LEGGENDE PONTREMOLESI – NOTE DI PSICOLOGIA

Una storia di Pontremoli scritta da un operaio mi offre l’ occasione di raccogliere alcune leggende popolari assai caratteristiche. L’ autore di questa storia, Vitale Arrighi, un bel tipo di artigiano antico, ha disteso il suo racconto in due grossi volumi, pazientemente scritti in uno stampatello regolare, che, certo, debbono essere costati a lui lunghe fatiche e testimoniano della sua intelligenza e della sua tenacia. (1).

Tale lavoro meriterebbe una analisi per studiare la psicologia dello scrittore il quale, in atteggiamenti molto caratteristici, riflette, in alto grado, le attitudini della psiche pontremolese. La sua storia è spogliata al più possibile d’ ogni compiacimento artistico e fantastico: le stesse leggende che offrono facilmente campo alla fantasia, sono ridotte nei limiti del verosimile e del certo e, con ogni cura, sforzate verso la realtà. Il materiale del quale l’Arrighi si è servito è dato da una parte da molte opere di storia pontremolese, dall’ altra di leggende.<< Dietro il materiale di questi scrittori –  avverte egli – ho creduto bene aggiungere alcune tradizioni e leggende raccolte da alcuni vecchi di Pontremoli.>> Ma il modo come tali elementi leggendarii sono adoprati, ci danno vivamente i tratti caratteristici della sua mentalità riassumente i caratteri particolari della sua stirpe.

Se l’ A. avesse appartenuto ad un popolo di fantasia e di tendenza artistica, come il toscano o meridionale, egli avrebbe dato la prevalenza allo sviluppo di tali elementi che avrebbero soverchiato le altre notizie: il suo lavoro sarebbe riuscito una specie di poema, una fantastica evocazione di fatti meravigliosi, di glorie passate, di avvenimenti memorabili. Ma la caratteristica del genio della sua razza, pratico, non artistico, tutto occupato di fatti, lo ha spinto invece ad un lavoro contrario. Ha cercato cioè di spogliare gli avvenimenti d’ ogni espansione fantastica e d’ ogni atteggiamento artistico procurando di limitare il suo lavoro ad una ricerca di verità, di avvenimenti, e la passione e l’ amore che si accendono nel racconto per le vicende del suo paese, prendono subito l’ aspetto pratico d’ incitamento. Tracce di questa praticità appaiono vivacemente nei momenti più fantasiosi del racconto: e non è difficile incontrare constatazione di misure, o figure dimostrative, nella esposizione della materia meno documentabile. Ma non è il caso ora di continuare questa analisi: quello che mi sono proposto si limita ora a raccogliere le leggende narrate dal Vitali. Che se egli avesse narrata una storia di Pontremoli intessuta tutta delle tradizioni popolari, lasciando da parte quanto è stato scritto in cronache e storie, avrebbe fatto un lavoro molto originale e interessante, poichè un tale mondo popolare resta gelosamente chiuso a chi non è del popolo. Altro tratto caratteristico della anima del nostro popolo: gelosa e chiusa, rifuggente sdegnosa ed offesa dalla curiosa indagine dell’ uomo di studio, silenziosa nei suoi sogni e nelle sue passioni. Se il Vitali raccogliesse fedelmente leggende e tradizioni, favole popolari, farebbe certamente un’ opera meritoria e interessante, che potrebbe esser meglio completata se qualcuno l’aiutasse a trascrivere quei racconti in dialetto.

Ma veniamo alle leggende.

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La leggenda di Apua domina naturalmente tutto il racconto del Vitali. Sebbene una tale leggenda abbia avuto ed abbia una grande popolarità, non bisogna dimenticare la sua origine erudita, che ne spiega anche la natura. Non si tratta ancora della leggenda popolare: ma di una leggenda nata dai libri, sebbene poi abbia assunto valore particolare dall’ atteggiamento preso nella psicologia popolare.

Apua, come è noto, sarebbe la antica città capitale dei liguri Apuani, posta nell’ alta Val di Magra, presso le origini della Magra, in luoghi aspri e inaccessibili, nel cuore più difeso delle terre montuose dei fierissimi nemici di Roma. Quale fosse il luogo ove sorgeva questa città non è ripetuto troppo sicuramente: e la fantasia ha vagato, per fissarne la sede, dietro ad ogni vecchia rovina, o all’ eco d’ un nome che ne ripetesse qualche suono.

Si è voluta, per porla presso le fonti del Magra, a Pracchiola, si è immaginata nel luogo ove è attualmente Pontremoli, ma con maggior costanza, se ne sono indicate le antiche traccie, sul monte di S. Genesio, di fronte alla Nunziata, presso l’ antica Pieve di Saliceto, in luoghi ove si trovano avanzi di costruzioni medioevali, e forse perchè il monte fu anche detto Apio (2). Si immaginò ora come una grande e bella città, cinta da un largo cerchio di mura, ed ora invece la si sognò come un modesto cumulo di capanne ove i padri liguri vissero la loro aspra e povera vita, dediti al lavoro, ma indomiti, temprati alle fatiche e pronti alla guerra.

