- Il nuovo Partito Popolare ed il positivo rapporto con la Chiesa, soprattutto della Lunigiana

E’ stato fatto osservare che il P.P.L., fin dal primo momento, fu sostenuto dalle organizzazioni cattoliche e dagli ambienti ecclesiastici. Questo dato è riscontrabile anche localmente. Il settimanale cattolico della Diocesi di Massa, l‘Unione, ad esempio, appoggiò entusiasticamente l’iniziativa di don Sturzo e fu proprio nel numero del 26 gennaio 1919 di questo giornale che venne per la prima volta lanciato in provincia l’Appello del P.P.L.
Identico fu l’atteggiamento de Il Corriere Apuano, organo della Diocesi di Pontremoli ed oggi Settimanale dei Cattolici Lunigianesi (1).
Nell’articolo di commento La nostra via, l’Unione auspicava unità d’intenti dei cattolici, ritenuti ormai in grado di possedere una piena maturità politica, che permetteva loro sia “la più perfetta e indipendente autonomia”, sia la caduta di preconcetti e pregiudizi nei loro riguardi, che il primo conflitto mondiale aveva già in parte evidenziato. Nello slogan posto a piè di pagina si prospettava entusiasticamente una futura unità politica del mondo cattolico: “Cattolici, è l’ora nostra; organizziamoci tutti; organizziamoci bene; organizziamoci subito!”
Le prime iniziative del nuovo partito venivano inoltre seguite con molta attenzione. Nel numero del 16 febbraio 1919 si dava notizia di una battaglia combattuta dai deputati cattolici per il collegio plurinominale e con grande soddisfazione si notava il riconoscimento della potenziale forza del nuovo partito da parte dei socialisti e degli ex-socialisti di Mussolini.
Nello stesso numero si dava notizia della prima attività popolare in Toscana, mettendo in risalto il primo Convegno Regionale degli esponenti cattolici presieduto dall’on. G. Bertini a Firenze in quei giorni. Venivano, poi, esaminati i rapporti tra le varie organizzazioni cattoliche preesistenti al P.P.I. e il parti-to stesso e si metteva in rilievo le caratteristiche di aconfessio-nalità e di autonomia per cui “esso non si confonde con nessu-no degli organismi precedenti. La sua azione si svolge sotto la responsabilità piena degli uomini che sono chiamati a capo del partito e non sotto la dipendenza dell’autorità ecclesiastica” (numero del 2 marzo 1919).
Nel numero del 23 aprile 1919, nell’articolo di fondo La storia di un partito, l’Unione presentava ai lettori una breve sintesi della storia del movimento cattolico dall’inizio dell’Ottocento alla fine della prima Guerra mondiale in Italia e all’estero.
In data 4 maggio 1919 sempre lo stesso settimanale invitava i cattolici massesi a costituire “localmente e nei circondari” il P.P.I.
L’8 giugno dello stesso anno il giornale ritornò sul concetto di aconfessionalità in un corsivo dal titolo illuminante: Per chiarire gli equivoci, si spiega, generati dall’accusa rivolta al nuova formazione politica di essere “partito di preti”.
Con il numero 35 del 31 agosto 1919 l’Unione dava notizia dell’avvenuta costituzione, il 26 dello stesso mese, della sezione del partito in Massa. Poco più tardi, il 31 agosto, il Partito Popolare venne costituito anche a Carrara.
Quasi contemporaneamente vennero fondate le sezioni di Fossola, di Castelnuovo Garfagnana e di Pieve Fosciana.
Nel numero del 21 settembre 1919 si annunciava che nello stesso giorno si sarebbe costituito in Massa il Comitato Provinciale del P.P.I. Nei numeri successivi di ottobre e novembre si invitavano i lettori a votare per il P.P.I., del quale venivano presentate le liste dei candidati per la circoscrizione Lucca-Massa. Tra costoro c’era anche il prof. Vincenzo Tangorra, ordinario di Economia politica all’Università di Pisa e successore del Toniolo, il quale, come si vedrà in seguito, sarà eletto e si farà promotore in Parlamento di iniziative per la soluzione di problemi locali, difendendo gli interessi della provincia in più occasioni (provvidenze ai terremotati, legislazioni in favore dei reduci, ecc.). La sua carriera politica sarà breve, ma intensa e lo porterà fino a fare parte del primo ministero Mussolini, ma già fino dalla sua prima militanza egli venne considerato il favorito tra i candidati (16 novembre 1919). Nei numeri seguenti del settimanale cattolico massese vennero illustrate le attività post-elettorali del partito, tra cui la nomina alla Commissione del Debito Pubblico dello stesso on. Tangorra, di cui il giornale riporta il discorso pronunciato alla Camera in materia di economia e finanza (28 dicembre 1919).
Nello stesso numero il giornale comunica che la sezione del P.P.I. di Massa aveva triplicato gli iscritti.
Questo per quanto riguarda la parte della provincia sotto la giurisdizione del Vescovo di Massa, dal quale dipendevano oltre a Massa e a Carrara, la Garfagnana, poi passata alla provincia di Lucca, alcuni Comuni della bassa Lunigiana (Aulla, Licciana, Podenzana, Barbarasco, Casola) e pochi altri Comuni (Calice al Cornoviglio Rocchetta Vara) incorporati poi, ed amministrativamente ed ecclesiasticamente, alla Spezia.

Ben più sostanziale ed intenso fu l’appoggio dato dal clero della Diocesi di Pontremoli al nascente P.P.I.
Guidata da Mons. Fiorini, Vescovo di spiccate capacità pastorali, di vasta cultura filosofica e scientifica, di grande ascendente sulla popolazione per la sua forte personalità, la Diocesi di Pontremoli attraversava in quegli anni un periodo particolarmente felice per la preparazione del clero, per il fiorire di opere e per una larga corrispondenza delle popolazioni rurali del territorio. Non erano certo mancate a Pontremoli dall’ini zio del secolo ed anche precedentemente lotte e polemiche con i laicisti e con le amministrazioni socialiste, ma questo aveva finito per stimolare l’attivismo religioso e sociale dei cattolici pontremolesi, allenandoli quasi alla lotta permanente. (2)
Pontremoli, il libero comune medievale che per secoli aveva gelosamente custodito e difeso la propria autonomia dagli attacchi dei Malaspina, dalle incursioni della Repubblica di Genova e dei Visconti di Milano, che aveva conosciuto tanti periodi di permanente conflittualità tra le fazioni interne, era,in un certo senso, preparata alla lotta politica. Il P.P.I. con il suo programma municipalistico in cui tanta parte avevano le autonomie locali, l’associazionismo, il cooperativismo, la mutualità sociale, l’azionariato, il solidarismo corporativo, non poteva trovare ambiente migliore per il suo sviluppo.
