FABRIZIO MARAMALDO – GOVERNATORE DI PONTREMOLI

I

Stemma della famiglia Maramaldo – immagine tratta da Wikipedia

Pietro Giordani racconta che la figlia di Silvestro Aldobrandini, richiesta dal Maramaldo di ballare con lui, rispose: nè io, nè altra donna d’ Italia, che non sia del tutto svergognata, farà mai alcuna cortesia all’assassino di Ferruccio. “ Quel  secolo” (ne tira per conseguenza il Giordani) “valeva meglio del nostro poichè agli operatori di cose inique dava almeno “cagione di doversene pentire”  (1).

L’aneddoto ha tutta l’aria d’una favola. Scipione Ammirato, che lo trasse dal Priorista  “d’un giovine nobile del Garbo (2), non lo notò per adulazione privata”, come vuole il Giordani, ma ne scrisse a Cinzio Persone, Cardinal di S. Giorgio, che nasceva da Giulia, figlia appunto di Silvestro Aldobrandini e sorella di papa Clemente VIII, per intendere se questa cosa sta cosi (3). Del resto, tutti gli altri scrittori del Cinquecento ne tacciono. Quanto poi quel secolo valesse meglio del nostro, lo mostra l’ esser quel ballo dato da Francesco Maria I Della Rovere, Duca d’ Urbino, che di sua mano, quasi alla presenza di papa Giulio II, aveva ucciso il cardinale Alidosio (4). Pochi forse de’ gentiluomini là raccolti, cavandosi i guanti, potevano mostrare le mani senza macchie di sangue; e se la bella Aldobrandini ne fosse stata sdegnosa, certo non avrebbe trovato con chi fare una contradanza. E di quel secolo il Giordani asseriva: “ oso dire ch’ io lo conosco come se vi avessi vivuto”. Ne dà la prova!

Mariano D’ Ayala pretende che Giovambatista Castaldi aborrisse dal Maramaldo “per l’ indegno omicidio del Ferruccio “ (5). Era proprio uomo da scrupoli il Castaldi, che colle sue mani trucidò il cardinal Martinuzzi! Dell’ uccisione del Capitano fiorentino se n’è fatto un gran chiasso in questo secolo; nel Cinquecento non produsse nè caldo, nè freddo. Per quanto atroce e codarda, e sulla persona d’un ferito e d’un prigioniero, era in chiave cogli umori, cogli usi, co’ costumi di que tempi e di quegli uomini.

Figlio di Francesco Maramaldo, signore di Lusciano, che pizzicava un tantino di letterato, Fabrizio fu amico di varii umanisti; e uno di questi, Giano Arisio, lo chiamò “pater elegantiarum”, dopo avere scannato il Ferruccio. Il Tansillo, in uno de’ suoi Capitoli, ricorda “il mio signor Fabrizio Marramaldo”; Girolamo Borgia, in un epigramma latino, afferma, che in lui si era trasfusa l’anima del Fabrizio della vecchia Roma; Donato Callofilo lo chiama “il gran napolitano”, e lo dipinge “buono, d’alto ingegno, valoroso, avido di gran nome e degna fama”; Niccolò Martelli ne celebra “i gran fatti egregi”, e in lui trova “ tutte quelle generose eccellenze, che si possono contare nel valore degli antichi et de i moderni”; per Luca Contile è “gentiluomo et cavaliero valoroso”; per Marco Antonio de’ Falconi è “l’honoratissimo e mai abbastanza lodato cavaliere, lo Signor Fabritio Marramaldo”; e per il Signor di Brantôme, “ce brave Maramaldo”. Scelse a propria impresa il tempio della Fede, rovinato e caduto a terra, col motto: in me manet et ego in ea;  “quasi (come osserva Scipione Ammirato) dica: non importa niente che questo tempio stia così mal condotto, come vedete, per ciò che la fede istessa alberga in me et io in lei, onde non le fa bisogno d’altri tempi, bastandole questo che io le ho fatto nel cuore “(6). Papi, Imperatori, Principi, Cardinali, personaggi d’ogni qualità se lo tennero in palma di mano e l’ebbero carissimo. Del resto, portava un cognome, che “ per quattro secoli avevano reso illustre, baroni, santi, poeti, cardinali, guerrieri valorosi “(7). Già in su cogli anni, trovò una gentildonna che non senti nè ribrezzo, nè vergogna a maritarsi con lui. Fu Porzia Cantelmo, vedova di Carlo Caraffa; la quale gli portò in dote ventimila ducati; somma che dovette fargli un comodo grande, giacchè datosi allo scialare, al gioco, ai divertimenti s’era quasi mangiato tutto. “Se le piccole cose alle grandi si possono comparare (dice l’ Ammirato), par che di lui avvenisse quel che di Lucullo, celebratissimo capitano romano, si scrive perciocchè o stanco delle fatiche militari, o pur di sua electione, forte si diede agli agi del vivere e al piacere del gusto, come che dalle gotte molto fosse travagliato”(8). Nè alle sue nozze mancò il sorriso delle muse, avendole cantate Giovanni Filocalo da Troia, lettore d’umanità nello Studio di Napoli. Che occhi avrebbe fatto il Giordani, che conosceva il secolo XVI come “se vi avesse vivuto”, a leggere il Carmen nuptiale in Fabritii Marramauri nobilis et strenui ducis et Portiae Cantelmiae coniugis rarissimae nuptiis, impresso a Napoli il 1533!

 Non si creda che io abbia Fabrizio per uno stinco di santo, nè che venga a farne la riabilitazione. Dio me ne guardi! Basti sapere che in vecchiaia, a sgravio della coscienza, regalo trecento undici ducati allo Spedale degli Incurabili; e ridotto poi in fin di vita, verso il 1555, gli si mise attorno il P. Marinoni teatino con altri frati, e lo sanno loro quello che udirono in confessione! “De peccati grossi dovea averne sull’ anima, perchè avendo disposto che una notevole somma fosse distribuita in opere di pietà da que religiosi che l’aveano assistito, i Teatini, più scrupolosi, non vollero la loro parte, per tema di scottarsi le mani “(9). Nel rifiuto v’entrò forse il ricordo del sacco di Roma, dove appunto i Teatini più degli altri erano stati scherniti, bastonati, torturati. E in quel sacco ebbe la sua parte anche il nostro Fabrizio. E dove non l’ebbe in quante diavolerie furon fatte ai suoi tempi? A Roma, peraltro, passò il segno. Nel palazzo del Cardinale Andrea Della Valle, per essere in voce d’imperialista, avevano cercato rifugio in gran numero uomini e donne, portandovi le robe più preziose. II Maramaldo vi corse in persona, e voleva centomila ducati di taglia; n’ebbe trentacinque mila in due giorni, e fu assai che se ne contentasse. Tra gli oggetti di valuta che papa Clemente bisognò cavasse dal tesoro di S. Pietro per liberarsi da quell’ orda di assassini e di ladri, al Ma-ramaldo toccò una mitra, e l’ ebbe per “cautela delle sue genti”, quasi tutte native di Cosenza o della Basilicata, “crudeli, avvezze ai latrocinii, scellerate e indegne del nome di milizia”. È il panegirico che ne fa un cronista del tempo (10); e non si stenta a credergli. E un panegirico che quadra per tutte le milizie di ventura d’allora. Infatti il Guicciardini si lagna che” i soldati italiani, seguitando l’esempio degli spaguuoli”, non cedano” in parte alcuna alle loro enormità “ e un altro contemporaneo chiama le famose Bande Nere” gentem rudem, bellisque assuetam, sed feram, agrestem barbaramque” (11).

Maramaldo uccide Ferrucci, francobollo delle Poste italiane emesso per il 4º centenario della morte di Francesco Ferrucci – 10 luglio 1930

Scipione Ammirato, che conobbe Fabrizio “già vecchio”, lo dice “bell’ huomo del corpo, ma di corta vista, onde usava, come molto in Napoli si costuma, di portar del continuo gli occhiali “(12). Ferrante Della Marra lo dipinge “stizzoso, “pronto all’ira et all’andar in collera”. Carlo V, accortosi che per un niente s’imbizziva, prese gusto a farlo montar sulle furie. Un giorno, per spassarsi, lo cominciò a contradire in una cosa delle più giuste; e Fabrizio, non reggendo alle mosse, gli gridò in napolitano: “havesse una menza Vostra Maestà “; venga un mal di milza a Vostra Maestà (13).