La distruzione di Apua non è meno incerta. Certe versioni vogliono attribuirla ai romani, dopo la guerra vittoriosa, altre invece, la riferiscono alle prime invasioni barbariche. Ben s’intende che io parlo della forma popolarizzata di questa leggenda e non del racconto erudito costruito con una certa precisione, ma che qui non è il caso di discutere.

La distruzione della città capitale degli Apuani dà luogo al disperdersi dei suoi abitatori che costituivano come una aristocrazia delle più potenti famiglie della gente apuana. Queste famiglie, coi loro parentadi e clientele, si disperdono e si rifugiano nei monti vicini, ove si stabiliscono e dove creano borghi e si fortificano con castelli. Sorgono cosi i paesi dei dintorni del pontremolese: Montelungo, Gravagna, Caprio, Arzelato (Arzlá) ecc. Tali borghi sono do-minati dalla famiglia apuana, la quale detta legge e governa dispoticamente, come in proprio feudo, quasi per una cessione di potere ottenuta dal popolo romano.

Sono ricordate queste famiglie coi nomi delle più illustri di Pontremoli, quasi tutte estinte.

Dall’ accordo e dal concorso di queste famiglie disperse dalla distrutta Apua e regnanti nei vari borghi del territorio Apuano, fu decisa e iniziata la ricostruzione di una città, la quale fu fabbricata tra la Magra e il Verde, e si chiamò poi, per causa di un ponte che tremava, non più Apua, ma Pontremoli.

La tradizione locale racconta il nostro Arrighi dice che i Signori trasportarono molto materiale in pietrame lavorato per metterlo nelle nuove case, le quali in principio non furono che un pro-lungamento delle Ville del Piagnaro, luogo ove si estraevano le piagne per coprire le case, coperto di capanne ove abitavano pastori e pescatori..

Ricostruita questa città che non si chiamo più Apua, e raccolte in essa tutte le vecchie famiglie signorili, tornò ad essere una capitale di tutto il territorio vicino (3).

Il valore storico di questa tradizione Apuana è ormai dimostrato assolutamente nullo. La leggenda fu messa in circolazione da un frate umanista del 400 e ripetuta poi ininterrottamente (4) In tutte le cronache, documenti, pubblicazioni pontremolesi tale leggenda si trova ripetuta ostinatamente, ben presto sviluppata e fissata in linee tradizionali. È interessante vedere l’ ultima espressione poetica di questa leggenda, risorta come poesia, dopo la sua definitiva liquidazione storica (5).

Ma qui non interessa studiarne il lato storico: la leggenda ha un altro carattere psicologico ed etnico che merita il conto illustrare. La visione lontana di Apua, posta come un faro nel passato del popolo pontremolese, ha un’ azione continuata ed efficace nell’ atteggiamento suo. Tale la sua importanza psicologica che ne fa un vero e proprio elemento e valore etnico.

Bisogna, come ho già avvertito, tener presente che la leggenda di Apua non è veramente popolare. Arriva e si diffonde largamente nel popolo, ma, per capirla nel suo valore attivo, bisogna ricordare che essa nasce dall’ erudizione, cioè nelle classi elevate e colte. É una creazione ed elaborazione di carattere signorile e profila tutta una aspirazione patrizia. É un po’ la storia dei sette re di Roma e della avventura di Enea, tarde elaborazioni che dettero al popolo romano, un sentimento elevato della sua origine e un vivo ed attivo avviso della sua missione.