In Pontremoli non si sentì in quei giorni la necessità di creare un organo ufficiale del nuovo partito, così come era accaduto a Massa perché in Alta Lunigiana usciva settimanalmente da oltre un decennio Il Corriere Apuano, che sarà per un certo tempo anche il giornale dei cattolici organizzati politicamente, senza perdere per questo la qualifica di organo ufficiale della Curia.

Sotto la direzione di don Annibale Corradini, il settimanale pontremolese svolse negli anni 1919-1920-1921-1922 un ruolo di fondamentale portanza per l’affermazione dei cattolici nel campo politico ed amministrativo e per la costituzione e la diffusione del Partito Popolare in Pontremoli nei centri, anche minori, della Lunigiana.
Scorrendo i vari numeri del settimanale di quegli anni l’osservatore anche più sprovveduto non potrà non rilevare l’impegno del giornale nel riportare settimanalmente notizie di carattere politico sindacale in ordine alla vita del P.P.I.
Nel numero dell’1 febbraio 1919 il giornale assicurava alla nuova formazione politica l’appoggio del mondo cattolico diocesano, formulando i migliori auspici per il nuovo movimento. Con il numero del 5 aprile 1919 Il Corriere Apuano annunciava la costituzione della sezione di Pontremoli, un atto che avvenne con oltre quattro mesi di anticipo sulla sezione di Massa capoluogo.
Il giornale, in mancanza anche di altre informazioni e documenti, è una miniera di notizie per un’approfondita indagine nel campo che a noi interessa. Oltre al direttore vi collaborava un gruppo di giovani sacerdoti e laici impegnati nella vita sociale, religiosa, civica e politica della Lunigiana, fra i quali i proff. don Giulio Podestà, don Angelo Quiligotti, don Celeste Baldini, Giacomo Baldini, gli avvocati Pietro Maffei e Camillo Cocchi, il notaio Giuseppe Angella, il maestro Aldo Bellotti, il prof. Umberto Bucchioni, don Luigi Rosa e tanti altri. Il giornale cattolico pontremolese era particolarmente impegnato nella formazione delle coscienze, indirizzava la sua azione soprattutto verso le classi sociali più umili e più sprovvedute socialmente e sindacalmente. Non si ha una cifra esatta sul numero delle copie vendute da Il Corriere Apuano, ma si può affermare che esso copriva capillarmente, soprattutto attraverso i parroci, tutto il territorio diocesano formato da 128 parrocchie.
Arrivava puntualmente nelle case dei coltivatori diretti, dei contadini, degli artigiani, degli operai, dei piccoli commercianti, nei casolari più sperduti, nei borghi sparsi delle vallate, polemizzando con i socialisti, prospettando soluzioni nuove ai problemi della città e delle frazioni, illustrando la questione sociale alla luce del pensiero cattolico, stimolando l’associazionismo, dibattendo problemi e metodi elettorali, in uno stile chiaro e semplice e facilmente intuibile anche da popolazioni scarsamente alfabetizzate.
Non di rado il giornale indicava e proponeva soluzioni a scottanti problemi sindacali nel campo agricolo ed industriale, spingendo tutta una popolazione rimasta quasi avulsa dalle grandi lotte nazionali e sociali, ad acquisire una sua coscienza civica e ad entrare con pieno diritto nell’agone politico.
La famiglia, i rapporti di classe, la scuola, la Chiesa e gli operai, il lavoro, i patti colonici, la funzione del clero, le agitazioni sindacali, la violenza fascista e non, l’attività amministrativa e politica dei popolari erano temi ed argomenti che ricorrevano settimanalmente in prima pagina ed in articoli di fondo sul foglio cattolico di quegli anni. A tutto ciò si deve aggiungere l’impegno del settimanale nel segnalare tutte ne e le attività dell’Unione del lavoro e dell’Unione contadina, che erano emanazioni del Partito Popolare.

Da un esame attento del giornale si può altresì prendere atto che Il Corriere Apuano non si limitò mai ad un lavoro di pura e semplice informazione, ma era solito sollecitare e stimolare le categorie a prendere posizioni di fronte ai problemi scottanti, che toccavano le varie componenti della società, facendo con ciò indiretta opera di proselitismo e spingendo i lavoratori a scegliere una loro collocazione nelle varie forze sindacali.
Frequente e vivacissima era la polemica contro le forze e l’amministrazione socialista.
Quasi a conclusione di questo lavoro di formazione e di proselitismo svolto dalle forze cattoliche, si tenne a Pontremoli il 30 luglio 1921 un grande convegno delle Associazioni Cattoliche Giovanili della Diocesi. In quell’occasione sfilarono per la città oltre mille giovani cattolici con labari e bandiere, quasi per fornire agli avversari la misura della loro forza anche sul piano strettamente politico e sociale. In sostanza Il Corriere Apuano ebbe forse, a differenza dell’Unione di Massa, nelle vicende politiche di quegli anni, una visione più unitaria e globale dei problemi religiosi, sociali ed amministrativi della Lunigiana, riuscendo a coagulare tutte le organizzazioni in un blocco compatto ed unitario ed in una specie di fronte unico in contrapposizione sia alla Sinistra marxista, ispiratrice di scioperi giudicati esasperanti e a volte inopportuni, sia contro la Destra reazionaria, che si andava progressivamente incamminando verso l’uso sistematico della violenza.
Il Corriere Apuano, in sostanza organo del clero, ispirato dalla Curia, non fu soltanto il settimanale di Pontremoli e del suo distretto, ma la voce dei cattolici, militanti nelle varie organizzazioni.
