LUNI E LA LEGGENDA DI APUA NEI CRONISTI PONTREMOLESI

Particolare anfiteatro Luni

Pochi fiori, e spesso di pungenti cardi, sono stati portati dalle montagne del Pontremolese alle romane rovine di Luni.

La tradizione della romanità, tanto viva, per suggestione di leggende, e presente, per testimonianze di rovine e di marmi, nel piano che si allarga intorno alla foce della Magra, e sui colli vicini, si perde, nelle valli superiori, sin quasi a scomparire nelle vallate del Pontremolese, dove, invece, si fa latente un’altra tradizione, conservata nei resistenti istinti atavici, residuo di antichi contrasti etnici, confusa, sebbene operosa resistenza del ricordo della invitta ostilità antiromana dei liguri.

Nelle anguste vallate tra il Gottero e l’Orsaro, non rovine, nè memorie romane, se non in qualche toponimo che ricorda, duramente, i possessi dei conquistatori: qui non più i grossi borghi turriti memori della antica madre, che, nei loro stemmi, rinnovate espressioni di fedeltà, introdussero i segni della luna, ma i paesi composti dei gruppi degli sparsi villaggi delle genti ostili, che, dalle più antiche tradizioni, trassero gli elementi di maledizione sulla città scomparsa, trasferiti e trasformati nelle nuove leggende cristiane. In questa stessa conformazione demografica, si avverte una differenza che manifesta una sensibile variazione etnica.

Passata la Capria infatti par quasi smarrirsi quella traccia della irradiazione di Luni, tanto evidente fin qui, come elemento unitario, nel carattere della regione, manifesta nel costume, risonanza romana nel linguaggio, al quale trasmette un accento comune inconfondibile, anche tra le varietà delle parlate. A settentrione della Capria. insieme, per dir così, con un certo distacco di paesaggio e un certo cambiamento di temperie, si avverte, decisa, una variazione di costume, ben definita dalla diversità del linguaggio, dove quell’accento di sonorità romana si perde, e prevalgono suoni sempre più chiusi, e subentrano, tipici segni di un etnos diverso, l’ü e l’ë e le corrispondenti celtizzazioni delle consonanti.

Sotto la trama della formazione medievale della demografia del pontremolese, che, qualche secolo prima del mille, dette origine a Pontremoli, è ancora possibile scoprire le tracce dell’assetto arcaico, non troppo alterato dalla romanizzazione e rianimato dagli elementi barbarici dell’alto medioevo, nella caratteristica distribuzione rurale della popolazione, sparsa vicatim, nei vici o vicetti, nelle “Cà “(villaggi patriarcali), più tardi nei borghi e borghetti, in relazione ai castelli, secondo le ordinanze delle schiatte nei raggruppamenti cantonali. Così il nesso comunale medievale di Pontremoli si decompone nei precedenti gruppi rustici, dei quali permangono le tracce nelle memorie di sparsi villaggi, come Borgovecchio, Ter-rarossola, Betula o Botula o Votula (dial, la Biédla), Bambarone, ecc., tutti con evidenti speciali funzioni in rapporto al sistema delle comunicazioni. E più schietto ancora si ritrova, quasi intatto nel significato della topomastica, questo assetto arcaico, nelle regioni più isolate della zona montuosa, come, p. es., lo zerasco (1). Impronte persistenti di remoti ordinamenti, elementi, non certo rimasti estranei al costume, che vanno notati, poichè di essi bisogna tener conto, in quanto ricompaiono, come vedremo, nella leggenda di Apua, la immaginaria capitale dei Liguri Apuani, leggenda che attinse alla tradizione attivi elementi d’inspirazione etnica, sviluppati in nuove forme nei contrasti prodotti da altre vicende.

Il soffio d’ispirazione, epico per la lontananza leggendaria, che animava il ricordo della antica resistenza dei Liguri, sorreggeva in certo modo, fra tante violente vicende sociali e politiche, lo spirito di indipendenza locale che caratterizza, come ogni storia comunale, la storia medievale di Pontremoli. L’estrinsecazione mitica di questa passione atavica, mescolata via via coi bisogni più immediati delle vicende locali e con le ambizioni dei gruppi dominanti, si concretò in forma dotta e cercò la sua espressione in una rappresentazione storica che rispondeva al genio, scarsamente fantastico e realisticamente giuridico, della popolazione. Determinata, questa formazione mitica, da una crisi di trasformazione sociale e politica che concitava quelle varie tendenze, venne a cadere sulla fine del Medioevo e si svolse in pieno Rinascimento: e se da questo, per un lato, ebbe gli aiuti della erudizione umanistica e di tante scoperte di antichi autori veri o finti, per l’altro lato si trovò poi stranamente intralciata dallo spirito romanistico del tempo e notevolmente penetrata di contraddizioni. Ma se attenuata o, per lo meno, lambiccata nella forma dotta della leggenda, l’indigena ostilità antiromana riebbe un accento più deciso nelle ulteriori elaborazioni popolari.

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I cronisti pontremolesi dei quali ci sono rimasti gli scritti, cominciano a comparire verso la fine del quattrocento e fioriscono nel cinquecento, con una notevole ripresa nel settecento, nel secolo della erudizione e della critica. I più vecchi, narrando gli avvenimenti più remoti, si riferiscono enfaticamente alla autorità di antichi annali, quasi fossero gli Annales Pontificum, e alle testimonianze di antiche scritture pubbliche di notai, documenti veduti a loro dire, ma periti tra le fiamme dell’incendio di Pontremoli, provocato dagli Svizzeri di Carlo VIII, nel 1495. In tali circostanze la leggenda può liberamente fiorire: e lo spirito epico del racconto è infatti evidente nelle stesse formule di prova che si incontrano nelle loro pagine: <<ut cantant annales>> o << cantat historia>>. Ma ben poco la curiosità, e tanto meno la passione, dei cronisti pontremolesi fu attratta verso Luni. (2)

Ser Marione, ovvero Giovanni Maria Ferrari, nato negli ultimi decenni del ‘400 e morto nel 1548, trascrisse la famosa epistola scritta a Wido, vescovo di Luni, dall’imaginario Ser Guidone da Bibola, contenente una leggenda trovata in Inghilterra sulla distruzione di Luni per opera dei Normanni. E’, però, semplice lavoro di erudito, estraneo alla sua opera di cronista, rivolta tutta alle antichità pontremolesi, e, con passione di combattente e con pittoresca vivacità di linguaggio, alle vicende dei suoi tempi.

Giovanni Rolando Villani, vissuto dal 1510 a dopo il ’71, nei suoi Annali di Pontremoli, che si estendono del resto alla storia di tutto il mondo, riferisce anche notizie e leggende concernenti Luni, ma subordinandole tuttavia ai fini del suo racconto, tutto rivolto a dimostrare l’esistenza di Apua. A proposito, infatti, della distruzione di Luni riferisce due versioni leggendarie: l’una che attribuisce il fatto al re persiano Medorse, sdegnato per la conversione della moglie, la regina Cesarea, da Costantinopoli rifugiatasi a Luni; l’altra che, mescolando gli elementi della diffusa leggenda italiana della moglie adultera con la nota leggenda normanna, lo attribuisce al danese Butlier o Lier, che è probabilmente Bjoern Costa di Ferro. Ma il supplizio della regina adultera, trascinata avvinta alla coda dei cavalli, da Luni a Cassio, gli dà modo di escogitare una serie di etimologie relative ai nomi dei vari paesi posti sulla via da Luni a Parma, e, sopratutto, di dimostrare, a prova della esistenza di Apua, che il nome di Pontremoli non è altro che una corruzione di Appontremolo, formato da Ap (Apua) e pontremolo (ponte tremolo) (3).

Argomenti in favore della esistenza della favolosa Apua, cercò, nella storia di Luni, ‘anche un altro cronista, Sforza Trincadini (1572-1655), autore delle Cronice Pontremuleuses, e falsificò una già falsa iscrizione, che vorrebbe essere la sentenza dei quinqueviri nella nota lite, riferita da Livio, insorta, per contestazioni di confini, tra i Lunensi e i Pisani, introducendovi le fontes Macrae e aggiungendo Apua a Luni (4).

Anche il frate Bernardino Campi, che visse sullo scorcio del ‘600 e nei primi del ‘700, dedicò l’opera sua maggiore ad Apua, riserbando un’altra lunga compilazione alla Lunigiana, dove prevale evidentemente l’interesse ecclesiastico, essendo necessariamente scarsa in lui, per ragioni di tempi e di caratteristiche mentali, quella passione politica locale così vivace negli altri.