Nella vicenda delle dominazioni, nel secolare smembramento dei popoli della Lunigiana, questa ossessionante visione della ligure Apua, servì a dare al popolo, nella successione dei padroni, il sentimento della propria individualità etnica, e impedì sempre la fusione e con-fusione della sua storia e delle sue aspirazioti con quelle dei dominatori, mantenendogli un orgoglio di razza e un sentimento confuso della sua fraternità con una sventurata gente dispersa. Apua è un po’ la Gerusalemme del popolo pontremolese, sulle cui rovine, Davidi senza cetra, i cronisti e i narratori, mantengono il vibrante ricordo. Questo lato etnico della leggenda e il suo valore psicologico hanno un significato più vasto e perciò si diffondono più largamente, attingendo in cosi gran misura l’anima popolare, svegliandovi sogni e speranze. Vi è poi una parte che si restrinse alle aspirazioni d’una casta e che non è la meno interessante. I particolari delle famiglie apuane disperse e riunite sono un vero e proprio tentativo delle famiglie nobili di affidare a se stesse, ai loro predecessori, quest’ altra funzione educatrice di conservazione della razza e degli ideali, quasi per giustificare la loro azione e missione patrizia, e provare con la storia e con le opere compiute, la legittimità e la necessità del loro potere sul popolo e sui paesi vicini. Si potrebbe dire, adoprando una terminologia vichiana, che tale leggenda è come una favola eroica, ove è compendiata una morale e una  aspirazione aristocratica, quanto celebra un dominio patrizio, assoluto di famiglie, e cerca giustificarne la perpetuazione; ove è conservata la memoria d’ una divisione di razza tra antichi discendenti della stirpe originaria, che hanno salvato le memorie e i destini del popolo disperso, conservandone la tradizione e ricostituendone l’esistenza; e elementi diversi, raccogliticci, sottomessi alla autorità e al governo del nucleo indigeno.  Tale favola, con l’ evidente traccie d’ una tale confusa tradizione con l’ evidente impulso d’ una aspirazione aristocratica, trovava del resto nella storia politica della costituzione della Comunità pontremolese, in molte caratteristiche etniche in varii atteggiamenti psicologici popolari che perdurano tuttavia, ma evidente giustificazione. Il Consiglio Urbano della Comunità di Pontremoli era diviso appunto in due rappresentanze: la rappresentanza cittadina, data per diritto ereditario da un gruppo fisso di famiglie, e la rappresentanza rurale, che era data dalle ville di campagna, e sottomessa per onori ed ufficii, alla città. Tali elementi del Consiglio erano, si può dire, in un conflitto continuo: conflitti che più d’ una volta non si limitavano a svolgersi nel campo politico o amministrativo, ma assumevano vere forme di sollevazione e di rivolta della campagna contro la città. Anche oggi questi due elementi, campagna e città, non sono fusi nella rappresentanza comunale, e nella psicologia popolare il contrasto tra i due elementi cittadino e rurale sono vivi quanto nel passato. Il più modesto abitante di Pontremoli guarda con orgoglio e disprezzo il campagnolo anche se ricco, e con boria feudale considera al vilan, come un essere inferiore, vile e malizioso, ingordo, capace d’ogni mala azione, d’ ogni spergiuro, pur di appagare le sue voglie e i suoi scopi grossolani e volgari.

Vi è un altro elemento che accentua questa curiosa traccia dì đivisione e di opposizione: il dialetto. A Pontremoli, nella ristretta cerchia delle mura, è parlato un dialetto oltremodo caratteristico che pochi passi più in là delle porte è già cambiato assai profondamente. Il dialetto interno p. es. ha l’u lombardo e l’ oeu in modo specialissimo e invincibile, l’uscita in er dell’ infinito dei verbi della prima, e dell’ ar di alcuni nomi come cier (chiaro), scherpa (scarpa), iera (ghiaia) ecc., elementi che scompaiono completamente nella campagna.

Bisogna poi aggiungere per ciò che riguarda la considerazione della leggenda di Apua come espressione d’ una tradizione e di una aspirazione patrizia, il ricordo delle molteplici scritture pubblicate e non pubblicate, con le quali si è più d’ una volta cercato di giustificare i diritti nobiliari e patrizii delle famiglie del Consiglio, e ciò fino a che non sappiamo se con soddisfazione o no delle segrete aspirazioni locali il Gran Duca di Toscana, dopo aver distrutta l’ antica costituzione politica e amministrativa di Pontremoli, non creava un corpo di nobili pontremolesi.

Ben s’ intende che nel cercare di confermare con tali elementi storici, psicologici e linguistici, l’ intimo motivo della leggenda, tali elementi non debbono esser presi nel solo lato che per giustificare la mia tesi, ho cercato di scoprire, ma è necessario tener conto anche degli altri lati comuni e generali, determinati anche, però, da simili cause, che stabiliscono divisioni e avversioni tra elemento cittadino e campagnolo, per ragioni anche indipendenti, e troppo note, da quelle che ci interessavano.

