I vecchi cronisti locali e gli studiosi che si sono occupati della storia di Pontremoli si riferiscono spesso, incidentalmente, ad una « sollevazione dei villani » che ebbe le sue manifestazioni più violente nel sec. XVI, senza peraltro informare della natura e degli scopi di essa (1).
Non bisogna però credere, come si potrebbe giudicare a primo aspetto, che si tratti di una ribellione di servi, o di una specie di jaquerie a sfondo antifeudale. Nella stampa degli Statuti di Pontremoli si trovano effettivamente alcuni capitoli che concernono i villani e i vassalli, i diritti dei domini e gli obblighi dei rustici, i quali in alcune formule possono farci intravvedere condizioni di servi contadini. Ma non bisogna dimenticare che il corpus statutorum veterum del Comune di Pontremoli, più volte riformato, era perito, e che il testo stampato dal Viotto di Parma, del 1571, proveniva dalla redazione compilata nel 1391, al tempo della dominazione dei Visconti, quando l’autonomia comunale era ormai tramontata. Sarebbe certo interessante approfondire questa ricerca sulla forma e l’evoluzione e l’abolizione della servitù della gleba (che Targioni Tozzetti vorrebbe far risalire ad avanzi di feudi militari di confine), nell’ambito e nello sviluppo del Comune di Pontremoli, ma essa non interessa l’attuale argomento. É evidente che tali disposizioni vanno riportate ad un tempo molto anteriore a quella sollevazione dei villani che ebbe il suo culmine nel ‘500, a condizioni antecedenti all’ultimo periodo della vita comunale, a situazioni feudali più remote, delle quali, però, potrebbe forse ritrovarsi qualche riflesso nei moti più recenti dei quali si tratta.
Le disposizioni sui servi e vassalli, registrate nel testo statutario riformato sulla fine del sec. XIV, non erano probabilmente che accademici accantonamenti pro bona memoria, come altre che si trovano nello stesso testo, e come, del resto, era uso di fare in queste revisioni e rielaborazioni di Statuti.
Come si vedrà, i villani, detti, nelle vecchie cronache, anche rustici, o rurali, o distrettuali, che si sollevarono, a quanto si sa, dal ‘300 al ‘500, a varie riprese, contro il Comune di Pontremoli, non trassero i motivi della loro rivolta da condizioni servili o da obbligazioni di vassallaggio: il loro movimento va messo in relazione con situazioni di carattere comunale piuttosto che feudale.
I villani di questa lunga e, in ultimo, violenta sollevazione sono gli abitanti dei castra, ville e loca del territorio del Comune pontremolese, e sono uomini liberi, partecipanti alla amministrazione della cosa pubblica, e capaci, secondo certe prescrizioni statutarie, in certe condizioni di possidenza e di residenza, di rendersi burgenses. Ognuno di codesti abitati, generalmente composti di villaggi e casali, costituenti una vicinia o parrocchia, formava una università o comunello che aveva il suo console, come, del resto le vicinie o parrocchie del borgo, e un suo proprio ordinamento autonomo per la cura degli interessi propri alla località subordinatamente, s’intende, all’autorità superiore del Comune. Una rappresentanzadei rurali era stata ammessa, nella prima metà del sec. XIV, a far parte del Consiglio Generale della Comunità (2).
iGiovanni Sforza ha notato per il primo come fossero rimaste oscure le ragioni del malcontento dei rurali, e cercò di chiarirne i motivi, esaminando i pochi documenti superstiti, contenenti qualche notizia dei vari episodi delle loro proteste e ribellioni. I cronisti locali, che erano burgenses e tutti assorbiti nel racconto degli avvenimenti politici, e delle discordie intestine, specialmente dei guelfi e dei ghibellini, se narrano gli avvenimenti più importanti della sedizione dei villani, erano parte in causa troppo interessata per poterne imparzialmente ricostruire la vicenda e spiegarne l’origine. Gli Annales parmenses ricordano che, quando, nel 1314, il cardinale Luca dei Fieschi, insieme con i fratelli Carlo e Ottobono, prese possesso di Pontremoli che era stato loro infeudato da Arrigo VII sdegnato di non essere riuscito a metter fine alle fazioni che dilaceravano il Comune, rumores dictae ter-rae tunc sedati fuerunt (3).