Nel ‘700 l’interesse degli scrittori di storia pontremolese continua a convergere sulla questione di Apua, che, in certo modo ravvivata nella forma critica del tempo, dà origine ad accanitissime dispute alle quali vivacemente parteciparono anche scrittori non pontremolesi. Più rappresentativo, sotto aspetto che ci interessa, è il Compendio Storico della Pronvincia di Lunigiana, pubblicato a Parma nel 1790, opera di Angiolo Anziani e Onorato Bonamici, dove l’interesse per Apua ha la vibrazione di una rivendicazione, e, spesso, par quasi trovare la co-scienza del motivo etnico che lo anima.

Certo nella trattazione di questi argomenti, e in questa contrapposizione di Apua a Luni, che era, poi, di Liguri a Romani di italici a Roma, nella quale si era idealizzato lo sforzo comunale di Pontremoli, gli scrittori locali si trovarono straordinariamente impacciati dalle idee derivate dall’umanesimo, come la divisione augustea tra Etruria e Liguria, svolta e impropriamente precisata portando il confine lungo il corso della Magra e ai displuvi dell’Appennino; e dall’entusiasmo umanistico per la romanità che non permetteva ribellioni a quel dominio ideale.

Mentre dunque vantavano la loro città come l’antica Apua, sede dei liguri Apuani, dei quali studiavano in Livio le gesta, e dei quali, come nella prefazione degli Statuti, scritta da Gio. Antonio Costa nel 1570, vantavano di aver ereditate le virtù guerriere: vel eorum natura [pontremolensium] ad rem militarem propensa, vel retenta praeteritorum ab Apuanis parentibus preclare gestorum memoria; dovevano poi, secondo la geografia corrente e imperante, che a loro stessi pareva indiscutibile, porre parte del loro territorio in Etruria e celebrare le vittorie di Roma, che pure avevano distrutti i loro padri e disertato il loro territorio.

Ma questa loro contraddizione si veniva inconsciamente risolvendo, per dirla con una frase freudiana, in una ambivalenza, secondo la quale l’istintiva avversione antiromana e della quale Apua è l’espressione, è deviata verso Luni, idealizzando in Roma la universale madre ideale, alla quale, anzi, cercano di ricollegare Apua, sottraendola al dominio della colonia.

Nella citata prefazione agli Statuti si racconta infatti che gli Apuani, vinti dai romani, furono trasportati altrove: Apua fu poi ripopolata con nuovi cittadini, ebbe suoi magistrati e nuove leggi sancite dal popolo romano. Quindi la prudenza e la sapienza delle leggi tramandate dagli antichi padri e raccolte nei nuovi Statuti, leggi che i padri avevano fondate tamquam civium romanorum alumnis. (5)

I cronisti pontremolesi, insomma, lungi dall’essere attratti versa la Storia di Luni, salvo per quel tanto che può giovare alla loro tesi, s’involgono nella costruzione della storia di Apua, e si immergono nei racconti delle vicende politiche dei loro tempi, connesse all’agitata storia comunale dell’alta Italia e specialmente di Piacenza e Parma, alle quali li attirava, non solo l’interesse contemporaneo e personale, ma il prolungamento, per così dire, di quella inconscia ribellione atavica che, mitologizzata nelle gesta antiromane dei liguri, era stato lo sforzo d’indipendenza nella vita comunale e nella formazione urbanistica.

Del resto questo latente antagonismo del pontremolese con la Lunigiana, è evidente in tutte le manifestazioni della vita pubblica. L’antica storia comunale di Pontremoli, prevalentemente orientata verso l’alta Italia, dà quella stessa impressione di distacco già precedentemente accennata. Negli atti pubblici il Pontremolese è quasi costantemente distinto dalla Lunigiana, e, per riflesso, anche negli atti degli Stati che hanno con lui relazione. Assai spesso. p. es., i Commissari Imperiali della regione hanno il doppio titolo di Commissari per la Lunigiana e per Pontremoli.

Gli Statuti, non che i cronisti, nominano la Lunigiana come una regione distinta, al pari della Toscana, del Genovesato, del Piacentino, del Parmense ecc. In uno dei capitoli degli Statuti, forse dei più antichi, si distingue il pontremolese non solo dalla Marca Parmense vel maritina, ma dallo stesso Episcopatu lunensi. E nella già ricordata prefazione si afferma che, dopo la distruzione di Apua operata dai Goti, i Pontremolesi vissero, senza interruzione, in libertà licet fortiter cum lunensibus pro finium ampliatione pugnantes. Confusi ricordi, forse di antiche lotte coi vicini signori feudali e della stessa emancipazione del Comune, ma, senza dubbio, proiettati sul vivo sfondo etnico.

La stessa dipendenza ecclesiastica dalla Diocesi lunense non mancò di suscitare quella latente resistenza che si è notata nelle altre manifestazioni della vita pubblica. Proporzionalmente alla importanza delle rispettive giurisdizioni nel Pontremolese, la Diocesi di Brugnato vi trovò più adesione che non la Diocesi di Luni: alla prima e non alla seconda le famiglie pontremolesi dettero vari Vescovi, e il paese ne ospitò a lungo i presuli.

La creazione della Diocesi pontremolese, che si volle chiamata Apuana, non fu solamente l’opera politica di uno Stato che volle sottrarre i propri domini alla giurisdizione ecclesiastica del Vescovato di Luni-Sarzana che aveva la sede in un altro Stato, ma fu la conclusione di una lunga aspirazione locale che aveva tentato di effettuarsi, fin dal secolo XV, durante il dominio degli Sforza, per opera di Galeazzo Maria (6).

E’ curioso infine notare che pur anche il nome di Lunigiana sia rimasto estraneo al popolo, così da essere rimasto un neologismo di forma dotta. Mentre di altre vicine regioni il nome è assimilato alla pronunzia dialettale, come Parmsan, Piasantin, Arsan (Reggiano), Barsana (la Bresciana), Lunigiana, salvo l’oscuramento dell’u, è rimasto intatto. Si dice, infatti, Lünigiana, dove, se fosse avvenuta l’assimilazione dialettale, si direbbe Lünsana, come, p. es., Parmsana, col suffisso enseana insana (7).

Lo stato d’animo che abbiamo tentato di spiegare come caratteristico elemento di un particolare ethnos, va certo estratto dalle manifestazioni e dalle varie situazioni della antica vita pontremolese, cogliendolo in sfumature di sentimenti, di atteggiamenti, di pensieri, più nell’accento che nella chiarezza delle espressioni: tuttavia, una volta avvertito, esso si ritrova ben chiaro e coerente a traverso le più complicate deviazioni e i più impensati travisamenti.

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Nel settecento la leggenda di Apua fu con facile critica aggredita e demolita, non senza, come si è detto, le disperate difese di alcuni scrittori pontremolesi, che credevano di difendere in Apua la propria storia e quasi l’immagine ideale della propria Civitas. I maggiori storici non solo d’Italia, ma d’Europa, scagliarono il loro scherno contro la fantastica città, pur sempre protetta dalla autorità dei maggiori lessici (8). Nella mischia fu trascinato anche il padre della erudizione italiana, L. Antonio Muratori, il quale, senza le ire degli uni o il fanatismo degli altri, con una posata lettera, piena di bonaria ironia, e con quel particolare suo stile che pare tra trascurato e distratto, ridusse, con la consueta sostanziale precisione, la questione nei suoi veri termini, cioè la distrusse. Ne occorre certo ripetere i ben noti argomenti che dimostrano Apua una favola. Ma liquidata dagli storici, e forse con spreco eccessivo d’inchiostro, questa favola di Apua risorge come interessante materia di studio per le moderne dottrine di demopsicologia nelle quali si è allargato e vivificato il potere illustrativo storico della filologia. Gli eruditi nel demolire la favola trascurarono, non dico di intenderne il significato etnico, che ha sempre una leggenda fortemente sentita e tenacemente conservata da un popolo, ma di studiarne gli elementi che, illuminati dalla critica, potevano dare utili indicazioni per penetrare nello spirito della storia propriamente locale. Paghi alla sola critica dei testi, non si curarono, p. es., di mettere la leggenda di fronte alla topografia, allo svolgimento delle guerre liguri-romane, alle trasformazioni demografiche dall’evo antico al medio, alla tradizionale geografia augusteo-umanistica, contrastante con la realtà della vita locale. Si lasciarono in tal modo sfuggire anche un argomento fondamentale per la demolizione di Apua, intesa come la antica Pontremoli ligure-romana: poichè essendo il centro urbanistico di Pontremoli sorto da condizioni demografiche nuove e specifiche che si erano venute formando nel medioevo, e con carattere eccezionale e transitorio, alla fine probabilmente delle ultime dominazioni bizantine in Lunigiana, e dopo la prevalenza dei Longobardi, un tale centro non poteva aver avuto un antecedente nell’antichità, mancando quelle condizioni e, anzi, esistendone altre che richiedevano perciò diverse soluzioni. Nè, come si è accennato, la traccia delle antiche distribuzioni demografiche non sono scomparse del tutto, e, se sono tuttora osservabili, tanto più lo dovevano essere nelle epoche più lontane quando si venne elaborando la leggenda.

