“APUA”

“Apua sum quondam Marco celebrata Catone”. Per quasi quattro secoli si è detto e stampato che questa iscrizione esistesse in una torre costruita in Pontremoli da Castruccio: ma, forse, la verità è che nessuno l’ha mai vista, perché ogni ricerca accurata per rintracciarla, fatta ai nostri giorni, è riuscita inutile.

Ma anche se questa iscrizione è esistita, non ha alcun valore , perché di Apua (città) nessuno mai parlò, finché a un dotto frate di bell’umore, verso la fine del XV secolo, non saltò in mente di coniare  di sana pianta quella città, e spacciarla come moneta corrente.

Erano quelli gli anni più splendidi del rinascimento: gli studi, specialmente delle antichità, si coltivavano quasi con frenesia; la scoperta di un codice, di una statua, di una medaglia erano avvenimenti dei quali gli eruditi si rallegravano e si occupavano con ardore, illustrando, commentando, interpretando e dando prova di critica dotta e sottile i acutezza di ingegno. Il nostro frate, che si chiamò Annio da Viterbo, dell’Ordine dei predicatori, non volle starsene indietro in quella gara, e vi comparve stampando a Roma nel 1498 coi tipi di Eucario Silber, una opera intitolata: Antiquitatum variarum volumina XVII. In essa mandò alla luce parecchi frammenti di antichi scrittori, e tra gli altri, un brano di Marco Catone: De Originibus, ove si legge: Macra ad cuius fontes este Apua oppidum. E Annio annota: nunc Pont Remuli dicitur.

È ormai concordemente ritenuto dagli eruditi e dai critici che questi frammenti sono apocrifi, e non  hanno altro fondamento che nella fantasia del buon frate burlone, il quale si è preso a larga mano dai posteri i titoli d’ impostore e di uomo nefasto agli studi; ma, se potesse rivivere, gongolerebbe e riderebbe di cuore, vedendo quanta gente accolse serio e anche si esaltò e si fanatizzô alle sue invenzioni. Ippolito Landinelli nei primi del secolo XVII e Bonaventura de’ Rossi nel secolo XVIII, ambedue Sarzanesi (per parlare soltanto degli eruditi della regione) ammisero senza discussione la esistenza di Apua; a Pontremoli poi i cronisti ne fecero argomento di leggende e romanzi, che furono ritenuti come storia vera; il Municipio consenti che si consacrasse l’antica Apua nella lettera di dedica degli Statuti; e si chiama tuttora Apuana la diocesi di Pontremoli.

Fino dai tempi di Annio alcuni dubitarono della esistenza di Apua, ma il primo che, con argomenti inoppugnabili, distrusse la leggenda della immaginaria città fu il dottissimo fiorentino Giuseppe Averani nel secolo XVIII.

Del resto, dalla esistenza, nel territorio ov’è Pontremoli, di un antico popolo chiamato i Liguri Apuani non ne viene la necessaria conseguenza che sia esistita anche una città chiamata Apua; e tanto meno può dirsi, per semplice opinione e in mancanza di prove, ch’essa fosse dov’è ora Pontremoli. Cosi la pensò anche il grande Muratori, come apparisce da una sua lettera diretta nel giugno 1730, al marchese Camillo Canossa di Pontremoli, nella quale si legge “ Che quella nobil terra di Pontremoli sia nel tratto di paese dove abitavano i Liguri Apuani, non ho difficoltà a crederlo. Ma che Pontremoli sia lo stesso che Apua degli antichi, confesso il vero che non ne sono finora persuaso, e amo, nelle cose scure siccome a me par questa, di sospendere il giudizio: Infatti per autorità sufficiente neppur veggo che vi fosse Apua, da che niuno scrittore de’ vecchi secoli fa menzione di tal luogo. Ancora sono rinomati i Ligures Friniates presso Livio, e se ne conserva tuttavia il nome nella Provincia montanadel nostro paese…….ma da ciò non si può con certezza dedurre che al tempo dei Romani fosse colà una terra chiamata Frinia o Frinium .  O quando anche Apua terra vi fosse stata, solamente opinando, e non già per cognizione alcuna certa, si può dire che fosse ov’è ora Pontremoli.

Pietro Bologna, Bozzetti Popolari di Storia Lunigianese, Tip. Cavanna, 1910

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