Non sono rimasti documenti di questa prima signoria effettiva dei Fieschi su Pontremoli, ma dovette essere altrettanto energica quanto quella di Castruccio che seguì qualche tempo dopo, in seguito a nuovi rivolgimenti. Ma è certo, come si vedrà, che tra i rumores sedati dai Fieschi vi dovettero essere anche le discordie tra rurales e burgenses. Infatti, in un documento del 1387, del tempo cioè della dominazione dei Visconti, è ricordata una disposizione dei Fieschi secondo la quale era, per la prima volta, disposto che nel Consiglio Generale del Comune dovessero sedere a parità di numero tanto i rappresentanti del Borgo che quelli del Distretto: tot rurales consiliarii quot burgenses. In seguito però i burgenses si erano opposti a questo provvedimento, richiamandosi alle disposizioni dei vecchi Statuti e, comunque, denunziando vari abusi dei rurales, tra i quali l’usurpazione dei bona Communis i quali quolibet villa sibi appropriat in grave damnum Comunitatis. Si trattava dei bona delle concessioni imperiali che il Comune, sino dal sec. XIII, aveva dovuto far riconoscere e de-scrivere, e che, più di una volta, dovettero essere ritolti alle invasioni delle ville. Il Podestà dei Visconti raccomandò l’applicazione del provvedimento, notando che bonum esse ne schisma nascatur inter rurales et oppidanus, e poté vincere la resistenza di questi ultimi col solito compromesso, utile espediente di tutte le vertenze politiche, per cui restava stabilito che i rurales non possint partecipare de aliquibus officiis et onoribus et dignitatibus, consiliariis burgensibus per Statua et Ordinamenta concessis, e che essi rurali nudam vocem habeant in dicto Consilio, e, cioè, il diritto di discutere e criticare, che è una soddisfazione e uno sfogo non sempre, del resto, concessi agli oppressi. Non vi è dubbio che questa sia stata la conclusione di un lungo contrasto, tra i burgenses, che difendevano i loro privilegi, e i rurales, che accusavano i primi di tenere essi solo il comando e di governare a loro voglia il Comune opprimendo la popolazione della campagna, contrasto evidentemente represso finché durò l’autonomia, e che poté trovare il superiore consenso al comparire delle prime Signorie forestiere (4). Ma vi sono altri due documenti aggiunti agli Statuti riformati del 1391, che gettano luce non solo sopra una ulteriore base di questo contrasto, ma anche sulla sua natura.
Erano insorti nuovi dissidi tra rurali e borghesi per ragioni di spese e per rivendicazioni amministrative. Il valico della Cisa era divenuto pericoloso per i viandanti minacciati negli averi e nella vita da numerosi masnadieri che si annidavano nei boschi prossimi alla strada. Fu provveduto a ristabilire la sicurezza di quella importante via, ponendovi a guardia una mano di armati. Secondo le disposizioni degli Statuti il mantenimento e la polizia delle strade toccava agli uomini delle ville più vicine: anche la spesa per la guardia armata della Cisa fu dunque accollata ai rurali, malgrado le loro proteste.
Ma questi protestavano pure per essere esclusi dalla amministrazione della cosa pubblica e chiedevano di poter partecipare sia alla amministrazione del liber fumantium, e, cioè, all’estimo delle persone e dei loro beni, e alla sorveglianza delle entrate e delle spese che spettava ai Dieci, una specie di organo amministrativo esecutivo del Consiglio Generale, esclusivamente nelle mani dei burgenses. Poiché non fu raggiunto un accordo, i rurali si rivolsero direttamente a Gian Galeazzo Visconti, signore allora di Pontremoli, chiedendo giustizia.
Gian Galeazzo mandò a Pontremoli, quale suo Commissario, Matteo da Pescia perché ponesse fine alla controversia. Anche questa volta il Signore dette ragione ai villani. Per la guardia militare della Cisa fu disposto che le spese fossero divise tra gli oppidani e i villani, trattandosi di una via importante di utilità comune. I villani ebbero pure vittoria per la partecipazione alla pubblica amministrazione.
Fu, infatti, ordinato che dovendosi rivedere il liber fumantium e l’estimo, ad ipsam correptionem et aestimum interesse debeant tot homines de Villis Pontremuli quot erunt in burgo Pontremuli.
Fu inoltre disposto, per l’amministrazione e la revisione delle entrate e delle spese, che dieci rurali convenissero con i Dieci del Consiglio, nella sede del Comune, alla fine di ogni mese, con facoltà per i rurali di portare con sé un proprio notaro che li assistesse nella revisione e con l’obbligo per il notaro delle Riformagioni del Comune di pigliare nota di tutte le loro osservazioni e proteste, con la pena di soldi 10 per chi mancasse alle riunioni (5).
Ma questi interventi e provvedimenti del supremo potere politico se offendevano i privilegi dei burgenses e scalzavano nella sua base l’istituzione Comunale, non davano per questo soddisfazione al disagio dei rurali: potevano assopire, di volta in volta, i motivi del dissidio, ma non ne rimuovevano le cagioni più profonde. E, alla prima occasione, la discordia si riaccendeva sempre più violenta.
Cosi avvenne nel primo quarto del sec. XVI: questa volta i villani non si contentarono più di riforme, ma si sollevarono armati contro il borgo per rendersene indipendenti. Di questo episodio clamoroso, che assunse i caratteri di una piccola guerra di secessione, sono rimaste notizie e cronache assai abbondanti, che permettono di seguirne le vicende e di intenderne, ancora più a fondo, lo spirito e la portata.
