ARCHEOLOGIA IN LUNIGIANA.

La chiesa di San Giorgio a Filattiera

La Lunigiana si identifica con un vasto territorio montano, caratterizzato però da valli assai ampie, che lo rendono molto accogliente e facilmente corribile. In qualsiasi modo lo si attraversasse venendo dall’antica città di Luni, che ne è stata la capitale fino a tutto il XII secolo, si arrivava comunque ad un valico nei monti: non soltanto lungo le numerose strade che collegavano il versante tirrenico a quello adriatico della Pianura Padana (passi:  di Centocroci nella valle del Vara; dei Due Santi, del Borgallo, del Bratello, della Cisa e del Cirone nella valle del Magra; del Lagastrello nella valle del Tavarone e dell’Ospedalaccio-Cerreto nella valle del Rosaro), ma anche per andare a Genova (passo del Bracco nella valle del Vara) ed a Lucca (passo di Tea-Carpinelli nella valle dell’Aulella).

I monti della Lunigiana non appartengono ad un’unica formazione geologica: anzi proprio qui si incontrano e si scontrano l’Appennino Tosco-emiliano, quello ligure, un poco più recente, ed il gruppo più antico non a caso chiamato delle Alpi Apuane. La diversità di rocce, di età e di storia, ha determinato, ancora prima che l’uomo “addomesticasse” il territorio, paesaggi, vegetazioni, climi e risorse utili differenti.

La posizione fisico-geografica della Lunigiana, d’altra parte, come ha determinato l’ampiezza delle sue valli, e la conseguente attività sismica, per ragioni dovute alla dinamica della crosta terrestre (la penisola è spinta verso nord-est dal continente africano e tende a staccarsi da quello euro-asiatico proprio lungo lo sprofondamento in cui corre il Magra), ha anche richiamato da sempre chi, risalendo le coste tirreniche, o provenendo da Occidente lungo quelle liguri, voleva passare nella valle del Po, e viceversa: ciò spiega il ventaglio di strade antiche, e le relative “bretelle” di cui sono state menzionate solo le principali.

Sono numerose le evidenze archeologiche, monumentali e nelle tradizioni locali, che in vario modo si collegano a queste caratteristiche del territorio. Già il fatto che gli allevatori dell’età del rame abbiano portato proprio in Lunigiana il culto delle statue-stele, sopravvissuto fino alla romanizzazione e, molto probabilmente, alla cristianizzazione, è molto indicativo, anche se sarà sempre una delle scelte antiche più difficili da spiegare.

Non a caso, inoltre, alla foce del Magra, dove confluiscono tutte le valli della Lunigiana, e dove la bassa costa tirrenica cessa perché la stessa catena appenninica diventa la linea di una costa poco praticabile via mare, i mercanti del primo millennio avanti Cristo (etruschi, greci e fenici) hanno attivato un porto che ha anche permesso una vita più agiata ai Liguri di Ameglia, così come è avvenuto per quelli di Chiavari e di Genova. Non a caso il Senato romano ha deciso nel 177 a.C. di fondare una colonia con relative strade carreggiabili vicino a tale porto, dal quale ha preso anche il nome di Luna, per renderlo meglio fruibile, sottomettendo e deportando gli irrequieti e ribelli Liguri-Apuani. La scoperta archeologica del Portus Lunae, ma anche quella della fattoria romana di Sorano a Filattiera, connessa ad una stazione sulla strada Luni-Parma, ha messo in luce degli insediamenti molto funzionali: Sorano non ha nulla della villa padronale di delizia, o di investimento speculativo, ma non ha neanche la semplicità e l’austerità del fundus o del saltus della montagna appenninica.

Sia Luni, sia Sorano, posti su una delle principali strade per Roma, mostrano notevoli ferite fin dalle prime incursioni. Quando, dopo la caduta dell’Impero d’Occidente, i Bizantini decisero di creare quello sbarramento tra la Liguria e la Romagna, che coincide con quella che è stata chiamata poi “linea gotica”, il comando occidentale dell’esercito è stato posto a Luni, ma la “chiusa” vera e propria è stata posta a Filattiera, con avamposti di alta quota sulle strade minori a Monte Castello ed a Zignago. Le ricerche archeologiche, non solo hanno confermato la descrizione geografica fatta a Costantinopoli nel 610 da Giorgio Ciprio con la denominazione di Kastron Soreon, ma hanno anche descritto l’entità funzionale, la tipologia e l’economia di tali operazioni.

