana e ne fece in breve perdere ogni ricordo.

                                                                  


Queste da me descritte sono, io credo, le più importanti arterie romane che traversavano la regione: l’Aemilia e la Luca-Lunam sono ricordate dalle fonti; della via lungo la Magra gli antichi non parlano, ma il suo percorso mi sembra assai chiaramente indicato dai relitti antichi. Oltre queste vie ne esistevano certamente molte altre, cioè tutte le strade vicinali che, diramandosi dalle principali, le riunivano ai centri di minore importanza; ma rintracciare anche queste è assolutamente impossibile. Potevano, o no, coincidere con le vie medievali, ma non avendo noi nessuna prova in proposito, sarebbe, io credo, errore di metodo gravissimo il segnare come hanno fatto alcuni come vie romane quelle medievali più o meno importanti che conosciamo attraverso i documenti e le carte d’archivio

Tratto da LUNI, di Luisa Banti, Firenze: Istituto di Studi Etruschi; Rinmascimento del libro; 1937

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