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Vicino a questa leggenda di derivazione erudita e signorile ne sta un’ altra superstiziosa e popolare. Deformazione di ricordi e tradizioni incerte e trasformazione fantasiosa di fatti e di impressioni. Essa si ricollega ad Apua, o meglio, alle sue pretese rovine, ma vi è innestata sopra una storia di superstizione. Come ho già detto queste rovine di Apua sono i ruderi di un castello antico, posto sul monte di Ginesio o Apio, di faccia al sobborgo dell’ Annunziata e al suo convento, poco distante dalla Pieve di Saliceto, la più antica Pieve del Pontremolese. Questo monte sul quale sono i ruderi del Castello a oriente, dirupato, guarda la Magra, e sotto vi passa una strada che venendo dall’ Arzelato, s’ innesta con la via di Mulazzo, a tramontana, pure dirupato e sassoso, finisce in un castagneto, a occidente si riunisce a una costa, e a mezzogiorno è tagliato da un profondo canale detto il canal scuro, che va a passare sotto una casa detta volgarmente il tribunale di Apua. Si vuole che alcune strade sotterranee dal castello conducessero a varie uscite presso la Magra. Spesso, sia in vicinanza di Saliceto, come intorno a questo castello, son state trovate armi ed ossa ed opere in muratura. Si aggiunga anche, come abbiamo già accennato, che proprio sotto al colle vi è un nodo di strade, in luogo detto già le Tavernelle, che fu fino a poco tempo fa, luogo di sosta, nodo di strade importanti, l’una delle quali per Mulazzo portava in Val di Vara, ed altra ad Arzelato ed a Zeri, mentre a queste si riuniva la più battuta strada della Cisa. Elementi questi di ricordo, di impressione di eccitamento fantastico ed anche, si noti, di facile elaborazione favolosa, per la frequenza e il movimento dei viandanti.

La Pieve, elemento profondamente popolare, coi suoi usi e tradizionali ricordi di riti, le memorie dei convegni da ogni parte della Valle per cerimonie, consacrazioni, battesimi ecc. offriva naturalmente un confuso ricordo di antica grandezza, di luogo centrale, e porgeva naturale l’ idea di una città o di un abitato importante, con funzioni autorevoli, che dovesse sorgere in quei luoghi. È naturale che le vecchie mura del castello diruto, con le altre rovine, le armi, ed altri oggetti trovati, facessero pensare ad una città scomparsa. E la fantasia popolare troppo naturalmente vi aggiunge subito l’idea solita del tesoro nascosto, e una fantasia di carattere superstizioso misto di religioso e di magico.

Sentiamo come racconta l’ Arrighi questa leggenda.

“Nell’ anno 1884 venne ad abitare vicino a me un vecchio quasi della età di cento anni, della famiglia Francesconi (pontremolese), esso si chiamava Giuseppe, ed era polverista del polverificio Bonzani e Bocconi. Questo povero vecchio mi raccontò in una sera molte cose antiche di Pontremoli e mi disse che nel piano di Saliceto vi era la città di Apua che fu distrutta dai barberi e da Federico Barbarossa; e che a, suo tempo, quando ero fanciullo si vedevano ancora diversi pezzi di muro di antiche case.

E fra le quali vi era una casa sulla sponda del canale che è vicino al giardino della villa Coppini Casa – detta casa veniva chiamata la ”Casa dell’ Enera [edera] perchè era coperta di enera: di questa casa gli avevano raccontato i suoi genitori che era un avanzo dell’ antico Tribunale di Apua.

E più mi disse: sul monte di Saliceto o di S. Genesio, vi sono le rovine del castello Apuano, il maschio o Torrione cadde nel fiume Magra con fracasso nel 1800; e da questo castello parte una via sotterranea e va nei fondi della casa del Canal Scuro.

E più mi disse che nei fondamenti di questo castello è costante tradizione che vi sia un tesoro nascosto, e che molti hanno tentato di prenderlo, ma non hanno potuto perchè se ne è impossessato il demonio…..

Anche mio padre mi ha raccontato più volte le storie di queste rovine e che vi era un tesoro ecc.

Una volta tentarono di prenderlo. Andarono diverse persone con un prete, muniti dell’ occorrente, misero le guardie alle strade, quindi si misero al lavoro. Ma nel mentre che scoprivano il Tesoro il cielo diventò tanto buio, cominciò a lampeggiare e a tuonare, a cadere acqua e grandine a dirotto, e pareva che il monte subbissasse. Il prete intanto scongiurava: due bauli erano già stati scoperti, mentre il temporale infuriava orribilmente, e le guardie erano molestate da persone che volevano passare per andare a Pontremoli. Queste per un po’ fecero resistenza, ma poi una cedette e lasciò passare un mulattiere col suo mulo carico di ceste, dichiarando che doveva portare quel carico al Governatore di Pontremoli. Allora scoppiò un forte fulmine che acciecò quelli che stavano sul monte, vicino alle mura del castello intenti ad estrarre i due bauli scoperti. A un tratto i due bauli si ricoprirono e le persone furono trasportati chi su di un monte e chi su di un altro, lontani; ed anche oggi al di là del paese d’ Arzelato (paese sulla catena che divide la Val di Vara dalla Val di Magra, nel comune di Zeri) vi é una grotta e su di essa si vede inciso un piede di cavallo, chiamato zampa del cavallo. E la leggenda dice che questa impronta vi fu lasciata  dalla zampa di quel mulo o cavallo col mulattiere, lasciati passare dalla guardia che era di posto sulla strada dell’ Arzelato, i quali, invece di essere un uomo e un cavallo, erano due demoni dell’ Inferno, i quali vollero impedire di prendere il tesoro stregato che era dentro al castello di Saliceto Apuano >>.