Note
(1) Il Corriere Apuano era stato fondato nel settembre 1907 da un gruppo di cattolici altolunigianesi che avevano collaborato alla testata parmense La Giovane Montagna. Nel 1908 il giornale divenne del tutto autonomo e si presento “impavido alla lotta, sperando di uscirne combattuto si, vinto mai”, con una connotazione politica ben chiara, in quanto proponeva ai lettori un’informazione diversa rispetto a quella fornita da La Terra, il foglio dei socialisti pontremolesi che, nel 1904, aveva ripreso le pubblicazioni.
(2) La Diocesi di Pontremoli aveva anche goduto del breve, ma significativo episcopato di Mons. David Camilli, poi divenuto Vescovo di Fiesole. Mons. Camilli, nella Lettera quaresimale del 1891 aveva anticipato sostanzialmente i temi che, pochi mesi dopo, sarebbero stati il nucleo della Rerum novurum di Leone XIII (cfr. G. Armanini, Socialisti e cattolici in Lunigiana dal 1890 al 1910, in Il Movimento socia lista in Lunigiana tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, Pontremoli, 1990
- – Lo sviluppo del P.P.I. in Provincia ed in Lunigiana
E’ attraverso le dettagliate cronache dell’Unione che, specialmente per quanto riguarda il circondario di Massa, furono osservate le iniziali mosse del nuovo partito, mentre a partire dal 15 maggio 1920 venne fondata la Difesa Popolare, che nacque proprio come organo provinciale del formazione popolare. Le nostre informazioni sulle vicende che stiamo analizzando, ci provengono principalmente da tale testata.

In realtà la Difesa Popolare, più che organo ufficiale del Comitato provincia-le del P.P.I., fu un foglio della sezione di Massa. Di conseguenza, per poter seguire l’espansione del partito in Lunigiana, dovremo rifarci al settimanale cat-olico Il Corriere Apuano, organo della Diocesi di Pontremoli, che si stampava ininterrottamente dal 1907.
Proprio nel numero inaugurale del la Difesa Popolare, leggiamo che la Redazione si sofferma sui punti fondamentali del programma popolare, non tralasciando di richiamare al senso di moderazione e al rispetto verso le proprie idee anche gli avversari politici. Significativo appare un articolo in cui viene fatto cenno alle iniziative tendenti a far conoscere il nuovo partito nel territorio provinciale nel periodo settembre 1919 -maggio 1920.
Nella nota si precisa, come se si volesse quasi giustificare il ritardo con cui il partito era sorto a Massa, che la fondazione delle sezioni in Provincia era andata incontro a non pochi ostacoli, “nella mancanza di mezzi, non esclusi quelli finanziari, ma nella difficoltà del terreno che li doveva coltivare”.
Iniziative per promuovere i primi contatti e per favorire un iniziale scambio di opinioni fra quanti erano interessati alle proposte programmatiche del P.P.I. furono prese fino dall’agosto 1919.
Nell’articolo citato non si fa cenno all’attività della sezione di Pontremoli, costituitasi fin dall’aprile precedente: il che dimostra mancanza di collegamenti e unità d’azione nei primi mesi di vita del partito in Provincia.
La sezione di Massa fu costituita nei primi giorni di settembre e i primi segnali della presenza organizzata dei cattolici si manifestarono in occasione delle elezioni politiche di novembre, allorquando una manciata di iscritti fu in grado di concretizzare 340 voti. Tale risultato fu considerato, nonostante qualche dichiarazione un po’ sarcastica degli avversari, incoraggiante per i popolari in considerazione delle situazioni ambientali non certamente favorevoli alla loro formazione politica.
Con l’inizio del 1920 furono molti, si legge sempre nell’articolo pubblicato sulla Difesa popolare, i giovani che aderirono al partito, sfatando l’idea che il P.P.I. trovasse proseliti solo fra i più anziani.
Il partito provvide subito in Massa alla costituzione delle Leghe bianche, raggruppanti i contadini e i coltivatori diretti. Prese iniziative per l’abolizione del calmiere sui generi orto-frutticoli nella piazza di Carrara e della tessera del pane, che, a giudizio di quella popolazione, non era distribuito equamente a favore di tutti i cittadini.
E’ con il numero del 22 maggio che il settimanale del partito si sofferma sulla realtà politica di Carrara e sulle possibilità di fondare una sezione anche in quell’importante località dove “esistono difficoltà a causa dell’ambiente inquinato da una malsana propaganda”.
L’attività del nuovo partito e soprattutto la credibilità che seppe conquistare tra i cittadini sono documentate non soltanto dal consistente incremento dei voti conseguiti in occasione delle elezioni del 1920 e dall’aumento degli iscritti, ma anche dai convegni e congressi celebratisi in Provincia.
Il primo Congresso Provinciale si tenne a Massa il 5 giugno del 1920 (la cronaca è riportata nella Difesa Popolare del 12 giugno 1920). Ad esso parteciparono 23 delegati in rappresentanza di 19 sezioni. Dagli atti del giornale non risultano, però, i temi discussi e gli interventi dei delegati.
Dal Congresso nacque il primo Comitato provinciale che risultò cosi composto: segretario: avv. Carlo Perfetti; Giunta Esecutiva: Luigi Cherubini, don Giulio Podestà, Augusto Moretti, Leone Pellegrinetti; membri: Pietro Maffei, Amilcare Pellegrinetti, Della Casagrande, Modesto Bianchi, Armando Barbieri, don Manlio Andreani.
Alla presenza degli on. Brancoli e Zileri si tenne, poi, un Convegno provinciale ad Aulla il 18 settembre del 1920 al fine di trattare la situazione dei terremotati fivizzanesi.
Il secondo Congresso fu convocato a Massa per il 16 aprile 1921, presenti gli on. Brancoli, Gronchi e Tangorra. La fonte non indica il numero dei delegati. Furono invece svolte relazioni organizzative da Giulio Guidoni (1), politica dal segretario Perfetti, sui problemi dei contadini da don Giulio Podesta di Pontremoli, sui problemi del lavoro e sindacali da Mastrolilli, proveniente dalla Garfagnana.

Il terzo Congresso provinciale fu tenuto il 1 ottobre 1921 e, per questa occasione, si presentò il solo on. Tangorra. Non si hanno notizie dei temi discussi. Altro significativo avvenimento degno di nota fu la venuta dell’on. Gronchi a Carrara, alla fine di dicembre del 1921, ove il parlamentare espresse le proposte politiche del P.P.I. al Teatro Animosi, in seguito ad un invito rivoltogli dagli iscritti di Carrara, che l’illustre oratore non esitò a definire “pochi, ma volenterosi” (dalla Difesa Popolare del 24 dicembre 1921).
