STORIA

                     

IL TERRITORIO LUNENSE

NEL PERIODO ANTERIORE ALLE GUERRE CON ROMA

Se, durante o dopo la conquista romana, la storia di Luna e del suo territorio è ricostruibile, sía pure solo a grandi linee e con lacune, il periodo che precede è avvolto nelle tenebre. Abitata da un popolo semplice, frugale, laborioso, questa zona fu ricordata dagli storici solo quando i suoi abitanti vennero in lotta con i popoli di civiltà più evoluta; ma anche allora di sfuggita, perchè ἡ Λιγυστικὴ … οὐδὲν ἔχουσα περιηγήσεως ἄξιον, non attrasse nè storici nè geografi. Popolazione più densa ebbe probabilmente la Liguria orientale, assai abitata fin dal paleolitico; nella occidentale la mancanza quasi assoluta di pianura costiera per quanto angusta da Genova alla Magra impedì il formarsi di abitati importanti. Anche in epoca posteriore Strabone parla della Riviera di ponente, ma passa quasi sotto silenzio quella di levante (1).

Rapporti tra la Riviera di levante e l’Etruria settentrionale possiamo dedurli, per il neolitico, dalla somiglianza dei manufatti (v. s. p. 15); per l’inizio dell’età del ferro, dalle armille di bronzo quasi identiche trovate nei ripostigli dI Loto (Sestri Levante) (2), Zerba (Bobbio) (3) e Limone presso Montenero (4), ma nulla possiamo desumerne per la storia dei popoli che abitarono quelle regioni. Non possiamo stabilire se la presenza di identici manufatti indichi uno stesso popolo o solo influssi commerciali.

Dai ritrovamenti archeologici si può intuire che i Neolitici in Lunigiana erano meno ricchi ed evoluti di quelli di altre regioni italiane. Conoscevano già la pastorizia: nelle grotte abitate sono state trovate dappertutto ossa di animali domestici, e le conclusioni che a questo riguardo possiamo trarre per la Garfagnana e la Versilia debbono estendersi, credo, anche alla Lunigiana, dove mancano per ora le grotte abitate. Alla pastorizia ed alla caccia l’uomo chiedeva il suo sostentamento; per necessità dell’una e dell’altra compieva peregrinazioni e si fermava temporaneamente in un luogo o nell’altro, come provano, per il golfo della Spezia, la grotta della Valletta e le selci e schegge sporadiche (5); per i dintorni di Equi, la grotta di Tenerano; per la Garfagnana, le stazioni all’aperto dell’Anguillina e i numerosi ritrovamenti sporadici nei pressi di Piazza al Serchio (6); per gli eneolitici delle Apuane, la Tana di Vallelunga (7).

Dal paleolitico alla conquista romana si può constatare la presenza di numerosi iati culturali. Quello che ho già notato sopra per il paleolitico ed il neolitico (p. 16) si ripete anche per le età seguenti: l’età del bronzo è rappresentata scarsamente, la prima età del ferro quasi affatto. Certe industrie non sono arrivate nella regione; ma non è possibile determinare se i cambiamenti di civiltà son dovuti all’arrivo di un nuovo popolo o a semplici influssi culturali.

Se è possibile farsi a grandi linee una idea della vita e del grado di civiltà dei Neolitici, manca ogni elemento per l’età del bronzo. La fiocina ed i falcetti di Pariana fanno pensare che gli abitanti trovassero nella pesca e nell’agricoltura i mezzi di esistenza. Forse la presenza dei coltelli scolpiti in alcune delle statue-stele indicando dèi guerrieri può far credere ad una popolazione animata dallo spirito battagliero.

Per quel che riguarda il popolo a cui appartengono le statue-stele non posso che associarmi alle conclusioni del Battaglia, nel suo eccellente studio sulla distribuzione geografica delle statue-menhir (8). Se il gruppo lunigianese, considerato a sè, è potuto sembrare agli studiosi manifestazione di popoli celti od etruschi, questo non è più possibile quando si compari con i monumenti simili. L’affermazione dello Hubert (9) che i cippi più recenti sono gallici perchè le armi che vi sono rappresentate sono galliche e che perciò devono essere galliche anche le stele più antiche, non è sostenibile, perchè fa astrazione da tutto il gruppo dell’età del bronzo, che esisteva in Lunigiana avanti qualsiasi invasione celtica, e perchè parte da premesse archeologiche e storiche inesistenti, ma sostenute con tanta maggiore leggerezza quanto più mancano di ogni fondamento scientifico. Gli avvicinamenti del Formentini (10) alle stele felsinee sono ingegnosi ed attraenti, ma come credo di aver dimostrato altrove (11) sono contradetti dai dati storici e cronologici.

Le statue-stele sono liguri come ha visto giustamente il Battaglia e liguri saranno anche le incomprensibili iscrizioni su alcune delle più recenti, anche se l’alfabeto è etrusco. E questo si può affermare con tanto maggior sicurezza in quanto, come tutto il gruppo più recente delle statue-stele, sono contemporanee delle tombe a cassetta, nelle quali dobbiamo riconoscere i sepolcri del popolo che i Romani trovarono nella regione quando ne iniziarono la conquista, il popolo ligure.

Secondo Livio (XLI, 13) un altro popolo avrebbe vissuto, almeno temporaneamente, in una parte del territorio ligure, l‘ager lunensis. Ho dimostrato altrove (12) che si può accettare l’affermazione di un dominio etrusco a nord nell’Arno, fino alla Magra, dominio assai breve nella zona costiera ai piedi delle Apuane, più prolungato nella pianura fra l’Arno e l’Appennino e sul basso corso dell’Auser, forse fino alla sua confluenza con la Lima. La conquista di questo territorio risalirà probabilmente al VI-V° sec. av. C., cioè all’epoca di grande espansione degli Etruschi: ne saranno una prova le tombe di Bientina (13) e di Querceta presso Serravezza (14). Nella zona montuosa dell’Appennino e delle Apuane, nella Lunigiana e nella Garfagnana rimasero quei popoli che dagli storici posteriori ebbero il nome di Liguri. Resultato di questa conquista fu, probabilmente, l’introduzione dell’alfabeto etrusco nel territorio.

Al di là di questa zona le necropoli di rito «ligure>> si susseguono con insistenza e nessuna può essere attribuita ai dominatori etruschi.

Il Podestà per alcune tombe della necropoli di Ameglia sulla destra della Magra (15), il Levi per una tomba di Levigliani in Versilia (fig. 15) (16) parlano di influssi etruschi e di tombe di Etruschi; il primo si basa sulla dovizia di oggetti d’oro e d’argento, di fibule, spilloni e monili lussuosi che darebbero alla suppellettile un aspetto assai diverso dalle povere suppellettili liguri, il secondo sulla presenza di ceramica etrusco-campana che fornirebbe a la prova di una penetrazione etrusca fin su nella regione montuosa, in fondo alle vallate senza uscita che racchiudono le Alpi Stazzemesi ».

Gli oggetti lussuosi trovati in Ameglia, sono pochi e tutt’altro che lussuosi (v. sopra p. 37). Eccone la lista:

Oro: un monile, un anello e qualche lamina.