Studiata, invece, sotto l’aspetto etnografico-politico, la leggenda porta un notevole contributo di indicazioni anche alla storia. Il valore etnologico di questa favola, costruzione erudita nei suoi elementi formati, ma non arbitraria nei suoi motivi passionali, è evidente: Apua opposta a Luni, e inserita nello sfondo epico delle guerre antiromane, creava un appassionante mito di libertà, di individuazione etnica, che idealizzava la tradizione comunale d’indipendenza, e manteneva viva la volontà autonomistica di fronte agli Stati ai quali, nel corso dei secoli, perduta la libertà, Pontremoli fu unito.

Se per un umanista come frate Annio da Viterbo, Apua era uno dei tanti pretesti libreschi per architettatare le sue imposture erudite; per gli scrittori pontremolesi la cosa era ben diversa: a costoro, per dirla vichianamente, Apua serviva di favola eroica per affermare il sentimento della individualità del loro popolo, per mantener vivo lo spirito d’indipendenza, e per giustificare i diritti patrizi, la supremazia della casta alla quale gli scrittori stessi appartenevano (9). Nè questa è una affermazione generica, che, anzi, potrebbe essere abbondantemente documentata. Le frequenti rivendicazioni di franchigie locali, di autonomia di reggimento comunale, di privilegi di ceti, alle quali Pontremoli, nell’avvicendarsi dei vari domini, dovette ricorrere, erano sempre appoggiate, oltre che sui diplomi imperiali per ciò che riguardava gli ordinamenti del Comune, sul preteso diritto storico derivato dalla discendenza di Pontremoli da Apua, sede e capitale degli Apuani. E ciò in relazione non solo ai diritti pubblici, ma anche ai diritti patrizi.

Quando, sulla fine del settecento, il Granduca di Toscana volle creare il corpo della nobiltà pontremolese, trascurando, anzi negando, per ragioni del resto di politica generale, le pretese del ceto che formava tradizionalmente il Consiglio Urbano (delle famiglie di Consiglio come si diceva), le resistenze e i malumori furono vivacissimi; e gli antichi diritti erano giustificati non solo con argomenti dedotti dalla storia del periodo comunale, ma coi soliti richiami ad Apua e alla sua ricostruzione, sotto il nome di Pontremoli, dopo la distruzione operata dai Goti, per volontà delle famiglie patrizie sopravvissute (10).

Ma, da un punto di vista più generale,  il più eloquente di questi documenti resta senza dubbio il Discorso giuridico-politico contro il contratto della vendita di Pontremoli, che dipendeva dal Ducato di Milano, alla Repubblica di Genova, concluso dal Contestabile di Castiglia, Governatore dello Stato di Milano dominato allora dalla Spagna; scritto, nel 1649, dai due pontremolesi Gio. Battista Parasacchi e Francesco Villani, che esercitavano l’avvocatura nella capitale lombarda (11).

Il loro discorso in difesa dei diritti della piccola loro patria è veramente eloquente e commovente per il concorso di due motivi sentimentali che animano la cauta prosa legale: la contenuta ma vibrante protesta contro il disinvolto mercato di un paese, ceduto a contanti come un podere, che offendeva l’orgoglio dei pontremolesi; e il dolore per il distacco dal Ducato di Milano al quale Pontremoli aveva in vari periodi e a lungo appartenuto, e al quale era ormai unito da consuetudini secolari, da ragioni di affezione, e da una salda solidarietà di interessi. Gli Statuti, riformati nel 1391, al tempo di Gio. Galeazzo +Visconti, portavano l’impronta di quella dominazione, alla quale, mancate le condizioni per l’indipendenza, per evitare maggiori pericoli, la terra di Pontremoli volontariamente si soggettò, così da ricordarla, per la larga autonomia goduta, più come una protezione che una sudditanza.

Le famiglie signorili pontremolesi, alcune delle quali in antico erano immigrate dalla Lombardia, avevano ragioni di attaccamento al Ducato milanese per parentele, relazioni e aderenze che in tanti anni vi avevano intrecciate: gradita riusciva loro la memoria delle signorie dei Visconti, degli Sforza, degli stessi re di Spagna, per gli onori e i benefizi ricevuti e per quelli che tuttora ricevevano, essendo sempre stati ed essendo numerosi i loro membri chiamati agli Uffici dello Stato, o impiegati nella Amministrazione, nella Magistratura, nelle professioni.

Ma al di sotto di questi motivi più particolari ed evidenti, ne urgeva un altro più profondo ed inconscio: l’oscuro ma vivo sentimento, cioè, che l’atto di vendita segnava la fine decisiva di un periodo, l’estinguersi dello slancio comunale che aveva animato la località e creata e mantenuta la sua particolare espressione politica. Sebbene al Comune fosse da tempo mancata la capacità della indipendenza, e avesse dovuto soggiacere alla forza di nuove formazioni politiche, pure la forma stessa del dominio feudale, che sotto alcuni aspetti aveva resistito, circondato di franchigie e di autonomie, aveva permesso in certo modo di mantenere nel cadavere il calore della vita. Si sentiva oscuramente che un periodo nuovo si apriva e che Pontremoli, secondo lo spirito nuovo dei tempi, sarebbe diventato un elemento amminisrativo nella compagine accentratrice dello Stato al quale fosse di nuovo e più immediatamente aggregato. E certo con questo atto di vendita, la storia di Pontremoli, come espressione locale di vita politica, definitivamente si estingue: al di là non vi è che la cronaca. Il solito luogo comune della divisione augustea ha fatto generalmente cercare la storia di Pontremoli nella direzione della Toscana e in rapporto alla dominazione granducale che seguì alla vendita di Pontremoli, annullata la prima cessione alla Repubblica di Genova, quasi che tutta l’attività del comune pontremolese non fosse stata che una deviazione e una stravaganza, mentre proprio in questa è la sua vera e non lunga storia, come espressione di libertà locale e spontaneità di orientamenti e assestamenti.

E’ perciò naturale che agli eruditi ai quali, nei racconti dei fatti, era sfuggito il punto centrale della storia di Pontremoli, sia poi anche sfuggito il valore di indicazione della leggenda di Apua, veduta solo e perseguitata come una spropositata falsificazione umanistica. Conside-randola, invece, nel suo carattere di mito, come espressione di un ethnos ligure, come volontà popolare di individuazione, aiuta certamente a scoprire quali siano stati gli intimi motivi della storia della località, cioè del suo momento originale di libertà e, quindi, a entrare veramente nel suo spirito, a intenderla e rappresentarla. Si spiega così perchè la leggenda fosse sorta con la decadenza del Comune che si era venuto identificando col sogno di Apua; e questa immagine di libera città caduta e risorta, tanto più vivamente doveva brillare, specialmente agli occhi della spodestata classe dominante dalla quale uscivano gli scrittori, quanto più le rovine del Comune apparivano evidenti.

Del resto anche per l’erudizione poteva riuscire interessante l’indagine sul modo del formarsi letterario della leggenda, sugli elementi che le hanno dato motivo, sulle ragioni, p. es., che orientarono l’imaginazione verso gli Apuani, mentre è tutt’altro che facile stabilire quali schiatte di Liguri abbiano abitato l’alta Valle della Magra. E’ ben strano infatti che le sedi originarie e il massimo centro degli Apuani siano stati trasportati alle sorgenti della Magra, quando Livio pone chiaramente quelle sedi e quel centro, il nido, nella regione delle Apuane e del golfo della Spezia, in contatto, a oriente, con la regione dei Friniati. Si è ricorso, per sostenere tale ipotesi, al noto passo di Livio (XXXIX, 32) che ricorda come il Console Sempronio, marciando da Pisa contro gli Apuani, aperuit saltum usque ad Macram et Lunae portum. Il passo non si riferisce, come si è fantasticato, alla Val di Magra, ma solamente all’estremo tratto del fiume e ai monti meridionali del golfo della Spezia, dove appunto il console portava la guerra per scacciarne, o riscacciarne, gli Apuani (12). Livio accenna, in vero, ad una azione militare contro i liguri che abitavano circa Macram (XL, 41), ma valgono anche per questo passo le osservazioni precedenti, in quanto con tale espressione si vuol rappresentare lo spostarsi del campo dell’azione militare dalla regione delle Apuane meridionali alla regione superiore prossima all’ultimo tratto della Magra, secondo gli obbiettivi della guerra che erano la difesa del porto, cioè del golfo della Spezia, e il collegamento dell’azione stessa con l’altra azione diretta, dall’altra parte degli Appennini nella valle della Secchia, contro i Friniati.

