di Paolo Lapi

Il ricordo di due sguardi mi ha spinto ad accettare di far parte del Comitato storico-scientifico istituito dal Comune di Pontremoli per il centenario della Grande Guerra: quello di mio nonno paterno, Angelo Lapi, cavaliere di Vittorio Veneto, e quello di mia nonna materna, Melia Marioni, orfana di guerra. Due sguardi segnati in maniera indelebile, seppur in modo diverso, dallo stesso fatto: la I Guerra mondiale. Uno aveva visto la morte in faccia sul monte Altissimo e aveva assistito a quella di tanti suoi compagni, l’altra ha portato nel cuore il vuoto di un viso non conosciuto e la sofferenza di non aver mai potuto chiamare “papà” come gli altri bambini. Due sguardi sereni però, pieni di vita e capaci di donare speranza, nonostante quel grande dolore incontrato nella loro vita e divenuto loro inseparabile compagno di viaggio, così da ricordarci che il dolore non va nascosto ed ignorato ma vissuto, perché solo così un uomo potrà essere pienamente uomo. La memoria di quegli sguardi mi ha fatto così vincere la titubanza iniziale ad accettare, titubanza che nasceva soprattutto dal ritenere illogico commemorare l’inizio di una guerra perché, di regola, si commemora la sua fine per ricordarne ed onorarne principalmente i morti.
Rammentando le ricerche effettuate per la storia della Misericordia, mi è nata nel cuore una frase: Pontremoli alla I Guerra mondiale… la I Guerra mondiale a Pontremoli. E questo perché se tanti giovani da Pontremoli e dalle sue vallate partirono per i vari fronti di quell'”inutile strage”, anche qui in Pontremoli la guerra arrivò perfino visibilmente per la presenza di tanti soldati feriti e malati di diverse parti d’Italia provenienti dal fronte. È impossibile riassumere in poche righe i tanti “gesti” di quei tre anni di guerra in Pontremoli, documentati in parte da “Il Corriere Apuano”, così come è impossibile trasmettere il clima di quei giorni ben rivelato dalle innumerevoli “scoperte” fatte celebrare “per i soldati” in tutte le parrocchie del nostro territorio e rivolte, in particolare, alla Madonna del Popolo e a S. Terenziano.
Ecco alcuni fatti pontremolesi del primo anno di guerra.
Il vescovo Angelo Fiorini, il 24 gennaio 1915, apriva la sua lettera pastorale annuale alla Diocesi ricordando come “il provvidenziale Pontefice Benedetto XV” stesse rivolgendo “le più costanti sue cure a lenire gli atroci mali della guerra spaventosa che strazia l’Europa e impensierisce il mondo“. Inoltre senza mezzi termini dichiarava: “un uragano spaventoso che minaccia e sconquassa l’Europa intera con danni incalcolabili di vite e di averi brontola rumoroso nell’atmosfera politica e, da un momento all’altro, può precipitare anche sulla nostra Patria diletta“. Per questo sollecitava le parrocchie, seguendo le indicazioni papali, a fare “penitenza” e ad elevare preghiere davanti al SS. Sacramento esposto per tutto il giorno, dopo la messa, la successiva domenica 7 febbraio.
Quasi contemporaneamente il 12 gennaio del 1915, nell’Assemblea dei Capi Guardia della Misericordia il consigliere sanitario dr Pietro Ceppellini aveva sostenuto la necessità “di formare una squadra di infermieri e di infermiere, atta sia nella eventualità dell’intervento dell’Italia nel conflitto europeo, sia per ogni evenienza“. L’Assemblea, tenendo conto che tra gli scopi della Misericordia vi era quello di assistere gli ammalati e ricordando di aver mandato, nel 1912, “a proprie spese” a Pisa “alcuni confratelli per un corso di infermieri disinfettori“, aveva preso atto, “per le circostanze attuali“, della necessità “di un servizio più ampio, più sicuro e più pronto e aveva deliberato “di dare un impulso maggior alla scuola già precedentemente decretata” chiedendo allo stesso Ceppellini di dirigere “un corso di lezioni a confratelli e consorelle“. In data 30 gennaio venne stampato un manifesto con cui si comunicava l’istituzione di una “Scuola per infermieri e infermiere” al fine di “supplire a un bisogno vivamente sentito in tutte le classi della cittadinanza, e a meglio integrare l’opera di fraterno aiuto”.