Nella primavera dello stesso anno il partito aveva organizzato, il 17 aprile, a Massa il Primo Convegno del P.P.I. e delle Unioni del Lavoro della Provincia, durante il quale si erano dibattuti problemi politici, organizzativi e sindacali. Il Corriere Apuano riferisce che avevano preso la parola l’avv. Perfetti su problemi organizzativi, Mastrolilli e Gronchi su problemi sindacali, Bianchi sulla disoccupazione, Podestà sull’organizzazione dell’Unione del Lavoro di Pontremoli, il prof. Ponzo sulla situazione politica e sindacale in Garfagnana (2).
Particolarmente attiva fu l’azione di propaganda e di proselitismo svolta, soprattutto nella circoscrizione della Diocesi, dalla sezione di Pontremoli negli anni 1919-1920-1921.
Si deve all’entusiasmo giovanile del segretario di quella sezione, Giulio Podestà, al sindacalista Severino Lorenzi, al ferroviere Romano Farinacci ed ad alcuni altri se la sezione condusse una vivacissima lotta amministrativa e politica, che sbocco nella costituzione di numerose sezioni e sottosezioni in tutto il circondario della vallata della Magra.
La sezione pontremolese guidò e coordinò l’attività dei popolari di tutti i Comuni della zona ed il suo segretario era in costante e diretta corrispondenza con don Sturzo (3).
Alla fine del 1921, nel periodo più fecondo del proselitismo popolare, si contavano le seguenti sezioni e sottosezioni funzionanti in Lunigiana:
sezioni: Pontremoli, Fivizzano, Bagnone, Villafranca, Virgoletta, Serricciolo, Casola, Albiano Magra, Comano, Zeri sottosezioni: Mocrone, Codiponte, Gassano, Cecina, Gigliana, Caprio, Olivola, Ceserano, Collecchia, Valdantena, Grondola.
Nella Diocesi di Massa si ha notizia di sezioni a Massa, Carrara, Gallicano, Fosdinovo, Pieve Fosciana, Castelnuovo Garfagnana, Calice al Cornoviglio, Aulla, Licciana e di numerose altre sottosezioni nell’ambito dei Comuni di Massa e di Carrara (Antona, Forno, Quercioli, Volpigliano, Mirteto, Turano, Altagnana, Pariana, Marina di Massa, Poggioletto, Ortola, Fossola, Lavacchio, Casette, Cagliellia) (4).
Carente, invece, risulta il proselitismo in vaste plaghe della Diocesi di Massa (zona di Carrara, zona di Licciana e Tresana, Valle del Lucido, Garfagnana, Val di Vara).
Sezioni funzionanti furono quella di Massa, sia pure con una visione ed un campo d’azione limitato, e quella di Pontremoli, che, prima nata in Provincia, dimostrò spiccata vitalità anche nell’affrontare i problemi sindacali.
La stessa Difesa Popolare fu, come abbiamo avuto modo di far notare, più un foglio della sezione di Massa e delle sottosezioni comunali di quel capoluogo di provincia, che un organo ufficiale del Comitato Provinciale.
Molto scarse, infatti, sono le notizie che vi figurano circa le sezioni e sottosezioni della Lunigiana pontremolese e della Garfagnana. Anzi, verso la metà del 1921 il settimanale politi-co accentuava questo suo distacco dalla Lunigiana per lasciare largo spazio all’attività del movimento in territorio extra-provinciale (Versilia), finendo per assumere quasi la veste di portavoce dell’on. Angelini, che in quella zona della Lucchesia aveva preminenti interessi elettorali.
Da Il Corriere Apuano abbiamo, invece, settimanalmente la constatazione del fervore e del lavoro dei cattolici pontremolesi nelle zone anche più lontane della Provincia.
Resta, comunque, il fatto che entrambe le sezioni gettarono nella lotta un folto numero di dirigenti preparati e volenterosi ed animati da spirito pionieristico.
Per quanto riguarda, poi, il clientelismo, che fu una delle piaghe più gravi dell’Italia liberale, dobbiamo riconoscere che non era del tutto scomparso dal costume degli uomini politici del primo dopoguerra e che ha finito per lasciare abbandonate a se stesse vaste zone del territorio nazionale e numerose popolazioni con i loro secolari problemi sociali ed economici insoluti.
Note
(1) Vedi in Appendice, documento sub a)
(2) Il Corriere Apuano del 23 aprile 1921
(3) Il Corriere Apuano dell’11 marzo 1922 e del 18 marzo 1922 riporta due lettere di don Sturzo indirizzate a don Giulio Podestà. Da testimonianza del nipote, prof. Italo Podestà, sappiamo che tutta la numerosa corrispondenza intercorsa fra Sturzo e lo zio don Giulio fu conservata a lungo e andò poi distrutta durante un rastrellamento tedesco dell’ultima guerra.
(4) Le notizie di cui sopra ci sono fornite dall’Unione annata 1919, dalla Difesa Popolare annate 1920-1921 e Il Corriere Apuano annate 1919-1920-1921.
- – PRIME DIFFICOLTA’ NEI RAPPORTI CON LA CHIESA LOCALE
Il giornale la Difesa Popolare del 21 agosto 1920 riporta una prima precisazione del Segretario provinciale, avv. Carlo Perfetti, per comunicare che organo del partito è la Difesa Popolare e non l’Unione, che è invece un organo della Curia di Massa. L’intervento del Segretario provinciale sta a dimostrare che tra il partito ed una parte del clero erano sorti screzi e divergenze circa l’indirizzo politico da seguire in vista delle prossime elezioni amministrative.
Sullo stesso settimanale, il 16 ottobre, in un polemico articolo intitolato “Un feticista dell’Unione”, il redattore ironizza con “un pretino” circa il comportamento del P.P.I. locale. Altra polemica segue nel foglio del 13 novembre 1920 in merito all’esito elettorale a Massa: “Il pretino vuole l’unione con i liberali”.