Gli scavi di Filattiera hanno messo in luce anche un altro importante fenomeno legato alla viabilità e alla “chiusa” bizantina, e cioè la cristianizzazione delle aree montane legata a qualche importante personaggio, il cui monumento funerario è stato posto in un luogo ove esisteva da millenni il culto preistorico degli antenati, come vengono spesso interpretate le statue-stele. Il monumento sembra aver determinato la costruzione della prima chiesa all’interno dell’insediamento bizantino, ed è rimasto in evidenza sia nella successiva pieve altome-dievale, sia in quella romanica ancora esistente. E molto probabile che a tale personaggio fosse dedicata la consunta lapide altomedievale murata nella vicina e più sicura chiesa di San Giorgio.

Dalle ricerche archeologiche non sembra finora che i Longobardi abbiano lasciato evidenti segni materiali in Lunigiana, a differenza, per esempio, di quanto è avvenuto per i toponimi. Forse, dopo la metà del VII secolo era ancora forte l’immagine dei dominatori (si sono continuate ad espandere le mode di dare nomi germanici ai figli e di usare delle decorazioni cosiddette barbariche), mentre i Longobardi erano già stati acculturati per quanto riguardava molte tradizioni tecnologiche romane, sopravvissute nella diaspora di piccole famiglie di artigiani.

Segni archeologici più evidenti sono emersi per il periodo degli Imperatori carolingi e degli Ottoni, specialmente se si consideri che sono ovunque poco rappresentati. A Filattiera si vede come la chiesa del Kastron Soreon abbia continuato la sua funzione pubblica, sia stata ampliata e sia diventata la pieve del territorio munita di campane: è molto probabile che l’intera area della “chiusa” bizantina sia stata donata alla diocesi di Luni, secondo un uso carolingio. Al periodo degli ottoni risalgono anche alcuni resti scavati nella pieve di Codiponte e le absidi del monastero di San Caprasio di Aulla, di recente messe in luce, nonché il sepolcreto senza chiesa di Gronda in Luscignano, lungo la strada Luni-Reggio nel tratto Codiponte-Mommio, aperto nel X secolo su un villaggio rurale abbandonato.

Le case dei lunigianesi che lavoravano la terra fino a questo periodo sono state abbastanza evidenziate. Le capanne circolari, o ellittiche, dei Liguri-Apuani, di circa quattro metri di diametro, con pavimenti in argilla battuta e focolare esterno, costruite con pali infissi che sostenevano le pareti in graticcio di legno stuccato con argilla e coperte da tetti di paglia, hanno continuato la loro funzione fino alla romanizzazione, e in qualche caso anche un po’ dopo.

I Liguri a contatto con i mercanti greci ed etruschi, come a Genova e probabilmente a Chiavari e ad Ameglia, avevano già imparato a costruire case rettangolari di legno appoggiate su basamenti di pietra a secco, con una superficie di circa quattro metri per nove, un pavimento in argilla, il focolare interno ed alcune divisioni in graticcio di legno stuccato con argilla. Questo modo di costruire e di abitare della popolazione si è diffuso nel territorio lunigianese durante l’Impero romano, ed è rimasto dominante per tutto il primo millennio dopo Cristo. Nella fattoria di Sorano la parte in muratura era più consistente e vi era un numero maggiore di vani , ma già nelle case della “chiusa” bizantina e nei villaggio di Gronda, si è tornati alle forme più semplici.

