LE ORIGINI (DI PONTREMOLI)

Il castello del Piagnaro

I reperti archeologici ben poco lasciano intravvedere della preistoria del territorio chiuso tra l’Appennino e i corsi di due affluenti del fiume Magra, Capria e Teglia: il territorio del Comune medievale di Pontremoli.

Il Caselli ricorda una punta di freccia in diaspro trovata, non dice come e quando, a Giaredo nella valle della Gordana, allo sbocco di quei pittoreschi stretti noti per gli strati di diaspro affioranti sulle sue sponde scavate dalle acque¹.

Il Formentini ed il Giuliani accennano a ritrovamenti di manufatti dell’età del bronzo a Gravagna e ad Arzelato che furono a loro segnalati ma dei quali non poterono fare alcun personale riscontro. Oggetto di esame poté essere invece uno dei cinerari rinvenuti nel sepolcreto del Mondagnè, riportato occasionalmente alla luce, presso lo spartiacque Gordana-Teglia, quando nel 1938 si stava tracciando la rotabile Arzelato-Rossano. Il tipo di vaso e la natura del solo oggetto di corredo fecero attribuire quel sepolcreto alle culture della tarda età del bronzo o della prima età del ferro delle non lontane province emiliane (2).

Presso il luogo del ritrovamento è tuttora visibile uno di quei monumenti caratteristici della Lunigiana: la statua-stele di Scorcetoli, forse dell’età del bronzo o della prima del ferro. Un al-tro di quei monumenti, la statua-stele mutila di S. Cristoforo Gordana, una delle poche rinvenute nei territori ad occidente del corso della Magra, ha trovato posto nel museo del castello del Piagnaro, in Pontremoli (³).

Pressoché nulle le tracce della romanità. Né cippi, né iscrizioni, né resti di ponti. Sola testimonianza un piccolo deposito di monete scoperto nel 1926 entro un muro, giudicato allora di fattura romana, durante i lavori di restauro di un edificio sito in prossimità del passo del Bratello (4).

Eppure la val di Magra, estremo lembo nord-occidentale del territorio del municipio di Lucca, sarebbe stata percorsa dalla via Aemilia Scauri da identificarsi, secondo il Formentini (5), con la medievale via Francigena ed identificabile forse, a sud di Pontremoli, con il tracciato ricomposto dal Ferrari sulle indicazioni della tradizione locale, tra il basso corso della Capria e la località di Santastina, indicata nelle carte dell’Istituto Geografico Italiano, non si sa per quale equivoco, come S. Giuliana (6). È la località dove, in posizione fronteggiante il poggio sul quale ancora si scorge, oltre il fiume, la chiesa plebana di S. Cassiano d’Urceola, poi di Saliceto, di fondazione alto-medievale, sorse un monastero dedicato a S. Giustina, dipendenza del monastero di S. Giovanni di Parma.

Del tutto sterili, archeologicamente, sono rimaste a tutt’oggi le rive dei due fiumi, Magra e Verde, ove questi bagnano l’area di sviluppo del borgo medievale cui fu dato il nome di Pontremoli. Troppo vaga è la segnalazione, dovuta al Targioni Tozzetti, di occasionali reperimenti di artefatti della gentilità, oggetti bronzei subito fusi per farne dei campanelli (7).

Lo Sforza suppose che l’abitato di Pontremoli prendesse l’avvio da una mansio o stazione di tappa, d’età romana. La tesi è stata di recente ripresa dall’architetto Gian Luigi Maffei in un suo studio sull’urbanistica pontremolese. Ed in un certo senso convalidata: in una delle piante allegate alla pubblicazione del Maffei, si vede tracciato il perimetro di un insediamento romano sulle pendici orientali del colle del Piagnaro; non è detto ma è da ritenere vi sia stato un riscontro, sul terreno, di resti di strutture romane (8).

Non si tratta certamente del perimetro di una città, di quella città di cui si andò favoleggiando tra XV e XVIII secolo: Apua, città ligure od etrusca-ligure, capitale dei Liguri Apuani, romanizzata dopo l’entrata nella valle delle legioni di di Roma, distrutta da incursioni barbariche, risorta come Pontremoli ad opera degli apuani scampati tra i monti.

Gli stessi scrittori pontremolesi che si dedicarono, più di altri, a sviluppare il racconto delle vicende di Apua e degli apuani, non appaiono neppure d’accordo sulla localizzazione della città.