Generalmente l’invenzione di Apua è ritenuta una delle tante imposture di frate Annio da Viterbo, il fantasioso padre di numerosi scrittori antichissimi e di straordinarie lingue e di sorprendenti etimologie. Ma i suoi Antiquitatum variarum volumina XVII apparvero nel 1498, quando già l’umanesimo poteva essere tanto penetrato in Pontremoli da eccitare l’industria inventiva o dei suoi dotti, che non vi mancavano e che avevano studiato nelle città vicine di Parma, di Bologna, di Lucca, di Pisa ecc., o di quei maestri di grammatica, chiamati a in-segnare nelle pubbliche scuole, alcuni dei quali erano appassionati, se non illustri, umanisti come, per citarne uno notissimo, quel cieco perugino ammiratore del Petrarca. Non sarebbe dunque del tutto assurdo pensare che qualche elemento per la sua impostura apuana sia pervenuto all’industre frate, indirettamente, da Pontremoli: egli ricorda in fatti di aver ricavato i suoi frammenti di Catone dai collettanei di un maestro Guglielmo Mantovano, il quale, se pur esistito, poteva aver avuto relazione o con studiosi pontremolesi o con maestri di grammatica insegnanti nelle scuole di Pontremoli.

Uno scrittore sarzanese, Ippolito Landinelli, vissuto sulla fine del ‘500 e nei primi decenni del ‘600, pur dubitando della sincerità delle esumazioni Anniane, riteneva che non tutto fosse moderno e inventato, come, p. es., in rapporto ad Apua, l’iscrizione che a suo tempo, afferma, si vedeva ancora, incisa di caratteri antichi, su certa pietra di una torre di Pontremoli, e cosi concepita: Apua sum quondam Marco celebrata Catone. Giovanni Sforza, che non riuscì a trovar traccia dell’epigrafe, dubita che sia mai esistita e comunque nega che possa aver preceduto le pubblicazioni Anniane. Ma non vi sarebbe nulla di strano che una tale iscrizione fosse esistita: poteva essere una impostura epigrafica del genere di quelle tentate per Luni (13). Nè, in mancanza di prove precise in contrario, si può prescindere da una considerazione elementare di psicologia, secondo la quale, di norma, si deve ritenere più probabile che una leggenda si sia formata nell’ambiente di cui è espressione, che non fuori di esso e dove manchi un vivo e diretto interesse al suo sorgere.

Nè priva d’interesse sarebbe l’indagine sul modo di elaborazione dei particolari eruditi per costruire la leggenda. In genere i cronisti hanno seguito un sistema di analogia con la nota storia di Luna. Il citato verso, appoggiato all’autorità di Catone, proviene evidentemente dalla imitazione del noto verso di Ennio, celebrante il porto di Luna, riportato da Persio nella sesta Satira: Lunai portum est operae cognoscere, cives. Catone, l’autore delle Origines, il Philosophus che, per tutto il medio evo, dette il nome a diffusissime raccolte di sentenze e proverbi, si prestava naturalmente a falsificazioni di questo genere. La pretesa colonizzazione romana di Apua è immaginata sulla falsariga della deduzione della colonia a Luni, nel 177 a. C., prendendo per fondamento l’impresa del Console Fulvio. L’azione di Fulvio si svolge in una zona non ben determinata del territorio ligure, ma descritto con caratteri che potrebbero senza inverosimiglianza essere riferiti all’alta Val di Magra. Fulvio, com’è detto in Livio XL, 53), passando per scoscesi monti combattè audacemente i nemici, e non solo li vinse, ma tolse loro gli accampamenti, castra, con 300 prigionieri, così che tutta quella regione ligure dovette arrendersi ai romani. I vinti furono dedotti in altro territorio. Il fatto avvenne nel 179 a. C.: in tale anno appunto è posta la data della deduzione di nuovi cittadini in Apua, come si è già detto, mentre si è fantasticato in quei castra, tolti dai romani ai liguri, Apua e i suoi castelli.

Con lo stesso processo delle analogie sono state probabilmente rappresentate le successive vicende di Apua. Così la sua distruzione per opera dei Goti, che Antonio Costa nella più volte citata prefazione agli Statuti attribuisce ad Alarico avviato contro Roma, è riportata, con evidente anacronismo, al 349.

Il Costa giustifica le sue affermazione con l’autorità di un Orianus Gemuseus, scriptor teutonicus Gothici Belli, del quale per altro non ho trovato traccia, nemmeno tra gli autori scoperti da frate Annio. E può nascere il sospetto che, date anche le circostanze del racconto, il fatto sia stato fabbricato sulla traccia della cronaca di Ottone di Frisinga dove è ricordata la distruzione della turrita e guelfa Pontremoli, compiuta dall’Imperatore Arrigo V, nel 1110, quando appunto muoveva verso Roma (14).

Del resto è ben nota la viva azione che esercita l’analogia, come nel linguaggio, così nei racconti storici, primitivi o popolari, ingenui, non ancora critici, e quindi di natura artistica: il verosimile è con facilità preso per il certo, per un facile passaggio dal pensare al rappresentare dall’ipotesi all’affermazione.

I cronisti pontremolesi dovevano peraltro trasformare qualche cosa di confusamente tramandato dalla tradizione: le invasioni dei Goti, alle quali accenna il Costa, come lo stanziamento, ricordato dal Villani e dal Trincadini, di Alemanni o di Germani nel Bambarone o Borgo Faron, dove si deve forse vedere piuttosto un ricordo longobardo (15), rappresentavano probabilmente episodi, non completamente dimenticati, delle invasioni barbariche. Anche il Costa attribuisce alla distruzione gotica di Apua il cambiamento del suo nome. Alarico, egli racconta, resosi conto dell’importanza militare della posizione dove sor-geva Apua, volle che fosse ricostruita la distrutta città: vi pose perciò, con tale incarico, un presidio comandato da un generale di nome Trepontius. Poco persuaso delle etimologie del Villani e di altri, anche il Costa vuol proporre bravamente la sua, e suppone che, per quel pro-cesso di inversione dell’ordine delle parole detto in greco anastrofe e, in latino, reversio, dal nome di Trepontius, dato alla risorta città, aggiunto –ulus, si sarebbe avuto pon-tre-m-ulus (16).

Resta invece difficile spiegare, per qual processo si sia arrivati a trasportare il propugnacolo degli Apuani dal mons maiorum liviano alle fontes Macrae, che nessun autore antico ricorda, in contrasto, come si è detto, con tutte le indicazioni liviane. Certo, una simile assurdità dovette trovare oppositori, se il Villani accenna a discussioni insorte sulla interpretazione della espressione fontes Macrае, che alcuni volevano spiegare per foci, suppergiù come i capita Rheni di Cesare. E’ probabile però che a questo spostamento delle sedi degli Apuani abbia contribuito la trasformazione della mentalità geografica, che non capiva più, e non poteva ancora capire per processo critico, i modi di distribuzione dei popoli antichi intorno ai nodi montuosi: indubbiamente vi contribuì il prestigio della divisione augustèa, che, estesa com’era stata, dalla foce della. Magra al suo intero corso e ai displuvi del suo bacino, mal si adattava alla topografia liviana delle guerre liguri, e quasi suggeriva lo spostamento che fu compiuto anche dagli storici (16).

Nè si trovarono facilmente d’accordo, i cronisti, nel fissare la posizione delle fontes Macra e del luogo ove era sorta Apua. Il Villani che, per argomentazioni di carattere storico, la immaginò sorta nelle vicinanze della Pieve di Saliceto, testimonianza certamente di un centro di grande antichità, sostenne che le fontes Macrae dovano porsi non alle scaturigini, ma alla stretta gola montuosa, presso l’attuale borgo dell’Annunziata, dove il corso della Magra, ingrossato dai torrenti superiori, асquista importanza di fiume (17).