Sul numero del 20 novembre della Difesa Popolare, venivano rimarcati i successi elettorali raggiunti in campo nazionale nelle elezioni amministrative con la conquista di 1500 Comuni, di forti minoranze in 2000 Comuni e di ben 700 seggi provinciali.
Tuttavia, come è stato riscontrato nella sintetica premessa sulle vicende generali del P.P.I., l’andamento di queste elezioni provocò nell’ambito nazionale i primi segnali di dissenso in ambienti ecclesiastici circa le scelte di autonomia politica, che il partito si era date.
Un’evidente manifestazione di dissenso si ebbe anche a Massa.
Il 27 novembre 1920 la Difesa Popolare con un corsivo intitolato P”Don Luigi Mussi e Don Luigi Sturzo”, polemizzava con il settimanale l’Unione.
Il canonico Mussi, persona assai vicina al Vescovo di Massa, Mons. Giuseppe Bertazzoni, non faceva mistero del suo indirizzo politico, che contrastava con la linea intransigente della politica di don Sturzo.
Il giornale, al riguardo, gli indirizzava questa lettera aperta: “Caro canonico, persuadetevi che il bene del cristianesimo, della Chiesa cattolica vogliono che i cattolici assumano nella lotta politica e amministrativa una fisionomia propria e non perpetuino un eterno e riprovevole equivoco del passato, per cui i buoni cattolici erano i più fedeli elettori dei massoni e degli anticlericali”.
Un altro riferimento a polemiche di questo tipo si ha sul numero del 21 gennaio 1921, in cui la Difesa Popolare, commentando la composizione dell’Amministrazione Provinciale di Massa, avvenuta con l’esclusione dei popolari, richiama su questo fatto l’attenzione: “dei nostri amici, dei nostri simpatizzanti e specie di quelli, e non sono pochi purtroppo, che ci rimproverano un nostro fiero atteggiamento di intransigenza nelle ultime elezioni amministrative….. e tu, o buon canonico Mussi che….. non ancora hai dimostrato di conoscere l’oscurità delle anime liberali che non perdonano……”.
Nonostante l’aconfessionalità del partito, i popolari di Massa dovettero faticare non poco per attuare la loro linea politica, se nel numero 34 del loro giornale datato 28 agosto 1921, a proposito del trasferimento del Card. Boggiano di Genova, giungeranno a dimostrare la loro letizia per questo “allontanamento del Cardinale da Genova, specialmente perché in migliori condizioni potrà proseguire in Liguria la nostra azione….”.
Passando ora alla Diocesi di Pontremoli, dobbiamo constatare che, scorrendo Il Corriere Apuano, non si trovano tracce polemiche di sorta con il P.P.I.
In Lunigiana il distacco del clero dal movimento politico dei cattolici avvenne, in un certo senso, più lentamente e gradualmente.
La Chiesa pontremolese ed il clero si inchinarono docilmente alle direttive del Vescovo, Mons. Fiorini, che indubbiamente non voleva traumi e scossoni repentini: rileggiamo quanto dichiara Mons. Corradini: “Il Vescovo era persona molto retta, profondamente patriottico; ed era vivamente impressionato ed addolorato per tutte le malefatte dei socialisti anticlericali e sopraffattori.
I preti erano continuamente insultati; in alcuni luoghi non si potevano fare processioni. Si arrivò al punto di non lasciar partire il treno operaio dall’Arsenale perchè vi era salito un prete che fu fatto scendere. Col ristabilire, a suo modo, l’autorità e l’ordine, il fascismo si era acquistato il favore anche del Vescovo, che non ne previde certamente le conseguenze”. Anche l’avv. Maffei fa cenno, nella sua intervista, a sirene fasciste nei confronti del Vescovo, Mons. Fiorini.
Che poi il socialismo pontremolese avesse assunto un’eccessiva carica di anticlericalismo lo ammette espressamente anche il Tassi, esponente non ultimo del socialismo lunigianese e valoroso comandante partigiano (1).
Il progressivo atteggiamento di simpatia della Chiesa pontremolese verso il fascismo va ricercato, dunque, nel temperamento e nella formazione del Vescovo Fiorini, oltrechè in direttive venute dall’alto.
Ben diverso fu il comportamento dell’Arcivescovo di Pisa, Card. Maffi, il quale aveva giurisdizione sulla Diocesi di Pontremoli come Metropolita. E’ noto, infatti, che il Card. Maffi avversò pubblicamente il regime di Mussolini.
Dal 1920-1921, man mano che si allentano i rapporti con il P.P.L., la Chiesa pontremolese accentua il lavoro di formazione religiosa, culturale e civica dei giovani con l’istituzione capillare di circoli giovanili di Azione Cattolica, in coincidenza con la scomparsa del Papa Benedetto XV. D’altro lato tutta la stampa cattolica nazionale, pur deplorando vivacemente la violenza fascista, di cui facevano le spese non di rado anche cattolici e popolari, era portata spesso a vederla come logica conseguenza dell’estremismo di sinistra.
“…..francamente deploriamo la violenza e le scenate sotto qualunque bandiera si ammantino, ma, detto questo, aggiungiamo che il movimento fascista trova una spiegazione logica nel contegno brutale.,…. che da due anni a questa parte i socialisti hanno assunto… Smettano i socialisti di lavorare alla rovina della nazione ed il fascismo non desiderato scomparirà per dar luogo alle nobili forme delle lotte civili…” (2).
Si andava generando, sia nella gerarchia come nella pubblica opinione, la convinzione che il fascismo fosse un fenomeno eccezionale, temporaneo; che avrebbe potuto essere inquadra-to, assorbito e ridotto a fatto contingente non appena rimosse le cause che lo determinavano.
Eppure anche in Lunigiana non mancarono intemperanze fasciste anche contro popolari. E’ lo stesso Il Corriere Apuano che ci parla di violenze fasciste gravi che si susseguono in più località anche con morti e feriti.
Il P.P.I. in Lunigiana si andava lentamente spegnendo quasi per inedia, ma senza polemica tra i cattolici organizzati politicamente ed il clero, che a tutti i livelli si era prodigato per circa un biennio al risveglio politico della Lunigiana sotto la nuova bandiera dello scudo crociato.