Giovanni Rolando Villani, vissuto nel XVI secolo, afferma, non senza subire l’influenza di ambizioni familiari, che Apua sorgeva sulla costa di Saliceto, da intendere grosso modo la zona collinare compresa tra il basso corso della Gordana ed il canale della Gozzola, circa un chilometro a sud-ovest della Pontremoli di oggi e che quando i superstiti apuani vollero costruirsi una nuova città, scelsero la confluenza Verde-Magra perché vi si poteva disporre, con abbondanza, di acqua, sabbia, pietre. Il cappuccino Bernardino Campi, vissuto tra XVII e XVIII secolo, era invece certo che Pontremoli fosse sorta sulle rovine stesse di Apua (9).

L’invenzione di Apua fu generalmente addebitata a frate Annio da Viterbo per certi falsi frammenti riportati nei suoi Antiquitatum variarum volumina apparsi nel 1498. Non mancano tuttavia indizi ad avvalorare l’ipotesi e non è per la prima volta avanzata che il viterbese si fosse limitato a raccogliere quanto già elaborato a Pontremoli e, si può aggiungere, per un immediato interesse: la giustificazione storica al progetto di Galeazzo Maria Sforza che intese elevare Pontremoli al rango di città e farla sede vescovile in contrapposizione a Sarzana, allora dominio fiorentino ma pur sempre considerata erede di Luni (10). A questo scopo scopo grammatici e umanisti – non ne mancavano a Pontremoli – dovevano essersi già affacendati in distorte interpretazioni dei passi delle Storie di Tito Livio riguardanti i Liguri Apuani. Interpretazioni, e conseguenti argomentazioni, alle quali sin dal 1730 negava ogni validità il Muratori in una lettera indirizzata al pontremolese Camillo Canossa (11).

Ebbe l’insediamento romano del Piagnaro, segnalato dal Maffei, funzione determinante nella formazione della terra murata che avrà nome Pontremoli? Se ne può dubitare.

Nella tarda romanità ed in età bizantina il principale centro dell’alta val di Magra, demico e militare, è Surianum, l’odierna Filattiera, a molto meno di una giornata di cammino dal colle del Piagnaro (12).

In età longobarda l’avvio, per la strada della Cisa, di un traffico a raggio europeo, forse non di soli pellegrini diretti a Roma o reduci da Roma, sembra promuovere una trasformazione della più antica viabilità e l’insediamento di nuova popolazione in prossimità dei guadi attivati in  quella che sarà l’area di sviluppo dell’abitato di Pontremoli. È nell’ultimo secolo del regno longobardo che re Liutprando fonda il monastero di Berceto; che il missionario dell’epigrafe tombale di S. Giorgio di Filattiera fonda lo xenodochio di Montelungo; che nel breve spazio pianeggiante, tra Verde e Magra, ai piedi del colle del Piagnaro, sorge, per fondazione regia, la chiesa di S. Giovanni (13). Non n’è tuttavia presto sovvertita l’arcaica sparsa demografia rurale caratterizzante, son parole del Giuliani, le valli del Pontremolese (14): la ricordata chiesa plebana di S. Cassiano che, eretta probabilmente nella seconda metà del secolo IX, avrà più tardi nella sua giurisdizione le chiese plebane di Pontremoli pur non essendone stata la matrice, prende nome all’origine dal centro curtense di Urceola (oggi un casolare in località Orsola nella dizione della cartografia ufficiale) toccato da un tracciato della via del Bratello che ignorò la confluenza Verde-Magra (15). Forse questa del Bratello la via che in età romana prevalse sugli altri arcaici itinerari transappenninici riconoscibili nell’alta valle della Magra ma certamente non una via consolare quale la Aemilia Scauri sul cui percorso la tesi del Formentini, d’altra parte, non trova tutti concordi.

Secondo la tradizione raccolta da scrittori pontremolesi quali il Villani e il Campi, determinante fu invece, per la prima formazione di Pontremoli, l’incastellamento del colle del Piagnaro seguito alle violenze che avevano accompagnato il passaggio di torme spietate scese dall’Appennino e dirette in Toscana.

Fu l’esercito del goto Totila come vogliono gli scrittori pontremolesi oppure furono Saraceni o Ungari, in scorrerie ricordate dagli stessi scrittori senza particolari implicazioni? Le circostanze storiche fanno optare per gli Ungari (16). Nell’incursione che nel 937 condusse gli Ungari attraverso l’Italia occidentale sino a Capua e Benevento, la val di Magra, da oltre due secoli percorsa dai pellegrini dell’Europa nord-occidentale, dovette offrirsi loro, lo riconosce la Fasoli, come la via naturale per raggiungere Lucca dalla Padania. E a sostegno dell’ipotesi ungara può essere richiamato un indizio assai  significativo: la dedicazione di una chiesa pontremolese a S. Geminiano, il santo vescovo di Modena che nei secoli ha continuato ad essere invocato come protettore di Pontremoli e del suo territorio.