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Altra leggenda popolare è prodotta da confusi ricordi dei passaggi dei tanti eserciti discesi dalle gole della Cisa, e dalla conformazione della piccola valle che cinge quasi Pontremoli e i suoi due sobborghi.

Questa Valle si chiude con due erti colli che sembrano quasi tagliati dalla Magra che vi scorre nel mezzo. L’ uno di questi colli è il monte di S. Genesio già descritto, l’ altro, di faccia, sul cui fianco sta il convento dell’ Annunziata, ed al cui piede si schiera il borgo omonimo, è detto al mont di frà o d’ Galet. Il poco piano che, dentro questa cerchia formata da contrafforti e diramazioni dell’ Appennino, si stende lungo il corso della Magra e del Verde (la zona più vasta, presso il Verde è detta Vardëna) è costituito di terra ghiaiosa che dà facilmente l’ impressione d’ un vecchio fondo di lago. Così l’ idea di un grande lago che occupasse il fondo della Valle ove sorge Pontremoli si presenta naturalmente, e facilmente si è mutata in leggenda, leggenda che ha trovato col tempo il rincalzo anche di ipotesi scientifiche assai seriamente formulate. Ma la leggenda del lago si è completata immaginando che l’ opera umana abbia rotta la diga naturale che lo formava. Il confuso ricordo del passaggio di tanti eserciti famosi, ha offerto l’ elemento per immaginare il modo onde sarebbe avvenuto il taglio della diga. Cosi si parla del passaggio di un grande esercito condotto dalla Regina di Saba che, dopo aver conquistata I’ Etruria, voleva passare in Lombardia. Fermatasi ed accampato l’esercito nel piano di Apua, presso il lago, allora sorgente della Magra, per occupare l’ ozio dei soldati, ordinò appunto che fosse eseguito il taglio della diga. È dunque, secondo la leggenda popolare, ancora una nuova gesta della regina di Saba che avrebbe creato il piano ove sorse poi Pontremoli. Le leggende suggerite da ragioni naturali o da suggestioni di ricordi, in questi luoghi, sono assai numerose. Come già ho detto bisogna tener presente, anche, il gruppo di strade che in tali luoghi si incrociano, determinandovi quindi frequenza di viandanti, scambio. confusione di notizie.

Proprio in questo passo una umile leggenda pastorale eccitò il formarsi di una tradizione religiosa, talmente diffusa, irraggiata, dai viandanti, lungo le varie strade che portavano nel Genovesato, Toscana, Lombardia, che provocò, poi, un moto di fede tanto potente da produrre l’erezione della chiesa e del Convento della SS. Annunziata, chiesa e convento famosi e frequentati. La chiesa e il convento furono erette in onore di una piccola pittura di Annunziata, chiusa in una umile maestà (mistadela) lungo la strada. La rivelazione miracolosa di questa immagine si sarebbe, secondo la leggenda, compiuta ad una piccola pastorella che portava i suoi greggi in quei luoghi, alla quale fu affidata la missione di propugnare la costruzione di una grande chiesa, missione confermata con la miracolosa fioritura di secchi aridi pruni. Sarà bene tener presente che la pastorella è segnalata dalla leggenda come una Miliani di Torano, paese sul fianco di Monteburello, di cui la popolazione agricolo-pastorale, ha creato anche la leggenda del monte predetto e alla quale ho giá accennato in questo periodico ed ha concorso in gran parte alla formazione della leggenda dei Sarasin, della quale parlerò più sotto. Ho creduto di rilevare questo fatto poichè non è privo di interesse notare tra popolazioni così poco fantastiche una circostanza come questa che fa derivare importanti leggende dallo stesso paese. (6)

Vicino a questa gentile leggenda religiosa che ebbe tanta forza creativa (7), merita di essere segnalata un’ altra cupa e singolare leggenda superstiziosa. Si tratta di notturne processioni di morti che in dialetto si chiamano andade. Tali processioni avverrebbero nelle notti dei giorni che si potrebbero chiamare nefasti, il martedi o il venerdi e il Sabato. Anche questa leggenda è un po’ vaga e poco fissata in un tipo preciso. Più comunemente è ritenuto che l’ apparizione notturna si svolga di faccia al convento e al borgo dell’ Annunziata, al di là della Magra, nella strada già descritta che gira sotto il monte di San Genesio e va da un lato verso la Pieve di Saliceto e dall’ altro verso I’ Arzelato. Oltre le già notate rovine e cose leggendarie bisogna aggiungere che sopra questa strada vi è il cimitero di Saliceto e un luogo detto le forche. Anche sui camponenti la processione non v’è certezza: chi li definisce come gente incappata chi come frati. Vanno a due a due coi ceri in mano. È superfluo dire che la vista dell’ andada porta disgrazia. La leggenda è per questo lato, caratterizzata da un episodio. Si racconta che in una di tali notti funeste, una donnetta si suol qualificarla fornaia restata tardi fuor di casa per necessità del suo mestiere, si imbattesse in una tal processione e, scorgendo gente incappata, con ceri in mano, credesse al passaggio di sacerdoti che andassero a portare il viatico a qualche moribondo. Inginocchiata pregò chi le passava vicino di darle un cero. Non appena le fu consegnato s’accorse che il cero non era che un bianco stinco di morto. Allora s’alza e rincorre il macabro donatore per restituirgli lo stinco, ma inutilmente. Torna altre sere per restituire il malaugurato cero, ma sempre senza poterlo far riprendere al suo antico possessore. Finalmente le viene detto dagli altri compagni che se vuol restituire lo stinco deve cercare un gatto nero marzolo, tornare allo stesso luogo con questo, e quando vede passare colui che le dette lo stinco, tiri la coda al gatto e lo faccia miagolare. In tal modo la donna riesce a restituire lo stinco.