Argento: 3 fibule e frammenti di altre tre; 2 armille e frammenti di altre tre; 3 anelli; 3 spirali.

Vetro: 5 vaghi di collana, 3 pendagli.

Ambra: qualche globetto.

Si tratta di ornamenti semplicissimi in nessuno dei quali possiamo riconoscere della oreficeria etrusca, come suppone il Levi, anzi ben differenti dagli oggetti rinvenuti nelle tombe a sud dell’Arno ed a Bientina. Nemmeno è vero che le tombe in cui furono trovati siano più ricche delle altre di rito << ligure». Difatti, oggetti d’oro furon trovati a Barbarasco (Tresana), ed a Rapallo; d’argento a Viara, a Tombàra e a Celinièa di Pariana, a Genicciola; dischi d’ambra a Vagli di Sotto e a S. Romano. Le tombe di Barbarasco di Tresana e di Celinièa di Pariana sono certamente altrettanto ricche di quelle di Ameglia. Quindi se la maggiore ricchezza è indizio della presenza di Etru-schi, dobbiamo vederli non solo sulla costa, ma anche nell’interno della Lunigiana.

Questo vale anche per le affermazioni del Levi: se la presenza di patere etrusco-campane equivarrà, come egli crede, alla presenza di Etruschi, dovremo vederli non solo ad Ameglia e a Levigliani, ma anche a Genicciola, a Tombara di Pariana, a Villa Collemandina in Garfagnana e forse a Viara, cioè in tutta la Lunigiana e nell’alta valle del Serchio. Avremmo così una prova che quando furono usate le tombe e i sepolcreti sopra elencati tutta la zona fu in mano degli Etruschi, anche perchè il rito in queste tombe e necropoli è costantemente lo stesso. (17).

Ammettiamo pure un istante, per assurdo, che una relativa ricchezza di suppellettile e la presenza di ceramica etrusco-campana indichino una dominazione o almeno una infiltrazione etrusca: a che epoca possiamo datarla? Le tombe a suppellettile più ricca di quel che non sia di solito in quelle di tipo ligure sono – se si eccettuano quelle di Vagli, di Rapallo, di S. Romano –facilmente databili per mezzo della ceramica o di monete romane (v. sopra p. 38): si tratta di tombe, di cui le più antiche non possono risalire avanti la fine del III secolo, mentre che per le più recenti si scende assai più in giù: siamo cioè all’epoca della lotta tra Liguri e Romani o in piena dominazione romana. Nessuna delle nostre fonti conosce gli Etruschi in quell’epoca nel territorio. mano

O ammettiamo che l’annalistica romana, Livio, Polibio, ecc, sbaglino parlandoci di Liguri quando dovrebbero invece ricordare gli Etruschi, o dobbiamo riconoscere che le tombe più ricche, che la ceramica etrusco-campana ci indicano solamente una popolazione ligure che, specialmente sulla costa, godette di una maggiore agiatezza, dovuta sia al commercio sia ai contatti con i Romani conquistatori. Credo che la seconda opinione sia preferibile alla prima.

Concludendo: le necropoli di tipo ligure non mostrano influssi attribuibili alla presenza degli Etruschi e neppure la “ tenace resistenza alla riconquista ligure”, il duraturo influsso culturale da parte degli Etruschi. La ceramica etrusco-campana, la relativa ricchezza provengono dai contatti con i Romani, da scambi con l’Etruria vera e propria, i quali, rari prima dell’inizio delle guerre romano-liguri, si fecero poi più frequenti.

Sarebbe strano che questi influssi etruschi si manifestassero nella regione proprio quando non è più possibile parlare di dominazione etrusca. Dal V al I sec. av. C. il territorio ha una facies così uniforme e cosi semplice da escludere il dominio di un popolo a cultura tanto superiore e raffinata. Quel che non è possibile determinare è se il popolo che i Romani chiamavano ligure ed al quale dobbiamo attribuire la civiltà delle tombe “a cassetta >>> è venuto nella regione nel V secolo, con l’inizio di questa civiltà, o se vi era anteriormente e se Liguri erano anche gli abitanti dell’età del Bronzo ed i Neolitici.

Malgrado il tanto discusso passo dello Pseudo-Scilace, che fisserebbe il confine etrusco-ligure ad un “Αντιον sconosciuto, equidistante del Rodano e dal Tevere (18), non credo probabile che la conquista etrusca abbia mai oltrepassato la Magra. L’affermazione che il confine etrusco-ligure doveva essere ad Anzo di Framura che alcuni identificano con l’ “Αντιον dello Pseudo-Scilace perchè quello era il confine municipale romano… perpetuatosi fino ai tempi nostri (19) è ingenua e solo spiegabile con il troppo devoto attaccamento alla teoria della inamovibilità dei confini. Con Augusto il confine nord della VII regione, a cui Luna apparteneva, era la Magra (v. sopra p. 59); solo in seguito, in età non precisabile, ma probabilmente tarda, il territorio della diocesi si è esteso, nè i Vescovi lunensi si saran curati di far coincidere i loro confini con quelli antichi etrusco-liguri.

II Berthelot (20) ha identificato “Aντιον con Antipoli, basandosi sopra un passo dello Pseudo-Scimno (vv. 215 sgg.). Ma questi (21) non afferma che gli Etruschi giungevano sino ad Antipoli, l’odierna Antibes, che possedevano cioè anche la Riviera di Ponente, e neppure che essa è l’ultima città del territorio ligure, ma soltanto che era l’ultima delle città che appartenevano a Marsiglia. Egli ricorda, infatti, i Liguri e le città (vv. 201-216) che i Focesi fondarono lungo la costa ligure: Emporium Rhode, Agathea, Rhodanusia, Massalia, poi Taurois, Olbia ed Antipoli, « αὐτῶν ἐσχάτη », cioè l’ultima delle città greche. E prosegue (v. 217): dopo la Liguria sono i Pelasgi, μετὰ τὴν Λιγυστικὴν Πελασγοὶ δ’εἰσίv, ed è chiaro che la Liguria poteva continuare assai dopo Antipoli; sbaglia il Müller, traducendo l’ αὐτῶν ἐσχάτη con <<Ligurum ultima», l’ultima delle città liguri.

L’esame dei ritrovamenti delle due Riviere esclude la possibilità della ipotesi del Berthelot (v. p. 40 sgg.). La necropoli arcaica di Genova, nella quale fu trovato un certo numero di oggetti etruschi ed una delle poche iscrizioni realmente etrusche della regione (22), appartiene senza ombra di dubbio ad un popolo non etrusco. Sono state riunite delle iscrizioni etrusche provenienti da questo territorio (23), ma sono in gran parte o incerte o false. Di quelle di Nizza ha fatto ragione il Lamboglia (24); la etruschicità di quella di Morozzo è un’ipotesi, perchè i caratteri copiati dal Nallino non hanno nessun significato, e ipotesi è anche la etruschicità della lucerna di Libarna. La stele iscritta di Mombasiglio, giudicata etrusca dal suo illustratore (25), non ha niente di etrusco nell’iscrizione, eccetto il fatto che è destrorsa, e ancora meno nel rilievo, il cui schema è sconosciuto nella scultura etrusca contemporanea. Le rare supposte monete etrusche di Luna per ora sono state rinvenute solo nel Volterrano e potranno esser ritenute lunensi solo se verranno alla luce anche a Luna o nel territorio. Delle iscrizioni sulle stele ho parlato sopra (p. 22). Gli oggetti con iscrizioni etrusche della raccolta Podestà a Sarzana (v. sopra p. 33) provengono da necropoli tarde del III-II° sec. av. C., contemporanee alle guerre romano-liguri; la lucerna di questa stessa raccolta non ha una iscrizione etrusca, ma l’usuale e conosciutissima sigla EX OFF (icina), seguita dal nome del fabbricante. Di sicuramente etrusche rimangono solo la stele di Busca e la fuseruola di Genova, che non bastano a provare una conquista, ma possono indicare solo o commercio o emi-grazione.

