
I primi giorni di gennaio. Un vento gelido sferza i visi e gli alberi e spazza le strade raggelate. Le cime e le pendici delle nostre montagne sono bianche di neve; e un leggero candido strato s’è posato, per poche ore, anche sulla città. Ripensiamo ad un altro inverno e ad un altro Gennaio. Ripensiamo ad un altro inverno e ad un altro Gennaio. Triste Natale del 1944 e ancor più triste Capodanno del 1945!
Un contrattacco tedesco aveva avuto successo in Garfagnana; nella nostra città s’eran visti passare i primi prigionieri mori. Il Comando Alleato, temendo una seria offensiva, con la sua aviazione colpiva senza tregua le retrovie per rendere inservibili strade, ponti, ferrovie e centri dell’alta Lunigiana. La distruzione sistematica si avvicinava. Un bombardamento “a tappeto” aveva già distrutto Aulla. Villafranca subiva colpi durissimi. E Pontremoli, il maggiore dei centri, tra un passaggio continuo di truppe tedesche che invadevano ogni casa, aspettava la sua ora.
Una mattina, fredda di gelo e d’angoscia, Il Vescovo ricevette un messaggio dal Maggiore inglese Gordon Lett, che rappresentava il Governo Alleato tra le formazioni della IV Zona Ligure: Pontremoli verrà bombardato; senza far rivelazioni, occorre far sgomberare gli abitanti di Porta Parma, Verdeno e SS. Annunziata; si abbandonino pure le vicinanze dei ponti e della ferrovia. Era il momento temuto. Il Vescovo, che in segreti rapporti col Maggiore inglese da tempo andava scongiurando che si risparmiasse Pontremoli, reagì immediatamente con una risposta accorata e vibrante in cui implorava che il bombardamento fosse evitato e mostrava i danni che, più delle armate occupanti, ne avrebbero avuto le cose e le persone civili. La missiva del Vescovo percorse il consueto camino clandestino: dalla staffetta al Parroco d’Arzelato. Di qui, dopo sette ore di viaggio sui monti ghiacciati, il giovane dott. Ugo Pasquali la consegnava al Maggiore inglese, ch’era febbricitante in Val di Vara.
In attesa della risposta, il Vescovo, intanto, si portava nella periferia minacciata, avvertiva, incitava, confortava, prendeva misure per la grave eventualità. Insofferente, inviava un altro messaggio al Maggiore; e alternava le numerosissime udienze con altre visite a pii Istituti e alla popolazione in ansia. Nel pomeriggio un’ordinanza tedesca si presentò in Episcopio: il Comando doveva sottoporre il Vescovo ad un interrogatorio urgente. Il Vescovo si presentò. Il Comandante chiese se era vero che il Vescovo era in segreti rapporti con i “ribelli” e da quando e per mezzo di chi: e spiegava l’estrema gravità che la Wehrmacht annetteva a tali reati militari. Il Vescovo si mostrò dignitoso, un po’ impaziente. Rispose che egli aveva davanti a sé il suo dovere di Pastore e che solo la sua coscienza era giudice dei mezzi che doveva usare per risparmiare le sciagure al suo popolo. Il Comandante tedesco insistette. Il Vescovo fu fermo; egli non poteva rivelare né nome né cose; ciò che doveva dire, era solito dirlo direttamente ai suoi figli minacciati. Egli fremeva. Quel lungo colloquio gli pesava: egli pensava alla risposta del Maggiore, alla sua città, al suo popolo, al loro pericolo: e quell’ufficiale si ostinava a convincerlo che trattare con i “banditi” era uno dei più gravi reati! Alla fine il Comandante cedette. Col Vescovo, il più che poteva fare era stendere un verbale. Lo stese, insinuò ancora qualche minaccia, e il Vescovo fu libero.
Il giorno dopo arrivò la risposta del Maggiore: i piani di bombardamento alleato erano ormai prefissati e immodificabili fino a tutto il quattro gennaio: la decisione spettava ormai alle condizioni atmosferiche; dal giorno 4 in poi, nelle comunicazioni per radio col Comando Alleato, ogni precauzione sarebbe stata presa per evitare rovine alla città: ed i bombardamenti si sarebbero limitati agli occasionali bersagli della periferia, con volo rasente. Il Vescovo, non scoraggiato, stese subito una lettera di risposta: egli desiderava d’essere tempestivamente avvisato d’ogni pericolo che minacciasse i suoi fedeli e faceva presenti le particolari condizioni di cui si trovava Pontremoli, satura di sfollati e di uffici civili. Ed ora non c’era da far altro che pregare e attendere.
Guardammo il cielo. Era grigio, ma alto ed asciutto. Ben altri cieli era solita affrontare l’evoluzione alleata! Il Vescovo continuò a dare parole di conforto e d’assicurazione ai figli ansiosi. La scoraggiante risposta del Maggiore rimase un segreto di pochi. Le ore passavano lente. Si udivano rumori d’aerei: erano le quotidiane visite dei caccia. Una formazione di bombardieri passò lontana: si smistò in vista dell’Appennino. Scese la sera del 2 Gennaio; scese quella del 3. La popolazione cominciava a respirare di sollievo, inconscia. La giornata decisiva era quella del 4: e pochi lo sapevano. Il Vescovo, quella sera, rimase inginocchiato più a lungo nella sua Cappella.
Alba del giorno 4. Cielo uniforme e turgido e bassissimo. Un fioccar spesso di neve. I monti vicini scomparivano, assorbiti dal grigio strato di nubi. Appena si distinguevano, tra il mobile brillio della neve, le vicine colline. Era assolutamente impossibile che un solo apparecchio riuscisse ad affacciarsi su quel ristrettissimo orizzonte. Il Vescovo rimase lungamente assorto, con gli occhi abbassati. E sorrideva. Era sempre stato certo che la grazia sarebbe venuta.
Scendemmo a ringraziare la Madonna del Popolo.
Astrale, Il Corriere Apuano, 9.1.1947