Ma il luogo della apparizione non è esclusivamente quello indicato, in alcune varianti la leggenda trasporta l’ andada in una località poco lontana della Nunziata, a San Lazzaro, nel tratto tra una piccola antica chiesetta ove venivano seppelliti i giustiziati e l’antico lazzareto di Pontremoli. Una versione trasporta l’ apparizione in un quartiere popolare di Pontremoli, ai piedi del Piagnaro, in una stretta via che conduce al cimitero, detta la Creusa.

Di questo luogo è già stato parlato in questo periodico a proposito della leggenda del lupo manaio: quindi sarà inutile, sia per il luogo come per la leggenda, ripetere quanto e già stato scritto (8).

Connessa agli stessi luoghi, inspirata da avvenimenti famosi come i 2 passaggi di Carlo VIII da Pontremoli e l’incendio del paese provocato dai suoi svizzeri, è la leggenda della Francesca da Bassone, leggenda che ha dato materia ad un dramma, popolare a Pontremoli, che si può leggere nel Solitario di Grondola. (9).

Ma è necessario far cenno di un altro spunto di leggenda, assai diffusa nell’ alta Val di Magra, leggenda relativa ad alcune caverne chiamate al Cà di Sarasin (le case dei Saracini). Tali leggende possono essere raggruppate nel ciclo dei racconti leggendari delle invasioni seraceni di Luni, ed esserne considerate come derivazioni. Se ne trova traccia a Bratto (Comune di Pontremoli), villaggio nell’ alta valle della Verdesina, affluente del Verde, presso il passo storico del Brattello, e viene riferita ad una caverna ora poco profonda, ma che si dice traversasse in antico l’ Appennino e mettesse nel Borgotarese. Anche nell’ alto bacino della Capria (Comune di Filattiera) un erto colle che si stacca e si isola dall’ Appennino, sopra la Rocca Sigillina, in luoghi selvaggi e faticosi, quasi sulla vetta, ha un ripiano ove s’ ammassano, quasi in aspetto di rovine, pietre e vecchie macerie, che è chiamato la losa di Sarasin (la loggia dei Saracini). Ma la leggenda più diffusa è quella delle Cà di Sarasin, le quali altro non sono che caverne, non profonde, attualmente rifugio a greggi e pastori, situate in uno dei punti più selvaggi del corso della Gordana, ove essa passa tra alte e vicine pareti di rocce, dette gli Stretti di Giarredo.

I Sarasin che vi abitavano erano immaginati come gente piccola, ma svelta e forte, che stava nascosta di giorno ed esciva di notte per rubare. (10).

Luigi Molossi dice d’aver pure raccolto fra i rozzi abitatori di quei luoghi la tradizione che colà sia stato un mago ad evocare gli spiriti maligni e si chiede, con fantasia assai sbrigliata, se quel mistico personaggio non possa essere Dante, il quale allorquando fu ospite in Mulazzo dei Marchesi Malaspina, ove è fama ch’ egli componesse i primi canti del suo divino poema, avrebbe potuto venire ad ispirarsi in questi stretti. (11).

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Rimane ora da parlare di una assai importante leggenda che l’ Arrighi raccoglie e alla quale aggiunge elementi che probabilmente non sono nel racconto tradizionale. Alludo ad una leggenda che ricorda Vignola, paese sopra Pontremoli, come uno degli ultimi paesi ove si mantenne la religione pagana. L’ Arrighi parla di celti e di riti celtici, ma non so se’ mantenendosi fedele alla leggenda. Riti celtici in Val di Magra vi sono stati, e ne sono state scoperte molte tracce (12); ma è probabile che la leggenda alluda solo a culti gentili, come in altre parti della Val di Magra, in alcuna delle quali è stato storicamente dimostrata la tarda persistenza del paganesimo.