L’archeologia non permette nemmeno di pensare che i Liguri della costa lunense-pisana abbiano provveduto ad allacciare buoni rapporti con gli Etruschi non appena cominciò ad affermarsi la loro civiltà e la loro talassocrazia (26), perchè, all’infuori di Genova, non si può pensare a veri influssi culturali o commerciali etruschi.

I Liguri che abitavano la Riviera di Levante e l’Appennino erano molto meno progrediti dei loro fratelli della Riviera di Ponente (27). Lavoravano con fatica una terra aspra è non fertile; i ritrovamenti mostrano che eran poveri, di costumi semplici, probabilmente facili a prendere le armi gli uni contro gli altri o contro i vicini. Erano, però, predoni più che guerrieri – lo dimostrano ampiamente le guerre contro Roma – , pronti a devastare un territorio confinante, ma incapaci di organizzare una spedizione lontana, come quelle galliche: in questo ha ragione Floro (L, 18) quando chiama le guerre ligustiche « latrocina magis quam bella”. Non di loro, ma degli abitanti della Riviera di Ponente, Strabone dice che eran dediti alla pirateria, tanto più che i porti eran rari. Vivevano aggruppati in villaggi, e le guerre controi Romani mostrano che sapevano riunirsi di fronte ad un nemico comune. Che fossero uniti in confederazione (28) non mi sembra risultare dai testi.

Le loro armi abituali, per quel che risulta dalle suppellettili funebri, dovevano essere le lance e i giavellotti; alcuni, forse i più ricchi, o i più nobili, erano armati anche di spada. L’ascia è rarissima, benché appaia costantemente sulle statue-stele.

Non abbiamo notizie sui loro culti: se sono esatte le deduzioni che ho tratto studiando le statue-stele (v. sopra p. 21), essi adoravano delle divinità maschili e femminili, sul carattere delle quali non possiamo farci nessuna idea. Alcune, maschili, eran probabilmente divinità di guerra, almeno a giudicare dall’armatura.

LE GUERRE ROMANO-LIGURI

Roma ha combattuto contro popolazioni Liguri dopo la prima guerra punica (238-223 av. C.) e dopo la seconda (193-155 av. C.); ma non è facile stabilire sempre quali delle numerose campagne in questi due periodi interessino la regione lunense. Per buona parte del secondo periodo Livio ci dà notizie abbastanza estese, se non sempre esatte, ma per il primo le nostre informazioni sono scarse. Il libro XX delle Storie di Livio, che ne parlava, è perduto, e, degli altri storici, Eutropio (III,2) accenna solo alla campagna del 236 av. C., Floro (I, 18) unisce in una sintesi più rettorica che storica le guerre ligustiche dei due periodi, Zonara (Ann., VIII, 18-19), riassumendo Cassio Dione, dà notizie non sempre facili ad interpretare e prive, disgraziatamente, di ogni indicazione topografica.

Secondo Zonara le campagne contro i Liguri furono iniziate nel 238 av. C. dal console T. Sempronio Gracco (29): di questa prima campagna non parlano nè Eutropio, nè Orosio, che risalgono alla perduta Epitome Liviana, benchè quest’ultimo si diffonda invece sulle lotte contro i Galli, sostenute in quello stesso anno dall’altro console, P. Valerio Faltone (30). Non è neppure certo che ne parlasse Livio, perchè nella periocha del lib. XX pone questa prima spedizione fra la deduzione della colonia di Spoleto (241 av. C.) e la rivolta dei Sardi e dei Corsi del 235 av. C. (31), e può quindi alludere tanto agli avvenimenti del 238 quanto a quelli del 236 av. C. Che Floro faccia cominciare le guerre liguri nel 234 non meraviglia, perchè egli non cura l’esattezza storica, ma gli effetti rettorici. Il silenzio di Eutropio (32) sulla campagna del 238 non deve farci dedurre che Zonara abbia antidatato l’inizio delle spedizioni liguri; la campagna fu breve –  il console passò poi in Sardegna (33)- , e senza risultati notevoli: sembrò quindi inutile all’epitomatore parlarne.

Un successo ebbero i Romani nel 236, quando, terminata la guerra contro i Boi, il proconsole P. Lentulo attaccò i Liguri, s’impadroni di alcune località fortificate ed ottenne il trionfo (34). Il Lamboglia, per un evidente errore nell’interpretazione di Zonara, pone a torto in quest’anno la fondazione di Pisa (35). L’anno seguente i Cartaginesi spinsero i Sardi ed i Corsi a ribellarsi (36); per quel che riguarda i Liguri, l’espressione usata da Zonara, οὐχ ἡσύχασαν, fa pensare ad un’attività ostile ai Romani, che –  dato il silenzio della periocha liviana, di Orosio ed Eutropio – non giunse probabilmente ad una guerra vera e propria. Nel 234 av. C. il console Sp. Postumio Albino mosse contro i Liguri e li sottomise, mentre il suo collega vinceva i Corsi ed i Sardi e trionfava di questi ultimi (37). La lotta, a giudicare da Zonara, non fu facile (38) e nemmeno decisiva infatti, partiti i Romani, Sardi e Liguri si ribellarono di nuovo. Contro questi ultimi andò Q. Fabio Massimo, il futuro vincitore di Annibale, che li vinse, respingendoli fino alle Alpi, ed ottenne il trionfo (39). Un accenno ai Liguri si ha anche per il 230 (40); per il 223 av. C. i Fasti ricordano il trionfo di P. Furio Filo de Galleis et Liguribus.

Zonara – che parla solo di Liguri in generale – non dà alcuna indicazione sul teatro di queste lotte. E stato supposto che « in massima i Liguri contro cui i Romani combattevano allora e che in parte sottomisero furono gli Apuani (41), ma è forse possibile delimitare meglio le regioni in cui avvennero queste prime lotte.

Non vi sono difficoltà per le campagne del 230 e del 223 av. C. i Liguri ricordati nel 230 sono quelli che abitavano il versante emiliano dell’Appennino nelle vicinanze dei Galli Boi, perchè servirono di pretesto ad una spedi-zione nel territorio di questi, sospettati di preparare la guerra contro Roma. Nel 223, i Liguri sui quali trionfa P. Furio Filo sono quelli della Padana, perchè tanto Polibio che Zonara fanno combattere i consoli nella Gallia.