Le prime sue armi furon contro Giovanni de’ Medici, essendosi ascritto sotto le bandiere di Ferrante Francesco d’ Avalos, Marchese di Pescara: il quale, per testimonianza della gentile sua moglie Vittoria Colonna, fece infinite volte esperienza della “virtù, sincerità e fede” di lui (14). Non godette, peraltro, le grazie di Prospero Colonna, che già vecchio d’ottant’ anni, al dire del Filonico, faceva sempre notomia di gran donne e belle in Milano, le quali, riscaldate dai baci francesi, non era uopo lungo travaglio per conquistarle e spasimava per la Chiara Visconti,” famosa per la forma egregia del corpo”, a giudizio del Guicciardini (15); nè restava insensibile ai vezzi di Giulia e Bianca Del Maino, che il Filonico dice “giovani e belle oltre per modo”. Intorno a una di queste sembra che ronzasse Fabrizio; anzi, tutto fa credere che fosse la Chiara. Francesco II Sforza, lieto della riconquistata corona, gareggiò con Prospero per rendere sfarzoso il carnevale del 1523. Nove tra le gentil donne più belle furon dichiarate regine, e ciascuna per otto giorni come tale riguardata e servita. Toccò in sorte ad esser prima, come regina, appunto alla Chiara, e scelse, tra gli altri, per “ guardia et servicio di sua persona il S. Fabricio Maramaldo”. Anche la seconda regina, che fu Ginevra Pallavicino, tra’ suoi cavalieri volle “el S. Fabritio”; e tutti si vestirono “ a una  livrea di tella d’oro e veluto morello, molto galantemente;  com le sue zamare a quelli colori, di raso li ziponi; li cavalli erano guarniti delli medemi colori, et quasi tuti corsieri; li cavalieri portavano le loro colane al collo con uno triangollo atachato, dove hera uno gienevro; le berete bianche con li loro penagii in testa morello et bianco. È la descrizione che Ferrante de Sanguo ne fa a Federico II Gonzaga, Marchese di Mantova; soggiunge:  “credo che la non gie sia costo mancho de schudi trecento per cadaunno “(16). Di li a poco, a un convito, presente Prospero, la Chiara , “venne a nominare Fabrizio,  mostrando di tenerlo in maggiore opinione di sangue di quello che era”. Gio. Tommaso Caraffa, famosissimo spadaccino, per gratificarsi il Colonna, “il quale stava geloso di Fabrizio, disse molte parole in detrazione di questi, per disingannare la donna dell’ onorata opinione che n’ aveva” (17).

Ne nacque un duello, e il Maramaldo “dette una ferita al Conte nella panza “e lo stese morto (18).

Riparatosi a Mantova, sotto la protezione del Gonzaga e di quel fiore d’ ogni gentilezza ch’ era la Marchesa Isabella, consorte sua, col mezzo loro fu ribenedetto da Carlo V e riebbe i beni confiscati e potè rimpatriare. Un conto tremendo doveva rendere alla giustizia di Napoli; aveva ucciso la prima moglie, “sforzato dal honor suo” (19).

Il Ferruccio, nel 1528, semplice pagatore delle Bande nere, al soldo de’ Francesi, cadde nelle mani di Fabrizio, e per riscattarsi dovette pagargli trecento cinquanta ducati. Si trovarono a fronte all’ assedio di Volterra il 1530, e il Maramaldo, per dirla col Sassetti,” indotto dal concetto smisurato che hanno i napoletani di se stessi, e dallo avere conosciuto il Ferruccio nel campo di Lutrech sotto Napoli, dove e’ fu prigione, soldato di nessuno nome e sanza carico” (20), per un trombetto gli mando a intimare la resa. Il trombetto venne fatto impiccare dal Ferruccio; atto veramente (come osserva il Varchi) “ che non si usò mai tra’ soldati, e che allora fu reputato superbo e crudele “(6). Non passava giorno che dalle mura le genti fiorentine non schernissero il Maramaldo, gridandogli miau miau. Vi conficcarono perfino un gatto per la schiena, onde miagolando ripetesse l’urlo beflardo. Tornarono i due emuli a ritrovarsi di fronte per la terza volta sui colli di Gavinana, e seguì quello che la storia racconta.

II

Il fatto, fino a qui asserito, creduto e ripetuto, che Fabrizio uccidesse di propria mano il Ferruccio, è stato non solamente messo in dubbio, ma recisamente negato da Edoardo Alvisi, il quale sostiene che l’ uccisore del Commissario fiorentino sia invece uno straniero, il capitano Garaus. Ecco le parole dell’ Alvisi: “Quando il Ferruccio fu presentato con gli altri a Fabrizio…….. in quel triste momento, si trovavano là, nella “ piazza, alcuni dei gentiluomini del Principe d’ Orange, che ivi  erano trattenuti per trasportarne la salma. Era il Principe così amato per la sua liberalità, che, lui perduto, tutto quei gentiluomini avevano perduto: era il loro signore, era il loro amico. E il più desolato di tutti era il capitan Garaus, suo congiunto (22). Ritornando in Borgogna, che avrebbe egli detto alla madre che gli aveva affidato l’unico figlio, perchè lo  avesse difeso nei pericoli della guerra? Vinto dal dolore, alla vista del Ferruccio, che gli stava davanti – abbandonato da  tutti – gli si fece incontro e lo ferì con la spada alla gola: non era ancor stramazzato a terra, che gli altri gli furon sopra a finire d’ ucciderlo. Volevano cosi vendicare la morte del loro Principe. Oggi, che tutti conoscono la leggenda di Gavinana, come è narrata dal Giovio, parrà nuovo questo racconto, ma non è. Uno dei Commissari del campo in una memoria molto importante, che scrisse per il Varchi, attesta espressamente, contro tutte le altre versioni che poi furon diffuse, che, fatto prigione il Ferruccio, il primo che gli dette fu un gentiluomo spagnuolo detto Garaus continuo del Principe. E ne è la conferma nei Commentari civili di Filippo de Nerli, nei quali si legge che gli uomini del Principe, o pel dispiacere della morte del loro signore, o per qualsivoglia altra cagione che gli movesse, privarono della vita anche il Ferruccio (23).

L’ Alvisi poi, tra’ documenti, che fanno ricco e interessante corredo al suo libro, riporta anche “la relazione di Angelo Sperino sulla guerra di Firenze”, che è appunto “la memoria molto  importante”. di “uno dei Commissari del campo” (24). Ne trascrivo il brano che riguarda I’ uccisione, giacchè nel riprodurlo nel testo è stato dall’ Alvisi smozzicato e alterato. “ Et fu am mazzato secondo la publica fama, “(così lo Sperino)” o da Fabritio Marramaldo, colonello napolitano, ma il vero è che egli non fu ‘l primo che gli dette, ma un gentil huomo spagnuolo detto Garaus, continuo del Principe”. Lo Sperino non esclude dunque, come cerca di far credere l’ Alvisi, che Fabrizio avesse mano nell’ uccisione; anzi con le parole: “non fu ‘l primo  che gli dette”, viene ad affermare che vi avesse parte. E’, per conseguenza, una testimonianza ben lontana dal provare l’innocenza del Maramaldo. E il venire poi dal Nerli attribuita la colpa dell’ uccisione ai soldati del Principe d’ Orange, non toglie che anche Fabrizio vi partecipasse. E che poi sia principalmente opera sua, lo asseriscono buon numero di testimoni, poco dopo la battaglia, che, come è noto, segui il 3 d’agosto.