Note
(1) Cfr. Testimonianze di Corradini, Maffei, Tassi in Appendice. Circa l’anticlericalismo socialista vedi anche G.Rieci, I primi anni del movimento socialista sullese, ecc., in Cronaca e Storia di Val di Magra, Pontremoli, 1972
(2) Il Corriere Apuano del 4 dicembre 1920
9 – I complessi rapporti con il PSI sui problemi dei contadini e dei cavatori
- I COMPLESSI RAPPORTI CON IL PSI SUI PROIBLEMI DEI CONTADINI E DEI CAVATORI
Com’è noto la nascita del P.P.I. fu contrassegnata da una profonda posizione di polemica su due fronti, contro il liberalismo tradizionale da una parte, contro il socialismo dall’altra.
In sede locale quest’ultimo aveva già da tempo piantato salde radici e, anche dopo le elezioni amministrative del 1920, i socialisti furono a capo dell’amministrazione del Comune di Massa. Ma il Partito Popolare non stette certamente a guardare e, per contrastare l’amministrazione di sinistra, si sforzo di comprendere i bisogni della classe rurale assai numerosa, assumendo un atteggiamento rigoroso sul piano ideologico e pratico.
I popolari di Massa si distinsero nel combattere a favore della piccola proprietà, in quanto attraverso questa intendevano abbattere il salariato e il bracciantato e ridare al contadino dignità e sicurezza nel suo lavoro e renderlo gradualmente proprietario “della terra che egli feconda” (dalla Difesa Popolare del 4 dicembre 1920).
Contemporaneamente i contadini venivano sollecitati ad organizzarsi contro l’amministrazione socialista che, con introduzione di tasse ritenute esose e balzelli di varia natura, aveva compromesso il potere d’acquisto della classe rurale, la quale, nella città di Massa, pagava tasse assai alte che non paga l’eguale nessun contribuente d’Italia”. Alle buone intenzioni seguirono i fatti, se è vero che la Difesa Popolare del 24 dicem-bre 1920 annunciava una grossa mobilitazione contro le tasse capestro.
Nei primi giorni del 1921 i contadini che si riconoscevano nelle leghe bianche conseguirono un vistoso successo che portò il Prefetto ad emanare un decreto in base al quale l’amministrazione comunale di Massa veniva costretta a non riscuotere la sovraimposta per l’intero anno 1921.
Altre manifestazioni contro il sistema fiscale furono inscenate dalle organizzazioni promosse dai popolari nel giugno dello stesso anno e, nell’edizione del 2 luglio, la Difesa Popolare annunciò che l’Amministrazione Comunale si era dovuta dimettere in seguito a tumultuosi moti di piazza. Nel numero del 10 dicembre 1921, i popolari rilanciarono la proposta di nuove elezioni amministrative mediante il sistema proporzionale.
Dalle fonti provenienti dal settimanale del P.P.I. si comprende in modo esplicito come le polemiche delle leghe bianche investissero soprattutto i socialisti, ma, tuttavia, in alcune particolari occasioni, fra le due formazioni politiche si cercò di individuare punti d’intesa.
Non fu certamente estraneo a questa nuova tendenza il dibattito sviluppatosi fra i popolari in occasione del loro Congresso Nazionale tenutosi a Venezia dal 20 al 23 ottobre di quell’anno (1921). In esso, infatti, venne affrontato in modo esplicito il problema della crisi dello Stato e della collaborazione con gli altri partiti.
Particolarmente sentita, in quei mesi, era la situazione derivata dall’ordine pubblico che era emersa con tutta la sua drammaticità con i fatti di Sarzana e con la ribellione contadina della Lunigiana (estate 1921) contro le provocazioni dell’estrema destra.
Com’è noto, infatti, una banda fascista guidata da quell’Amerigo Dumini, che tre anni dopo assassinò Matteotti, lasciò alcuni morti sulla piazza della stazione di Sarzana, mentre alcuni squadristi, datisi alla fuga, furono acciuffati dai contadini della Lunigiana ed impiccati. A tal proposito narra lo Sforza: “Vidi le facce gioiose dei contadini che si erano finalmente vendicati di parte dei soprusi dei criminali fascisti della regione, tipo Renato Ricci” (1).
Furono proprio i fatti di Sarzana a mettere fretta a Mussolini e a spingerlo a concludere il patto di pacificazione, quantunque in parecchie province i Prefetti informassero della cattiva disposizione dei fascisti ad accettarlo (2).

Ritornando al Congresso di Venezia va ricordato che in quell’importante assise fu approvata la relazione politica pronunciata dall’on. Cingolani che così si espresse: “Noi sentiamo di essere ancora forza indispensabile, radicata nel cuore delle masse, per il giorno nel quale rispondendo ad un imperativo scaturente da una situazione ancora imprevedibile, l’intransigenza anticollaborazionista cadesse a pezzi e le forze del lavoro, orientate nel senso del Partito socialista, entrassero con partecipazione responsabile nella complessa vita collettiva. Ma anche in tal caso, come nella situazione di oggi, gli alleati futuri, come i presenti, debbono convincersi che noi, per la nostra origine e i nostri ideali, non siamo una semplice forza di riporto, alla quale si ricorre per poi abbandonarla al suo destino”. Anche De Gasperi parlò della collaborazione con il movimento operaio, oltre l’ambito degli interessi parlamentari. L’ordine del giorno che fu approvato al termine del dibattito, stabiliva quali fossero i principi che il popolarismo desiderava fossero garantiti per collaborare con “aggruppamenti politici responsabili, efficiente espressione di forze reali, che non siano quelli che per il pensiero loro e per la pratica della loro azione dimostrino di non potere effettivamente convergere alla realizzazione di un rinnovamento profondo di tutta la vita nazionale”:
a) libertà e rispetto della coscienza cristiana considerata come presidio e fondamento della vita della Nazione (problema della scuola e della famiglia);
b) restaurazione dell’economia nazionale e della finanza statale al di sopra di qualsiasi demagogia plutocratica e follaiola nel rispetto delle prerogative parlamentari e nella libertà per la migliore produzione, resa intimamente solidale mediante un’effettiva partecipazione dei lavoratori al suo ordinamento e ai suoi vantaggi;
c) riconoscimento delle organizzazioni del lavoro e parificazione degli organismi sindacali, mutualisti e cooperativi, fiancheggiati dal P.P.L., con ogni altra organizzazione, senza privilegi per le organizzazioni socialiste (riconoscimento giuridico, Consiglio Superiore del Lavoro, legislazione cooperativistica);
d) restaurazione dell’autorità e della funzionalità dello Stato (politica di libertà, azione sulle fazioni, decentramento organico);
e) politica estera atta, nella salvaguardia e nello sviluppo delle forze morali, commerciali del Paese e nella tutela della nostra emigrazione, a creare rapporti internazionali ispirati ai sensi di giustizia e di solidarietà verso tutte le Nazioni.