Le campagne del 234-233 av. C., sono, per quel che riguarda i Liguri, strettamente collegate fra di loro e sono combattute contro un medesimo popolo o gruppo di popoli: sono quei Liguri che i Cartaginesi hanno spinto alla rivolta e che, vinti una prima volta da Sp. Postumio Albino, furono definitivamente sottomessi da Q. Fabio Massimo (42). Per il 233 Plutarco dice che Q. Fabio Massimo respinse i Liguri verso le Alpi; per quanto, come suggerisce il De Sanctis (III, 1, p. 290), possa esservi qui ampollosità rettorica, pure la vittoria è certa, perchè confermata dai Fasti trionfali, nè vi è ragione, mi sembra, di dubitare della indicazione topografica εἰς τὰς “Αλπεις.

Alpes sono chiamati talvolta come altre catene montuose di una qualche importanza anche gli Appennini, ma l’espressione è usata soprattutto per le Alpi. Non può trattarsi delle Alpi a nord del Po, perchè Zonara (VIII, 20) ci dice che i Romani passarono questo fiume per la prima volta nel 225 av. C. per Livio (per., XX) ed Orosio (IV, 13, 11) nel 224 av. C.-; si tratterà quindi delle Alpi Marittime e i Liguri respinti da Fabio saranno i Ligures Alpini, siano essi gli Ingauni, i Sabazi, o gli Intemelii.

Alcune considerazioni mi farebbero pensare particolarmente agli Ingauni. La guerra ligure del 233, e, probabilmente, quella dell’anno precedente, sono dovute ai sobillamenti Cartaginesi. Ma Cartagine poteva spingere alla guerra solo dei popoli con i quali era già in rapporti di amicizia e fu così, difatti, per la Sardegna e per la Corsica. In Liguria possiamo ragionevolmente presupporre relazioni amichevoli soprattutto con gli Ingauni, perchè ci sono dimostrate pochi anni dopo dallo sbarco di Magone nel loro territorio durante la seconda guerra punica, dal fatto che gli Ingauni erano tra i molestatori di Massalia, la nemica di Cartagine, e che, soli fra i Liguri, godevano di una certa ricchezza, che sarà dovuta ai rapporti con altri popoli ricchi e civili. Credo, quindi, che l’irrequietezza ligure del 235 e le spedizioni del 234-233 av. C. debbano essere localizzate nella Liguria di Ponente, nel territorio degli Ingauni, e la spedizione di Fabio avrà preceduto di circa 80 anni quella di L. Emilio Paullo. Suppongo dovuta a questa campagna la libertà di navigazione lungo le coste liguri, fino a Massalia, di cui godette Roma fino alla seconda guerra punica.

Per le guerre del 238 e del 236 le fonti non danno indicazioni topografiche, ma possiamo, credo, procedere per esclusione. Se le campagne del 234-233 furon dirette contro gli Ingauni e quelle del 230 e del 223 contro i Liguri della Padana, dobbiamo supporre che Roma avesse ottenuto nel 238 e nel 236 quei risultati che le conosciamo per altre parti della Liguria all’inizio della seconda guerra punica e cioè:

1) l’amicizia e la fedeltà di Pisa: nel 218 av. C. P. Cornelio Scipione trova là le truppe con le quali combatterà contro Annibale, ma già nel 225, secondo Polibio (II, 27, 1), vi sbarcava il console G. Attilio;

2) l’amicizia di Genova, dove, nel 218, giunge il. console di ritorno da Massalia;

3) il possesso della zona costiera fra l’Arno e la Magra o, almeno, il libero uso del porto di Luna. Questo porto doveva essere fin da questo periodo in mano dei Romani, perchè durante le guerre con Annibale vi sostò Ennio e nel 195, prima ancora che ricominciasse la lotta contro i Liguri della Riviera, Catone parti di là con l’esercito. Non è quindi vero (De Sanctis, St. d. Rom., IV, 1, p. 418) che sul Tirreno Pisa fosse tornata a segnare il confine;

4) libertà di transito lungo la via che, attraverso l’Appennino Tosco-Emiliano, riuniva direttamente l’Etruria Settentrionale e Pisa alla valle del Po, via di cui Roma, alla vigilia della seconda guerra punica, si garantiva il possesso per mezzo di due capi di ponte, Pisa e Piacenza (43).

In parte questi resultati saran dovuti ad accordi amichevoli, ma in parte deriveranno dalle campagne del 238 e del 236 che credo dirette contro : Liguri, che erano stanziati fra il corso inferiore dell’Arno ed i monti.


I Liguri si mostrarono, almeno in apparenza, abbastanza favorevoli ad Annibale, ma definirei il loro un favoreggiamento passivo piuttosto che attivo: gli permisero di arruolare mercenari, di svernare nel loro territorio, di traversarlo, ma si direbbe che avevan fretta che se ne andasse e non si fecero trascinare da lui ad una lotta contro Roma. Constatiamo qui, come sempre, individualismo spinto, indifferenza a quel che non era l’interesse immediato, mancanza di orizzonti un po’ vasti e di comprensione del momento politico: caratteristiche, queste, che si ritrovano in tutti i popoli dell’Italia nella lotta contro Roma. Finchè questa non prese l’offensiva, i Liguri non pensarono a futuri pericoli per la loro indipendenza.

Nè, del resto, Roma, che sorvegliava allora con una certa trepidazione i Galli e gli Etruschi (44), sembrò temere l’ostilità delle popolazioni liguri.

Quando, cessata la minaccia di Cartagine, i Romani si volsero di nuovo alla conquista dell’Italia settentrionale, le operazioni furon dirette contro i Galli, specialmente i Boi e gli Insubri. Forse, furono spinti a questo atteggiamento dal ricordo dei danni sofferti in altri tempi, dal fatto che i Galli, che eran ricchi ed abitavano regioni fertili, erano più temibili perchè impetuosi, pronti a prendere le armi ed a lanciarsi in improvvise spedizioni avventurose, anche se non avevan poi la costanza di condurle a termine. I Liguri, benchè valorosi, non costituirono mai per Roma una vera e propria minaccia; in generale si limitarono a depredare le zone vicine o a difendersi se attaccati: anche nel 193-190 av. C. la guerra fu più una lunga scorreria che una vera e propria campagna. Più addestrati nelle armi erano gli abitanti della Riviera di Ponente, di cui Strabone (IV, 202) esalta il valore.

A ritardare la conquista del territorio ligure contribuì anche il fatto che la costa fra Magra ed Arno rimase come Pisa e Genova costantemente fedele a Roma durante e dopo la seconda guerra punica nel 195 av. C. M. Porcio Catone non avrebbe riunito al porto di Luna i soldati per la spedizione di Spagna, se la regione non fosse stata tranquilla e fedele (45). E, quando i Liguri entrarono in lotta, l’agro lunense fu per loro non una zona alleata, ma un territorio nemico da devastare (46). Questo è confermato anche dai ritrovamenti archeologici le necropoli di Ameglia e di Genicciola mostrano che la vita in questi due centri liguri continuò indisturbata dal III al 1º sec. av. C.