Le cause immediate di questo nuovo conflitto vanno cercate nei perturbamenti e nelle devastazioni che avevano arrecato al territorio i frequenti passaggi di truppe, straniere e italiane, in occasione delle guerre tra Francia e Spagna. Quelle strade, che avevano dato e davano vita a Pontremoli, diventavano in tali periodi portatrici di tutti i ben noti flagelli che si accompagnano alla guerra.
Pontremoli aveva un ben lunga e dolorosa esperienza di tali pericoli e danni e soleva premunirsi contro di essi, chiudendo le porte e ponendo il borgo, che era una lunga e ben munita fortezza, in stato di difesa, provvedendo, con laboriose trattative, all’accantonamento delle truppe nelle varie ville del territorio, e, a spese pubbliche, al loro mantenimento. Ma i rurali ritenevano di essere fin troppo aggravati e danneggiati dagli hospitia per poter sopportare anche il nuovo peso del tributo. Fino dal 1502 si erano tenacemente opposti alle insistenze dei burgenses i quali pretendevano che il Commissario costringesse i distrettuali a contribuire oneribus et expensis factis passis et supportatis… in et per transitu gallorum armigerorum...
Il contrasto, col ripetersi dei passaggi delle milizie, si aggravò e inasprì sino alla rivolta del 1526. La scintilla parti dal territorio della Pieve di Vignola, dove, nel villaggio di Casacorvi, si radunarono le prime schiere armate dei ribelli. Non solo essi si rifiutarono di ubbidire alla autorità comunale, ma respinsero gli inviati del Podestà, dal quale erano stati convocati, con ferimenti e uccisioni. Fu creato, in contrasto al Consiglio, una specie di parlamento indipendente, con la dichiarata volontà di comunicare direttamente, per mezzo di propri rappresentanti, col Governatore della terra che era Fabrizio Maramaldo per l’Imperatore Carlo V, e col suo Commissario. La sedizione, della quale, a detta di alcuni cronisti, fu capo un tale Zanono Pellacano da Vignola, si estese a tutto il territorio che insorse in armi contro il borgo. Si ebbero scontri armati, con feriti e morti, dall’una e dall’altra parte (6). Anche dalle valli alte della Magra scesero torme armate, al grido: Carne, carne, ammazza ammazza, catta catta. La situazione del borgo che, circondato e quasi stretto d’assedio dai villani armati, si dovette mettere sulla difesa, diventò pericolosa, anche per la grave difficoltà del vettovagliamento. Si ritenne necessario convocare, come nei casi di pericolo, un parlamento generale di tutti i capi di famiglia, di ogni condizione e grado, per autorizzare il consiglio a provvedere, straordinariamente, il denaro occorrente per assoldare gli uomini necessari per oppugnare l’aggressione dei villani. Ma la ribellione era insorta anche nella regione della Capria, al confine meridionale del territorio, e quando varie centinaia di uomini, assoldati nei paesi della bassa Lunigiana, si accinsero a passare il fiume, furono assaliti da numerose squadre di villani che tentarono e, in parte, riuscirono a disperderli.
Ma, nel frattempo, oltre che alle armi si era ricorsi da ambo le parti, anche alle trattative. Mentre partivano per la Lombardia, dove si trovava allora il Governatore cesareo, Fabrizio Maramaldo, ambasciatori regolari, vigore auctoritatis, et bailiae eisdem attributae per Consilium generale, incaricati di chiedere l’intervento e la forza per reprimere la sedizione, anche i villani spedivano loro straordinari rappresentanti alla stessa autorità perché esponessero le loro ragioni e chiedessero giustizia (7).
Maramaldo rispondeva con lettere piene di « frasi graziose », come dice un cronista, ma anche con dichiarazioni molto energiche, minacciando, sì, e severamente, i sediziosi, ma senza per questo schierarsi dalla parte dei capi del Comune. Ai quali, dando notizia per lettera degli uomini andati a lui da parte di tuti li contadini delle ville e per dar conto di loro e fare intendere le loro ragioni, faceva sapere di aver loro comandato che “a pena de ribellione e della vita et confiscatione de’ loro beni, che vogliano deporre le loro arme, perché io manderò uno doctore subito a formare li processi de quello è accaduto, et far fare la justitia, come el debito e la ragione ricerca ». Ma subito aggiungeva: << Et il medesimo comandamento fo a vuoi altri, soto la medesima pena, che vogliate deponere le arme perché presto sarà loro lo Doctore, et sarà per fare la justitia, e chi avrà errato sarà ben castigato ».
Il “Baricello della cità di Pontremulo e suo distretto” comparve, infatti, il 17 Maggio, ed era messer Pietro Antonio di Bertolazzi da Reggio (8).