Quasi vergognoso di non averci pensato da me, accetto il buon suggerimento del soldato e lo trasmetto a voi pregandovi di tradurlo in pratica. Se una vostra lettera trasfonderà coraggio, avrete reso un buon servizio alla Patria. Se una vostra lettera potrà suggerire alla mente del soldato un pensiero di Dio e della vita futura, salutare forse nel supremo momento, avrete esercitato un atto del vostro ministero e una parte del vostro dovere. Assicurateli del vostro affetto, della vostra preghiera, del vostro interessamento per la loro famiglia. Ricordate loro i doveri del cristiano, pure evitando le prediche lunghe. Salutateli anche per me che non li scordo mai nelle mie preghiere.
Nel Consiglio della Misericordia dell’11 febbraio il priore Dosi mise in evidenza l’entusiasmo avutosi nella cittadinanza per l’istituzione di tale scuola tanto che 27 confratelli e 62 consorelle parteciparono al corso. Il 18 febbraio venne deciso “di dare incarico ai medici per l’inizio delle lezioni fissato per il giorno 25 successivo presso i locali della Confraternita e basato sullo schema del programma della Croce Rossa Italiana“. Il corso, tenuto dai dottori Giovanni Schiavi, Pietro Savini, Cesare Donnini e Pietro Ceppellini, durò fino al successivo giugno e gli esami si svolsero il 6 agosto. Molti furono i confratelli e le consorelle che vi aderirono, anche se alcuni confratelli poi non poterono frequentare assiduamente perché chiamati alle armi. Fin dal 27 aprile, infatti, il Consiglio su proposta del dr Ceppellini aveva approvato “che i Confratelli con obbligo di servizio militare” venissero “dispensati dal frequentare il corso infermieri” e in quello stesso giorno si prese atto delle difficoltà nel realizzare i trasporti “per mancanza di numero“. L’entrata ufficiale in guerra dell’Italia era prossima e proprio in quel mese di aprile venne deciso di aprire in Pontremoli un Ospedale Militare di Riserva, dipendente dall’Ospedale militare di Livorno e sistemato nei locali del Seminario messi gratuitamente a disposizione dell’Autorità militare dal vescovo Fiorini e dalla Direzione dello stesso Seminario. L’impianto dell’Ospedale fu realizzato il 1° giugno 1915 e, dopo le vacanze estive, i ragazzi delle cinque classi ginnasiali vennero alloggiati presso l’Orfanotrofio Leone XIII, gli alunni di quinta elementare presso il Seminario di Massa a Pontebosio, parte dei seminaristi del Liceo e Teologia nel Seminario di Pisa e parte nel Collegio dei Lazzaristi di Sarzana.
Proprio la presenza dell’Ospedale militare fece sorgere il problema del trasporto dei feriti dai “treni ospedale” e ripropose quello dell’assistenza ai feriti e ai malati per cui il corso infermieri venne ripetuto, in forma veloce, nei mesi di settembre e di ottobre dallo stesso dr Ceppellini. Tra l’altro era già stato predisposto, sempre nel mese di aprile, un corso di istruzioni per provvedere al servizio del trasporto dei feriti e dei malati mandati “eventualmente” a Pontremoli.

Il 22 maggio, vigilia dell’entrata ufficiale in guerra dell’Italia, mons. Fiorini scrisse una “pastorale“, breve ma intensa: “L’ora che volge per la patria nostra è grave e solenne. […] Non è più tempo di discutere, ma di agire; non ci perdiamo in rimpianti ma obbediamo“. Il Vescovo ricordava, quindi, come di fronte alle circostanze della vita dopo aver fatto tutto il possibile per evitarle, non bisogna più perdersi in infruttuosi lamenti ma affrontare la realtà: di fronte alla realtà si deve agire. E così il Presule ricordava che “dei doveri che importano sacrificio li abbiamo tutti in queste ore supreme. I primi e più gravi li avete voi, o giovani forti e generosi chiamati ai confini per fare del vostro petto un muro di bronzo che vieti a piede nemico di calpestare il nostro sacro suolo […]. Anche su di voi povere madri, ottime spose, i doveri verso la Patria faranno pesare il sacrificio dei figli e degli sposi che devono partire […]. E voi cari Angioletti, che vedete partire commosso il babbo vostro, assicuratelo che gli farete scudo colle innocenti vostre preghiere […]”. E infine affermava: “Sentiamo il nostro dovere anche noi, venerabili confratelli sacerdoti […]. Se la Patria vi chiama andate! […] Voi pure che restate alla cura delle popolazioni affidatevi, dovete speciali servizi alla Patria. Ai vostri doveri ordinari, altri delicati e gravi se ne aggiungono nell’ora presente […]. Tra i doveri verso la Patria vi sarà pur quello di prestar l’opera nostra e le nostre cose pei combattenti e pei feriti. Bando ad ogni pigrizia ed egoismo“. E concludeva: “e sarà pur dovere di civile patriottismo trattare con educata carità le persone di nazionalità nemica che ragioni di prigionia o per qualsiasi altro onesto motivo si trovassero tra noi. Essi hanno diritto e dovere di servire la propria Patria: non ne facciamo loro una colpa”.