Base delle operazioni contro i Liguri del versante tirreno fu costantemente Pisa, che sorvegliava gli sbocchi della Garfagnana ed i valichi dell’Appennino Tosco-Emiliano, mentre Genova sembra essere stata il punto di partenza degli eserciti che operavano contro i Liguri della Riviera di Ponente e del Piemonte.

La conquista dell’ampia e difficile zona montuosa a nord di Prato, Pistoia, Pisa, Luna (47) fu iniziata nel 193 av. C., quando già da vari anni i Romani erano di nuovo in lotta contro i Galli (48). I Liguri presero l’offensiva, devastando contemporaneamente l’agro pisano e lunense a sud dell’Appennino e l’agro piacentino a nord (Liv., XXXIV, 56). «Coniuratione per omnia conciliabula universae gentis facta», dice Livio con evidente esagerazione: l’andamento della campagna mostra che i Liguri che entrarono allora in lotta contro Roma erano quegli stessi che le dettero poi lungamente del filo da torcere, cioè gli abitanti dell’Appennino Tosco-Emiliano, tra i quali gli Apuani, i Friniati, ecc.

Livio non spiega le ragioni della guerra; eppure si tratta non di una semplice scorreria, ma di un’azione preparata, dovuta probabilmente agli incitamenti e pressioni galliche. Già nel 195 av. C. (Liv., XXXIII, 43) i Romani avevan temuto che la guerra contro i Boi dovesse avere ripercussioni fra i Liguri ed avevano inviato a Pisa il pretore P. Porcio Leca con 10000 fanti e 1500 cavalieri a sorvegliare ed intimorire i Liguri. Nel 193 questi si mossero prima dei Galli e, sembrerebbe, indipendentemente da loro, ma ciò non esclude pressioni da parte dei vicini una intesa fra i due popoli, esistente già da lunga data, risulta da Livio (XXXVI, 38): “bella Ligurum Gallicis semper iuncta fuisse; eas inter se gentes mutua ex propinquo ferre auxilia »,

La guerra durò ininterrottamente fino al 190 (49); Pisa, stretta da assedio, minacciava di cadere e fu liberata solo dall’arrivo del console Q. Minucio Termo, che quell’anno, e in seguito, come proconsole, fu a capo delle forze romane contro i Liguri (50). I risultati furono scarsi o nulli: Livio accenna, bensì, a vittorie romane (XXXV, 21; XXXVI, 28); ma si tratta di esagerazioni annalistiche: dal suo racconto risulta che la situazione fu spesso molto critica (51), che il comandante permise ai Liguri di scorrazzare e depredare non solo l’agro pisano a nord dell’Arno, ma anche il territorio etrusco a sud del fiume (52), e che i suoi successi si ridussero a qualche incursione in castella e vici, dai quali i nemici si erano momentaneamente allontanati. Difatti al pro-console fu negato il trionfo (53).

Del resto, fino al 187 av. C. Roma si preoccupo solo dei Galli, contro i quali inviò un console e anche tutti e due (54): nel 189, per gli avvenimenti d’Asia, si mantenne sulla difensiva nella Padana, limitandosi a consolidare le conquiste con la deduzione di una colonia latina a Bononia, lasciò impunita l’uccisione del pretore L. Bebio vicino a Marsiglia e chiuse un occhio sulle scorrerie liguri. Nel 188 M. Valerio Messalla, cui era toccato in sorte Pisa con la Liguria, non ebbe maggiori risultati di Minucio (55); ma nel 187 Roma, tranquilla finalmente sul conto dei Galli, attaccò le popolazioni liguri, annidate sull’Appennino e nelle gole della Garfagnana (56), inviando contro di loro spesso ambedue i consoli.

Nel 187 (57) C. Flaminio mosse contro i Friniati il cui nome si conserva probabilmente nell’odierno Frignano li vinse al di qua e al di là dell’Appennino; poi si volse alla sua sinistra contro gli Apuani. Più difficile è stabilire dove operò l’altro console M. Emilio, ma, combattendo contro un popolo confinante dei Friniati, che egli pure attaccò in un secondo tempo (Liv., XXXIX, 2), dovette necessariamente operare alla destra del collega: penserei quindi alle colline di Prato e Pistoia ed ai monti soprastanti (58).

Probabilmente sono esagerati i successi ottenuti (59) – Livio si mantiene sempre assai generico – e sarà falsa la notizia delle armi confiscate dai consoli, perchè l’anno seguente quegli stessi Liguri sconfissero clamorosamente il nuovo console Q. Marcio (60). A questo, del resto, si limitarono gli avvenimenti guerreschi del 186 av. C.; il console sciolse l’esercito ed i Liguri rimasero nelle loro gole senza trar vantaggio da quel successo: Livio XXXIX, 22, mostra che la costa ed il porto lunense erano indisturbati.

Nel 185 av. C., mentre Appio Claudio Pulcro vinceva gli Ingauni, M. Sempronio Tuditano vendicava la sconfitta del suo predecessore e, partito da Pisa, seguendo il Serchio, e, forse, l’Aulella, traversò il territorio degli Apuani, ne devastò i campi e i villaggi, raggiunse la Magra e scese al porto di Luna (61).

L’anno seguente ambedue i consoli andarono contro i Liguri (62) – non sappiamo quali –  senza resultati degni di nota. Nel 183 in Liguria è un solo console, Q. Fabio Labeone malgrado le affermazioni contradittorie di Livio (63) ed è abbastanza vicino agli Apuani da sapere di una loro probabile ribellione: in vista di questa il Senato gli proroga il comando per il 182 (64). I consoli di quest’anno andarono “ambo in Ligures” (65), quali non sappiamo, ma per L. Emilio Paullo si può supporre da Plutarco (66) che combattesse nella Riviera di Ponente, forse contro i Sabazi o gli Intemelli. Non credo contro gli Ingauni, come è stato proposto (67), perchè proprio questo popolo, quello stesso anno, esercitava la pirateria contro le navi di Marsiglia (68) e non avrebbe potuto farlo se fosse stato in guerra contro Roma. È verosimile, anzi, pensare che solo dopo le lagnanze dei Massiliensi nel 181, L. Emilio Paullo, cui era stato prorogato il comando a causa della pestilenza, andasse contro gli Ingauni per punirli e ricercare. i colpevoli, appoggiando così l’azione del duumviro navale. E che fu così risulta, mi sembra, da Livio (XL, 28) e da Plutarco (Aem., 6).

Solo nella primavera del 180 av. C. i consoli dell’anno precedente mossero ad un tratto contro gli Apuani, li sorpresero e ne trasportarono 40.000 cifra probabilmente esagerata nel Sannio (69).