Scriveva il cappuccino Bernardino Campi che i Pontremolesi erano stati mossi a singolare devozione verso il Santo ad imitazione di Narsete, il vincitore dei Goti, che si era posto sotto la protezione di S. Geminiano dopo averne conosciuto, passando per Modena, le prodigiose grazie e stupendi miracoli. Sarebbe stata dunque una protezione cercata contro un comune nemico (17), Sappiamo però che S. Geminiano non fu invocato contro i danni della guerra gota bensì contro la minaccia delle incursioni ungare del secolo X, dopo l’evento miracoloso verificatosi nel corso di una delle prime incursioni in cui era rimasta coinvolta Modena.

All’avvicinarsi degli Ungari i Modenesi terrorizzati abbandonarono la loro città: le porte e le mura restano senza difesa; gli Ungari percorrono le vie deserte, entrano nella cattedrale; giunti davanti al sepolcro che racchiude il corpo del santo Vescovo, son presi da timore reverenziale e si ritirano, dalla cattedrale e dalla città, senza nulla toccare.

Se fu l’incursione ungara a provocare la costruzione del primo castello del Piagnaro, forse una torre ed un recinto, e se al trauma del passaggio degli Ungari può essere collegato il ricorso a S. Geminiano, si può allora datare la costruzione del castello e della chiesa alla metà circa del X secolo, ad una data che precede di una cinquantina d’anni il primo documento nel quale si riscontra il nome di Pontremoli, l’itinerario di Sigerico arcivescovo di Canterbury, anch’egli pellegrino a Roma.

L’incastellamento del colle del Piagnaro – la costruzione di torri di difesa fu allora fenomeno assai diffuso nell’Europa percorsa dagli Ungari – prestò protezione a varia popolazione: alla popolazione già presente tra Verde e Magra, insediata nel vecchio piccolo borgo della biedla o nelle case, a carattere non necessariamente agricolo, unite alla Villa Abbia, la tenuta donata da Adalberto I di Toscana al monastero di Aulla nell’884; alla popolazione che abbandonò gli abitati formatisi presso i guadi sulle rive opposte del Verde e della Magra, il Bambarone e il Borgovecchio, entrambi citati dagli Statuti del Comune e ricordati dalla toponomastica in un’area che di recente è tornata ad essere investita dall’espansione urbanistica della moderna Pontremoli (18).

L’afflusso di altra gente dal territorio circostante ed il naturale incremento delle popolazioni, iniziatosi nel secolo X, fecero il resto. Lo sviluppo demografico, il manifestarsi di qualità guerriere tra i suoi abitanti, il rafforzamento delle difese castrensi, faranno ben presto di Pontremoli un forte arnese di guerra che dal controllo della via della Cisa trae un autonomo peso politico.

A questa crescita presiedono gli Adalberti (19) che nella chiesa di S. Geminiano ebbero la loro chiesa gentilizia e che possono essere considerati gli autori dell’incastellamento del colle del Piagnaro.

Titolari di antichi diritti legano il loro nome alle alte valli del Pontremolese, ad una zona del Bagnonese, al versante settentrionale dell’Appennino nell’alto Taro; beneficiari di terre nella bassa Vara (Tivegna, Castiglione, Bracelli, Padivarma), il loro consorzio gentilizio se ne sentirà contestare il possesso dai vescovi di Luni nel XIII secolo.

Di rivendicazioni vescovili su Pontremoli non è rimasta traccia. Ci è noto invece che l’imperatore Enrico II assegnò nel 1014 all’Abazia di Leno due parti dei pedaggi che si riscuotevano a Pontremoli. Furono forse puniti gli Adalberti per essere stati, al seguito degli Obertenghi, fautori di re Arduino? È possibile.

I monaci di Leno erano venuti a stabilirsi, dal Bresciano, a Montelungo intorno alla metà del secolo X e vi si erano sostituiti, nel ricostruito o restaurato xenodochio sulla via della Cisa, all’Abazia bresciana di S. Giulia già di S. Salvatore; lo xenodochio di Montelungo era stato assegnato all’Abazia di S. Salvatore da un diploma di re Adelchi del 772 e quindi dai diplomi dell’imperatore Lotario, anno 851, e dell’imperatore Ludovico II, anni 861 e 865 (20). Agli stessi monaci di Leno, secondo il Campi, il Comune (e per Comune dobbiamo intendere gli Adalberti, ché di un Comune pontremolese ancora non si può parlare) avrebbe ceduto la chiesa di S. Giorgio sorta poco a nord del colle del Piagnaro sul bivio via della Cisa-strada lombarda o strada del Cirone, trasferendo i chierici già addetti alla chiesa di S. Giorgio nella chiesa di S. Geminiano.