Se è facile rendersi conto del processo esso deduttivo che dalla esistenza degli Apuani ha tratto la conclusione della esistenza di Apua, è invece difficile, come si è visto, spiegare la formazione degli altri elementi leggendari e specialmente della immaginata ubicazione degli Apuani.

Ma se l’esame degli elementi formali della leggenda può offrire un interesse di generica curiosità erudita, non ci spiega, poi, il vero carattere della leggenda, il suo intimo significato rispetto alla storia della località. Come già si è visto, furono le spinte passionali che agirono su tali elementi, letterari ed estrinseci, provocando l’elaborazione di un più significativo coerente organismo. Nè questo incontrarsi di elementi eruditi e di passioni locali è casuale: quando la leggenda si prenda non come una semplice fantasticheria o vacua manifestazione di boria municipale, ma quale espressione etnica di volontà, si spiega perchè il suo fiorire abbia coinciso col rinascimento. L’erudizione umanistica si incontrava con un particolare stato d’animo inquieto e nostalgico prodotto dalla crisi della località per l’estinguersi, con lo svolgersi dell’età moderna, della vita Comunale indipendente che l’alto medioevo aveva favorito. Tutta la capacità del moto urbanistico di Pontremoli era finita, e con ciò, non solo la capacità politica dei tempi più lontani, ma anche, come si è già osservato per il suo distacco da Milano, quella certa superstite indipendenza di funzione locale. E così, come in tutti i tramonti di istituti, costumi e tradizioni secolari, si andò istintivamente raccogliendo in una rappresentazione l’immagine del vecchio mondo dissolto, in una idealizzazione di rimpianto e di speranza: ed Apua si levò come una piccola Gerusalemme per i suoi figli dispersi.

Tale riflesso storico del contenuto della leggenda si chiarisce sempre meglio approfondendone l’esame negli scrittori locali.

Il racconto della resurrezione di Apua, dopo la distruzione operata dai Goti, se rivela le aspirazioni patrizie che stavano a cuore agli scrittori, conserva evidentemente tracce di confuse tradizioni della emancipazione locale dalla grande feudalità e della formazione del primo nucleo comunale, e coglie vecchi aspetti demografici del paese, notevoli indicazioni di assetti più arcaici.

Tali indicazioni venivano direttamente agli scrittori che le rendevano ingenuamente dal suggerimento della toponomastica, della distribuzione della popolazione, della viabilità, delle ancor vive tradizioni del costume.

Nel racconto del Villani concorrono, alla ricostruzione di Apua, le schiatte degli Apuani, disperse, dopo la pretesa strage gotica, per i vicini monti. Portano queste, nell’antico aspetto patriarcale, i nomi recenti delle principali famiglie pontremolesi alle quali si attribuisce la Signoria delle varie parti del territorio, poi distretto di Pontremoli. Tutte queste famiglie decidono di lasciare i loro domini rurali, di demolire i castelli (ricordo conservato dalle prescrizioni antiche degli Statuti), e di formare di tutto il territorio una Comunità, capo della quale fosse riconosciuto Pontremoli: caput jurisdictionis, districtus et territorii, come è detto dal cronista quasi ripetendo l’antica formula conservata dagli Statuti.

Certo, come è stato notato, questa glorificazione di famiglie non è che un comune fenomeno della boria gentilizia preoccupata di vantare stipiti antichi ed illustri. A parte le continuità genealogiche, resta, in ogni modo, l’indicazione di vecchi uffici locali feudali o subfeudali, dei quali, del resto, come pure delle discendenze germaniche, è la traccia in alcuni dei nomi gentilizi citati, come gli Alfieri, i Pellizzari o de’ Giudici, i Trincadini, gli Errighini, ecc..

Se poi si libera il racconto del Villani dalla fantasia di Apua (che del resto è in contraddizione col significato del racconto ruralistico) e dalle preoccupazioni famigliari e contemporanee, non priva d’interesse riesce la descrizione del territorio e delle sue divisioni, rimaste o trasformate da nuove istituzioni, ma sempre evidenti come traccie di divisioni primitive. Si ha così la visione della civitas rurale (ingrandimento fantastico del ricordo del pagus), distribuita per schiatte, stirpibus et progeniebus, vicatim ruri habitantes, col ricordo accurato dei castelli e di due più arcaiche arci (l‘Arcellato, Arzellato, e l’Arcengium, Argengio), e della sua trasformazione urbanistica, con la distruzione dei castelli e la creazione dell’Oppidum. Non si possono certo disconoscere, in questi particolari, confuse reminiscenze così di arcaici ordinamenti, come del periodo signorile e comunale: vi è certo un elemento quasi realistico che caratterizza il racconto e lo distacca dai convenzionali e letterari modi di rappresentare le fondazioni delle città.

Se, dunque, la leggenda, in origine, potè essere una dilettantesca esercitazione letteraria, assunse poi, nella elaborazione locale, un contenuto passionale di notevole significato etnico. Il nesso Apua-Pontremoli si prestava a fissare il ricordo epico delle guerre di libertà combattute dai liguri contro i romani; a chiarire, con la rievocazione della resistenza a Luna, un’oscura reminiscenza di tenace ostilità alla colonizzazione romana; a rappresentare, con la nuova città, trasformazione dell’arcaico assetto ruralistico, il crearsi di una nuova situazione locale, e la formazione barbarica di uno di quei centri militari, opposti alle antiche città romane, dal quale si sviluppò lo sforzo urbanistico comunale, che, tuttavia, per la stessa eccezionalità dell’origine, già conteneva in se stesso le ragioni del suo rapido tramonto.

Inconsciamente, e, come si è visto, tra numerose contraddizioni, si venne così conformando, a traverso l’oscuro sentimento dei contrasti essenziali alla vita locale, un imito esaltatore di un particolare ethnos, nel quale si idealizzava lo sforzo di indipendenza del Comune.

Non bisogna, certo, intendere queste manifestazioni etniche come conseguenze di caratteri antropologici o di razza, qualunque possa esser stato nei secoli il miscuglio dei popoli, ma interpretarli come aspetti di una formazione storica, come riflessi delle comuni origini e me-morie, delle speciali situazioni in cui si è trovata una popolazione nei momenti decisivi per la sua esistenza di particolare gruppo o popolo, che presi poi insieme, e spogliati dei caratteri contingenti, assumono caratteri tipici di costumi, attitudini, tradizioni, e fissano, per la necessità dell’azione, l’idealità di un popolo.

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L’ultimo assertore di Apua e propagatore della sua leggenda è stato un artigiano, a modo suo, cronista, anzi, storico di Pontremoli, e raccoglitore (e in questo davvero benemerito) delle sue tradizioni popolari. Per opera sua la leggenda ha avuto una ulteriore elaborazione popolare, senza trovare impedimento nel già notato contenuto patrizio. Singolarissima e anacronistica figura questa di Vitale Arrighi, scomparso da appena due anni: schietto popolano e rimasto tale per ragioni di vita, di ambiente, di cultura (18). In pieno periodo di critica, di socialismo, di lotta di classe, sorge con la figura di un artigiano guelfo, individualista, con atteggiamenti liberi, ma ostili a tutta la ideologia proletaria; fedele alla Chiesa, aderente al ceto signorile e alla sua tradizione, ma con indipendenza, talora anche con ribellione: osservante e cliente, ma con una personalità orgogliosa e talora anche eretica e ribelle. La curiosità di una viva intelligenza sorretta da una ostinata volontà, la passione delle tradizioni, la mentalità medievalista prodotta dagli elementi inattuali della arretrata vita paesana, lo avvicinarono ad Apua, espressione appunto dello stesso ambiente passionale e mentale, e lo fecero essere l’interprete dei superstiti elementi plebei rimasti nelle parti più caratteristiche del borgo e della campagna. La sua figura s’inquadra bene sullo sfondo turrito della parte superiore di Pontremoli, la parte più antica e popolare, dove egli trascorse la sua esistenza, interessandosi specialmente alla vita parrocchiale, rivivendo nelle rivalità paesane l’antica divisione di guelfi e ghibellini, che segnò tra le due parti del paese un distacco così netto da farne quasi due borghi, distacco, del resto, non di sole parti politiche, come ha ben dimostrato Pietro Ferrari in un suo geniale volume di storia pontremolese (19).

In tale ambiente la favola patrizia di Apua non trovava ostilità, ma consensi, persistendovi ancora la situazione psicologica dell’ambiente feudale della solidarietà della fidelitas, dove la classe scompare nei legami della clientela, e la signoria si esercita come patronato. Le forme arcaiche patron e patronati si trovano tuttora nella pronuncia di qualche vecchio contadino, e rappresentano, con l’originario senso, le tracce persistenti di questi rapporti sociali, scomparsi da tempo come istituti politico-giuridici, ma, in certe circostanze, resistiti a lungo, nel costume.