E non mancarono nemmeno tentativi di volenterosi, che si intromisero, specialmente presso i rustici, per far opera di pacificazione. Il 16 Aprile il Commissario di Maramaldo informava il Consiglio che, avendo mandato l’arciprete di San Pancrazio di Vignola, Luigi de Piroli, a dire ai contadini di recarsi al Consiglio per trattare un accordo, e promettendo loro un salvacondotto, costoro si erano rifiutati di andare, facendo sapere che esso Commissario desiderava abboccarsi con loro, si recasse alla villa di Vignola. Anche fra’ Marco da Zeri, guardiano del Convento di S. Francesco di Pontremoli, che si era con molto zelo occupato di pacificare le parti, ed aveva avuto l’incarico dal Commissario di recarsi ad alloquendum cum rusticis, trovò la stessa ostinata resistenza. Egli riferì, in una adunanza del Consiglio del 18 Aprile, che aveva avuto l’ordine, da una numerosa assemblea di villani di riferire le seguenti loro recise dichiarazioni: “ Fate intendere, per parte di tutti noi, al Commissario che non vogliamo venire al Consiglio alla terra de Pontremulo, ma che veneremo a consiliare fore della terra in Verdeno, et non in terra murata ».
Più fortuna ebbe invece l’intervento di Guglielmo Malaspina, marchese di Lusuolo e Tresana, che si presentò ai Dieci del Consiglio, il 1° di Maggio, e svolse tra le parti opera amichevole e intelligente per porre fine al conflitto, meritando la riconoscenza del Comune (9).
Tuttavia la resistenza dei rustici, anche dopo l’accordo non dovette finire del tutto, se l’11 Maggio il Consiglio generale premeva sul Commissario perché pronunziasse sentenza contro i contadini, « attento quod quotidie perseveraverunt et adhuc perverant in eorum pertinatia, maxime in non deponendo arma, et non parendo mandatis, et quotidie insultando burgenses terre Pontremuli ». Osserva infatti un cronista contemporaneo che la pace era stata giurata da un certo numero di ville super crucefixo in ecclesia sive monasterio dive Annuntiate Pontis Saliceti… tamen deffecerunt ac totum contrarium fecerunt (10).
Ci volle l’intervento di altre ragioni per ricondurre i rustici alla calma sia pure temporanea: gli avvenimenti politici e militari che agitavano l’Italia con grave perturbamento nel pontremolese e in Lunigiana, la peste che infierì specialmente nella campagna, e, in fine, la ristabilita signoria dei Fieschi su Pontremoli, concessa da Carlo V a Sinibaldo, il quale, padrone anche di Borgotaro e di altri luoghi dei vicini territori appenninici, poté imporre il suo diretto governo con mano ferma (11).
I fatti narrati, per quanto scarsi e frammentari, sono sufficienti a mettere in luce certi aspetti della vicenda presa in esame. Non è certo possibile vedere in essa, escluso almeno nelle fasi a noi note il carattere di una rivolta di servi o di vassalli, solamente la manifestazione, sia pure con eccessi di violenza tipicamente medievali, di quei ben noti inevitabili contrasti tra capoluoghi e campagna che perdurano vivaci, talora, anche nei Comuni amministrativi moderni. Nel nostro caso è necessario riferirsi soprattutto alle condizioni del Comune medievale pontremolese e al suo eccezionale e singolare processo di formazione.
Il Comune pontremolese non era stato lo svolgimento di una antica organizzazione urbanistica ed ecclesiastica quali quelle della città della Lombardia, della Liguria e della Toscana. Esso dovette porre le basi non solo di queste organizzazioni, ma far sorgere anche l’oppidum di tipo urbano, embrione della civitas. Ed è questo il grande interesse che offre l’indagine sulle oscure origini di questo Comune di tipo cittadino, una specie di oppidum medievale, che compare, per un concorso di eccezionali circostanze, come un tentativo di città, verso la metà del medioevo, in una zona rurale povera, isolata tra le gole dell’Appennino.
L’organizzazione primitiva e antica del territorio era del solito tipo rurale ligure, con la popolazione distribuita in piccoli abitati, raggruppati in vicinie, contraddistinte da un nome generale, come ne rimangono gli esempi nelle parti montane, quali Zeri, Rossano, Mulpe, Guinadi, Dobbiana, ecc. Le Pievi di Vignola e di Urceola Saliceto sono i superstiti documenti di questo originario ordinamento pagense. I due centri, il più settentrionale dei quali era situato nella valle del Verde, e l’altro, qualche chilometro più a mezzogiorno, poco dopo la foce della Gordana, ambedue sulla destra della Magra, dove evidentemente erano stabiliti i gruppi più importanti della popolazione, si ricollegavano evidentemente alla comunicazione del Borgallo di prevalente influenza sul territorio.