Il 6 giugno, a pochi giorni dall’entrata in guerra, la Misericordia pubblicava un significativo manifesto a firma del vicepresidente Andrea Ceppellini:
CONFRATELLI. La nostra Associazione sta per essere chiamata ad assolvere un compito solenne e laborioso quale mai, forse, le venne dato di eseguire nei sessant’anni dal suo riordinamento, a provvedere cioè al trasporto dei feriti che eventualmente potessero essere inviati ai nostri Ospedali. È necessario quindi che quanti di voi lo possono, si apprestino a dare – con quello spirito di fraterna bontà, di illuminato patriottismo, di consapevole abnegazione che è fra le più belle e più alte tradizioni della Misericordia – tutta l’opera loro assidua, solerte, costante alle squadre che verranno prestamente organizzate, così che il servizio abbia a compiersi ordinato e preciso nella più perfetta regolarità. CONFRATELLI. Nessuno di voi che possa, manchi all’appello. E tutti dobbiamo potere e volere. La Misericordia non dev’essere seconda ad alcune nella nobile gara di concorde Italica fraternità, onde la Patria s’è desta a più radiosi destini e nell’opera dell’oggi essa deve essere ben degna del suo non inglorioso passato. Mons. Angelo Fiorini.
Da quel giorno la Misericordia rimaneva agli ordini della Direzione dell’Ospedale Militare di Riserva. Contemporaneamente il Consiglio direttivo invitava le Associazioni di Misericordia dei dintorni a tenersi pronte a cooperare nel trasporto in caso di richiesta, cosa che poi avvenne e senza indugi esse misero a disposizione uomini e materiali per il trasporto di malati e feriti.
La Confraternita pontremolese provvide a munirsi di 8 barelle smontabili “Savoia” della Società Idrofila di Milano per il trasporto dei feriti e degli ammalati dalla stazione ferroviaria, dove giungevano su “treni ospedali”, ai due Ospedali Civile e Militare di Riserva e deliberò anche il trasporto gratuito al cimitero dei militari deceduti negli Ospedali stessi.
All’arrivo, il 9 agosto, dei primi feriti agli Ospedali, le Dame infermiere presero servizio sotto la guida della signora Dolores Guanaccia ved. Boni. Questo primo trasporto, con 206 feriti, provenienti direttamente dal fronte, venne effettuato sotto la direzione della Misericordia di Pontremoli con la partecipazione delle Misericordie della SS. Annunziata, di Mulazzo, di Montereggio, di Parana, di Zeri, di Villafranca e delle Società di Pubblica Assistenza di Mulazzo, di Montereggio, di Parana, come pure della Società di Pubblico Soccorso di Bagnone e di alcuni volontari di Filattiera guidati dall’arciprete don Pietro Oppi.
Mons. Fiorini, come ricordano le cronache del tempo, andò subito a visitare i feriti salutandoli ad uno ad uno, commosso di fronte ai casi più pietosi e avendo per ognuno parole di conforto. Nell’allontanarsi dalle corsie, oltre a lasciare oggetti di devozione al Cappellano e alle Dame infermiere, consegnò al Direttore una somma di denaro per provvedere ai feriti. Anche il sindaco Pietro Bologna non mancò di ringraziare la Confraternita “per l’opera solerte e pietosa con tanto slancio d’amor fraterno ieri compiuta e diretta a sollievo dei nostri soldati feriti“, partecipando anche il “compiacimento” del personale sanitario del treno-ospedale “a tutti i buoni che si prestarono al trasporto dei feriti”. Altri trasporti di feriti e di malati avvennero nel 1915, uno di 150 militari il 21 novembre e altri 23 “separatamente”. Frequenti furono le visite del Vescovo ai ricoverati. Egli non mancò di celebrare la messa tra loro, come accadde il 28 novembre quando il Presule amministrò la cresima ad un ufficiale e ad un soldato nel centro della corsia dell’Ospedale civile adornata per l’occasione dalle Suore della Carità. Dall’agosto 1915 al giugno 1918 vennero effettuati circa 1400 trasporti di ammalati e feriti di guerra e 34 trasporti funebri di soldati morti nei due Ospedali e sepolti nel cimitero urbano in un particolare settore che negli anni successivi diventò il “primo monumento” dove il 4 novembre si onoravano i caduti in guerra.