La guerra fu continuata dai consoli del 180 av. C., A. Postumio e Q. Fulvio Flacco: questi andò contro quegli degli Apuani che abitavano la Val di Magra e ne trasporto circa 7000 nel Sannio; il primo combattè contro i Liguri dei Monti Balista e Suismontium, che erano già stati vinti nel 187 da M. Emilio (70): una esagerazione rettorica è l’affermazione di Floro (1, 18) «ita exarmavit, ut vix reliquerit ferrum quo terra coleretur”, perchè contro quegli stessi Liguri combatterono i Romani l’anno seguente. Dal contesto di Livio sembrerebbe che a questi si applicasse il nome di Montani, che Plinio (N. H., III, 20) e Tacito (Hist., II, 12) danno agli abitanti delle Alpi Marittime. Può trattarsi di un errore di Livio (71), ma non escludo che Montani possano esser chiamati i Liguri a nord dell’Arno come abitanti di una regione montuosa in confronto a quelli della pianura: in questo significato l’aggettivo è adoperato da Orosio (III, 14, 4) per i Galli delle Alpi. Q. Fulvio Flacco vinse anche l’anno seguente (72), sequestrò una grande quantità di armi e deportò 3200 Liguri: questa vittoria avrebbe tutta l’aria di essere un doppione di quella dell’anno precedente, se non apparissero scambiati i fatti attribuiti ai consoli.

Le nuove conquiste furon consolidate, sembra, nel 180 av. C. con la deduzione della colonia latina di Luca. Pisa, offrendo una parte del territorio – il restante sarà stato quello tolto agli Apuani,-  si acquistava nuove benemerenze verso Roma e si assicurava al tempo stesso le spalle contro futuri attacchi liguri. Benchè i testi contradittori presentino difficoltà e Livio parli dell’offerta del terreno, ma non della deduzione della colonia, non vi sono ragioni sufficienti per negare che sia stata dedotta (73). Forti ragioni strategiche consigliavano a fortificare l’importantissima via lungo il Serchio, che metteva in comunicazione diretta Pisa con Placentia e i principali centri dell’Emilia (74). Solo chi non conosce la topografia della località e non si rende conto del fatto che la costa era già da molto tempo in pieno accordo con i Romani e che le guerre dovettero necessariamente avere come teatro la zona montuosa appenninica –  Livio parla sempre di monti e rupi – può affermare che Roma non aveva preoccupazioni per la valle del Serchio.

Con la colonia romana di Luna, nel 177 av. C. (75), i Romani si assicuravano definitivamente il possesso della zona costiera ligure, proteggevano il porto e sorvegliavano i Liguri della Lunigiana e della Riviera di Levante.

Per il 177-176 av. C. le notizie di Livio sono confuse. Nel 177 (76), informato dal Senato che i Liguri preparavano la guerra, C. Claudio condusse dall’Istria le sue legioni al fiume Scultenna, vinse i Liguri accampati nella pianura, ne uccise 15.000 e ne fece prigionieri 700, costringendoli a rifugiarsi sui monti. Tornato a Roma trionfò degli Istri e dei Liguri. I ribelli sono i Liguri dell’Appennino Modenese, perchè il nome del fiume si è conservato per un affluente del Panaro: da Livio si potrebbe credere che il Panaro stesso avesse questo nome, perchè l’odierno Scoltenna percorre sempre un territorio montagnoso e non saprei trovare, lungo il suo corso, i campi (Liv., XLI, 12), dove erano accampati i Liguri.

Questi, saputo che nessun esercito romano era più nella regione, scesero al piano (176 av. C.), devastarono l’agro mutinense e presero Mutina (77). C. Claudio, a cui fu prolungato il comando per un anno, è ad un tratto con l’esercito a Modena che prende in tre giorni, uccidendo 8000 Liguri. Una orgogliosa lettera del generale ne annunziò la vittoria al Senato: «sua virtute ac felicitate neminem iam cis Alpes hostem populi Romani; agrique aliquan-tum captum qui multis milibus hominum dividi viritim posse». Subito dopo, quasi a smentire la vanteria di Claudio, giunse a Roma la notizia di una nuova rivolta ligure. Il proconsole C. Claudio, che era a Parma, avanzò verso il nemico, ma fu richiamato dai consoli che volevano la loro parte di gloria. Essi attaccarono i Liguri, che si erano fortificati sui monti Leto e Balista, vinsero, ma il console Petillio moriva nell’assalto, C. Valerio Levino trionfò dei Liguri,

E evidente il doppione: uno stesso generale soffoca due rivolte di uno stesso popolo in una stessa località. La prima volta il nemico è vinto su un affluente del fiume che bagna Modena – forse sul fiume stesso –  la seconda si è impadronite della città. La campagna di C. Claudio nel 177 è preceduta (Liv., XL1, 12), quella del 176 seguita (Liv., XLI, 17) dalle identiche notizie riguardanti la vittoria dell’altro console in Sardegna, solo che la prima volta Sardi caduti sono 12.000, la seconda 15.000. L’orgogliosa lettera di C. Claudio non può essere stata scritta in occasione della riconquista di Modena perchè questa vittoria non aggiungeva ai Romani nessun iugero di territorio; essa è giustificata invece dopo la vittoria allo Scultenna e deve esser portata alla prima campagna, come al 177 deve essere riportato il doppione Liv. XLI, 17 riguardante la Sardegna. Le due spedizioni di C. Claudio si riducono probabilmente ad una sola, quella del 177: i Liguri dell’Appennino Modenese prendono di sorpresa Modena. C. Claudio riconquista la città, raggiunge il nemico accampato sullo Scultenna, lo sbaraglia e lo costringe a rifugiarsi sui monti; in seguito alla vittoria può scrivere di avere conquistato terreno sufficente a molte migliaia di individui. Conseguenza è il trionfo di C. Claudio del 177 av. C.. Nel 176 sarà da porre unicamente la vittoria ai monti Leto e Balista.

La deduzione di Luna irritò probabilmente i Liguri. Questo è evidente già per il 176 av. C. dall’ordine dato ai duumviri marittimi “cum classe Pisas ire qui Ligurum oram, maritimum quoque terrorem admoventes circum-vectarentur “(Liv., XL1, 17). La minaccia era rivolta ai Liguri che abitavano vicino alla costa e che nel 175 devastarono di nuovo il Lunese e il Pisano (Liv., XLI, 18). Non sappiamo a quale popolo sia dovuta l’incursione: Livio nomina i Garuli, í Lapicini, gli Ercati e i Briniati (XLI, 19), ma dal contesto non è possibile capire se questi siano i Liguri del versante padano, contro i quali combatte M. Emilio Lepido, oppure quelli al di qua dell’Audenna che avevano attaccato Luna e Pisa e che furono sottomessi e disarmati dal console P. Mucio Scevola

Nessuna notizia della zona lunense per gli anni successivi: nel 170 Luna ê, con Pisa, quartiere d’inverno delle truppe. Solo dai fasti trionfali (CIL, P. p. 48) sappiamo di un’ultima insurrezione degli Apuani di cui trionfa M. Claudio Marcello console per la seconda volta:  forse i ribelli devastarono di nuovo l’agro lunense e minacciarono Luna, perchè questa colonia stimò opportuno dimostrare la sua riconoscenza al vincitore innalzandogli una statua (CIL, XI, 1339). In seguito il territorio sembra essere stato definitivamente in pace.