Erano questi centri caratteristicamente rurali, e cioè territoriali, non suscettibili di un tale concentramento demografico capace di dar vita a un capoluogo politico. Lo spostamento della viabilità nella montagna piacentina, parmigiana e pontremolese nella direzione del valico della Cisa per il formarvisi di una attiva via di transito, per la Toscana e Roma, lentamente sostituentesi alle comunicazioni primitive di servizio locale. generò le condizioni e gli stimoli di una profonda trasformazione di questa arcaica zona rurale. Ciò corrispondeva appunto al generale modificarsi dell’assetto demografico antico nei due versanti dell’Appennino e nella attigua pianura padana, e specialmente al tempo de-gli ultimi re longobardi, sia per la rovina del grande sistema stradale romano, sia per il contrasto e oscillante dominio del territorio emiliano tra longobardi, a occidente, e bizantini, a oriente, sia, più tardi, per effetto del disgregamento feudale. I monasteri, sorti per le concessioni dei re longobardi, sulla sua traccia, o aprendola con la loro ben propria opera di conquista del territorio rimasto ai margini dell’azione del pago e della Pieve, hanno lasciato una chiara testimonianza del modo di formazione, tipicamente medievale, di questa vitale nuova comunicazione di transito.
Anche nel territorio dove poi sorse la terra murata di Pontremoli, resta il ricordo di questa originaria linea viaria, segnata da una successione di priorie e celle di monasteri, presso cui sorsero molti dei piccoli nuclei di popolazione, a poco a poco, incorporati, più tardi, entro le mura del borgo Comunale.
Il progressivo coordinamento delle vecchie comunicazioni locali con la nuova di transito, allo sbocco delle valli connesse alla Cisa, spostò dagli antichi centri rurali, sulla Magra, il centro della vita locale, in una posizione di notevole importanza militare. Le condizioni sociali che si presentarono verso la metà del medioevo conferirono a tali mutamenti un potere di trasformazione che cambiò completamente l’assetto demografico locale nel quale vennero preparandosi gli elementi che resero possibile il sorgere del Comune. Questo, infatti, ebbe vita dalla organizzazione di elementi che si mescolavano nella nuova formazione: elementi feudali ecclesiastici, consorterie signorili, ceti popolari commerciali e artigiani che si erano costituiti nel borgo sorto intorno al castrum, nel momento in cui il massimo disgregamento feudale costringeva la località isolata a trovare in se stessa la forza di ordinamento e di difesa. Se il primo nucleo di queste nuove forze giunse alla liberazione dal Comitato attraverso immunità ecclesiastiche e feudali, delle quali rimangono i ricordi negli accenni a lontane concessioni imperiali che si leggono nei meno antichi diplomi superstiti, l’ulteriore espansione della influenza burgense per la sottomissione del territorium, richiese dure lotte contro le resistenze feudali e specialmente contro i Malaspina, soprattutto dopo il loro ripiegamento dall’Appennino ligure-padano e la loro concentrazione alla estremità della Liguria orientale, tra i monti della Lunigiana. La fondazione del borgo fu graduale ma sicura, esso si svolse, a tratti, dal nucleo primitivo addensato di colle, e si prolungò, allineandosi lungo il Verde e la Magra, con la caratteristica di abitato stradale, anzi di strada costruita e fortificata che ne caratterizzava la funzione commerciale. Tutto chiuso da mura, il borgo era anche difeso oltre che dal naturale ostacolo dei fiumi, da un efficace sistema di fortezze, torri e fossi. Ai suoi lati, precauzione di sicurezza che ne caratterizzava il tipo urbanistico, sulla destra del Verde e la sinistra della Magra, le strade esterne, rimanevano aperte alle soldatesche e ai potenti pericolosi di transito (12).
Il territorio dominato e organizzato intorno al borgo si estendeva dalla Cisa, a tramontana, sino ai torrenti Capria e Teglia (sinistra e destra della Magra) a mezzogiorno a confine con i feudi Malaspiniani; e dalla catena dell’Orsaro, a levante, sino al contrafforte del Gottaro, a ponente, lungo lo spartiacque tra Magra e Vara. Nei momenti della sua massima espansione, il Comune estese il suo dominio sino alla Sesta Godano, in val di Vara, dominio che gli assicurava, attraverso lo sbarramento dei feudi malaspiniani, la libertà della via di comunicazione con Genova che era la sua arteria economica più vitale (13).
La formazione dell’oppidum comunale rese necessaria la distruzione di altri antichi abitati precomunali e, anche, un rimaneggiamento dell’assetto della proprietà intorno al borgo, mentre in alcune più lontane località furono rasi al suolo vari castelli e torri, dove potevano rappresentare un pericolo per la sicurezza militare e la libertà del Comune (14). Le antiche pievi, rimaste fuori e lontane dalla terra murata, perdettero ogni loro importanza non solo di centri pagensi ma anche religiosi: entro la cinta delle mura, l’antica chiesa signorile di S. Geminiano e le maggiori chiese monastiche, come centri di vicinie, si trasformarono in parrocchie, laboriosi inizi di una nuova organizzazione ecclesiastica, che, solo in un lontano avvenire, doveva concludersi nella Diocesi (sec. XVIII) (15).