Martino Agrippa, che si trovava nel campo imperiale sopra Firenze, in una sua lettera al Vicelegato di Bologna, di cui era segretario, dettata “ alli 4 di agosto a hore XI», dice essere il Ferruzio morto per mano del S. Fabritio (25). Lo stesso giorno “ circa hore 14” gli Anziani di Lucca scrivevano ad Antonio de Leyva avere “hauto per certa nuova (26) che il Ferruccio siando rimasto prigione di due capitani del sig. Fabritio, epso signore lo ha amazzato, perchè cosi haveva iurato, se li capitava alle mani” (27). De casi seguiti a Gavinana così ne era informato Alfonso I d’ Este, Duca di Ferrara, dal suo oratore Paolo Antonio Torelli in un dispaccio di quel medesimo giorno: “Il S. Principe [Filiberto di Chalon Principe d’Orange] combattendo fu morto da una archibusata, che per una spalla  li passò nel petto; da poi la cui morte combatterono li nostri  tanto valorosamente, che ruppeno et fracassorno tutti li inimici, delli quali il Commissario generale, chiamato Cicco Ferruzzi, essendo prigione di alcuni fanti italiani et spagnuoli et sopra di questo combattendo, Fabritio Maramao, per levare la lite, lo amazò (28). Don Ferrante Gonzaga, che era luogotenente nell’ esercito cesareo sotto Firenze, il 5 ne dà il ragguaglio al suo fratello, Federico, ma si limita a dire: “el commissario Ferruzo fu morto”. Gli acclude però una lettera “intertenuta” scritta “da Lucha di 4 agosto”, in cui si legge: « Fabrizio di sua mano schannò il Feruzio, chè avevano a saldare insieme qualche conto vechio” (29). Più minutamente Federico veniva poi ragguagliato del fatto dal suo ambasciatore a Roma, che dopo avere avuto udienza dal Papa, gli diceva in un dispaccio del 6: “ li fanti italiani si sono portati molto bene, secondo che riferisce chi è venuto di là, qual dice esserli stato presente, et tra li altri particolari narra che Fabritio Maramaldo amazzò di sua mano Ferruccio, essendo già fatto prigione, et questo per certa inimicitia che avevano antichamente inseme “(30). Il 9 d’agosto, Paolo Giovio, che si trovava anche lui a Roma, descrive con la rotta de Fiorentini, “hauta per informatione da li quatro capitani quali sono venuti a dire il successo a N. Signore”. La lettera è indirizzata a Marco Contarini e vi sta scritto: “dussero al Sig. Fabritio lo Ferruccio, armato con una celata dorata in testa, et volendo fare de la sorte de la fortuna, et faciendosi taglia sei millia scudi, el Sig. Fabrizio gli caziò la spada nela golla et disse: amazate lo poltrone per l’anima del tamburino qual impiccò a Volterra” (31). Che il Ferruccio per campare la vita si ponesse una taglia di sei mila ducati, lo asseriva a Venezia il 3 di settembre di quell’ anno Giambatista Gondi, già Commissario a Volterra (32). É ripetuto, ma come voce però controversa, in un poemetto popolare di quel tempo, che ha per titolo: La Rotta di Feruccio composta per Callophilo Cittadino Luchese: fatta fra San Marcello et Cavignana a dì 24 di Luglio 1530 et stampata in Bologna per mastro Iustiniano da Rubiera adi 6 Maggio del Anno 1531. Narra il Callofilo (che è il poeta lucchese Donato Ori) come “il Ferruccio, che di morte havea timore”, dicesse al Mezzanotte, lancia spezzata di Fabrizio, a cui si era dato prigione:

“fratel, de pommi ogni gran taglia…

se conservar mi puoi,

Diece millia ducati saran tuoi”.

A questo non rispose il capitano:

“Poi che avanti a Fabritio fu menato,

Offerse la gran taglia a questo anchora;

 A cui rispuose: o rustico pelato,

Traditor, ch’è venuto il tempo e l’hora;

Non è quel, che non stima altri, stimato.

Del tamburin mi pagherò ben hora.

E cosi, senza dirgli altra parola,

Li trasse della spada entro la gola.

Hor mi è tal cosa in duo modi rapporta,

L’un dice: non parlò niente di taglia.

Se questo fosse, o no, pocho e’ importa”.

Tace affatto della taglia, ma afferma che il Ferruccio fu scannato dal Maramaldo, un altro poeta popolare d’ allora, Mambrino Roseo da Fabriano, che, venuto a Firenze con Malatesta Baglioni, combatté nel memorabile assedio; e, a sua stessa confessione,

“Di giorno in giorno, e mentre più la guerra

Crescea maggior, e Marte era turbato,

Sopra i ginocchi nell’ obsessa terra»

con “rozzo stil” lo prese a cantare (33). Del truce fatto del  Maramaldo così scrive:

“………in man fu dato

Al Fabritio el Ferrucci e per qual scelo

Fusse io non so della vita privato;

So ben che, per sua man, qual freddo gelo

Devenne, de zagaglia al cor passato.

Se odio o sdegno non so che a ciò l’indusse,

O acciò che ‘l Prence vendicato fusse ».

Donato Giannotti, che fu a Firenze segretario della Repubblica durante l’assedio, e che per conseguenza, dovendo leggere tutte le relazioni che venivano dal campo, e trattar co’ diversi capitani, era in grado d’esser di tutto informato, due volte scrisse del Ferruccio; ne’ quattro libri Della Repubblica Fiorentina, composti ne primi anni dell’ esilio, e nella lettera al Varchi, dettata certo tra il giugno del ’47 e il gennaio del ’49. La prima volta si limitò a dire: “Il Ferruccio fu fatto prigione, e poco appresso da Fabrizio Maramaldo, con grandissima crudeltà ammazzato”;  la seconda volta entrò in più minuti particolari. Ecco le sue parole: “II Ferruccio rimase prigione di Fabrizio Maramaldo: il quale, poi che l’ ebbe fatto disarmare, gli dette una pugnalata nel viso, e poi comandò a’ suoi che l’ammazzasseno “(34).

Alcuni de’ contemporanei, ma peraltro ben pochi, parlano della morte del Ferrucci senza nominare l’ uccisore. E tra questi il Maramaldo stesso, che il di 5 d’agosto scrive agli Anziani di Lucca: “ Credo che le S. V. haranno saputo la nostra victoria contra il sig. Giovampaulo et Ferruccio il quale Ferruccio è morto”. Questo silenzio l’ Alvisí lo interpreta a favore della sua tesi; ma niente prova. Mentre invece le testimonianze addotte, e più altre che si potrebbero addurre (35), tutte si accordano nell’ affermare che Fabrizio è l’autore della morte del Ferrucei (36). II disaccordo (cosa, del resto, naturalissima) è soltanto ne’ particolari, e soprattutto nello spiegare le ragioni che hanno spinto il Maramaldo all’ atto crudele.

Goro da Montebenichi, che combatté a fianco del Commissario fiorentino in quella infelice giornata, accenna ad un “bando che fece Fabbrizio a chi dava Ferruccio vivo, o morto”. Un altro contemporaneo, Migliore Cresci, racconta che il Maramaldo mandò a dire al sig. Giampaolo che “non havesse speranza nella vittoria per essere contro di loro più d’ottomila persone, senza quattromila lanzi, che non potevano star molto ad arrivare; che lo consigliava ad arrendersi, perchè arrivando quelli et intendendo la morte del Principe gl’ ammazzerebbon   tutti; et che per Taliani gne n’incresceva” (37). Coll’ Orsini usava Fabrizio le cortesie proprie degli uomini dello stesso mestiere; non già col Ferruccio. Il gentiluomo napoletano, vissuto in mezzo alle armi e ai combattimenti, teneva a vile quel fiorentino, a un tratto divenuto soldato; non poteva nè sapeva adattarsi a riguardarlo come un commilitone. A’ suoi occhi altro non era che un ignoto mercante, che osava misurarsi contro di lui, vecchio e provato guerriero.