LUNA COLONIA ROMANA

Credo inutile riprendere qui in esame i testi (78) che riguardano la discussa fondazione delle due colonie Luca e Luna (79). Per quanto non permettano di giungere alla sicurezza, ritengo tuttavia con la maggioranza degli studiosi che nel 180 av. C. i Romani dedussero una colonia latına a Luca (80) e nel 177 av. C. una colonia di cittadini romani a Luna (81). A tale scopo furono nominati i triumviri P. Elio, M. Emilio Lepido e Cn. Sicinnio. La colonia fu fondata dai Romani sulla riva sinistra della Magra di faccia ad un anteriore centro ligure: fu una fondazione ex novo in una località dove non era stato prima nessun centro nè ligure nè etrusco (82).

Ai duemila coloni furono assegnati a testa, secondo Livio, cinquantun iugero e mezzo di terreno, cioè una estensione complessiva di Ha. 26000 са. Con altri studiosi (82) credo errata la cifra tramandata dai manoscritti perchè troppo alta per una colonia civium romanorum (84).

Nel 168 av. C. Pisa e Luna si disputarono per questioni territoriali: “Pisanis querentibus agro se a colonis Romanis pelli, Lunensibus adfirmantibus eum de quo agatur a triumviri sibi adsignatum esse” (85). La parola Lunensibus è stata da molti corretta in Lucensibus, per la falsa opinione che, come per la diocesi, il territorio di Luca dovesse separare Luna da Pisa (v. sopra p. 59).

Sottomessi definitivamente nel 155 av. C. i popoli vicini, terminate le guerre che ne facevano una base militare, Luna perse quella vita fittizia che le davano i temporanei soggiorni dell’esercito e della fiotta. Malgrado la posizione naturale, nel punto dove confluivano varie arterie importanti, ed il buon porto, il commercio della regione non poteva esser tale da assicurarle una speciale floridezza, anche perchè, forse, i prodotti dell’alta Lunigiana e dell’Appennino parmense seguivano di preferenza la via interna più diretta per la Garfagnana, Luca e Pisa. Pestilenze come quella ricordata da Ossequente (86) per il 143 av. C. avranno contribuito a diminuire la popolazione e a rendere più stentata e difficile la vita. Al piccolo centro doveva portare solo di tanto in tanto una animazione passeggera il passaggio della flotta romana (87). La decadenza è attestata anche dalla nuova ripartizione di terre fatta da Cesare ai veterani di Azio (88). Nonostante l’invio di nuovi coloni, le condizioni economiche di Luna sarebbero rimaste stazionarie, se, per la scoperta dei ricchi filoni marmiferi nelle immediate vicinanze della città, non le fosse venuta una prosperità che non aveva mai conosciuto fino a quell’epoca (89). Le case si ornarono di stucchi dipinti, di pavimenti a mosaico, di rivestimenti in marmi locali od importati. «Splendida civitas nostra lunensis>> la chiama con ragione un’epigrafe del 225 d. C. (CIL, XI, 1354). Gli inverni miti ne rendevano gradevole il soggiorno (90): i ruderi sulla destra della Magra e sulle ridenti spiagge del Golfo della Spezia sono probabilmente resti di ville.

Non sappiamo se, al momento della deduzione della colonia, Luna fu annessa all’Etruria o alla Liguria. La più antica testimonianza in proposito è quella di Polibio, che nella sua descrizione dell’Italia la considera appartenere alla Liguria (91), mentre in un frammento, conservatoci da Strabone (92), sembra unirla all’Etruria. Con l’ordinamento della Gallia Cisalpina, fatto da Sulla, nell’81 av. C. fu riunita probabilmente alla Gallia Cisalpina, perchè nel 56 av. C. troviamo che vi apparteneva Luca (93), e possiamo quindi supporre che il limite fra l’Etruria e la Gallia fosse segnato dall’Arno. Con Augusto fu riunita alla VII regione, l’Etruria.

La città appartenne alla tribù Galeria (94) ed è sempre ricordata come colonia (95): sbaglia il Philipp credendola municipium (96). A capo erano i duumviri (07), gli unici magistrati che le conosciamo. Le iscrizioni ricordano invece vari personaggi insigniti di cariche sacerdotali un flamen (98), un flamen Romae et Augusti (99), un augustale (100), forse un augure (101) ed un sacerdote di due divinità, delle quali una è probabilmente Liber pater (102). Pure numerose sono le iscrizioni votive, che testimoniano culti di divinità (103): la triade capitolina (104), Iuppiter Victor (105), Iuppiter Salutaris (106), Hercules (107), Felicitas (108), i Lari e Giunone (109), la Fortuna (110), Iuppiter Sabatius (111) e la Magna Mater (112); forse anche Liber pater (113) e Silvano (114) – quest’ultimo invece ampiamente documentato alle cave lunensi (115) e Luna (116)- . Due titoli votivi a Iuppiter Optimus Maximus (117) e a Bellona (118) possono anche provenire dalla regione marmifera. I culti orientali di Giove Sabazio, della Magna Mater e di Liber pater non fanno meraviglia in un porto assai frequentato. Non oserei affermare che il frontone lunense con Apollo e Artemide-Luna debba necessariamente indicare un culto di queste divinità: è strano tuttavia non trovare prove maggiori, o almeno sicure, del culto della dea eponima, della quale alle cave è stata trovata la statua.

Una delle principali famiglie era quella dei Titinii (119), che possedeva probabilmente dei beni presso Cecina, nella valle del Bardine, lungo la via frequentata fin dall’età preistorica e caduta poi in disuso, che riuniva direttamente Luna alla valle dell’Aulella (v. sopra p. 91), perchè vi fu trovata l’iscrizione CIL, XI, 1331, posta da un L. Titinius Glaucus Lucretianus, lo stesso che fece incidere, a ricordo del suo nome e delle sue cariche, anche il titolo lunense CIL, XI, Addit. 6955.

Dalle iscrizioni conosciamo dei collegi di centonari, di fabri tignari e dendrofori (120) e – se fu correttamente supplita una epigrafe frammentaria, murata sulla facciata della Madonna del Mirteto ad Ortonovo –  di mercanti (121). Luna aveva certamente una fabbrica di oggetti di vetro, perchè dagli scavi provengono non solo colaticci di vetro che potrebbero, a rigore, essere il risultato di un incendio ma unguentari mal riusciti e di scarto (122). Forse ebbe anche una fonderia di bronzi: negli scavi del 1837 fu trovata in un vano una notevole quantità di colature di bronzo, che «oltrepassavano il peso di trentadue libbre nostrali» (123) mentre l’edificio non presentava tracce d’incendio da cui potessero essere state prodotte; in altri scavi furon rinvenuti anche oggetti di pece, destinati forse ad essere colati in bronzo (124). Ebbe anche un’industria locale di scultori in marmo (v. so-pra p. 52).

Fonte di entrate per la regione erano le foreste che coprivano l’Appennino. Strabone (V, II, 5) testimonia che allora, come nel Medioevo (125), il fiume trasportava fino alla città i grossi tronchi d’albero, eccellenti come travi da costruzione (126). A Luna erano imbarcati i grossi formaggi lunensi (127), forse provenienti dai pascoli della Val d’Aulella e della Valle della Vara, simili forse come aspetto all’odierno parmigiano, benchè l’espressione usata da Plinio,” mixto….. Etruriae atque Liguriae confinio”, impedisca di pensare a Parma od anche alle alte valli del Taro e della Magra come centro di produzione.