I documenti e le ricerche erudite di valorosi studiosi hanno illuminato la storia del Comune nelle sue ultime fasi, ma è rimasto oscuro il processo delle sue origini che, pure, come si è visto, offre tanto interesse per la sua particolarità. Ciò è dovuto alla mancanza di documenti e di notizie, anche indirette: gli stessi Statuti antichi, il Corpus Statutorum veterum come si è detto, sono periti, insieme con tanto altro materiale documentario, nell’incendio di Pontremoli del 1495, dovuto a una vendetta degli Svizzeri di Carlo VIII. Ma se si integrano i resti documentari con le considerazioni derivanti dalla osservazione dell’ambiente politico economico creatosi nel medioevo, e si studino gli indizi provenienti dalle testimonianze che emergono dalla geografia storica della località, le linee generali del processo di creazione del centro dominante e del territorio rurale dominato si dispiegano in modo abbastanza evidente. E, appunto, questa opera di sottomissione e, si può dire, di conquista, richiesta dall’assestamento di tipo urbanistico della località, quale era imposta dalla nuova situazione demografica, può aver lasciato in molta parte del territorio l’oscuro ricordo di un intollerato sopruso della oligarchia burgense, la quale, sebbene espressione della lotta contro il feudalismo, in certe situazioni, lo aveva, qui come altrove, solamente sostituito.
Sotto tale aspetto si può anche tener conto di tracce di ribellione servili e di sforzi di affrancamenti, confluite sul substrato sociale della sollevazione dei rurali. Si è già ricordata la vertenza per i bona Comunis nei quali le ville rivendicavano presumibilmente antichi diritti discendenti dai compascui, e si può aggiungere che ad altri contrasti dovevano dar luogo le responsabilità collettive delle universitates rurali verso domini e burgenses, evidenti residui di obblighi servili relativi alla cultura della terra (16).
Posto dunque a riscontro con le origini del Comune questo movimento dei rurali, così come si può ricostruire con le scarse notizie che ne sono rimaste, non può essere giudicato un semplice contrasto tra città e campagna, come è stato detto da qualche studioso, ma va invece considerato come moto di secessione che rientra, agitato e anche sanguinoso epilogo, nel processo di scioglimento del Comune. Compresso presumibilmente nel periodo di piena forza del Comune, si manifesta alla fine del medioevo e si svolge all’aprirsi della età moderna, al sopraggiungere di signorie forestiere, quando, venute a mancare le specifiche condizioni di un momento favorevole della vita medievale, dopo le logoranti lotte delle dissolventi fazioni intestine, caduto lo sforzo per un ulteriore sviluppo, non si era potuta affermare una signoria dallo stesso complesso burgense, la quale, sottomettendo a sua volta l’oligarchia, creasse un potere eguagliatore per tutto il territorio.
Le date degli avvenimenti confermano l’ipotesi di questo processo.
Le prime notizie di queste ribellioni rurali risalgono, come si è visto, alla prima metà del ‘300, al tempo della Signoria di Luca, Carlo e Ottobono Fieschi, con la quale era finita la libertà del Comune. Più decisive furono le concessioni che i villani ottennero nel 1387, per volontà e ordine di Gian Galeazzo Visconti, signore di Pontremoli, il quale aveva anche, nel 1391, riformati e integrati con i suoi decreti i vecchi Statuti del Comune. Col sopravvento di un forte governo esterno, nei primi del ‘500, quale quello di Carlo V, l’atteggiamento dei villani assume la violenza della sedizione armata e della secessione. Il carattere della narrata rivolta del ’26 è completamente illuminata da un episodio veramente conclusivo. Quando il Consiglio Generale, deliberando sulla difesa contro la peste, che infieriva specialmente nella campagna, non solo chiese il concorso dei rurali, ma chiamò anche i loro rappresentanti a far parte del governo, questi rifiutarono con una energica e rude frase che fu registrata sul verbale dell’adunanza: << quod burgenses custodient se, et rurales se ». Era la dichiarazione di quello schisma tra rurali e borghesi che, molto tempo prima, con previdente consiglio, un podestà aveva raccomandato di evitare.
Non si trattava più di accordarsi coi burgenses, ma di staccarsene, come in effetto i rurali avevano fatto rifiutando di recarsi al Consiglio e di partecipare al governo del Comune, istituendo una propria organizzazione, armandosi contro la terra murata, e trattando direttamente con l’autorità superiore ed esterna, ubbidendo allo Stato dominante, nel quale veniva naturalmente a sciogliersi il nesso comunale e a pareggiarsi, contro le resistenze oligarchiche, tutta la popolazione, oppidana e rurale, del territorio.
Ma i particolari del processo di scioglimento del complesso comunale rischiarano anche, come appunto si è accennato, altri presumibili particolari del processo di formazione, con un riscontro di vicenda inversa. L’analisi del suo disfacimento ci fa ritrovare la fila iniziale e la trama della sua orditura.