Afferma il Guicciardini (a cui non mancò certo il modo di essere bene informato) che il Maramaldo finisse il Ferruccio “per lo sdegno, secondo disse, concepito da lui quando nell’ oppugnazione di Volterra fece appiccare un suo trombetto” (38); nota il Sassetti che “ le facezie che mordono lasciano cruda memoria di loro” (39). In quello sdegno e in quella me-moria sta la ragione del fatto. Se invece del Ferrucci. ultimo e valoroso difensore della libertà fiorentina, fosse stato un cardinale, come l’ Alidosi, o il Martinuzzi, chi si piglierebbe adesso la briga di ricordarlo ?

Del resto, se Fabrizio non fu uno stinco di santo, nemmeno il Ferruccio va tenuto un fiore di virtù. E il Sassetti che lo reputa “il maggior uomo che nella guerra avesse la Repubblica”, confessa che “il furore della collera gli dette nome di crudele”;  e che “erali di poca riputazione il tenere appresso di sè in gran conto giovani sbarbati; a uno de’ quali, nominato il … da Cascina, d’aspetto giocondo, teneva in mano i suoi danari”. Attesta Goro di Montebenichi che “desiderava fare a mala guerra, rispetto che voleva procedere contra quegli del dominio, et impiccavagli”. E quanto crudelmente “ facesse a mala guerra”, lo ebbero a sperimentare i poveri Volterrani (1).

Amico d’ Arzoli, che era al soldo de’ Fiorentini, e che a Gavinana aveva, “con senno senile e forze giovanili, fatto prove maravigliose”, cadde anch’ esso in potere de’ nemici, e per seicento ducati fu comprato dal sig. Marzio Colonna da coloro  “che lo tenevano prigione e ammazzato di sua mano”; atto, scrive il Varchi, “per mio giudicio, tale, che i romani antichi “non ne fecero alcun mai in tutte le guerre loro nè sì bello,  nè si lodevole, che questo non fosse più brutto e più biasimevole”. II Maramaldo a propria scusa, andava dicendo d’avere ucciso il Ferruccio per vendicare la morte di Filiberto d’Orange; Marzio, alla sua volta, perchè l’ Arzoli aveva morto in battaglia Scipione Colonna, suo cugino. Ma il Varchi, che riteneva “ più verisimile che vera”, e trovata piuttosto da altri “che da lui”, la scusa di Fabrizio; di quella di Marzio ebbe a dire, che non lo scagiona, “nè gli toglie la macchia dell’ infamia, nè l’ usanza de’ moderní romani può che quello che è crudele e vituperoso non sia vituperoso e crudele “(41). Il vecchio Ammirato toccando della morte dell’ Arsoli, ripete che il Colonna “più secondo l’ uso de’ moderni romani che degli antichi l’uccise » (42).

Il tremendo giudizio del Varchi, di cui l’ Ammirato si fece eco con parole più miti, fu l’ unico castigo che toccasse a Marzio, tenuto in onore e festeggiatissimo da contemporanei, affatto scordato da posteri. Fabrizio, anche lui onorato e festeggiatissimo da’ contemporanei, fu invece da’ posteri coperto d’ infamia.

Per quanto il Varchi non aggiusti fede alla scusa del Maramaldo, e anzi riprenda il Giovio (43), che avendola udita dalla bocca stessa dell’ uccisore, se ne fece la tromba (44); pure ha un fondamento di vero; e vera la credettero allora il Brantôme, il Sepulveda e l’Ulloa; “in perfetta armonia colla verità “tiene ai giorni nostri Pasquale Villari; il quale acutamente osserva: “le cagioni sono subiettive e bisogna indurle, indovinarle: “l fatto si vede. Forse lo stesso Maramaldo non si rese un conto assai chiaro di tutte le ragioni che lo indussero in quel momento a commettere un atto che doveva per sempre disonorare il suo nome. E assai probabile che molte, forse tutte quelle addotte dai vari scrittori vi contribuissero in quel mo-mento, ma in diverse proporzioni, che nessuno potrà mai determinare “ (45).

Nel Cinquecento, all’ infuori degli storici fiorentini, che tutti si trovarono concordi nel vituperarlo, ove se ne tolga però Fi-lippo de’ Nerli, che era di parte medicea, l’ uccisore del Ferruccio fu ben lontano dall’ esser messo alla gogna, com’ è seguito dopo. Anzi un fiorentino, Niccolò Martelli, il 12 febbraio del 1542 non si ritenne dallo scrivergli: “Voi in singolare battaglia e in campo libero mostraste non pure al grande avversario vostro, ma a tutto il mondo che sapevate vincere” (46). Soltanto un suo congiunto biasimò il modo con cui aveva ucciso il Ferrucci. Fu Alfonso d’Avalos Marchese del Vasto. Richiesto un giorno, se Fabrizio dovea farlo a sangue freddo, benchè fusse stato “ tante volte provocato da lui “rispose: « in conflitto più tosto che in tal maniera”. Lo attesta un testimonio autorevole, Costantino Castriota, che dopo essere stato paggio del Marchese, nel 1530 fu con lui all’ assedio di Firenze e si trovò alla battaglia di Gavinana (47).

Ecco che a un tratto la stella del Maramaldo impallidisce; e il nome del temuto condottiero, che “in tanti eccellenti autori per tutta Italia et per molte parti d’ Europa, ove il grido  dell’ italiche historie è pervenuto risonava così chiaramente (48), passa sulla bocca del popolo, che vi tesse su una leggenda divien lo spauracchio de ragazzi e capitano ridicolo e spavaldo, ingordo ghiottone, comparisce sul palcoscenico a fare smascellare dalle risa la gente (49). Una sorte anche più tremenda lo aspetta: è tratto fuori dalle tenebre della morte per metterlo di contro all’ ombra implacabile del Ferruccio. Col marchio dell’ infamia lo bollano il Guerrazzi, l’ Ademollo e il D’ Azeglio: poi viene la volta della Storia e da ogni archivio d’ Italia si traggono fuori i documenti che lo riguardano. Ma per quanto molto sia stato scritto intorno a lui, a cominciare, prima, dal De Blasiis, il migliore suo biografo; e poi dall’ Alvisi, che tentò, ma con esito sfortunato, di riabilitarlo (50); a venire al Luzio, che ne rischiarò di nuova luce la parte più oscura e controversa della vita e giù giù a finire col Neri (51), col Vassallo (52) e col Falletti-Fossati (53), che anch’ essi vi portarono il loro contributo, molto resta da aggiungere per illustrare in modo compiuto le vicende tutte del Maramaldo, le sue imprese, le sue avventure. Ne sia prova appunto lo studiarlo che faccio come Governatore di Pontremoli episodio fino a qui affatto ignorato.

III

Sbalzato che fu dal trono Lodovico il Moro, Pontremoli dalle mani degli Sforza passò in quelle de’ Re di Francia; e Luigi XII ne fece Governatore a vita Galeazzo Pallavicino, Marchese di Bargone e Busseto. Alla sua morte, che segui il 30 gennaio del 1520, Francesco I donò Pontremoli al proprio scudiere Pier Francesco Noceti di Bagnone, che ne rimase Signore fino al 18 maggio del 1522. In quel giorno, i Pontremolesi, inteso che la fortuna volgeva le spalle al Re Cristianissimo, si scelsero per loro Principe Francesco II Sforza, Duca di Milano; il quale ne prese il possesso col mezzo del suo congiunto Sforzino, figlio bastardo di Francesco di Bosio Sforza, che poi ne fu il Governatore.