Chi legge le narrazioni dell’Arrighi può credere che egli esca dalla forma mentis popolare, per la sfondatura fantastica della esposizione, lo spirito realistico che vi pone, lo sforzo evidente di assimilare la cultura. Ma non si tratta di una contaminazione della forma popolare con la forma dotta, come a prima vista si può credere: quelle determinazioni rigorose, quella secchezza di forma, quella povertà esteriore di immaginazione rispondono alle attitudini del pubblico al quale si rivolgeva l’Arrighi, mentre l’evidente preoccupazione del tono erudito e dotto è proprio una caratteristica delle produzioni popolari che, quando tendono a svolgere sentimenti e pensieri superiori, normalmente materia di opere di riflessione, non sono mai semplici, ma sentenziose e sforzate, a differenza delle manifestazioni poetiche.

<< Gli analfabeti, gli illetterati – ha osservato con sono ordinariamente grande verità M. De Unamuno  – quelli che più vivono schiavi dell’alfa e del beta, dell’alfabeto e della lettera. Un contadino ha la testa piena di letteratura. Le sue tradizioni sono di origine letteraria; fu un letterato che primo le invento. Egli fa le sue canzoni popolari con musica liturgica ».

La preoccupazione della dottrina toglie ai racconti dell’Arrighi quegli esteriori caratteri ingenui e fantasiosi che siamo abituati a trovare nelle narrazioni favolose e leggendarie: dove gli è stato possibile si è servito di notizie erudite o scientifiche raccolte nelle sue letture, e dove, come nella maggior parte della sua costruzione, si è servito di credenze e tradizioni o superstizioni popolari, ha cercato di ridurle in forme di aspetto dotto. Sotto queste apparenze ibride, il modo di concezione ed espressione popolare resta però intatto, per quel caratteristico processo intuizionistico, per cui, a modo d’esempio, un termine dotto, di contenuto logico, nell’essere assimilato dal linguaggio popolare, viene trasformato, con una alterazione di carattere analogico, in parola, cioè in una espressione fantastica. Ciò spiega come i racconti dell’Ar-righi siano così largamente penetrati nel popolo.

E’ infatti caratteristico come egli sia riuscito ad atteggiare nella schietta forma mentis del suo pubblico, con rigorosa coerenza intuitiva, certe singolari fusioni di notizie trovate nei libri, quali, p. es., quelle che riguardano la storia delle pievi pontremolesi, o il lago pliocenico delle alte vallate della Magra, con le nozioni e le superstizioni e le favole del popolo, e con le particolarità del paesaggio e gli aspetti eccezionali delle località più suggestive.

Ma questa tarda elaborazione popolare della leggenda di Apua, che si può seguire in tutte le sue fasi, può interessare anche sotto un aspetto più particolare, che non sia quello, della attuale indagine, in quanto aiuta a seguire, in un esempio documentato, il processo di formazione e di diffusione di una leggenda popolare. E’ chiara nel nostro caso, in contrasto con quella specie di genesi collettiva immaginata dai romantici nei primi entusiasmi per le produzioni popolari, l’individualità della creazione, e della spinta di irradiazione, come in ogni espressione o di stati d’animo o d’immagini, e in ogni fenomeno linguistico.

Si potrà parlare di poligenesi o monogenesi se si considera, in via d’astrazione, la materia che forma il ciclo della leggenda, ma, nel concreto, questa non è che un antecedente che si dissolve in ogni elaborazione singola che realizza una indipendente individualità. L’individua-zione, secondo il suo grado di energia, potrà, con una espressione definitiva, interrompere nuovi tentativi di elaborazione, o, nel caso di debolezza, lasciar aperta la via e quasi stimolare nuovi tentativi, che, comunque, secondo il lor grado di forza, saranno sempre individuali e quindi diversi.

Cosi, di fronte alla astratta materia del ciclo, si potrà parlare, in confronto a una elaborazione popolare, di residui culturali, di avanzi di poesia d’arte, di detriti di erudizione, di nozioni scientifiche sorpassate, ecc.: nel concreto delle varie espressioni queste valutazioni di riferimento perdono ogni valore, in quanto si abbia avuto veramente una nuova elaborazione o forma.

Se vi è poesia questa potrà essere più semplice, di minore complicazione ed estensione spirituale di fronte alla poesia d’arte di cui ha elaborato a modo suo il mtivo, ma, comunque, è poesia e non una forma scaduta della prima. Quanto agli altri elementi di carattere intellettuale, eruditi, storici, scientifici, ecc., perdono, nella elaborazione popolare, i loro specifici caratteri riflessi,poichè passano, in certo modo, da una forma spirituale ad un’altra, rientrando in un organismo di carattere prevalentemente intuitivo, d’accento sentimentale, immaginoso, religioso, e perciò diventano altra cosa e non rimangono semplici detriti.

Si potrà dunque considerare le varie elaborazioni di una materia leggendaria, unitariamente, in rapporto a un determinato problema di cultura o di storia, come si è fatto nel caso della leggenda di Apua, ma questo criterio unitario non ha poi valore fuori di questo riferimento, poichè ogni elaborazione di quella materia ha la sua propria individualità secondo le leggi intrinseche alla propria natura: i vari problemi, perciò, suscitati da quelle elaborazioni, rispetto alla loro genesi, ai loro rapporti cronologici o sentimentali coi fatti elaborati, non si riferiscono a leggi inerenti alla materia del ciclo, che per essere un’astrazione non può averne, ma si risolvono nei concreti problemi storici delle singole creazioni.

Comunque, senza entrare in questa particolare ricerca, anche sotto l’aspetto d’indagine più generale circa l’elaborazione di una materia leggendaria in relazione a un determinato problema storico e come suo chiarimento, quale quella che ci siamo proposta, il caso di questa tardiva formazione popolare della leggenda di Apua, non manca di utili indicazioni, in quanto rappresenta un completo processo che, in genere, nei casi simili, mancando la notizia delle fonti dotte e delle fasi di trapasso semidotte, resta oscuro ed enigmatico.

Se, infatti, in via di ipotesi, si prova a immaginare la leggenda di Apua sopravvissuta solamente nella elaborazione che le ha dato l’Arrighi, perdutisi tutti gli altri elementi e documenti che illustrano l’evoluzione del suo ciclo, è chiaro che un tale documento apparirebbe come un enigma, irto di tutti i problemi che si presentano in simili casi.

Manfredo Giuliani – Luni e la leggenda di Apua nei cronisti pontremolesi, in Vol. XXXIII dell’Arch. Stor. Per le Prov. Parmensi, Officina Grafica Feesching, Parma

(1) Cfr. in proposito alcune mie osservazioni in L’Appennino Parmense-pontremolese, in Biblioteca della Giovane Montagna n. 69, Parma, 1929, e in Postille al programma, nella Giovane Montagna di Parma, A. XXX, nn. 9-10, 1929. Per lo zerasco cfr. SFORZA, Memorie e Documenti per servire alla Storia di Pontremoli, Lucca, 1887, vol. I, Introduzione, passim. Il nome di Zeri si trova variamente scritto nei documenti: Cerrus, castrum de Zirio o de Zirro, ecc.: nelle parlate del pontremolese è pronunziato zéra. Il comune riferimento della etimo-logia di questo nome a cerri contrasta con la pronuncia dialettale della sillaba iniziale (col suono della spirante più alveolare nello zerasco, e più dentale nel pontremolese) sonora e chiusa, in contrasto con la pronunzia sorda e aperta di Sèr (cerro). Gli abitati di Zeri, di-stribuiti in largo raggio nell’alte valli della Gordana (Magra) e della Gottera (Vara) prendono, alcuni, il nome da caratteristiche locali come Coloretta (coryletum), Agnudano (aunetanus), Conciliara (da Concilium o Conciliabulum?) ecc., altri numerosi, conservano il caratteristico ricordo dei villaggi patriarcali nella denominazione delle , nel senso di vici: Cà dei Tosi, Cà di Bornia, Cà dei Rossi ecc.. In una zona che traversa diagonalmente la vallata, lungo il bacino della Gordana e a sud di esso, si incontra una serie caratteristica di nomi romani, che ricordano i possessori di fondi o predi, o colonie: Rossano, rousan (Roscius); Torano, Tourana (da Thoria o Tauria) comune in Liguria; Cavezzana, Cavzana, nella dizione della Valle Gordana, e Causana, nel pontr., (da Vetius, Ca vetiana); Dozzano, Dousan (Dorsus o Dos-sus?) col vicino Vico Anvich (in Vico); Rottigliana (sulla riva opposta, della Magra), Routiana (Rutilius), col vicino Viceto, Auséd (da vséd, con l’a prostetica come in avdis, viticcio, e il v in u per influenza di aut, alto, e auted, pergolato; Dobbiana, Doubiana (Tubulus).