Non si conosce per quanto tempo l’Abazia di Leno percepisse effettivamente la quota dei pedaggi di Pontremoli attribuitale; è lecito tuttavia supporre che la concessione di Enrico II fosse di fatto caduta quando a distanza di un secolo e mezzo i Pontremolesi ottengono dall’imperatore Federico I di godere, sul loro territorio, di tutte le regalie imperiali.

Gli Adalberti pontremolesi, presto diramati in più famiglie, manterranno nel loro consorzio gentilizio il controllo della terra murata destinata a divenire una disputata chiave dell’Appennino, forti dell’apporto militare e politico che erano preparati a dare. Vassalli d’ufficio degli Obertenghi, forse loro consanguinei, con il decadimento della marca della Liguria orientale e del comitato di Luni, hanno agio di svincolarsi dai poteri marchionali e comitali, non senza essere avvantaggiati, è supponibile, dall’editto dell’imperatore Corrado II che nel 1037 dà all’aristocrazia feudale minore un’arma legale per contestare il potere dei maggiori feudatari (21). In tale processo gli Adalberti acquisteranno piena autonomia ed il loro consorzio gentilizio andrà identificandosi con il primo Comune pontremolese.

La dimensione territoriale degli originali loro poteri feudali potrebbe essere suggerita dall’esame dei beni del capitolo della cattedrale di Luni. E’ singolare che delle dodici chiese dipendenti da quei canonici, elencate in una bolla di papa Gregorio VIII del 19 dicembre 1187, ben cinque risultino dislocate nel Pontremolese: le chiese di S. Geminiano e di S. Giacomo del Campo nella stessa area urbana; la chiesa di S. Maria di Mignegno poco più a settentrione presso la confluenza Magriola-Magra; la chiesa di S. Lorenzo di Navola nell’alto Verde. Non sappiamo con certezza delle altre chiese ma conosciamo l’atto con il quale nel 1095 Ildeberto e Corrado giudice, ritenuti due adalbertenghi, donano al capitolo di Luni le quote della chiesa di S. Geminiano e dei relativi beni loro spettanti. Ed è anche singolare che le tre chiese a nord di Pontremoli fossero sorte in località che potevano rappresentare posizioni di forza sulle vie transappenniniche: Succisa e Mignegno su di un primitivo tracciato della Cisa; Navola ad un traguardo sia della via del Bratello che della via del Borgallo proveniente direttamente da valdena dove furono altri Adalberti. Da Navola le due vie riunite, proseguendo verso sud, attraversavano la silva vignolensis, ampio comprensorio montano sul quale eserciterà il diritto di proprietà il Comune pontremolese, e toccavano, nei pressi della pieve di Vignola, il castello di Belvedere ricordato ancora in un documento del XIII secolo riportato negli Statuti del Comune (23).

Tratto da Storia di Pontremoli, dalle origini all’Unità d’Italia, di Nicola Zucchi Castellini, Tolozzi Compagnia dei Librai, 1990