Ecco che al principio d’ ottobre del 1524 Francesco I, varcate le Alpi, piomba in Lombardia e s’impadronisce di Milano. II Duca riparò a Soncino in quel di Cremona, e di là scongiurava i sudditi non irritassero i nemici, confidassero nell’ aiuto di Dio e nella fortuna di Carlo V. I Pontremolesi si affrettarono a scrivere a Sforzino per farlo certo della loro solita fede al Duca e a lui. Rispondeva il 3 di novembre: “Il Papa è declarato nostro, et li Francesi già sono in perdictione, che non “sanno quello si faccino”. Frattanto con un colpo audace, nel gennaio del 25, Pier Francesco Noceti torna padrone di Pontremoli; ma la disfatta di Pavia, del 24 febbraio, pose fine al suo breve dominio. Di li a tre giorni Sforzino scriveva ai ribellati Pontremolesi: “Credo dovete avere inteso la presente magnanima vittoria facta per li cesarei e ducali exerciti contra’ Francesi, cum la captura del Re, feriti e morti. E parendomi conveniente che voi altri tuti tornassivi ala fede dell’ excellentia del sig. Duca, me è parso mandarvi el presente trombeta a ciò me faciati chiaro de l’animo vostro perchè volendo bonariamente venire a la solita devotione, si vi manderano li ufficiali, che non vi mancherano de bona iustitia. Quando anche il pensiero vostro sia altramente, manderovi una bona banda de spagnoli, quali vi prometto li haverete a pagar, et forsi non vi potrete defendere dal sacho, che so serà l’ultima vostra ruina”. Non intesero a sordo; e senza mettere tempo in mezzo gli inviarono un’ ambasceria ad far in nome dela Comunità la debita sub-<< missione et recognitione».

Per quanto Carlo V avesse preso le armi per lui, Francesco Sforza viveva in continua paura che volesse spogliarlo dello Stato: e la paura gli si accrebbe quando, per tradimento del Marchese di Pescara, venne messo in catene Girolamo Morone, suo gran cancelliere, che era intento a stringere una lega tra’ potentati d’ Italia, l’ Inghilterra e la Francia, per fiaccare le corna all’ Im-peratore e scacciarlo dalla penisola. De duri travagli del Duca così Sforzino ne informava i Pontremolesi 18 novembre di que! medesimo anno. “Questa mia sarrà per significarvi como per la captura del Morono, qual per salvare luy ha imputato la excellentia del sig. Duca, li Sig. Spagnoli hano recercato a Sua Excellentia le citate et terre del ducale Stato, cum dire volerle per secureza della Maestà Cesarea, che de curto ha da venire ala parte de Italia. Essendo la excellentia del sig. Duca bon servitore delo Imperatore, non ha voluto mancare di quanto gli hano recercati; et cossì amorevolmente ge le ha concesse. Non contenti poy de questo, hano dimandate le forteze de Milano et Cremona; che è evidente segno volerlo privare del Stato. Sua Excellentia ha fermato il pensiere non dargliele, acciochè non habbino de vedersi questo contento; et cossì se ne stiamo qui ben forniti. E’ vero che epsi Spagnoli hano facto uno gran bravare, con dire volere mettere lo assedio a questo castello, como hano facto a quello de Cremona. Pure pare siano un poco acquietati: e speramo le cosse debano acordarsi et passare paciffice”. Finiva con dire: “Heri mettessimo, con gran solempnitate, sul torrione, a man drita, il stendardo imperiale, et torrione manco quello della excellentia del Sig. Duca, con sparare de tuta l’artellaria e cridare: Imperio, Imperio, Duca,  Duca».

Il castello di Milano, dove tien testa con ottocento fanti agl’ imperiali, è l’unico palmo di terra che rimanga a Francesco Sforza del perduto dominio. La gran tribulatione di Milano in que giorni, con molta vivezza vien così descritta da un contemporaneo: havemo questi lanzichenech et spagnoli, che non si basta brusar le legna havemo in caxa, anchora disfano le caxe per haver li legnami, tanto che le caxe vanno a terra; mandano a sacomano per feno, palia et vitualie, et se pono robare, non li val scale, chè son pratichi”. E soggiungeva: “Credo che se il signor Antonio da Leyva fusse sano, si faria qualche bona provisione; ma sta in letto, et per quanto si dice ha una fistola da basso di mal francese (54).

Un’ ambasceria de’ Pontremolesi si recò a Milano, al principio del 1526, ad recognoscendum Serenissimum Imperatorem pro soprano Domino”; e venne accolta con amabilità grande da Alfonso d’ Avalos Marchese del Vasto, “zovene animoso e gracioso signor”, che nasceva d’una sorella del Marchese di Pescara, e d’appena venticinque anni, fin dal 2 di dicembre del 1525 era succeduto allo zio, insieme col De Leyva, nel comando supremo dell’ esercito cesareo. Molto favore trovò l’ambasceria anche presso lo spagnolo Lodovico Bracamonte, Capitano allora di Giustizia a Milano per gl’imperiali; e la Comunità, per testimoniargli il suo animo grato, lo regalò d’una salma di vino amabile, di mezza salma d’olio e di mezza salma di candele.

Quanto fosse peso il giogo di Spagna lo cominciò a sperimentare la popolazione di Pontremoli di li a poco. Il 20 di febbraio, per incarico del colonnello Aldana, arriva messer Antonio Malatia, Capitano di Giustizia del campo, e reca una lettera di lui alli magnifici Signori Deci de Pontremoli, quanto fratelli “honorandi”; che diceva: “Questa per far intendere a Vostre Signorie come per ordine delli III. mi Signori, Sig. Marchese del Guasto et Sig. Antonio de Leyva, vengo allozar a Pontremulo  et Lunexana, cum nove bandere de infantarie et cum numero de 4000 fanti de l’ordinanza della Cesarea Maestà. Per il che m’è parso dar adviso a V. S. et farle intendere che non si parta nissuno della terra, perchè donde io le vengo, vene uno vostro parente, che vi ama, el qual sono io.” Bisognò pensare agli alloggi e agli approvvigionamenti; bisognò dare una gratificazione di quattro scudi d’oro al Malattia. L’Aldana venne; e dopo otto giorni riuscì ai Pontremolesi di liberarsi del flagello di quel parente con un dono di trecento scudi, che convenne, in parte, pigliarli a prestito, col gravoso interesse d’un carlino per ducato ogni tre mesi. Il di 27 arrivò il capitano Ferrando Vitelli con sette cavalli. Portava una lettera del Marchese del Vasto, scritta da Asti il 21, con la quale, sotto pena “de quattro millia scutti”, imponeva gli prestassero fede come alla sua “persona propria”. Il 5 di marzo fu adunato il Consiglio Generale, e v’intervenne il Vitelli, il quale “dixit et exposuit infrascripta, vel, in effectu, similia verba, videlicet: quod Ill.mus D. Marchio Vasti contentaretur quod ista Communitas elligeret in suum Gubernatorem Ill.mum D. Fabricium Maramanum, neapolitanum, generalem collonellum cesareum peditum italicorum et affinem  prefati III. D. Del Vasto (55), cum hiis verbis, quod si hoc fecerit prefata Comunitas ullo unquam tempore oppidum istud non allogiabit aliquos milites pedites, nec equestres, nec habebit alia gravamina, et quod confirmabit quecumque capitula nostra, et ab eo tam bene tractati erimus, quod nemo nostrum ullo unquam tempore poterit de co conqueri”. Della proposta fatta dal Vitelli se ne tornò a trattare il giorno seguente in un’adunanza anche più solenne, alla quale intervennero pure i consiglieri della campagna, e al solito vi fu presente il Vitelli stesso; e il partito di eleggere a Governatore il Maramaldo restò vinto “per omnes lupinos in busula alba, non obstantibus duobus in contrarium in busula nigra”(56). Polidoro de Parasacchi e Aurelio de’ Maraffi ebbero incarico di recarsi a Vigevano, dove allora si trovavano Fabrizio e il Marchese, per dar loro parte della fatta elezione. Ricevuti da entrambi con la cortesia più squisita, tornarono con due lettere. Una era del Maramaldo e diceva:

“ Magnifici Signori,

Ho visto quanto amorevolmente vi sete resi in quello vostro Consilio de la electione in me facta del governo de quella vostra republica, qualle a mia possanza tengo in singulare benivolentia et in precipua commendatione. Ringratiove sommamente dele vostre amorevole et tante proferte per voi facte. Perhò non me extenderò più ultra; se non che ‘l capitano Ferante Vitello (57), al qualle del tuto me remeto, ve informerà più amplamente. Et nostro Signore ve done quello desiderate.

De Vigeven, a’ XX marzo 1526.

Al vostro comando prompto FABRICIO MARAMALDO ».