La resistenza e l’offensiva dei villani partono, infatti, proprio dai territori sottoposti per ultimi al Comune: Vignola e Caprio. La pieve di Vignola era un antico centro rurale e religioso dell’agro della dorsale appenninica, la silva vignolensis, che era rimasto spogliato della sua preminenza pagense, religiosa e feudale. Il suo territorio era stato compreso nei confini della curia del castello di Grondola, intorno al quale si accanivano piacentini, parmigiani, Malaspina e pontremolesi per il dominio delle vie del Borgallo e del Bratello. Nei confini della pieve sorgeva anche il malaspiniano castello della Bardera, poi raso al suolo, se esso si identifica, come si vuole, col quel Belvedere che nel 1164 Federico I ancora riconosceva a Obizzo. E ostinata fu pure la resistenza dei rurali nel territorio della Capria già dominato dalla Rocca Sigillina, la quale fu, a SE, nelle lotte tra parmigiani, pontremolesi e Malaspina, per il dominio della via del Cirone, quello che Grondola era stata a NO per il Borgallo Bratello (17).
Proprio in questo periodo di crisi penosa e di decadenza della località sorse, si fissò e si diffuse la leggenda della fantastica città di Apua, nome inventato da frate Annio da Viterbo nei suoi pretesi frammenti di Catone. La elaborazione della leggenda fu opera di notai, letterati e di modesti umanisti discendenti dalle famiglie del ceto comunale, e vi collaborò anche un parmigiano, il maestro Giovanni da Ripalta, maestro di grammatica a Pontremoli nel sec. XV, al quale probabilmente si deve il noto verso sul quale furono imbastite tante frottole storiche e filologiche: Apua sum quondam Marco celebrata Catone. Disperazione degli eruditi e documento etnico importante per i demologi, questa impostura umanistica ebbe la fortuna che tocca molto spesso agli spropositi: fu raccolta in libri e Calepini e finanche nella bolla papale per la costituzione della Diocesi di Pontremoli, nello scorcio del ‘700, e si continua tuttora a registrarla nei vocabolari. Ma per i discendenti del vinto ceto comunale non era stato un semplice esercizio letterario; era stato per loro uno sforzo sentimentale ed acquistò il valore di un mito etnico, perché nella favoleggiata metropoli ligure romana, centro della stirpe indigena raccolta sotto le leggi romane, contemplavano la civitas autoctona che il Comune implicava nel vigoroso periodo delle sue origini, ma che non era riuscito ad esprimere (18).
Manfredo Giuliani, Lo scioglimento del Comune di Pontremoli e la sollevazione dei villani, In Archivio Storico per le Province Parmensi, Quarta serie, IV (1952), pp. 37.54.
(1) Per evitare ingombro di note e rimandi, raccolgo qui le indicazioni generali relative alla cronaca della sollevazione dei villani: Giov. Sforza, Storia di Pontremoli, vol. I, 281; III, nel Chronicon pontremolese di Ser Maria de Ferraris (detto Ser Marione), p. 123, e nelle abbondanti note, p. 175 sgg.; Gio. Rolando Villani, Annales, ms. presso gli eredi del sen. Cimati, Pontremoli, all’anno 1526, cc. 105 v. e sgg. Tanto il Ferrari che il Villani sono scrittori sincroni. Cfr. pure i Viaggi di Targioni Tozzetti, Firenze 1777, vol. XI, p. 296, che riferiva notizie avute dall’avv. Pontremolese Nicolò Maria Bologna, attinte in parte ai cit. Annales.
(2) Intorno agli Statuti si veda Sforza, op. cit. II, app. V. p. 657. Le disposi-zioni sui Vassalli, Villani e Coloni si trovano negli Statuti, L. II, cc. 70-86,
(3) Sforza, op. cit. I. 190 e n.
(4) Id. III, 25 – Sino alla riforma dei Fieschi, applicata stabilmente solo al tempo della signoria dei Visconti, i rurali non erano rappresentati nel Consiglio, e, come osserva giustamente lo Sforza, erano considerati degli oppidani come un popolo vinto, ed esclusi da ogni beneficio e ingerenza di governo (II, 657).
(5) Statuta cit. VI, cc. 67-68. I rurali finirono in seguito per quasi rinunciare alle ottenute concessioni, temendo le multe per le assenze e scoraggiati dal doversi trovare di fronte ai Dieci. del Consiglio, che erano giuristi, notai, medici, ecc., persone autorevoli, esperte di leggi, di magistratura e di affari. Ed anche il loro patrono dovevano cercarlo tra i notai del borgo. Cfr. Sforza, op. cit., 282-83.
(6) “ Pugnatur inter rurales et terrigenos, in Virideno, Dozano, Lama, Borgoveteri, et alibi, et mortuo rubeo de Torano, et fachino de Ziro et aliis, stante Zanono Pellacano de Vignola eorum generali. Annales cit., c. 106
(7) Fabrizio Maramaldo fu Governatore cesareo di Pontremoli dal 6 Marzo al 1 Luglio 1526. Si veda Sforza, op. cit., III, 192 e sgg.