Forse anche Urceola, Oursla, antico nome della Pieve di Saliceto(da Urseolus, sott. villa o casa); ecc.

(2) Per evitare un inutile ingombro di note, salvo i casi ove siano opportune indicazioni particolari, rinvio, per le notizie generali intorno ai cronisti pontremolesi alle seguenti ben note opere di GIOVANNI SFOR-ZA: Mem. e Doc., già citati, P. II, v, 3 pp. 37-63; Bibliografia Storica della Lunigiana, I, 39 e seg.; e, per le notizie concernenti la letteratura intorno alle leggende di Apua e di Luni, dello stesso: Mem., e Doc. citati P. I, v. I, cap. I e note; v. II, p. 591 e sgg.; La Distruzione di Luni nella leggenda e nella storia, in Miscellanea di Storia Italiana della R. Dep. di St. Pat. per le ant. Prov. e la Lomb., S. III, T. XIX, Torino 1920, specialmente il cap. II; Gli studi archeologici sulla Lunigiana, in Atti e Memoria della R. Dep. di St. Pat. per le Prov. Mode-nesi, v. VII, S. IV, Modena 1895, p. I e II; Bibliografia Storica della Città di Luni e suoi dintorni, in Mem. della R. Acc. delle Scienze di Torino, S. II, T. LX, Torino, 1910, passim. Del cron. Gio. ROLANDO VILLANI, frequentemente citato, restano gli Annali di Pontremoli, mss., presso il sen. Camillo Cimati.

(3) Questa fantasia è valsa almeno a conservare i nomi antichi di Villafranca, già detto Malnido, ricordato però anche in altri documenti, e di Filattiera già detta Surrano. Non si sa quando il Villani morisse, ma se egli fosse vissuto sino oltre il 1581, si potrebbe supporre che lo stesso autore degli Annali, che credeva di aver scoperti gli avanzi d’Apua in una località vicina alla Pieve di Saliceto, avesse parlato a Michele Montaigne di quelle rovine, quando il famoso filosofo fu di passaggio a Pontremoli, nell 1581. Tra i ricordi pontremolesi del Journal du voyage en Italie, si trova infatti annotato, in italiano: << Ci sono alcune ruine, e si dice che si nomava [Pontremoli] dagli antichi Appua. Comunque questa cura di mostrare ai forestieri io pretese rovine di Apua prova quanto diffuso dovesse essere, nel sec. XVI, l’entusiasmo dei pontremolesi per l’immaginaria città. Cfr. SFORZA, Mem. e Doc. citati, I, 4-5.

(4) Cfr. U. MAZZINI, Di un falso in una falsa iscrizione e dell’autore di una cronaca di Pontremoli, in Giorn. Stor. della Lun. ν. Χ, p. 111 e sgg..

(5) Il brano, a parte le incongruenze e gli errori storici, è veramente caratteristico:… siquidem illis Liguribus Apuanis (quorum hodie sedes antiquissimas occupare videmur) a P. Cornelio et M. Bebio consulibus, anno urbis conditae DLXXIII, patrium solum relinquere coactis, eorumque postmodum in patria successoribus, a T. Sempronico et Q. Fulvio consulibus, anno ab eadem urbe condita DLXXV, iterum expulsis, Apua haec ex edicto Romanorum publico novis impleta fuit civibus, Praesidesque dati, quorum ex Consilio et legibus a Populo Ro-mano sancitis, iuste sub optimo Imperio agere”, ecc.. Cfr. Pontremuli Statutorum ac Decretorum volumen, Parmae, apud Seth Viottum, 1571.

(6) SFORZA, Mem. e Doc. citati, I, p. 447 e sgg., II, p. 610 e sgg.

(7) Il primo documento che registri un tentativo di formazione di un derivato nominale da Luni, per indicare la regio o campania, in luogo delle vecchie formule Comitatus lunensis, fines lunensis, è forse il noto atto della fondazione della Abbazia dell’Aulla (MUR. A. E., ?, 210-212), La Luneria citata dallo Jung, non può certo, come vorrebbe G. Poggi (Luna Lig. Etr. ecc., p. 131), corrispondere a Lunigiana; e dubbio è che il Lunise di un documento del 772 si riferisca a Luni e alla Lunigiana come suppone lo Sforza (Bibl. Storica della Città di Luni, ecc. p. 316). Nel predetto documento, se pure, come dubita U. Formentini, non si tratta di lezione scorretta, si trova indicato il territorio di Luni tanto con l’aggettivo sostantivato lunensis come con il termine Lunianensa. E’ forse, quest’ultimo, un tentativo di nome regionale soppiantato poi da Lunigiana. Questa voce è derivata da lunensis (territorio immediatamente spettante a Luni), per mezzo dei suffisso secondario –  anus indicante l’appartenenza non alla città ma al suo territorio, come paesano da pagus, pagensis (che appartiene al pago), pagensianus,che appartiene al pagense), paesano; e così, femminilizzato sottintendendo regio o campania, da Lunensiana, lunesiana, lunesana Lunigiana. Invece l’altro termine Lunianensa, (che il Branchi Lun. feud. 1, 49 suppone da (ager) lunaniensis) si sarebbe venuto formando con l’uso inverso dei suffissi: Lunianus + ensis, femminilizzato in a, per influenza, forse, di Garfaniensa, a sua volta supposto contratto da Garfanianensa, In tal caso le due locuzioni del documento: <<in loco et finibus Lunensis » e « finibus Lunianense >> non sarebbero una ripetizione, ma indicherebbero, la prima, il territorio immediato di Luni, e, la seconda, il territorio della regione, che poi fini per chiamarsi Lunigiana, anzi che Lugnanesa.

(8) Il Dictionarium historicum etc. dello Stefano (ed. del 1638), registra: «Apua, oppidum est ad fontes Macri fluminis, Castello di Ponte tremulo; il Lexicon del Forcellini (ed. del 1805): <<Apua, oppidum Liguriae ad Macram fluvium, in Tusciae confinio, nunc Pontremoli: cuius incolae Apuani dicuntur a Liv. XL, 41>>. Strano che il verso di Catullo At Volusi annales Padyam morientur ad ipsam (c. 95, v. 7), Love to Scaligero propose di leggere apuam anzi che Paduam, non bbia indotto qualche nuovo frate Annio a trasformare il pesce in città e Volusio in un annalista di Apua!

(9) Cfr. anche quanto ne scrissi in Leggende Pontremolesi, nel-l’Archivio per la Etnografia e Psicologia della Lunigiana, fasc. I e II, 1914.

(10) M. GIULIANI, Un arciprete contro la nobiltà pontremolese, in Giorn. Stor. della Lun. A. VI, p. 95 e sgg.

(11) Se ne hanno due stampe: 1.a Breve discorso giuridico politico sopra il contratto della vendita di Pontremoli | celebrato dal Sig. Contestabile di Castiglia Governatore dello Stato di Milano | Milano, 12 con la Serenissima Repubblica di Genova. In fine Milano 12 maggio  1649 | Laus Dei paraeque Virgini Mariae Io. Bapt. Pa-rasaccus 1. C. Pontremulensis Mediolani Advocatus.] Franciscus Vil-lanus 1. C. Mediolani [ Advocatus. S. L. nè S., in 4º, di pp. 33. 2a Come la precedente, in 4. di pp. 28. Se ne trovano pure copie manoscritte, Si veda pure l’Indirizzo dei Pontremolesi al Granduca di Toscana, dopo l’annullamento della vendita a Genova, dove sono vantate le franchigie sempre godute da Pontremoli e la vo-fontaria sottomissione a Milano, E lungamente tenace fu il ricordo dell’antica indipendenza, sempre presente agli scrittori, anche occasionali, di cronache e memorie, che la rievocano con un costante e caratteristico atteggiamento di appassionato rimpianto, come cittadini esuli dalla loro piccola respublica, dalla loro natio, o distrutta o asservita. Singolare, ma ben determinato sentimento di individualità etnica, resistito fino alla Rivoluzione Francese (Cfr. I Pontremolesi nel ‘700 in Archivio per la Eti, e la Psic. della Lunigiana, Vol. I, p. 196).