Tornando alla nostra provincia, possiamo dire che i popolari si sforzarono di cercare un’alleanza con i socialisti, quantomeno in sede parlamentare, allo scopo di risolvere l’annosa questione mineraria, vale a dire il problema della cava e dei cavatori.
Dopo il Congresso di Venezia le correnti minoritarie di sinistra tentarono di svolgere localmente una certa politica di avvicinamento con le masse popolari socialiste.
Lo stesso on. Angelini, che con Gronchi, Miglioli ed altri militavano nel gruppo di sinistra, auspicava un’intesa con le forze socialiste (da Il Corriere Apuano dell’8 ottobre 1921).
Anche Sturzo in un certo senso sognava un’intesa con i socialisti se ad una precisa domanda rivoltagli da un giornalista in tema di collaborazione, rispondeva in questi termini: “Penso che essa è già in atto. Un mio amico deputato socialista mi diceva alcuni giorni fa: noi siamo collaborazionisti al mattino, girando per tutti i ministeri a difendere le questioni delle nostre organizzazioni, dei nostri Comuni; siamo invece anticollaborazionisti nel pomeriggio, facendo dell’opposizione alla Camera” (da Il Corriere Apuano del 22 ottobre 1921).

Per ritornare sul problema delle cave e dei cavatori, la Difesa Popolare dell’11 dicembre 1920, in un articolo intitolato “Le cave ed i cavatori”, dopo aver illustrato il progetto di legge d’iniziativa popolare nel quale era prevista la compartecipazione agli utili dei cavatori, la concessione di nuove licenze ai proprietari di terreni che dimostrassero di poter affrontare economicamente e tecnicamente l’impresa, il passaggio allo Stato della proprietà del sottosuolo con possibilità di concessione in usufrutto agli scopritori e proprietari dietro versamento di un canone alla Provincia e con precisi obblighi previdenziali, si auspicava l’unione delle forze popolari in sede parlamentare per costituire una sicura maggioranza ai fini di una politica incisiva nel campo sociale (156 socialisti, 100 popolari e 10 re-pubblicani avrebbero potuto raggiungere una maggioranza sicura di 266 voti).
Il settimanale dei popolari faceva poi notare ai socialisti locali la problematicità della loro idea di abolire la proprietà privata e di costruire una società socialista e li invitava a ricercare soluzioni più praticabili e realizzabili, anche a costo di dover sacrificare qualche loro convinzione.
Dal foglio del 1 gennaio 1921 si ricava la notizia che i socialisti, attraverso il loro giornale La Battaglia, accettavano di arrivare a trattative sulle vicende delle cave, senza per altro precisare i loro intenti.
In Lunigiana, e a Pontremoli in particolare, i rapporti con il Partito Socialista non furono meno tesi. Il Corriere Apuano di quegli anni ce ne fornisce la misura esatta. Il Partito Socialista controllava, da lunga data, il Comune di Pontremoli e non poche amministrazioni minori della vallata.
Sorto in Lunigiana agli inizi del secolo, portava con sè una notevole carica di anticlericalismo derivategli dalle tradizioni anarchiche e repubblicane molto radicate nel Carrarese, nello Spezzino e in altre zone limitrofe.
Il suo proselitismo si era particolarmente indirizzato verso mezzadri, ferrovieri (allora numerosi nel deposito di Pontremoli), sugli operai degli stabilimenti navali e militari, conseguendo evidenti risultati.
C’era poi stata una lunga polemica in Pontremoli contro l’amministrazione socialista dell’avv. Pietro Bologna al tempo della costruzione del ponte Zambeccari con conseguente demolizione della chiesa parrocchiale di San Colombano, negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale. La costruzione del ponte rispondeva indubbiamente ad evidenti ragioni urbanistiche, ma fu strumentalizzata dai clericali per combattere l’amministrazione socialista.
Durante e dopo la guerra era poi sorta un’altra lunga polemica circa l’amministrazione e la distribuzione dei generi alimentari contingentati.
Il P.P.I. assunse perciò in Lunigiana un suo carattere di spiccata antitesi e reazione ai principi del marxismo.
Nella piccola borghesia della città e nelle masse contadine delle frazioni periferiche l’attaccamento ai principi religiosi era ancora molto forte.
I cittadini cattolici, che stavano gradatamente prendendo coscienza della loro forza politica, si posero perciò su un piano concorrenziale in campo sindacale e di alternativa nel governo degli enti locali amministrati dai socialisti o da formazioni liberali e clientelari non immuni neppure queste ultime da venature anticlericali.
D’altro canto don Sturzo in questo campo poteva insegnare qualcosa: prima di diventare protagonista politico aveva svolto una notevole azione amministrativa ed aveva ben intuito che solo attraverso la conquista degli enti territoriali periferici sarebbe stato possibile alle masse cattoliche arrivare al controllo dello Stato per una graduale riforma delle sue strutture non più rispondenti alla nuova realtà storica.
I cattolici pontremolesi dimostrarono di aver capito la lezione del maestro: di qui la lotta e la polemica accesa, intercorsa con il Partito Socialista.
La lotta a Pontremoli come a Massa contro l’amministrazione comunale socialista assunse toni particolarmente accesi che non si esaurì neppure con l’esito delle elezioni favorevoli al Partito Popolare.
Erano due concezioni in antitesi che non si capirono neppure quando sarebbe stato necessario creare un fronte unico delle masse popolari per arginare il nascente fascismo.
I risultati di questa lotta senza esclusioni di colpi fini per premiare in larga misura il Partito Popolare che conquistò la maggioranza assoluta a Pontremoli, a Villafranca, a Bagnone, a Casola, a Licciana, a Calice, ad Aulla, a Fosdinovo, a Massa e nella stessa Amministrazione Provinciale. Fu indubbiamente un grosso successo elettorale per cui si può dire che nel 1920 la Lunigiana era diventata bianca.