(8) Id. p. 200, n. 15.
(9) Il march. Guglielmo Malaspina ottenne dal Comune “propter eius benemerita, et maxime pro laboribus per eum passis in pace tractanda», di essere in perpetuo esentato da ogni pagamento di gabella in tutto il territorio di Pontremoli. Sforza, n. s., III, n. 16.
Da alcune note inedite di Ser Marione si apprende che l’accordo proposto e poi approvato dal Consiglio del Comune riduceva a modesta percentuale il contributo chiesto ai rustici per i risarcimenti dei danni arrecati dai vari passaggi di soldatesche (Archivio Notarile di Pontremoli, Protocollo di Ser Giov. Maria Fer-rari, vol. 13, p. 301.
(10) Il Ferrari, nel cit. Chronicon, da antico burgense, così ammoniva: «Studeant igitur homines burgenses Pontremuli totis viribus procurare, quod quando transeunt milites per partes pontremolenses, vadant ad hospitium in villis, et fortificent terram moenibus et armis, et nunquam confident de rusticis “(p. 132).
(11) I Fieschi ebbero signoria su P. per tre volte, essendo rimasta del tutto nominale l’investitura del 1251 a Nicolao, da parte di Guglielmo Conte di Olanda. re dei romani. Lo governarono dal 1314 al 1320, quindi dal 1405 al 1431 e, successivamente dal 1528 al 1547: il loro dominio ebbe fine con la sforunata congiura di Gian Luigi, alla quale parteciparono molti pontremolesi. Tra i docc, pubblicati dallo Sforza (1, 371) è compresa una costituzione di vassallaggio, fatta in P. nel 1417, nelle mani di Gio. Luigi quale rappresentante della famiglia, da parte di Giov. Cantini di Orzale e abitante a Isola di Tizzano (Parma nella quale dichiara di voler essere subditum, servitorem, emphiteutam et vassallum perpetuum dei Fieschi.
(12) Il Villani (Annales, c. 122) ricorda che a porta S. Petri ad Summam pon tis Macrae, il borgo si estendeva per 1782 braccia di misura locale, cioè per oltre un chilometro. Tale era rimasto sino al principio di questo secolo.
(13) Cfr. Pietro Ferrari, Il Comune di Pontremoli e la sua espansione territoriale in Val di Vara, Pontremoli 1937. Cfr. pure la mia memoria Relazioni economiche tra Pontremoli e Genova al tempo di C. Colombo, in Studi Colombiani, vol. III, p. 601, Genova, 1952.
(14) Sulla destra del Verde fu distrutto il borgo del Bambarone, e sulla sinistra della Magra il Borgovecchio. Le proprietà dei burgenses formavano un largo distretto intorno al borgo: tanto queste come altre sparse nel restante territorio erano dette Donicata, e godevano di un regime di privilegio. (Stat. I, 40-43, e passim dove si accenna alle saltarle III, 111). Non solo erano proibite le costruzioni o ricostruzioni di castelli, ma anche delle case in un largo tratto del territorio. (Ib. IV, 15 e 48). Le varie porte interne, oltre a quella di Cacciaguerra e di Castel-nuovo, ricordate dai vecchi documenti e dai cronisti non vanno confuse con i muri trasversali al paese, quali sbarramenti di difesa, dei quali fanno cenno gli Statuti (I, 37): esse erano gli avanzi dei primitivi nuclei del borgo, inclusi poi e fusi nella terra murata.
(15- Cfr. il mio art. Dalle Pievi di Urceola e di Vignola alla Cattedrale di Pontremoll, nel Corr. Apuano di Pontremoli, XL, 25 (1948).
(16) I bona Comunis, derivanti dalle concessioni imperiali, prima agli homines quindi al Comune. dovevano aver turbato, a vantaggio di questo, i persistenti assetti arcaici delle terre e dei connessi diritti di uso degli agri poplici e compascui, Come, da questi assetti ne discesero le lunghe liti per i confini intorno agli spartiacque, così si dovettero probabilmente a rivendicazioni inerenti alle terre pubbliche le ripetute invasioni di esse da parte delle ville, e le frequenti revisioni dei confini ordinate dal Comune, Un significativo compromesso per la regolarizzazione delle abusive estensioni delle vicinalia si può vedere nel cit. Doc. riportato dallo Sforza (op. cit., III, 25-26). Per gli obblighi delle università delle ville cfr. Stat., II, с. 70.
(17) V. il mio studio La strada lombarda del Cirone ecc., in questo Archivio, IV Serie, vol. III (1951).
(18) Si veda, anche per la bibliografia, la mia memoria Luni e la leggenda di Apua nei cronisti pontremolesi. in questo Arch., N. S., vol. XXXIII (1933).