L’altra lettera era d’ Alfonso d’ Avalos e mette conto il trascriverla anch’ essa:

“Magnifici amici carissimi,

Per le lectere vostre per el capitano Ferante Vitello et per questi gentilhomini, lor mandati, ho inteso le occurentie de questa Terra et lo prompto animo et voluntă cum li qualli havete mosso de ellegere per vostro Gubernatore el Sig. Fabricio, cosa certo a me tanto grata quanto  possa significarvi. Et certo non haveresti posuto fare melior electione, tanto perché luy è tanto nobbile persona che non potria se non bene tractarne per sue bone conditione, quanto anchora che mantenerà le cose vostre cum favore et disgravio. E perchè dali sopradicti, alli quali me remeto, intenderete la voluntà tengo de far per vostro benefficio, non me extenderò in altro che per encarecarve vogliate respondere al dicto Sig. Fabricio del censo et ogni altra cosa come se faceva al Sig. Sforcino. Et el Signore nostro ve guarde come desiderate.

De Vigeven, a’ XX de marzo 1526.

Al comando vostro

IL MARGHESE DEL VASTO (58).

Il “ censo” consisteva in trecento venti ducati, che il Comune pagava ogni quattordici mesi allo Sforza; in che consistessero poi le altre cose, lo ignoro. Unicamente per far danaro saltò in testa al Maramaldo d’ esser Governatore di Pontremoli. Le larghe promesse del Vitelli e le profferte del Marchese non furono che parole, come ben presto chiarirono i fatti.

IV.

Tre fortezze contava allora Pontremoli, chiamate Cacciaguerra, Castelnovo e il Piagnaro. In quest’ ultima s’ eran rinchiusi i soldati di Sforzino Sforza, nè c’era modo di sloggiarli. Per la prima cosa, il Vitelli volle che il Comune gli sborsasse i salari, che era solito dare a’ castellani di Castelnovo e di Cacciaguerra e a quello di Grondola, altro arnese guerresco sotto la giurisdizione di Pontremoli; e ne faceva la domanda, “pro illa expendenda iu beneficium Maiestatis Cesareae». Sebbene le casse fossero vuote per le tante somministrazioni alle insaziabili soldatesche, bisognò contentarlo, e pigliare il danaro a usura, e rifarsi a furia di balzelli sui dissanguati contribuenti. Gli abitanti della campagna, che si eran sempre prestati di mala voglia a pagare la parte loro delle spese che occorrevano a mantenere e alloggiare le milizie di passaggio, sulle prime levaron lamenti e querele, poi, dato di piglio alle armi, vennero a ribellione aperta; e ci furon de feriti e de’ morti, e Pontremoli si trovò come stretto d’assedio e in penuria di legna, vettovaglie e carni.

Giunge frattanto una lettera del Maramaldo, in data del 10 d’ aprile, che diceva:” Avisovi come sono arivato qua in Borgo San Donnino questa sera, che è martedi; et vi prego me inviate messer Aurelio et messer Polidoro, hovero duoy homini qualli parerà a voi, perchè gli ho a parlare cose che importano; et fate che siano qua iovedi hovero venardi a mezodi. Non altro. Se in altro vi posso fare apiacere son qua”. Aurelio de’ Maraffini e Polidoro de’ Parasacchi, per comando de’ Dieci, furon tosto da lui. Il 16 eran di ritorno con questa lettera:

“Alli molto magnifici Signori de lo Consilio de Pontremulo da fratelli honorandi,

Multi magnifici Signori Presidenti, Da me ci è stato messer Aurelio et messer Polidoro, alli qualli ho parlato largamente de più cose, et essi medesimi ve parlarano largamente, secondo che li ho dacto per inseripto. Se altro posso per vuoy son a vostro comando.

In Bersello, XV aprilis 1526.

Pronto al vostro comando FABRICIO MARAMALDO».

Di due cose trattò co’ legati. Della preoccupazione grande in cui stava per essere il Piagnaro nelle mani degli Sforzeschi e della ribellione de’ contadini. Il pensier suo e il suo volere lo manifestò con scrivere:

“Et primo, de parlare cum li Presidenti del Consilio de  Pontremulo sopra lo facto de lo castello” [del Piagnaro].

“Item, de parlare anchora a quelli villani de le ville che habiano a venire a lo Consilio, come erra lo solito”.

“Item, de dare anchora novo ordine, fin che io sarò in Pontremolo, de fare che colloro >> [del Piagnaro] “ non habiano victualia niuna».

“Item, de fare adomandare li villani che vengano a lo Consilio, et che non venendo che lo Consilio sia valido. Et a messer Pietro [Siciliani, Commissario in Pontremoli per il Maramaldo] che li ponga una pena che vengano; et non venendo che habia ad exequire la pena, cum lo aiuto et favore de la Terra. Et che la andata mia serà infra diece dì; et venirò cum uno bono doctore “.

Il 16 si adunarono i Dieci; e il Siciliani fece noto che aveva mandato Luigi de’ Piroli a dire a contadini che se venivano al Consiglio avrebbe fatto loro un salvacondotto; ma che avevano risposto di non voler venire e che se desiderava abboccarsi con loro, si recasse a Vignola. Dichiarò che intendeva andarvi e volle che Francesco de’ Maraffini, uno de’ Dieci, lo accompagnasse “sub poena ribellionis”. Ma i Dieci protestarono che non intendevano prestare il proprio consenso a tale abboccamento, nè a qualsiasi convenzione che fosse per fare a nome loro. Il Commissario non ci andò; ma commise al guardiano del convento di S. Francesco di recarsi in mezzo a loro a cercare di persuaderli. S’udi rispondere: “facte intendere, per parte de tuti nuoy, al Commissario che nuoy non vogliamo venire al Consilio alla terra de Pontremulo, ma che veneremo a consiliare fora della terra in Verdeno, et non in terra murata”. Fu deliberato d’ inviare un oratore a Fabrizio per informarlo “de excessibus commissis per rusticos, seu villanos”, e di far venire “venticinque o cinquanta soldati, qui habeant permanere in terra Pontremuli propter tumultus rusticorum et pro conservatione dicte terre, ac pro custodia castri Planarii, attento quod etiam socii castellani quotidie exeunt castrum et iam occiderunt aliquos de terra Pontremuli et ignem imposuerunt in multis domibus ».

Nell’ adunanza che tennero i Dieci il 21 d’ aprile comparve Pietro Zanetti, che era stato spedito presso il Maramaldo, il quale così rispose: “Manderò el doctore et uno baricello: et se non farano li villani quello che deveno, non solamente me ne venerò con due o tre compagnie, ma cum tuta la fantaria per li abrusiare et castigare de bona sorte. In questo mezo, per amor mio, attenderete alle cose de lo castello, che non se li entra victualia nessuna…. Io scrivo una altra lettera alli villani, a tale che non pensano che io non voglio intendere le loro ragione, et che mandeno uno de loro qua a dire quello, che voranno, a tale non se li manca iustitia equa.

II 26 d’ aprile si venne alle mani tra i pontremolesi e i contadini. Udiamone il racconto dalla bocca d’un cronista del tempo, ser Marione de’ Ferrari: “Iuvenes terrae Pontremuli…. non volentes amplius pati tam crudelem rusticitatem iverunt versus Canale Redurgiolae et ibi insultarunt circa CCC rusticos, quos expulerunt, continue cum eis certando, usque ad villam Scorani, et occiderunt rusticos et rusticos multos vulnerarunt”. Ecco che il giorno dopo, “circa horam XXI, venerunt circa CCC homines cum uno tamburino, omnes de Arzengio et Valle Anthene, super Costa de Castagno iuxta terram Pontremuli et usque iuxta pallatium Comunis, qui ceperunt  cridare: carne, carne, amaza, amaza, catta, catta; propter quod exierunt terram Pontremuli circa XX iuvenes, et eos cum bonis scopletis insultarunt, magno impetu, ac expulerunt usque ad Mastadellam, qua itur ad villam Arzengii, et occiderunt unum de Valle Authene et multos vulnerarunt; et circa horam XXIII, reversis ipsi XX in Pontremulo, statim apparuerunt circa D rustici vallis Liri, Rossani, vallis Mulpedis, Tra-virdis et aliarum villarum, inter ecclesiam sancti Francisci et domus quondam Joanni de Jonali ac heredum Ludovici de Belmesseriis, extra portam Viridis usque ad ortos, et coeperunt cridare, ut supra, propter quod exierunt terram Pontremuli  circa centum iuvenes, et magno impetu insultarunt dictos rusticos, qui dederunt terga usque ad Canale Redorgiole, et occiderunt duos rusticos per Verdenum. Tamen, propter defectum pulveris, quod defecit scopletarii Pontremuli, rustici cum magno furore reincularunt homines Pontremuli usque in capite pontis superioris Viridis, subsidiati ab alio magno numero aliorum rusticorum; ita quod erant ultra mille. Tamen exie-runt terram Pontremuli multi ex aliis, qui non erant lassi, et expulerunt rusticos, ac steterunt cum eis certando quasi ad sonum Avemarie. Vulnerati fuerunt duo de Pontremulo, et mortua fuit quedam Margarita uxor Armanini fornarii, quae non potuit curere intus terram prout fecerunt cetere mulieres, quae iverant post earum viros (59).

