L’INDUSTRIA AGRICOLA NELLA VALLE DELLA MAGRA NEL 1832

“L’asciuttore” – come dicono a Lucca – di quest’estate perdurante provoca molti danni, lamenti ed alcune riflessioni. Sarebbe questo 2003 un anno di carestia, anche noi – e non solo gli extracomunitari – saremmo diventati degli affamati, se ancora ci fossero i dazi e le barriere dei mercati locali chiusi di un tempo. Un altro pensiero è che lo stress da caldo lo patiscono anche le piante. I giardinieri mediterranei avevano per tempo imparato rimedi contro il sole che non da tregua. In questa estate infuocata paesi come il Marocco e la Spagna e aree meridionali italiane hanno rifornito il nostro mercato ortofrutticolo, altrimenti carente, perché quelle terre praticano ancora gli insegnamenti arabi e medioevali. Buona conoscenza dei processi vitali delle piante e ottime competenze di ingegneria idraulica facevano scavare cisterne per raccogliere l’acqua piovana e sorgine sopra e sotto il livello del suolo. Non facevano il prativo ad ogni costo intorno alla villetta e del tutto fuori contesto, ma facevano orti e giardini occupati da piante adatte al clima del luogo, disposti in lieve pendenza, delimitati da cordoli di terra, in modo che innaffiando la prima zona in alto si faceva defluire l’acqua in quelle sottostanti, bagnando solo il terreno e non il resto della pianta che ne patirebbe, come invece avviene con le nostre girandole, e il bisogno di acqua si riduceva di molto. Oppure per difendere le piante dallo stress termico lasciavano crescere l’intreccio di fichi d’India con tralci di vite inselvatichita: gli effetti erano e sono grandiosi. La carta geografica, fisica e storica della valle del Magra elaborata da Zuccagni e Orlandini nel 1832, qui sotto se ne riporta parte della didascalia, commenta anche che i troppi campanilismi, le divisioni di confini e dazi conseguenti hanno ostacolato il decollo economico della regione, che la sopravvivenza affidata al castagno non ha pungolato ad avviare altre iniziative produttive. Oggi molto delle colture agricole è scomparso, insieme al bestiame, di cui nella carta di danno le cifre.

Maria Luisa Simoncelli, Il Corriere Apuano, 2003

“Strabone ed altri storici antichi chiamarono sassosi e ingratissimi i terreni dell’Appennino abitato dai Liguri Apuani. Le moderne lavorazioni resero più domestiche le alpestri pendici di Lunigiana, nelle quali trovansi anche di tratto in tratto buoni fondi di suolo. Il centro poi della valle è ingombro di colline, con poche ed anguste pianure interposte, formate sì le une che le altre da strati orizzontali di terreni di trasporto, quindi assai feraci. Potrebbe dunque l’arte agraria prosperare mirabilmente in questa provincia, se la imbarazzatissima promiscuità di dominj non recasse gravosi ostacoli alla libera circolazione ed estrazione dei generi soprabbondanti. Ciò non pertanto lo stato dell’agricoltura non è decadente né stazionario nei distretti granducali di val di Magra, ma trovasi ovunque rianimato mercé le cure dei proprietari, i quali, sebbene non ricompensati da equivalenti lucri commerciali, hanno la savia discretezza di non lasciare senza lavoro la numerosa classe degli agricoltori. È notabile infatti che nella stessa comunità di Pontremoli, il di cui capoluogo è città, se ne contano nondimeno 65 per cento, e negli altri due comuni di Fivizzano e Bagnone dai 72 ai 79. Ma in Calice e Caprio essi ascendono agli 83; in Albiano e Casola agli 85; in Terrarossa e Filattiera agli 88; ed in Groppoli e Zeri fino ai 91. Questa numerosa classe di buoni agricoltori sarebbe docilissima ai savi consigli ed alle prescrizioni di utili miglioramenti, quanto mostrasi volenterosa al lavoro, Che non potrebbe dunque ottenersi da essa, se il territorio di Lunigiana, per vie facili e dirette fosse posto in comunicazione colla capitale e colle altre province del Granduicato!

Nelle comunità di Caprio, Filattiera, Groppoli, Terrarossa, la raccolta dei cereali avanza ai consumi; lo stesso dicasi del Comune di Calice che è in val di Vara. Nei comuni di Bagnone ed Albiano la predetta raccolta è sufficiente; manca bensì in quelle di Pontremoli, Zeri, Casola e Fivizzano, le quali distendono i loro confini sull’ alto Appennino. In esse però supplisce il frutto assai copioso dei castagni, dei quali si trovano in tutta la Lunigiana boschi estesissimi. Sarebbe anzi desiderabile che i contadini appenninigeni fossero meno adescati da questa specie di prodotto che loro costa sì poco, poiché se talvolta viene a mancare, restano puniti con la carestia della loro imprevidenza. Ben è vero che la sementa delle patate, in addietro al tutto trascurata, si fa ora nel distretto pontremolese con particolare impegno, e discreta è pure la loro raccolta nel Vicariato di Fivizzano; quindi è probabile che sì utile esempio venga imitato anche nel Vicariato di Bagnone, ove per ora ben poche se ne coltivano. Gli antichi, tra i quali Plinio, ed i moderni scrittori, tra i quali il Baccio, molto commentarono i vini di Lunigiana, e per verità nelle colline submarine se ne raccolgono di ottimo gusto. Ma nelle comunità montuose di Fivizzano e Casola, sebbene riesca buono di qualità, ha però alquanta crudezza e manca ai consumi.

Nel comune poi di Zeri è molto aspro e se ne raccoglie pochissimo. In tutte le altre località avanza ai consumi, ma è di qualità assai mediocre, se si eccettui quello delle colline pontremolesi, ove il vino comune che si raccoglie è semplice e buono, ed alcune specie di vini scelti sono di squisito gusto. Nel distretto fivizzanese e nei due comuni di Albiano e Calice più prossimi alla marina, la raccolta dell’olio soprabonda al consumo degli abitanti; basta appena nel comune di Caprio; non è sufficiente nel circondario di Bagnone e di Pontremoli, e nel comune di Zeri manca affatto. Dovrebbe supporsi che l’ottimo metodo di fare l’olio usato dai limitrofi Lucchesi, fosse praticato anche in val di Magra; pure non è così, e l’olio riesce infatti di mediocre qualità. Molteplici sono le specie di frutta che si raccolgono in tutta la provincia, e sono di molta durata e di ottimo sapore. I gelsi erano trascurati; è anzi incomprensibile la severa proibizione dell’antico statuto pontremolese di tenere bachi da sete e di sfogliare le piante di moro. Certo è che da poco tempo quest’albero utilissimo prospera in tutta la valle, perché con particolare cura è ora coltivato. Gli alveari non mancano nel circondario pontremolese, ma altrove sono assai trascurati. Molta canapa si raccoglie in tutta la provincia, perché ovunque è coltivata; il lino all’opposto non si semina che nei soli contorni di Pontremoli e di Fivizzano. Considerabile è la quantità del bestiame alimentato nei territori granducali di questa valle; essendoché il vaccino da frutto ascende agli 8.220 capi; il bovino da lavoro ai 1.000; il caprino ai 10.990; il pecorino ai 27.650; il cavallino e somarino ai 1890, e finalmente il porcino ai 3740”.

L’immagine è tratta dalla pagina Facebook Visita la Lunigiana…..

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