  1. C. Caselli, La Lunigiana geologica e preistorica, La Spezia 1926 (ristampa ana-statica nelle Edizioni Arnaldo Forni, Bologna 1962); N. Zucchi Castellini, I diaspri ornamentali di Giaredo, in ASPP, IV s., v. XVII (1965).
  2. U. Formentini, Tomba a cremazione scoperta nel territorio di Rossano (Zeri), in Reale Accademia d’Italia, Notizie degli scavi di Antichità, s. VII, v. II, 1942; U. Formentini, Per la cronologia delle tombe dell’età del ferro nella Liguria centro-orientale, in RSL, anno XII (1946), nn. 1-2; M. Giuliani, Tomba a incenerazione nell’alta Val di Magra, in GSLL, n. s. v. XXV (1939).
  3. 3 A.C. Ambrosi, Corpus delle statue-stele lunigianesi, Istituto Internazionale di Studi Liguri, Bordighera 1972; M. Giuliani, Un frammento di statua-menhir scoperto nel Pontremolese, in GS Lun, n. s., anno 1 (1950), nn. 1-2.
  4. L. Bocconi, Brogliaccio Lunigianese, manoscritto presso N. Zucchi Castellini. 5 U. Formentini, Le due “viae Aemiliae“, in RSL, anno XIX (1953), nn. 1-4. 6 P. Ferrari, Escursioni in Val di Magra, QGM, n.88, 1942; ristampa in P. Ferrari, Studi di Storia Lunigianese, Pontremoli 1985.
  5. U. Formentini, Le due “Viae Aemilae”, in RSL, anno XIX (1953), nn. 1-4
  6. P. Ferrari, Escursioni in Val di Magra, QGM, n. 88, 1942
  7. G. Targioni Tozzetti, Viaggi in Toscana, Firenze 1768-1779, v. XI, parte IV, sez. II.
  8. G. L. Maffei, Profilo storico urbanistico dello sviluppo della città di Pontremoli, in “Studi e documenti di Architettura”, 1973; G. Sforza, Memorie e documenti per servire alla storia di Pontremoli, Parte 1, Franceschini, Firenze 1904 (ristampa anastatica nelle edizioni Arnaldo Forni, Bologna 1972).
  9. A. Campi, [frå Bernardino], Memorie storiche della città di Pontremoli, ivi 1975; N. Zucchi Castellini [a cura di], Cronache pontremolesi del Cinquecento, in “Fonti e Studi”, s. 1, X, presso la Deputazione di Storia Patria per le Prov. Parmensi, 1980.
  10. M. Giuliani, Luni e la leggenda di Apua nei cronisti pontremolesi, in ASPP, n. s., v. XXXIII (1933).
  11. G. Sforza, Memorie e documenti, cit., Parte II, v. I; U. Mazzini, Il parere di Anton Maria Salvini sulla esistenza di Apua, in GSL, v. VIII (1916-1917).
  12. P. M. Conti, Filattiera e le sue peculiarità storiche e archeologiche alto medievali, in ASPP, IV s., V. XXVI (1974).
  13. U. Formentini, Il monastero regio di S. Giovanni di Pontremoli, QGM, n. 53, 1940.
  14. M. Giuliani, L’Appennino Parmensei Pontremolese. Appunti di geografia storica per un programma di ricerche lessicali e folcloristiche, in GM, anno XXIX (1928), n. 12 e anno XXX (1929); a parte, QGM, n. 69, 1929.
  15. N. Zucchi Castellini [ a cura di], Cronache pontremolesi del Cinquecento, cit.; N. Zucchi Castellini, Il Comune di Pontremoli e la sua espansione territoriale, in ASPP, IV s., v. XVIII (1966).
  16. M. Giuliani, Alcune particolarità toponomastiche della Valdantena, in ASPP, IV s., v. XIII (1961); N. Zucchi Castellini, La commenda di S. Leonardo e l’Ospedale di S. Giovanni di Pontremoli, in Studi storici – Miscellanea in onore di Manfredo Giuliani, Parma 1965.
  17. A. Campi, (frå Bernardino), Memorie storiche, cit.
  18. U. Formentini, Per la storia precomunale di Pontremoli, QGM, n. 20, 1938; M. Giuliani, Pontremoli- Profili dell’urbanistica di un “oppidum” medievale dell’Appennino ligure-emiliano, in GS Lun, n. s., anno XII (1961).
  19. P. Ferrari, La chiesa e il convento di S. Francesco di Pontremoli.- Note di storia pontremolese, Bertocchi, Pontremoli 1926; ristampa: Rosi editore, Mulazzo (1974);

P. Ferrari, La chiesa di S. Bartolomeo “de donnicato” vicino a Pontremoli, gli Adalberti e le origini obertenghe, Pontremoli 1938; P. Ferrari, Escursioni in val di Magra, cit.; U. Formentini, La terza dinastia dei conti di Parma e le origini obertenghe, in ASPP, IV s., v. 1 (1945-48); U. Formentini, La pieve di Bagnone,in GS Lun, n. s., anno V (1954); G. Volpe, La Lunigiana Medievale, “La Voce”, Firenze 1923; ristampa in Toscana Medievale, Sansoni, Firenze 1964.

  • G. P. Bognetti, Un nuovo primato di Brescia: il banco di prova della civiltà longobarda, S. Salvatore di Brescia, in L’età longobarda, v. IV, Milano 1966; U. Formentini, I Longobardi sul Monte Bardone, BGM, n. 73, 1929; U. Formentini, Intorno all’Ospedale di S. Maria della Cisa, in GM, anno XXX (1929), n.1.
  • P. Ferrari, La Lunigiana e i suoi Signori, in Castelli di Lunigiana, Cavanna, Pontremoli 1927; ristampa: Bassani, Carrara, 1963.
  • U. Formentini, La “plebs civitatis” e il capitolo dei canonici della cattedrale di Luni, in GS Lun, n. s., anno IV (1953).
  • Pontremoli Statutorum ac Decretorum volumen Viotto, Parma 1571, libro IV.

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