A questo punto varrebbe la pena di fare alcune considerazioni: se è vero che in Lunigiana la lotta si svolse con alterne vicende, tra popolari e socialisti, in un momento in cui già si pro-filava l’eversione fascista, dobbiamo con rammarico constatare che l’atteggiamento dei due partiti di mas
Note
(1) C.Sforza, L’Italia dal 1914 al 1944 quale io la vidi, Milano, 1946
(2) G. De Rosa, I/Partito Popolare Italiano, Bari, 1966
- – Vivace politica sociale svolta dal P.P.I. in Lunigiana
Se prendiamo in esame l’unico elenco attendibile degli iscritti alla sezione del P.P.I. di Pontremoli (1), possiamo constatare che su circa 300 iscritti si contava una buona metà di coltivatori diretti, operai e ferrovieri, una ventina di piccoli commercianti, un buon numero di artigiani, una trentina di piccoli impiegati e studenti ed un numero non rilevante di professionisti (insegnanti, geometri, farmacisti, notai) tutti di origine proletaria o piccolo borghese.In questa situazione la sezione non poteva certamente non recepire le sollecitazioni della base in ordine ai problemi che agitavano in quel momento la società italiana.

La vecchia classe dirigente lunigianese che per lunghi anni aveva guidato la città e la valle senza alcuna apertura e in pieno immobilismo, non era più in grado di far fronte alla nuova realtà esplosa nel dopoguerra.
I socialisti dal canto loro, massimalisti e barricadieri, mancavano in un certo senso di una visione globale dei problemi della valle.
E’ pur vero che anche i cattolici, quelli intransigenti almeno che si erano sentiti per decenni estranei allo Stato ed alla Comunità, avevano finito per trincerarsi quasi in una torre d’avorio rinunciando ad ogni attività politica ed amministrativa.
C’era però stata nel frattempo la formulazione di una dottrina sociale cristiana sulla quale erano state fatte tante esperienze altrove fin dai tempi della Democrazia Cristiana di Romolo Murri. E mentre i socialisti avevano tentato di parlare alle masse e di portarle al vertice delle amministrazioni, i cattolici dal canto loro avevano creato una certa ossatura di quadri attra-verso dibattiti, polemiche, congressi, convegni ed attività di azione cattolica dalla Rerum Novarum in poi.
Il gruppo dirigente della sezione di Pontremoli era appunto formato, come detto in altra pagina, da un nutrito gruppo di giovani sacerdoti, di professionisti e studenti, di comuni citta-dini preparati sul piano sociologico e sindacale.
Fu in virtù di questi quadri che la sezione sviluppo un intenso lavoro specialmente negli anni 1919-1920-1921, combattendo sulle piazze e sulla stampa, nei convegni e nelle aule consigliari. Furono toccati ed agitati i problemi che interessavano i contadini, gli operai, le popolazioni e le amministrazioni pubbliche della zona. Furono organizzati convegni e categorie sociali (contadini, operai, ferrovieri, artigiani) lottando per la legge elettorale proporzionale, prospettando nuove soluzioni a vecchi problemi amministrativi, incentivando l’associazionismo ed il cooperativismo.

La sezione di Pontremoli per la sua forza politica e sindacale arrivò addirittura a trattare con la classe padronale l’annosa questione dei contratti agrari presentando alla controparte un patto colonico per quei tempi socialmente avanzato (2).
Di notevole interesse per la popolazione rurale della valle fu la costruzione del canale irrigatorio Bagnone- Villafranca, del quale venivano a beneficiare anche le popolose frazioni di Mocrone, Filetto e Malgrate, l’avvio delle pratiche per la costruzione delle strade di valico (Cirone, Brattello, Zeri, Linari) al fine di eliminare il secolare isolamento della Lunigiana, il completamento della ferrovia Lucca-Aulla attraverso la Garfagnana, la costruzione di un blocco di case popolari a Pontremoli, l’avvio di una politica sociale nelle civiche amministrazioni (strade frazionali, opere igieniche, acquedotti, scuole), la diffusione dell’istruzione elementare nelle frazioni più popolose, gli interventi in favore degli operai occupati in costruzioni edilizie e stradali.
Per sviluppare questa sua politica il partito tenne vivo ed incessante il contatto con le masse attraverso comizi, riunioni, assemblee.

Se scorriamo il settimanale del partito la Difesa Popolare e gli organi diocesani Il Corriere Apuano e l’Unione possiamo constatare un lavoro quasi quotidiano di formazione e informazione che indubbiamente presupponeva una notevole carica di entusiasmo da parte del gruppo dirigente certamente preparato, ma indubbiamente poco numeroso per la vastità del territorio e per i problemi che presentava.
Da Casola a Cecina, da Gravagna a Zeri, dal Molinello a Montereggio, a Gigliana, a Podenzana, a Sassalbo non vi fu alpestre frazione o sperduto casolare che non ascoltò, a volte con contradditori ed aspre polemiche, l’esposizione dei dirigenti popolari che per la prima volta scendevano come cittadini di pieno diritto nei pubblici arenghi.
Con il 1922 ha inizio la fase di declino del Partito Popolare a Massa, a Carrara e in Lunigiana anche se siamo a conoscenza, attraverso i documenti citati e le testimonianze ricevute, che la sezione di Massa operò quasi clandestina anche negli anni successivi e che fu sciolta definitivamente nel gennaio 1925.
Il segretario politico, Giulio Guidoni, ci ha ricordato che proprio in quel mese fu convocato in Prefettura con l’invito a consegnare le chiavi della sede, i documenti ivi riposti e quelli in suo possesso.
Solo le chiavi furono consegnate, mentre i documenti furono in precedenza bruciati per non cadere nelle mani della polizia fascista.
E’ così che andarono perse molte testimonianze e fonti autentiche che si sarebbero rivelate assai preziose per un più approfondito studio della storia locale del Partito Popolare.
Note
(1) Cfr. in Appendice documenti sub b)
(2) Cfr. in Appendice documenti sub d)
Pierangelo Coltelli, estratto da 1919-1922 Il Partito Popolare Italiano in Lunigiana e nella Provincia di Massa Carrara, Quaderni del Corriere Apuano, 1994