(12) Si veda quanto scrive in proposito U. Mazzini, nel saggio riportato da U. FORMENTINI in Questioni di Archeolgia lunense nelle Memorie della Soc. Lun. G. Capellini, IV, p. 125.

(13) L’astigiano Marco Aurelio Moglia, frate Agostiniano nel convento della Annunziata di Pontremoli, autore di un fantasioso Festivo ragguaglio della portentosa immagine di M. Annunziata di P. (Massa, Marini, 1680), citando l’iscrizione dice che <<si legge in un pezzo di marmo posto sulla torre di Cazzaguerra >>. II Villani, però, che tanto si era affaticato a cercare prove in favore di Apua, non parla di una tale iscrizione marmorea, Il verso catoniano fu messo alle stampe per la prima volta, nel 1573, da A. Giustiniani nei suoi Annali della repub-blica di Genova. Negli Annali mss. del Villani è registrato nel seguente esastico:

Pont est distinguens tusco sermone fluentum:

Rem sit et excelsum, ol quoque prisca notat.

Tuscia dividitur, nam totta flumine Macra

A ligure adsueto, teste Marrone; malo:

Apua sum quondam Marco celebrata Catone.

Sempronii hoc cernes, historiamque Pii.

Il Campi lo riproduce malamente, variandone il quarto verso: Et Ligur a Thusco teste Marone Maro. Autore dell’esastico, secondo il Villani, sarebbe stato un m. Domenico da Rivalta, nel parmense, <<< hic grammatice olim praeceptor>>, il quale avrebbe trattato dell’argomento anche sermone soluto. E’ dunque, questo m. Domenico, un collaboratore di Annio, sin qui dimenticato.

Le citazioni finali tradiscono infatti la derivazione anniana, mentre non è facile dire se il penultimo verso, poi tanto citato, sia stato composto insieme con gli altri dell’esastico, o precedentemente e da altri, e ivi incluso, come potrebbe farne sorgere il dubbio un certo distacco di tono.

(14) OTTONE DI FRISINGA, Con., L. VII, cap. 14.

(15) Cfr. in Postille cit., III, Toponomastica Pontremolese.

(16) Sono queste le tre interpretazioni etimologiche tradizionali di Pontremoli: da Trepontius, da pons tremulus o pons tremuli (il cons. A. Marzio Tremolo), da Pons Romuli o Remuli. Il Villani accettando la seconda del ponte tremulo, più il prefisso Ap.-, si era dunque scostato dal maestro Annio che proponeva Pont Remuli. E’ strano però che, accettata una di queste soluzioni, si cercassero poi, come si è visto nei citati versi riportati dal Villani, ulteriori etimologie in quelle fantastiche lingue aramee o etrusche, di fabbrica anhiana, architettate sulle interpretazioni ebraiche e caldee di S. Girolamo. !! Campi riporta una di queste interpretazioni, che attribuisce a un < G. Antonio, autore antico>, e che dice trovarsi nella libreria di S. Domenico di Cremona, in <comm. Amos proph.>. Probabilmente non è che la prosa di m. Domenico da Rivalta ricordata e parafrasata dal Villani. L’etimologia da Pons Romuli, poi, Remuli, accettata anche dal Dempster, ebbe, in confronto alla più comune da Pons tremulus nella quale convenne il Muratori, assai larga diffusione e si trova anche, in lettere del sec. XVII, nel recapito degli indirizzi. E’ però in contrasto con la dizione vernacola Pountrémal, dove la desinenza al risponde al suffisso -ulus; corrispondente all’italiano –olo. Andrebbe dunque sopposto Pons Romulus e non Romuli o Remuli. Bisogna poi, a tale pro-posito, tener presente che nella montagna pontremolese persiste una forma arcaica Pountrém, Pountrémou (come il sopravvissuto arcaico S. Stöf, nome di luogo, vicino al moderno Cristofar, nome di persona) che potrebbe far sospettare un processo simile a quello di Sanremo, Sanromu, da Sanctus Remulus, da Sanctus Romulus, salvo per Pontrém e Pontremou l’ulteriore sviluppo di ö in é per l’influenza dell’analogia col prevalso Pountrémal.

(16) Ne medioevo la suggestione del ricordo classico e il criterio geografico astratto non avevano potuto prevalere su altri elementi realistici, tenuti presenti dalle speciali condizioni dei tempi: il noto verso di Dante, p. es., dove è ricordata la Magra che « per cammin corto lo genovese parte dal toscano>>, inteso generalmente come una parafrasi della divisione augustea, si riferisce a un fatto contingente, limitato a breve tratto, di confini politici, e non è affatto una affermazione di principio, esteso a tutto il corso del fiume, di geografia storica. Il genovese e il toscano di Dante, vivi nella dizione popolare, hanno del resto un contenuto ben diverso dai termini classici, Liguria ed Etruria, ignoti al popolo. Il criterio classico si venne determinando per le nuove condizioni sociali e culturali, con l’umanesimo, e si fece poi assiomatico, fissandosi in frasi che acquistarono un’autorità quasi classica, come, p. es., quella ripetutissima, del Sigonio: <<a fontibus Macrae usque ad Arni Apuani Ligures >>(De Antiq. Sur. It., I, 23.). Certo, un tal criterio, che resiste tuttora, influì sul Muratori che, pur negando Apua, ammise che Pontremoli sia nel tratto di paese dove abitavano i Liguri Apuani ».

Ed un tale orientamento fece forse dimenticare o trasformare altre tradizioni più propriamente locali, connesse alle oscure vicende di Velleia, che meno determinabili con riferimenti storici, non resistettero di fronte alla irradiazione leggendaria suscitata dalla meglio nota storia di Luni.

Quanto poi al caso di Apua non ci si può sottrarre all’impressione che abbia avuto un origine puramente libresca per opera di scrittori ignari dei luoghi che non si resero perciò conto della topografia liviana. Sotto questo aspetto potrebbe avere ragione lo Sforza che attribuisce esclusivamente a frate Annio l’invenzione di Apua. Per tali questioni geografiche e specialmente per la posizione del preteso monte Anido, trasportato fino al Borgallo, cfr. U. MAZZINI, Restituzione di un passo di Livio relativo agli Apuani, in Giorn. Stor., d. Lunigiana, v. XI, 40.

(17) Il Villani pone Apua <<super monte Salicetti », sulla destra della Magra, monte detto pure Appuolo, sul quale nel 1532 si vedevano ancora le fondamenta di un antico castrum (ricordato anche negli Statuti, IV, 48) ed esisteva un oratorio dedicato a S. Genesio. La tradizione leggendaria rimase costante: il già citato Moglia, nella seconda metà nel sec. XVII, scriveva:<< Oppidum Apua appellatum super Saliceto Monte possitum est prope flumen Macrae ». Sullo scorcio del sec. successivo, è pure ricordato in una cronachetta inedita che Apua sorgeva, dove erano le rovine della fortezza del monte Apio, ora detto S. Genesio, per l’oratorio ivi era, qual fortezza viene nominata dal nostro Statuto de Monte Piolo (ANT. MARAFFI, Memore di Pontr., ms. presso di me), Le vere fontes Macrae, secondo il Villani, dovevano esser poste alla gola di Saliceto, poichè ivi le acque delle valli superiori <<faciunt… flumen Macrae cum commistione Viridis et Gordane, qui constituunt Macram, cum ceteris fluminibus a fontibus usque in mare ligusticum perdentes corum nomina et servato macra….>> Tale opinione non è forse del tutto una stravaganza personale, poichè tale criterio potrebbe, in certo modo, portar luce sulle formule di alcuni documenti, come, p. es., l’atto di divisione dei Malaspina del 1221, dove è detto: << totum illud quod est sicuti flumen Macre exit de monte usque quo intrat in mare>>, mentre il lodo tra il Vescovo di Luni e i Malaspina, del 1202, per indicare l’Appennino dice summitates Alpium. Del resto ciò concorda con la dizione popolare che chiama il predetto monte semplicemente al mount, e riserba la denominazione di l’arpa o alj’arp alle vette della catena appenninica, e alle Apuane, specificate quest’ultime come l’arpa o alj’arp ď S. Pelegrin.

(18) Intorno all’Arrighi cfr. Leggende Pont. citate e un mio cenno biografico Un artigiano scultore e storico in La Giovane Montagna di Parma, A. XXXI, n. 8.

(19) G. FERRARI, La Chiesa e il Convento di S. Francesco di Pontremoli, Pontremoli, Tip. Rossetti di G. Bertocchi, 1926, 95 e segg., e passim.

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