Il 30 d’aprile arrivò a Pontremoli Guglielmo Malaspina Marchese di Lusuolo con una lettera del Maramaldo, che diceva:

Magnifici Signori Presidenti et Comune de Poutremulo,

Hogi, che sono li XXVIII del mese de aprille, sono ionto qui, dove li sono tre homini da parte de tuti li contadini de le ville, per dare conto de loro et farmi intendere le loro ragione; alli qualli ho comandato a bocha, et anco per lectere a tuti quelli delle ville, che a pena de rebellione, de la vita et confiscatione de’ loro beni, che vogliano deponere le loro arme, perchè io mandarò uno doctore subito ad formare li processi de quello è accaduto, et far fare la iustitia, como el debito et la ragione recerca. Et el medessimo comandamento fo a vuoy altri, soto la medessima pena, che vogliate deponere le arme, perchè presto sarà loco lo doctore, et sarà per fare la iustitia, et chi haverá errato sarà ben castigato. Et si altro posso per vuoy, sono a vostro piacere.

Data in Coregia a di XXVIII de aprille 1526.

Al vostro piacere pronto FABRICIO MARAMALDO.

Il 30 dello stesso mese restò deciso di trattare la pace, e il Consiglio elesse a questo effetto otto cittadini; ma non ci fu modo di venire agli accordi e i villani seguitarono, come prima, a stare in armi, a dar aiuto al castellano del Piagnaro, a offendere i pontremolesi, a commettere ogni sorta di eccessi. Oltre il Malaspina, anche Alberto Enrighini, Potestà di Varese, s’intromise paciero; al solito senza frutto. Da ultimo ci pose le mani il nuovo Commissario e Luogotenente di Fabrizio, messer Agostino Bellincini di Modena, che arrivò a Pontremoli il 16 di maggio insieme con un baricello. E il 18, la pace, tanto sospirata, desiderata e contrastata, restò finalmente conchiusa.

l Bellincini di li a poco andò via, lasciando per suo Vicario un altro modenese, il dott. Giovanni Barazzoni, ed ebbe a trovarsi in un grosso imbroglio. Sforzino Sforza, che seguitava ad esser padrone del castello del Piagnaro, tentò una gherminella per riacquistare la perduta signoria; e fu queila di dare a credere che Carlo di Borbone, Capitano e Luogotenente in Italia della Maestà Cesarea, gli aveva fatto dono di Pontremoli e di Castelnuovo. Il fido castellano del Piagnaro alzò talmente la cresta e incusse tale e tanto spavento al Barazzoni, che fuggì via, e colla sua fuga il 1 di luglio fini il governo di Fabrizio. L’accorta popolazione di Pontremoli non rimase però all’ amo: pigliava tempo; voleva vedere li privilegii; voleva che lo Ill.mo Duca di Borbone mandasse lettere directive alla Comunità; tanto più che Fabrizio scriveva raccomandando gli si serbasse in fede, e Pier Francesco Noceti si atteggiava a pretendente. I privilegii arrivarono; erano in data del 21 d’agosto, e conferivano il Governo di Pontremoli non allo spodestato Sforzino Sforza, ma a Sinibaldo de’ Fieschi, che ne prese possesso il 2 di settembre! Il Maramaldo, come era ben naturale, non si fece più vivo.

Giovanni Sforza, Fabrizio Maramaldo – Governatore di Pontremoli, Parma Tip. Battei, 1898, tratto da www. Internetcultura.it

(1) GIORDANI P. Aneddoto della Corte d’ Urbino, in Scritti editi e postumi; 1, 136-137.

(2) Il Priorista del Del Garbo si conserva manoscritto nella Marucelliana di Firenze.

(3) AMMIRATO S. Lettere; in Opuscoli; II, 479-480.

(4) UGOLIM F. Storia dei Conti e Duchi d’Urbino; II, 186. (2) D’AVALA M. Vita di Giambatista Castaldi; p. 96.

(5) D’Avala M. Vita di Giambattista Castaldi; p. 96

(6) АМІНАТО s. Il Rota o vero delle imprese dialogo; in Opuscoli; 1, 491.

(7) DE BLASTIS G. Fabrizio Marramaldo e i suoi antenati; nell’ Ar-chisio storico per le Provincie Napolitane; ann. III, fase. IV, p. 813.

(8) AMMIRATO . Delle famiglia nobili napolitane, Firenze, presso Giorgio Marescotti, 1580, 1, 185.

(9)  DE BLASIS G. Fabrizio Maramaldo e i suoi antenati; nell’ Archivio storica par le Provincie Napoletane; ann. III, fase. IV, pp. 810-811.

 (10) SANTORO T. Dei successi del Sacco di Roma, e guerra del Regno di Napoli sotto Lotrech, Napoli, 1858, p. 117.

(11) MERULAE G. Suae aetatis rerum gestarum libri quatuor; 1, 96.

(12) AMMIRATO 8. Delle famiglie nobili napolitane; 1, 185.

(13) DELLA MARRA F. Discorso delle famiglie estinte forestiere o non comprese nei Seggi di Napoli imparentate colla casa Della Marra, Napoli, 1541; р. 232.

(14) COLOSSA V. Rime e lettere, Firenze, Barbèra, 1860; pp. 389-391.

(15) GUCCIARDISt F. Istoria d’Italia [edizione del Rosini); VII, 169,

(16) Luzio A. Fabrizio Maramaldo, nuovi documenti; pp. 47-49.

(17) ALDIMARI B. Ilistoria genealogica della famiglia Carafa; II, 175.

(18) Luzio A. Op. cit., pp. 56-57.

(19) Luzio A. Op. cit., pp. 14-18

(20) SASSETTI F. Vita di Francesco Ferrucci; nell’ Archivio storico italiano, tom. IV, part. II, p. 508.

(21) VARCHI B. Storia Fiorentina, Firenze, Le Monnier, 1858; II, 307.

(22) LO SPERINO, che è la fonte a cui attinge l’ Alvisi, lo chiama “continuo del Principe”; continuo non significa già congiunto, ma addetto, familiare, ec.

(23) ALVISI E. La battaglia di Gavinana, Bologna, Zanichelli, 1881; pp. 166-167.

(24) ALVISI E. Op. cit., pp. 404-414.

(25) É riportata da MADIN SANUTQ ne’ suoi Diari. Cfr. ALVISI E. Op. cit., p. 349.

(26) La nuova l’ebbero col mezzo d’una lettera, che scrisse da Pescia Giovanni Bandini; e che fu letta in “ colloquio plurium civium».

(27) ALVISI E. Op. cit., p. 346.

(28) ALVISI E. Op. cit., p. 174.

(29) È trascritta dal SANDTO ne’ suoi Diari. Anche BARTOLOMMEO GUALTEROTTI la riporta nel giornale della sua ambasceria a Venezia, dicendola “ seritta da Lucha agli 4 d’ag. hauta da Matteo Strozzi”. Cfr. ALVısı E. Op. cit., 349-352 0 362.