In epoca di inoltrato cristianesimo sarebbe continuato a Vignola un culto speciale di qualche idolo. Un giorno però lo scorretto contegno dei sacerdoti pagani dissoluti e irreligiosi, avrebbe sollevato le proteste del popolo che convertitosi alla fede cristiana incendiò il tempio gli idoli e tutto quanto si riferiva al loro culto. Ogni anno, per Santa Croce, il popolo suole accendere un gran faló e ciò, si dice, in memoria dell’ antico fuoco liberatore degli idoli. Anche a Filattiera, a proposito dell’ antichissima chiesa di S. Giorgio, vi era una simile vaga tradizione, tradizione che l’interpretazione recente di una lapide antica che esiste in quella chiesa conferma, ricordando che, in quel luogo, fino all’ ottavo secolo, furono adorati gli idoli. (13)

A Vignola si parla di un ara pagana ritrovata nel restauro della chiesa, che è l’antica Pieve, ara rimurata poi e rifatta invisibile. In molti altri luoghi della Val di Magra, dove sorgono le vecchie pievi, non è difficile ritrovare leggende simili e se si pensa che le circoscrizioni religiose serbano le traccie delle precedenti circoscrizioni romane, e, forse, delle precedenti distribuzioni dei popoli nell’ epoca preromana, e specialmente che le Pieve sorsero verso il centro dell’antico pago, è possibile ammettere che tali leggende, accennando al vecchio tempio pagano sostituito dalla chiesa cristiana, conservino un oscuro ricordo. In tal caso si tenga presente che la circoscrizione della Pieve di Vignola (Ving-la) si estende nel versante del Taro fin quasi a Borgotaro, quindi nella regione padana.

Se poi, secondo l’ altro racconto, il culto di Vignola va riferito ai celti e a un tempio druidico, in tal caso sarebbe, credo, l’ unica traccia leggendaria che si possa riallacciare alle scoperte archeologiche rimaste storicamente oscure di misteriosi monumenti celtici in Val di Magra.

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Ho accennato cosi a qualche leggenda pontremolese desumendone la maggior parte del racconto del popolare storico di Pontremoli. Queste leggende non credo che possano distruggere quanto scrissi altravolta, in questo periodico, circa la povertà fantastica del popolo della Val di Magra in genere (14). Le leggende accennate sono scarne, prive di sviluppo e manca loro quella profondità di elaborazione alla quale, per mille ignoti artisti, concorrono i popoli di ricca fantasia. Si sente che i fatti più importanti non si ripercuotono a lungo nell’ anima popolare per suscitarne l’ opera fantastica, ma vi rimangono freddi e secchi, come ricordo. Più che di leggende bisognerebbe quindi parlare di confuse notizie, tramandate per un bisogno di spiegare qualche fatto, per ammonimento, per motivi, insomma pratici. La leggenda più elaborata, quella di Apua, toltone il motivo originale non popolare, dimostra limpidamente, in quanto è entrata veramente nella psicologia popolare, questo carattere pratico.

Manfredo Giuliani, Leggende Pontremolesi – Note di Psicologia, in Archivio per l’Etnografia e Psicologia della Lunigiana, fasc. 1 e 2, 1914

