
Angelo nasce ad Arzelato il 19 gennaio 1922. Il padre Enrico e la madre Carmela Ferrari sono contadini che con il duro lavoro riescono a fatica a provvedere alle necessità quotidiane, situazione comune in tutti i borghi della nostra vallata.
Angelo frequenta la scuola, sino alla terza elementare, quando può, tra mucche da portare al pascolo e castagne da raccogliere; appena l’età glielo consente cerca di darsi da fare imparando il mestiere di calzolaio, attività allora piuttosto ricercata nei paesi di montagna per fabbricare scarponi e zoccoli, necessari per le attività quotidiane.
Il 19 gennaio 1942 giunge la chiamata alle armi e Angelo deve lasciare i genitori e la sorella Rosa Aurelia ed unirsi ai commilitoni del 24° Reggimento Artigliera Div. Fant.; pochi mesi di addestramento e poi nell’aprile 1942 parte, a piedi, per la Grecia dove giunge il giorno 27.
L’Italia ha invaso la Grecia nell’ottobre del 1940, contando di concludere in poco tempo la campagna; la resistenza greca è però eroica, facilitata anche da una preparazione tattica non adeguata dell’esercito italiano e dal maltempo che rende impraticabili molte strade di montagna. Nell’aprile 1941 l’intervento a supporto della Germania risolve la situazione che si era fatta difficile e il territorio viene suddiviso in zone di occupazione tra Italia, Germania e Bulgaria.
Angelo giunge nel paese che è stremato dal regime di occupazione e dalla carestia. Non è al fronte, non è in guerra ma comunque è in costante allerta, la resistenza greca si sta riorganizzando e rende la vita difficile agli occupanti con la tattica della guerriglia.
Li si trova la sera dell’8 settembre 1943 quando, via radio, viene dato l’annuncio che l’Italia ha firmato l’armistizio con le forze Alleate. Negli ultimi mesi la situazione si era fatta drammatica: a gennaio la tragica ritirata dalla campagna di Russia a cui aveva fatto seguito la sconfitta in Affrica con la cacciata dell’esercito dell’Asse, infine il 10 luglio lo sbarco degli Anglo-americani in Sicilia. Badoglio era subentrato a Mussolini, esautorato dal re dopo essere stato sfiduciato dal Gran Consiglio.
E’ un momento estremamente delicato e tragico; i tedeschi, che da tempo paventavano l’abbandono dell’alleanza da parte degli italiani, si sono preparati rafforzando la presenza sul nostro territorio con l’afflusso di diverse divisioni. I tedeschi passano, in un attimo, dall’essere alleati a nemici, ma le scarne istruzioni che vengono rivolte ai nostri militari dai Comandi non sono chiare ed esplicite, aggravate dal fatto che il re, il governo e gli alti comandi militari fuggono da Roma e si rifugiano nel Sud Italia. Grande è il disorientamento dei nostri militari nel quale si inseriscono i tedeschi che intimano brutalmente ai nostri uomini di continuare la guerra al loro fianco, aderendo alla Wehrmacht.

Diversi dei nostri riescono ad approfittare dello sbandamento generale e rientrano in famiglia, una minima parte aderiscono al diktat tedesco, ma ben in 650.000 decidono di restare fedeli al giuramento alla Patria e rifiutano di continuare la guerra con i nostri ex alleati.
E’ una decisione forte, drammatica, presa in solitudine. Per molti anni non ne è stata riconosciuta la valenza patriottica, solo da quest’anno è stata istituita il 20 settembre giornata di ricordo per gli I.M.I. (Internati Militari Italiani) assimilando il comportamento dei nostri soldati ai Partigiani della Resistenza armata.
I tedeschi non frappongono esitazioni e di fronte al diniego imprigionano i militari, destinandoli al lavoro coatto in Germania.
Il trasferimento avviene in treni blindati, in situazioni igieniche tremende ed il cibo, che consiste in una minestra di sole verdure, viene distribuito una volta al giorno.
Non sappiamo in quale Stalag sia stato deportato Angelo, ma non è importante, purtroppo le condizioni sono simili per tutti e sono caratterizzate da fatica, fame, freddo, prevaricazioni, malattie, condizioni igieniche disastrose.
All’arrivo al campo i prigionieri venivano alloggiati in baracche di legno, fredde di inverno e afose in estate, recintate da filo spinato e controllate da guardie armate. La giornata inizia all’alba con l’adunata all’esterno con qualsiasi situazione meteorologica, seguita da una misera colazione. In fila, scortati, i prigionieri raggiungono il luogo di lavoro, la giornata dura dalle 10 alle 12 ore, interrotta solo per il pranzo che ancora una volta consiste in una insipida brodaglia di verdure.
La scarsa igiene provoca ricorrenti epidemie, fatali in assenza di medicinali e strutture adeguate. A tutto questo si aggiunge la tracotanza e la cattiveria dei carcerieri che considerano gli italiani dei traditori.
I nostri uomini non vengono considerati prigionieri di guerra, come abbiamo già detto, ma I.M.I. (Internati Militari Italiani); questa attribuzione arbitraria consente ai tedeschi di non applicare le garanzie previste per i prigionieri di guerra dalla Convenzione di Ginevra del 1929 e di non consentire visite ispettive ed aiuta dalla Croce Rossa Internazionale.
Con l’approssimarsi della guerra alla Germania stessa, si intensificano le incursioni aeree alleate, con grave pericolo per i prigionieri, diversi dei quali cadono sotto i bombardamenti.
Nel maggio 1945, con la sconfitta della Germania gli Stalag vengono liberati. Angelo deve attende ancora alcuni mesi, le infrastrutture sono distrutte, viaggiare è difficoltoso e pericoloso.
Finalmente il 2 ottobre 1945 Angelo può rientrare in Italia e riabbracciare i suoi cari.
E’ smagrito, stanco e abbattuto; con il tempo riprenderà una discreta forma fisica ma il ricordo della tragica esperienza non lo abbandonerà più, segnandolo per sempre. A noi il compito di conservare il ricordo della sua dolorosa esperienza, grati per il suo contributo alla lotta di Liberazione dal nazi-fascismo.
Per la compilazione dell’articolo ci si è avvalsi della consultazione del Foglio Matricolare conservato presso l’Archivio di Stato di Massa