Nel giugno del 1915 per la mancanza di manodopera, causata dalla chiamata alle armi, iniziarono a presentarsi anche in terra lunigianese nuove problematiche che dovevano essere affrontate. Ancora una volta mons. Fiorini guardando la realtà scriveva, il 24 giugno, in una comunicazione al Clero:
Non è infatti difficile trovare sui nostri monti vecchi genitori e giovani spose, che, per la lontananza dei figli o degli sposi, non potranno falciare o riporre il fieno, mietere e battere il frumento, dar acqua e zolfo alle viti e far altri lavori campestri, mentre l’ometterli porterebbe grave danno alle famiglie interessate e nuocerebbe alla ricchezza nazionale. L’aiutare dunque gratuitamente costoro è opera di carità cristiana e patriottica, che farà sentire meno duro il sacrificio a quelli che hanno i loro cari sotto le armi, e risaputo dai combattenti, aumenterà in essi l’ardore e il coraggio. Ma è necessario che qualcuno prenda l’iniziativa. Il più indicato ordinariamente è il parroco, padre, consigliere e amico di tutti. Prego quindi i miei buoni confratelli sacerdoti a volersi impegnare in quest’opera di Religione e di Patria.
Tra l’altro il Vescovo concedeva che i lavori di aiuto potessero essere svolti anche di domenica perché così questo giorno festivo era ancora più santificato da tale opera di carità. Mons. Fiorini però non dimenticava neppure i combattenti. Rivelando che un soldato gli aveva scritto quanto conforto derivasse dal sapersi ricordato dal proprio parroco, scriveva ai sacerdoti il 27 luglio successivo:
“Il clero lo seguì, e […] offrì anche fra noi nell’opera quotidiana, nel quotidiano contatto colle popolazioni pur fra gli stenti e le privazioni a cui la crisi generale lo sottoponeva, un fulgido esempio di attaccamento alla Religione e alla Patria“, come scriveva nel 1919 don Cavalieri nel commentare il conferimento a mons. Fiorini della Commenda dei S.S. Maurizio e Lazzaro. Mi piace qui riportare, sebbene fatto avvenuto nel dicembre del 1916, ma testimonianza della partecipazione ai bisogni che nascevano quotidianamente di tutte le “anime” di Pontremoli, il testo di un manifesto pubblicato dal sindaco Bologna “Per gli orfani dei caduti in guerra” in occasione delle feste natalizie:
Cittadini, diamo il dono di Natale agli orfani dei caduti in guerra. Alcuni bambini delle varie classi sociali, accompagnati da volenterosi, gireranno le strade, si recheranno nelle scuole, nei negozi, nelle case, a raccogliere nel loro piccolo salvadanaio le offerte. Nessuno rifiuti l’obolo suo, anche se modestissimo: sono ben ventiquattro i piccoli orfani da beneficare, e quasi tutti poverissimi. Sono certo che il mio appello all’innata vostra gentilezza d’animo avrà sua piena rispondenza nelle vostre generose offerte.
In conclusione, quello che emerge e colpisce dalle carte di cento anni fa è una Pontremoli e dei Pontremolesi vivi, partecipi e non indifferenti come quelli odierni sempre più “serrati in casa” o nella propria “fazione“. Erge, anche in quel periodo, come lo sarà nella II guerra mondiale, la figura di un Vescovo e di una chiesa diocesana attivi e presenti, propositivi ed “edificanti”, non intenti a chiudere “presenze” da altri costruite e a cantare loro, in tono solenne, dei “De profundis” come ormai da qualche tempo siamo abituati a vedere. Rimangono comunque, e questo gli fa onore, la Misericordia e i suoi militi che continuano il loro plurisecolare “cammino” avendo messo a frutto come si costruisce “sulla roccia“: radicati nel passato ma aperti al presente per proiettarsi nel futuro.
Paolo Lapi, Pontremoli alla 1a Guerra Mondiale…..La prima Guerra Mondiale a Pontremoli, tratto da Almanacco Pontremolese 2015, edito e curato da Centro Lunigianese di Studi Giuridici