  1. Storia di Pontremoli E sue antichità per | ARRIGHI VITALI | con illustrazioni da lui designate, 2 Voll. in 4, mss. di pagg. 278.
  2. altro monumento non vi resta della medesima [Apua] che le vestigia della Fortezza del Monte Apio, ora detto S. Genesio pe l’oratorio ivi era, qual fortezza viene nominata dal nostro Statuto de Monte Piolo. In una  cronaca manoscritta del sev XVIII, presso lo scrivente
  3. II cronista pontremolese Gio. Rolando Villani (sec. XVI), racconta cosl la leggenda: “Concorsero alla fabbrica di Pontremoli gli Apuani che, scampati la gotica strage, s’erano portati raminghi per i vicini monti, servendosi in parte per l’ edifizio di questo delle ruine di Apua stessa…. I primi come in quei tempi i più facoltosi e di maggiore autorità, i quali decretarono ed esortarono gli altri alla fabbrica di Pontremoli furono gli infrascritti Giacomo Pellizzari o de Giudici, Signore della Valle di Zeri; Giovanni Villani, Signore della Pieve di Saliceto, d’ Oppilo, di Teglia, di Careola, di S. Cristoforo, d’Apiola e della Costa di Dozzano; Stefano Alfieri, Signore di Cravio, Scorcetoli e Ponticello; Gasparo Trincadini, Signore di Montelungo, Gravagna, Cavezzana d’ Antena, Cargalla e Soccisa ecc. ecc. Tutti questi determinarono e convennero tra loro di rilasciare il dominio delle predette ville e castelli, e di queste e del resto del territorio costituire una Comunità, capo della quale fosse riconosciuto Pontremoli; al che di buon animo consentirono tutti i contadini promettendo di stare a tutto ciò che dalla predetta Comunità fosse stato ordinato, e parimente di servire ai nobili, stante il dominio che come a loro sudditi sopra di essi tenevano ». Lo Sforza giustamente nota che la vanità di spacciare la propria famiglia come una delle fondatrici di Pontremoli e di sollecitare nel tempo stesso la vanità delle altre famiglie dell’ aristocrazia pontremolese, spinse il V. a inventare queste fandonie, fandonie diffuse e ripetute, prive certo d’ ogni valore storico od erudito, ma interessanti dal punto di vista psicologico ed etnico. Cfr. SFORZA Stor. di Pont. 1, 95.
  4. Perciò che riguarda Apua e le origini di Pontremoli si veda: GIOVANNI SFORZA, Memorie e doc. per servire alla Storia di Pontremoli, Firenze 1904, Parte 1, Vol. II pagg. 591 e segg. Dei cronisti pontremolesi, e specialmente di Gio. Rolando Villani, diffuso e appassionato raccoglitore della leggenda apuana, si veda dello stesso Sforza op. cit. Parte II, Vol. III.
  5. E la fantasia ne volle, a sua volta, un’ altra, antichissima, ed ancor degli autòctoni, su quel dorso di Appennino che si avean avuto a nido ed a tumulo: dove, sul vapor grave che lassú, al tepor del giorno, sale dalle valli e vi si accampa in nubi, il tramonto cadendo in mare appunta, come un antico eroe, la sua grand’ asta vermiglia.“O poesia! Un frate che di ciò avea notizia, si ravvolse nella toga di Catone lo storico, e, chiusosi in cella, levo a questa città le mura, le torri e le die un nome temuto. Ed Apua fu. Ne mentia, no, il povero ANNIO DA VITERBO, benchè non scrivesse (e lo sapea) realmente il vero. Chè egli era lo storico della fantasia di un popolo, che si risvegliava bambino dopo un gravame oblioso di secoli, ed ancor mal desto, come tra la veglia e il sonno, riguardava intorno sospeso tra memorie incerte ed i sogni cioè le ombre del vero”. Cfr. C. ROCCATAGLIATA CECCARDI, Sonetti e Poemi, pag. 325. La figura di ANNIO DA VITERBO è qui trasformata e trasfigurata dalla fantasia del poeta, il quale da a l’umanista un valore mitico, quasi facendone I epico del popolo apuano, uno storico poeta, quale con le debite proporzioni parve a Vico Omero, simbolo di poeti, narratori ecc. ecc. elaboratori di un ciclo epico. Tutto ciò s intenda – è necessario dirlo? – cum grano salis.
  6. Cfr. M. GIULIANI, Gli usi funebri nella Val di Magra, In questo Archivio Vol. 1 fasc. II e IV pag. 62.
  7. Cfr. Il Convento della SS. Annunziata, in Lunigiana, A. III, n. IV. Per la leggenda cfr. Santuario della Santissima Annunziata, Torino Tip Sale-siana, 1875 pagg. 13 e segg.
  8. Cfr. Al lupomanaio, in questo Arch. Vol. 1. fasc. I.
  9. Cfr. Il Solitario del Castello di Grondola, A. II, pp. 85 e segg.
  10. IGINO COCCHI raccogliendo questa leggenda [Due Memorie Geologiche sulla Val di Magra, Firenze, 1870, pp. 13-14] ne indica l’ erroneità ed accenna a cause che possono aver dato origine alle tradizioni, ricordando come in recenti invasioni coleriche, vi furono uomini, che andarono a nascondersi per la paura, in quelle grotte. Evidentemente l’ origine della tradizione deve avere non solo inizii più lontani, ma di natura ben diversa, e si deve vedere in essa un ricordo lontanissimo o di abitazioni preistoriche o di gruppi esostorici. Io stesso, raccolsi, in luogo non molto distante dagli stretti, sulla stessa riva della Gordona, poco sotto ad una località detta Anvie (In Vico), una punta di freccia, di selce scura, di forma triangolere, accuratamente lavorata a piccole faccette, probabile traccia di abitatori dell’ epoca neolitica.
  11. L MOLOSSI, Della Lunigiana parmense, 1859.
  12. Cir. U. MAZZINI, Monumenti celtici in Val di Magra, nel Giorn. stor, e lett della Liguria, 1908, pp. 393-419; e: Statue menhirs di Lunigiana, in Bol-lettino di Paletnologia Italiana, 1909, pp. 62-77.
  13. Cfr. U. MAZZINI. Un’epigrafe lunigianese del secolo ottavo. In Giorn. stor. della Lunigiana, A. II. 191011, pp. 153-160.
  14. Cfr. Gli usi funebri nella Val di Magra, loc. cit.

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