(30) Luzio A. Op. cit., p. 34.

(31) ALVISI E. Op. cit., p. 358.

(32) Dalla bocca del Gondi ne raccolse il racconto il GUALTEROTTI e nel giornale della sua ambasciata riferisce dicesse: che la nimicitia tra il Ferruccio e Fabbritio fu che Fabbritio non havendo potuto pigliar Volterra s’era bestemmiando doluto che un cittadino fiorentino avesse ardire, ecc. onde il Ferruccio gli mandò a dire che in su la guerra havea maggior condition di lui, e gli proverebbe era più huomo da bene di lui ; e che il Ferruccio non s’arrese, che chiese la vita e posesi 6. M. di taglia, e fattolo spogliare gli corse a dosso dicendogli: ai poltrone che volevi combatter meco”. Cfr. ALVISI E. Op. cit., p. 36

(33) II poema ha per titolo: “Lo assedo el impresa di Firenze composto per MAMBRINO ROSEO da Fabriano. È dedicato a Malatesta Baglioni, e fu impresso In Peroscia, per Girolamo cartolai, alli III di decembre MDXXX. Venne ristampato l’anno dopo, con questo frontespizio: Lo assedio et impresa di Firenze, con tutte le cose successe: incominciado (sic) dal lauda-bile accordo del summo Pontefice et la Cesarea Maesta, et tutti li ordini et battaglie seguite, da MAMBRINO ROSEO de Fabriano. In Venezia, per Aless. Bindoni et Maph. Pasini, M. D. XXXI del mese di Marzo; in-8.9 a due colonne, di c. 48. Cfr. Catalogue de la Bibliothèque de M. L [ibri], Paris, imp. Maulde et Renou, 1847; p. 208. Rivide la luce ai giorni nostri. Cfr. L’assedio di Firenze di MAMBRING ROSEO da Fabriano, poema in ollava rima, dichiarato con note critiche, storiche e biografiche da Aπτ. DOM PIERAVOUES, Firenze, Giuseppe Pellas editore, 1895; in-8.

(34) GIANNOTTI D. Opere politiche e letterarie, Firenze, Le Monnier, 1850; 1, 55 e 262.

(35) PIERKUGUES A. D. Appendice di documenti e notizie intorno a Francesco Ferrucci e alla guerra di Firenze [1529-1530) raccolti e annotati; in Franceeco Ferrucci e la guerra di Firenze del 1529-1530, raccolta di scritti e documenti rari, pubblicati per cura del Comitato per le onoranze a Francesco Ferrucci, Firenze, Stabilimento di Giuseppe Pellas, 1889; pp. 287-482.

(36) Tra le carte di BENEDETTO VARCHI, che si conservano nella Biblioteca nazionale di Firenze, si trovano varie relazioni sulla rotta di Gavinana. che a bella posta fece scrivere da parecchi de’ contemporanei e se ne servi poi per compilare la sua Storia Fiorentina; e si trovano concordi nell’ affermare che il Ferrucci venne ucciso da Fabrizio.

(37) ALVISI E. Op. cit., pp. 403 e 418.

(38) GUICCIARDINI F. Storia d’ Italia alla miglior lezione ridotta dal prof. G. RosisI; X, 12.

(39) SASSETTI F. Vita di Francesco Ferrucci; nell’ Archivio storico ita-liarto; tom. IV, part. II, 509.

(40) SASSETTI F. Op. cit., p. 534.

(41) VARCHI B. Storía Fiorentina [edizione Le Monnier]; II, 349.

(42) AMMIRATO S. Istorie Fiorentine, ridotte a miglior lezione da F. RANALIA; Part, II, tom. VI, p. 174.

(43) Il  VARCHI, in uno scartafaccio dove notò gli errori di Paolo Giovio nelle Storie, scrive: “il Maramaldo non ammazzo il Ferruccio per conto del tamburino impiccato; e non fu vero ne manco quello che diceva il Naramaldo poi per sua scusa, cioè per non aver voluto lasciar vivo il Capitano de’ nemici, essendo morto il Principe; ma fu, oltra la crudeltà naturale sua, perchè il Ferruccio, mentre era in Volterra, avvilendolo il Maramaldo come mercante, ch’aven maggior grado in sulla guerra di lui che combatterebbe seco a uomo per uomo, seguendo in ciò l’abuso de capitani moderni. E nel vero il Ferruccio fu alquanto superbo, ma giustissimo e modestissimo nell’ altre cose, e non si può scusare Fabrizio, il quale era piuttosto capo d’assassini che di soldati, che non usasse una villissima crudeltà”.

(44) Le parole del Giovio son queste: “audivi ego postea a Maramaldo, quando, quum eius coedis damnaretur, se nequaquam ex privata iniuria, sed quodam non impio pudore percitum eum servare noluisse, ne incolumis hostium dux, postquam tantus imperator cecidisset servaretur. Quando sibi honestissimum fore duceret, si eum in gratiam militum, Germanorumque praesertim, pro victima Aurantii manibus immolaret”. Cfr. Lova P. Historine avd temporis, lib. XXIX.

(45) Villari Р. Ferrucci e Maramaldo; nella Rassegna settimanale di politica, scienze, lettere ed arti; vol. VIII, u. 200, p. 279.

(46) ALVISI E. Op. cit., p. 386.

(47) CASTRIOTA C. Vita del Marchese del Vasto, ms. nella Biblioteca nazionale di Napoli. Cfr. ALVısı E. Op. cit., p. 422.

(48) AMMIRATO S. Delle famiglie nobili napolitane, Firenze, presso Giorgio Marescotti, MDLXXX; Part. 1.

(49) DE BLASUS G. Fabrizio Marramaldo e i suoi antenati; nell’ Archivio storico per le Provincie Napoletane, ann. III, fase. IV, pp. 814-816.

(50) Tra le molte confutazioni di questo libro, una delle migliori è quella che il prof. RonoLFO RENIER inserì nel Preludio; ann. V, pp. 237 e segg.

(51) Neat A. Due lettere inedite di Fabrizio Maramaldo: nel Giornale ligustico, ann. XIV, pp. 299-302.

(52) VASSALLO C. Fabrizio Maramaldo e gli Agostiniani in Asti; nella Miscellanea di storia italiana; XXVIII, 129-265.

(53) FALLETTI-FOSSATI P. C. I Maramaldo [Cesare e Fabrizio) nel Dominio di Siena: in Assedio di Firenze contributo; Palermo, tip. Giannone e Lamantia, 1885; II, XXXVIII-LVIII e 245-293.

(54) SANUTO M. I Diarii; XL, 567.

(55) I D’ Avalos, originari di Spagna, ma ormai divenuti napoletani, appartenevano, come i Maramaldo, al seggio di Nido. Il DE BLASUS [Fabrizio Maramaldo e i suoi antenati; nell’ Archivio storico per le Provincie napoletane, ann. II, fasc. II. p. 318) osserva che la frequenza de’ rapporti e i vincoli di conginuzione che nascevano tra le famiglie ascritte ad una  stessa comunanza cittadina “indussero forse Fabrizio a seguir le bandiere di Ferrando Francesco d’ Avalos Marchese di Pescara. I documenti pontremolesi ci porgono una notizia fino a qui sconosciuta, che spiega meglio la ragione per cui il Maramaldo preferì di militare sotto il Pescara, ed è la sua parentela coi D’ Avalos.

(56) Archivio Comunale di Pontremoli. Liber Consiliorum ab anno 1518 usque ad annum 1525 [ab ine.], c. 265 e segg.

(57) Era andato anche lui a Vigevano per accompagnare i due ambasciatori Parasacchi e Maraffini,

(58) Gli autografi di queste ed altre lettere che stamperò più innanzi sono andati perduti. Vennero però trascritte nel Liber Consiliorum, ed io le tolgo di lì.

(59) DE PERRATIS J. M. vulgo SER MARIONE, Chronicon Pontremulense ab anno MDXXVI usque ad unnum MDXLIII; in Sforza G. Memoris e documenti per sereire alla Storia di Pontremoli; II, 128 e segg.

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