Erano rinomati i vini lunensi, che Plinio considera i migliori dell’Etruria (128), mentre erano poco apprezzati quelli della Riviera di Ponente (129), ma è tutt’altro che certo che debbano essere identificati con quelli di Corniglia, anche perchè erano un po’ troppo distanti dal territorio della città.

Ma la ricchezza di Luna furono i ricchi filoni marmiferi, scoperti nelle vicinanze della città dopo l’occupazione romana (130). Non esistono prove di uno sfruttamento anteriore da parte degli Etruschi il loro dominio fu breve e si estese unicamente alla costa o dei Liguri, ciò che non può destar meraviglia dato il basso livello artistico di quel popolo. Il più antico monumento per il quale fu usato il marmo lunense è la base che i coloni dedicarono a M. Marcello, trionfatore dei Liguri nel 155 av. C. o vi fu adoperato un masso trasportato casualmente dal torrente Carrione, o, più probabilmente, i marmi lunensi ebbero da principio solo un uso locale e ristretto. Solo verso la metà del I sec. av. C. cominciarono a diffondersi anche fuori di Luna (131). Plinio (132) c’informa che dapprima furono trovati i marmi bardigli e i bianchi ordinari, poi il marmo statuario. Forse la scoperta di quest’ultimo contribuì a togliere dall’oscurità i marmi lunensi, perchè essi non furono tra i primi ad essere usati negli edifici romani.

Segni indubbi di lavorazione romana si trovano nelle regioni di Porcinacchia e Pescina, alle cave Zampone, del Polvaccio, di Canal Grande, di Canal bianco, dei Fantiscritti, della Carbonera, nelle regioni Belgia, Tarnone, Bacchiotto, a Fossacava, alla cava Gioia. Invece a Poggio Domizio, costantemente citato come uno dei luoghi sfruttati dai Romani, non esistono tracce di antiche lavorazioni.

Le cave appartennero dapprima alla colonia di Luna, ma già nel 27 d. C. erano di proprietà dell’imperatore. Erano sfruttate per mezzo di schiavi, che nel 16 d. C., mentre erano ancora di proprietà della colonia, si unirono in un collegio con a capo un magister e quattro decurioni. Dei vilici dirigevano i lavori di scavo e forse degli aediles, a cui spettavano l’amministrazione e la direzione generale degli scavi.

I marmi estratti dalle cave erano riquadrati e segati sul luogo, spesso veniva data loro una prima lavorazione: frammenti architettonici, rilievi e statue mostrano che oltre i cavatori vi erano anche operai con abilità un po’ superiore, capaci di lavorare il marmo a tutto tondo e a rilievo, sia pure rudimentalmente.

Alla cava di Fossacava o Trugiano sono state trovate tracce di abitazioni (133), che mostrano che gli schiavi addetti all’estrazione dei marmi abitavano alle cave stesse; allo sbocco delle valli marmifere, dove attualmente sono i paesetti di Colonnata, Bedizzano, Miseglia, Vezzale e Torano, abitavano più specialmente i liberti addetti alla sorveglianza con le mogli ed i figli. Vezzale accentrava probabilmente la direzione delle cave nei canali di Miseglia, Be-dizzano e Colonnata; Torano quella del canale omonimo e specialmente della ricca cava del Polvaccio. Questi schiavi e liberti avevano le loro speciali divinità, alle quali innalzavano statue ed are votive, sia nelle località abitate, sia nelle cave, ciascuna delle quali venerava probabilmente un particolare protettore: Silvano era onorato alle cave del Polvaccio e di Gioia, Iuppiter Optimus Maximus alla Carbonera, Ercole, Giove e Bacco proteggono i Fantiscritti, a Fossacava era Artemis-Luna, la Mens Bona era onorata in una delle cave del canale di Colonnata, alla cava Gioia forse Giove Sabazio e certamente Silvano. Dalle Canalle, presso Bedizzano, provengono titoli votivi alle Ninfe ed a Silvano.

I blocchi estratti e contrassegnati per mezzo di sigle e di numeri progressivi eran trasportati al luogo d’imbarcazione, probabilmente a Luna, dove una località alla foce della Magra conserva ancora il suo nome Marmorata, e speciali navi marmorarie li trasportavano a Roma e nelle provincie. I marmi lunensi ebbero gran voga specialmente sotto i Flavi, poi nel IV sec. d. C. decaddero, come decadde il commercio di tutti i marmi; le cave furon man mano abbandonate, benchè la lavorazione non cessasse mai completamente.

Per Luna fu il principio della decadenza, affrettata in seguito dalle incursioni longobarde, normanne e saracene, dall’interrimento graduale del porto e soprattutto dalla malaria. Questo tremendo fattore di distruzione penetrò anche nella Valle della Magra, come era già penetrato gradualmente lungo il resto della costa toscana, e distrusse la vita della città, portando con sè lo spopolamento, la desolazione, la miseria. Forse, senza il sopraggiungere della malaria, Luna avrebbe ancora potuto risorgere dopo le distruzioni dei Normanni e dei Saraceni, situata, come era, lungo l’itinerario tradizionale dei pellegrini romani (134), di quelli da e per S. Jacopo di Compostella, e sulla strada degli imperatori, che attraverso il Monte Bardone si recavano nell’Italia Centrale (135). Ma la malaria si era impadronita troppo profondamente della regione: le case rovinate non vengono ricostruite e, nell’atto di fondazione del monastero di S. Maria di Castiglione (10 giugno 1033), il marchese Adalberto e Adelaide sua moglie, daranno, insieme ad altri beni, al detto monastero “infra civitatem Lunensis que sunt de areas de terra cum muras et petras in parte super habente, que iam solarias et salas fuerunt ».

Luna non risorge più: Riccardo Divisiensis la chiama “maledictam civitatem episcopalem»; Gervasio Tillebury “ maledicta; nell’Itinerario di Mattheus di Parigi è “Lune la maudite”; la bolla di traslazione di Innocenzo III dice: “sic suos habitatores devorat et consumat, quod pauci vel nulli commorentur in ea». Gli abitanti si stabiliscono definitivamente sulle pendici delle colline circostanti e le carte medievali mostrano che nella pianura di Luna non vivono ormai che pochi e poveri contadini (136). II Vescovo ha abbandonato la sua città spopolata per trasferirsi a Sarzana e la bolla del papa Innocenzo III, che nel 1204 trasferisce là la sede épiscopale, non fa altro che riconoscere uno stato di cose che data già da qualche tempo. Anche la via Romea evita ormai il centro infetto; Luna passa fra le città leggendarie, sua erede sarà il nuovo borgo di Sarzana. Alla foce della Magra, ai porti di S. Maurizio e di Ameglia continuano ancora ad approdare piccole navi ad uno e due alberi (137); ma a scapito dell’antico Portus Lunae, ormai interrato, fioriscono gli approdi del vicino golfo, dapprima Portovenere, poi la Spezia (138).

Tratto da LUNI, di Luisa Banti, Firenze: Istituto di Studi Etruschi; Rinascimento del Libro, 1937

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