L’interesse per il nodo lunense delle grandi vie di comunicazione è riemerso già prima del Mille, ed ha fatto della Lunigiana medievale una terra di castelli, dello stesso tipo della Valle d’Aosta e di quella dell’Adige sui grandi assi viari alpini. Solo una piccola parte dei castelli del territorio dell’antica diocesi di Luni è stata esplorata archeologicamente: sui confini orientali quello della Capriola; su quelli occidentali il castellaro del Monte Dragnone ed il borgo arroccato di Monte Zignago; sui confini settentrionali il Castelvecchio ed i castelli di San Giorgio e di Monte Castello a Filattiera; su quelli meridionali il castello Aghinolfi. È ancora troppo poco per giudicare, però soltanto in quest’ultimo è stata trovata la base di un mastio posteriore al VII secolo ed anteriore al Mille, riconducibile in qualche modo alla documentazione lucchese di età longobarda. Diversi documenti dei secoli IX e X parlano di castelli costruiti o gestiti dal Vescovo, o da diverse famiglie signorili, sostituite quasi sempre, dopo l’XI secolo, dai Malaspina.

Buona parte di questo incastellamento derivava, come in altre regioni, dal nuovo modo di gestire il territorio e le sue risorse umane e rurali, ma non vi è dubbio che certi castelli controllassero le strade: sul castellaro del Monte Dragnone una torre è stata affiancata nel XII secolo ai ruderi di quella bizantina; a Monte Castello lo stesso tipo di torre appoggia sui ruderi della chiesa bizantina; si tratta di insediamenti a quote di 950 e 890 metri, in zone disabitate con boschi e pascoli, ma in posizione di controllo di importanti strade. I castelli malaspiniani di Mulazzo e di San Giorgio di Filattiera hanno ricreato una “chiusa” delle vie del Magra di fian-co a quella bizantina. Il particolare castello di Cacciaguerra a Pontremoli, che divideva l’abitato tra Guelfi e Ghibellini, aveva sul fianco l’edificio della dogana.

Che tale controllo non fosse militare, ma principalmente economico, si può dedurre da diversi documenti: a parte il fatto che i castelli della Lunigiana non hanno mai costituito un vero blocco al passaggio degli eserciti, basta prendere in considerazione le dogane riorganizzate dal Vescovo di Luni nel XIII secolo presso i suoi castelli stradali, oppure la Cronaca piacentina del 1167: l’imperatore Federico Barbarossa, giunto da Roma con i resti dell’esercito stremato dalla peste alla “chiusa” malaspiniana del Magra, chiese al marchese Opizzo di essere accompagnato a Tortona evitando il  territorio del comune ribelle di Pontremoli; giunti sull’Appennino l’imperatore chiese al marchese di che cosa vivesse quel feudo fatto di boschi e montagne, ed Opizzo rispose delle “volte mercantili”, come erano chiamati allora i magazzini e le dogane.

Il passaggio delle merci portava certamente delle entrate, mai però quanto l’esercizio diretto del commercio, come dimostra la ricchezza assai più diffusa riscontrata, anche archeologicamente, nel centro storico di Pontremoli, rispetto a quella dei borghi feudali, che è limitata al castello.

L’incastellamento rurale creò anche i borghi arroccati e si cambiò anche il modo di costruire e di abitare della gente comune. In un primo tempo, che durò fino al Quattrocento, ed in certi casi fino al Cinquecento, le case ad un solo piano erano costruite con pietre e terra, ma non erano diverse come dimensioni e funzione da quelle di legno dell’alto medioevo, come si è visto nel borgo di Monte Zignago, in quello scomparso a fianco della pieve di Codiponte, sotto le case rinascimentali di Casola, e nell’insediamento medievale della Tecchia di Equi.

Le case più antiche in muratura a calce, di due o tre piani, con funzioni differenziate, sono iniziate nel Trecento per usi particolari, come la canonica di Codiponte, la sede del Comune di Pontremoli e di quello di Vinca. Poco dopo, sono state costruite diverse case borghesi di Pontremoli, quella di Villa di Regnano sulla strada per la Garfagnana, le case-torre di Caprio e Ponticello, nel territorio di Filattiera, il mulino di Equi e le case dei salariati del comune di Casola, per citare solo quelle studiate; dopo ancora quelle dei contadini.

TIZIANO MANNONI, Archeologia in Lunigiana, in Le ricerche archeologiche in provincia di Massa Carrara, a cura di Enrico Giannichedda e Rita Lanza, All’Insegna del Giglio, 2003

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